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Discussione: Pacs

  1. #1
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    Predefinito Pacs

    La Cassazione apre ai Pacs
    "Più tutela per le coppie di fatto"


    ROMA - La corte di Cassazione apre ai Pacs e sottolinea la necessità di garantire più tutela alle coppie di fatto, anche a quelle costitutite da parenti conviventi.

    Gli ermellini della III sezione civile nella sentenza 15760 depositata oggi hanno infatti stabilito che anche i cosiddetti "nuovi parenti" hanno diritto al risarcimento in caso di perdita del proprio caro: l'attuale movimento per l'estensione della tutela civile dei Pacs porta a riconoscere anche alle coppie di fatto il cosiddetto "danno parentale". In particolare i giudici sottolineano che "l'attuale movimento per l'estensione della tutela civile ai Pacs (Patti civili di solidarietà ovvero stabili convivenze di fatto) conduce all' estensione della solidarietà umana anche a situazioni di vita in comune".

    I giudici supremi erano stati chiamati a decidere sul ricorso dei genitori di un minorenne che nel luglio dell'89 morì per le conseguenze di un incidente sul mare: mentre si trovava a bordo di un pedalò sulle coste di Taormina, era stato investito da uno scooter d'acqua. Il riferimento alle coppie di fatto è inserito in un passaggio sul riconoscimento del danno da morte di congiunti. I giudici chiariscono però che nel caso in questione "il danno parentale interessa un societas stabilizzata con vincolo matrimoniale e discendenza legittima, onde i referenti costituzionali sono certi".

    repubblica.it

  2. #2
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    Se dovessi dire che ho capito in cosa consiste la novità, mentirei spudoratamente.

  3. #3
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    Fino ad ora i "cosiddetti "nuovi parenti" non avevano il diritto al risarcimento in caso di perdita del proprio caro. Solamente i legami familiari erano riconosciuti per il diritto al risarcimento.
    Ma i giudici riconoscono innanzitutto l'esistenza di un "movimento per l'estensione della tutela civile ai Pacs (Patti civili di solidarietà ovvero stabili convivenze di fatto)". La conseguenza di questo riconoscimento "conduce all'estensione della solidarietà umana anche a situazioni di vita in comune.

    Tuttavia è ancora molto poco...

  4. #4
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    Vediamo se ho capito, c'è di mezzo una polizza vita di un minore che prevedeva un indennizzo a favore degli "eredi legittimi" o qualcosa del genere, ma al momento buono la Compagnia Assicuratrice si era rifiutata di considerare come secondo genitore il o la convivente dell'unico genitore "tradizionale".
    La sentenza della Cassazione avrebbe disposto l'applicazione del risarcimento.
    E' così?
    Continuo a non capire, il caso morte non prevede solitamente un risarcimento che viene diviso fra gli eredi e non un risarcimento a ciascun erede?

  5. #5
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    Citazione Originariamente Scritto da LUCIO
    Vediamo se ho capito, c'è di mezzo una polizza vita di un minore che prevedeva un indennizzo a favore degli "eredi legittimi" o qualcosa del genere, ma al momento buono la Compagnia Assicuratrice si era rifiutata di considerare come secondo genitore il o la convivente dell'unico genitore "tradizionale".
    La sentenza della Cassazione avrebbe disposto l'applicazione del risarcimento.
    E' così?
    Continuo a non capire, il caso morte non prevede solitamente un risarcimento che viene diviso fra gli eredi e non un risarcimento a ciascun erede?
    Purtroppo dall'articolo non si comprende bene. Non so.
    L'unica cosa che si evince è che c'è un esplicito riferimento alle coppie di fatto inserito in un passaggio sul riconoscimento del danno da morte di congiunti. E' questo che ha fatto "gridare " all'apertura sui pacs.
    Comunque sono convinto che più che di aprire qui si tratta di socchiudere appena delle porte...

    ciao

  6. #6
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    su repubblica.it hanno aggiornato l'articolo:

    ROMA - La corte di Cassazione apre ai Pacs e sottolinea la necessità di garantire più tutela alle coppie di fatto, anche a quelle costituite da parenti conviventi.

    I giudici della III sezione civile con la sentenza 15760 depositata oggi intervengono nel dibattito sui Patti civili di solidarietà osservando che anche i cosiddetti "nuovi parenti" hanno diritto al risarcimento in caso di perdita del proprio caro e aggiungono che "l'attuale movimento per l'estensione della tutela civile ai Pacs conduce appunto all'estensione della solidarietà umana a situazioni di vita in comune".

    Il riferimento ai Pacs prende spunto da un ricorso, accolto dalla Suprema corte, presentato dai genitori di un ragazzo minorenne deceduto nel 1989 in un incidente in mare: il giovane, mentre si trovava a bordo di un pedalò, fu investito da una moto d'acqua condotta da un altro minorenne.

    I suoi genitori, nonché il fratello, avevano proposto ricorso in Cassazione in relazione alla liquidazione del danno morale stabilita dalla Corte d'appello di Messina. Per i giudici del 'Palazzaccio', "il danno da morte dei congiunti come danno morale interessa la lesione di due beni della vita", l'integrità e la solidarietà familiare, "sia in relazione alla vita matrimoniale che al rapporto parentale tra genitori e figli e tra parenti prossimi conviventi". In questo contesto, l'introduzione dei patti civili di solidarietà permetterebbero l'estensione del danno parentale anche alle stabili convivenze di fatto.

  7. #7
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    Ah però. Ben altra cosa.

  8. #8
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    Nota Stampa. Dell’On. Franco Grillini.

    Cassazione, positiva sentenza a favore delle coppie di fatto.
    Urge legge in Parlamento



    Accogliamo con soddisfazione la sentenza della Corte di Cassazione di oggi che ribadisce, nei fatti e per l’ennesima volta, l’urgenza di una legislazione sui diritti delle coppie di fatto. Nel caso specifico è necessaria per garantire il sacrosanto diritto al risarcimento parentale per le coppie di fatto (omosessuali ed eterosessuali).

    Per una coppia sposata il riconoscimento è “automatico”, al contrario, il convivente superstite deve dimostrare sia l’effettiva convivenza (con un problema di prova e testimoni) sia la dipendenza economica dal partner sia, ancora, l’effettivo danno subito dalla perdita del convivente.

    Già nel 1994 (con la sentenza n. 2988/94) la corte aveva riconosciuto il risarcimento dei danni morali e patrimoniali al convivente (eterosessuale) in caso di uccisione del partner.

    La stessa corte, nel gennaio scorso con sentenza 05.01.2006 n. 109, chiamata a decidere se un detenuto (che prima dell’arresto conviveva con una donna) avesse o meno diritto ad essere ammesso al gratuito patrocinio, ha riconosciuto valenza giuridica alla convivenza, intesa come “relazione interpersonale che presenti carattere di tendenziale stabilità e natura affettiva”, in virtù della “significativa evoluzione sociale” dei costumi.

    Anche la Corte Costituzionale ha ribadito più volte, richiamandosi alle “formazioni sociali” garantite e riconosciute dall’articolo 2 della Costituzione, il valore della famiglia di fatto (ad esempio nella sentenza 166 del 1998) insistendo sull’urgenza i trovare nuovi strumenti di tutela giuridica per le convivenze.

    La giurisprudenza quindi è già intervenuta diverse volte a supplenza dell’attività legislativa e in risposta a problematiche reali ed inderogabili che vivono moltissimi cittadini e che rendono particolarmente urgente l’approvazione di una legislazione sui diritti delle coppie di fatto.

    Ci auguriamo che queste sentenze siano motivo, per tutti coloro che osteggiano, contestano, dileggiano le unioni civili con slogan ideologici che non tengono in considerazione la drammatica realtà che vivono i conviventi italiani, di riflessione.

    On. Franco Grillini, Deputato Ulivo

  9. #9
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    GIUDICE DI PACS

    di Lidia Ravera

    L’Unità, 15-7-2006

    Uno scooter d´acqua uccide un ragazzino al largo di Taormina. Ai genitori viene riconosciuto un danno economico. Un tot di milioni. A pagarli è la famiglia del colpevole. Non c´è accordo sulla somma. Diciassette anni dopo, la diatriba (ma come si fa a monetizzare un dolore così grande?) arriva in Cassazione. A quanto hanno diritto i genitori della vittima? E il fratello? La sentenza 15670 sarebbe una delle tante, invece rimbalza sulle pagine dei giornali.

    Il motivo è una frase, forse non necessaria, ma sicuramente utile, del relatore che allude «all'estensione della tutela civile» e della «solidarietà umana» a «situazioni di vita comune» e parla - finalmente - di «nuovi parenti», cioè di famiglie e coppie non benedette dalla Chiesa né dal matrimonio civile, e coglie l'occasione per ribadire la volontà di adeguare le leggi ad Paese che cambia rapidamente, che è già molto cambiato. I destinatari della sentenza, probabilmente, sono rimasti del tutto indifferenti, a quella considerazione illuminata:la loro è una famiglia «regolare», colpita duramente da una perdita che non potrà mai essere «remunerata». Quelli che si sono sentiti, al contrario, colpiti e affondati, sono i difensori della discriminazione fra i buoni e i cattivi, i conformisti e i trasgressivi, i credenti e i non credenti, quelli che registrano il contratto matrimoniale presso il comune di appartenenza e quelli che scelgono un patto privato, intimo, sentimentale, vuoi per motivi personali vuoi per impedimenti obbiettivi (e parliamo di 550mila coppie, non di quattro pazzarielli). Isabella Bertolini di Forza Italia ha parlato subito di prevaricazione del Parlamento. Riccardo Petrizzi di Alleanza Nazionale ha parlato, ancora una volta, di giudici «ideologici» che non non sanno «limitarsi a fare il loro mestiere», Volontè dell'Udc si è scagliato contro la politicizzazione di «organi che dovrebbero essere preposti solo a funzioni giuridiche».

    A me pare, se posso esprimere un´opinione personale, che sarebbe il caso di ringraziarli, invece, i giudici che si prendono la briga di inserire, in una sentenza, al di là e al di sopra dei tecnicismi della loro professione, un sentimento, un orientamento generale, un nuovo principio. Non stanno «facendo politica», stanno «facendo cultura». E ciò, oltrechè lodevole, è piuttosto urgente. È urgente adeguare le leggi alle mutate condizioni di vita dei cittadini. Se a una di quelle 550mila coppie «irregolari» dovessero ammazzare un figlio, siamo contenti di sapere che verrà loro riconosciuto un danno economico, anche se la loro disperazione che - certamente - non è inferiore se non ti sei sposato e il tuo bambino è nato fuori dal matrimonio, non sarà alleviata. Se una donna resta vedova di un uomo che non è suo marito, siamo contenti di sapere che non sarà scacciata dalla casa in cui ha vissuto con lui. È una battaglia culturale, quella per l'omologazione di tutte le forme di convivenza durevole.

    Ed è una battaglia culturale ribadire che davanti alla legge siamo tutti uguali: gli sposati e i conviventi, i ricchi e i poveri, gli uomini e le donne, gli eterosessuali e gli omosessuali. Chiunque non infrange le regole, ha diritto ad essere tutelato dalle regole. Gli unici da discriminare sono i disonesti( ai quali, invece, non si nega neppure un seggio in parlamento). Come tutte le battaglie culturali non sarà facile né breve, ma è bello scoprire che è già incominciata. E non stupisce che a condurla, siano esponenti della società civile, delle professioni, non uomini e donne della politica. Ma anche questo va bene. È normale. Si sa che la politica è più lenta, deve tener conto di mille passaggi obbligati, equilibrii e condizionamenti reciproci. Se, come credo, il personale politico è cambiato, se quelli che abitano le stanze del Palazzo dallo scorso aprile si riveleranno attenti all'ascolto di chi, in prima linea, cerca di mettere in pratica i principi su cui, in campagna elettorale, anche loro si sono espressi positivamente, sarà del tutto naturale l'interazione fra giudici e deputati, medici e ministri, scrittori e assessori, insegnanti e sottosegretari. Nessuno giocherà una partita privata, la politica non sarà potere personale al servizio del privilegio, ma competenza e potere al servizio dei cittadini. Quella di essere «politicizzati» non sarà più una vibrante accusa, ma un complimento, perché «fare politica» non sarà più sinonimo di faziosità, ma di preoccupazione per l'interesse comune, di apprensione per il benessere e la serenità di tutti. Come quella espressa dal relatore della sentenza 15670.

  10. #10
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    PACS, LO SPINTONE OBLIQUO DI UNA STRANA SENTENZA

    di Marina Corradi

    Avvenire, 14-7-2006

    Discusso verdetto della Cassazione

    Una famiglia che ha perduto un figlio in un incidente ricorre in Cassazione: il risarcimento liquidato nei giudizi di primo e secondo grado è, sostengono padre e madre del ragazzo, esiguo. La Corte accoglie il ricorso e rimanda la causa in appello. La sentenza riguarda, per dirla nella lingua dei giudici, "una societas stabilizzata nel vincolo matrimoniale"- vale a dire una coppia sposata. Nella motivazione tuttavia i giudici trovano modo di affermare che "l’attuale movimento per la tutela della estensione della tutela civile dei Pacs porta a riconoscere anche alle coppie di fatto il danno parentale". "In seguito alla estensione della solidarietà umana a situazioni di vita in comune - si spinge a prevedere la terza sezione civile della Corte - prima o poi anche i "nuovi parenti" delle vittime di rimbalzo lamenteranno la perdita del proprio caro".

    Strana sentenza. La solidarietà è una cosa bellissima, nella quale non si può negare che i cattolici siano tradizionalmente in prima fila. E dunque in linea di principio nulla in contrario alla estensione di questa solidarietà anche alle famiglie unite da una convivenza non regolarizzata, quando si tratti di diritti civili o patrimoniali come nella vicenda giunta in Cassazione.

    La questione, però, è un’altra. La Corte, quando esamina sentenze di primo grado e di appello, dovrebbe dare un puro giudizio di legittimità, cioè di verifica della corretta applicazione della legge. Una motivazione che surrettiziamente introduca il tema dei Pacs, cioè di qualcosa che ad oggi non esiste nell’ordinamento giuridico italiano, è in questo senso strabiliante. Cosa può avere a che fare con il "giudizio di legittimità" un istituto che nel nostro diritto non c’è? La legge non si occupa di interpretare le domande sorgenti dalla società, come la politica, né di regolamentarle, come il Parlamento. Non è sociologia, chiamata a descrivere il cambiamento dei comportamenti collettivi. Né, tantomeno, vaticinio sulla futura evoluzione dei costumi, operazione in cui la Cassazione pare arditamente avventurarsi. Quel che era chiesto alla Corte, secondo i suoi compiti, era stabilire se in quella precisa sentenza il codice era stato o no equamente applicato. Ne è venuta fuori una inattesa benedizione dei Pacs, tanto più capziosa in quanto la famiglia interessata era di tipo banalmente "tradizionale".

    È anche così, approfittando con disinvoltura di occasioni estranee, dicendo agilmente da un pulpito autorevole una parola en passant, che si modella il clima culturale di un Paese. "L’ha detto la Cassazione". Peccato che i Pacs, non entrando in alcun codice, con la Cassazione non c’entrino per niente. Naturalmente si sono già levati gli applausi a una magistratura "più avanti della politica". Ma i giudici non dovrebbero essere né più avanti, né più indietro. Dovrebbero applicare la legge - cosa che non sempre gli riesce, e anzi con frequenti sbandamenti, come nei recenti casi delle intercettazioni pubblicate su tutti i giornali, e dei giudizi emessi pubblicamente da magistrati inquirenti sui loro inquisiti. Una magistratura che mostra propensione a far politica, sociologia, e quasi propaganda modernizzatrice dei costumi, esce dai suoi confini costituzionali. Perde di autorevolezza, e accresce la sfiducia in una legge che si vorrebbe - pur sentendosi ormai degli utopisti - al di sopra di ogni parte.

 

 

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