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Discussione: Aborto

  1. #61
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    Citazione Originariamente Scritto da Magius
    Perdonami ma il fatto che il papa sia in fallibile, quando parla ex cathedra, è un dogma morale. Ogni cattolico ha il dovere di sottostare a quanto dice: se il papa domani se ne salta fuori con XYZ, da lì in poi i cattolici devono credere che XYZ sia vero in senso assoluto.
    Ora perchè questo dogma è stato istituito nell'800 ci sembra al momento "atemporale", ma come ogni cosa va vista anche proiettata nel tempo. Mi piacerebbe parlarne nel 2500...
    Piu che dogma morale lo definirei dogma di fede....Cmq non metto in dubbio che si tratti per l'appunto di una questione di fede..Nessuno puo avere prove che tra 500 anni la chiesa non cambi opinione riguardo temi fondamentali....Ciò che intendevo sottolineare è che se ciò avverrà riguardo un dogma dichiarato immutabile la chiesa perderebbe credibilità e andrebbe probabilmente incontro ad un processo di autodistruzione.
    Logicamente per chi crede ciò non potrà mai avvenire in quanto lo Spirito Santo non puo permettere contraddizioni riguardo i dogmi della sua Chiesa,questione di fede....

  2. #62
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    Citazione Originariamente Scritto da Forgive_me
    Nessuno puo avere prove che tra 500 anni la chiesa non cambi opinione riguardo temi fondamentali....
    No mi sono spiegato male. Quello intendevo dire è che fra 500 anni ci sarà qualcuno che si riferisce al dogma sopra citato come dogma immutabile creato nella notte dei tempi

    Ciò che intendevo sottolineare è che se ciò avverrà riguardo un dogma dichiarato immutabile la chiesa perderebbe credibilità e andrebbe probabilmente incontro ad un processo di autodistruzione.
    Questo ok. Però a questo punto i dogmi fondamentali che non verranno mai cambiati non sono così tanti...

  3. #63
    Difendere la Vita!
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    Non vi stancate mai di servire i più poveri dei poveri

    di Madre Teresa di Calcutta

    «L’aborto è il più grande nemico della pace perché se una madre può uccidere il figlio, ciò significa che gli esseri umani hanno perso totalmente il rispetto per la vita e più facilmente possono uccidersi a vicenda».

    [Da http://www.fuocovivo.org/MOVIMENTO/madreteresa.htm]

    Madre Teresa parla ai "suoi" Movimenti per la vita

    Il nostro Movimento pretende di parlare a tutti gli uomini, anche se non sono credenti, poiché Dio ha scritto Il valore della vita nel cuore di ogni uomo. Ma senza la fede in Dio, Creatore e Redentore, è possibile difendere la vita umana?

    Innanzi tutto, coloro che sono impegnati nella difesa del diritto alla vita non possono ottenere nulla se non attraverso la grazia di Dio. Noi abbiamo bisogno della grazia divina non solo per compiere buone azioni, ma persino per esistere. Quindi, siccome coloro che sono impegnati nella difesa dei diritto alla vita hanno bisogno della grazia di Dio per compiere ogni buona azione, non è possibile difendere la vita umana senza la grazia di Dio, Creatore e Redentore, anche se gli stessi non sono ancora credenti. Questa é la ragione per cui noi dobbiamo pregare, soprattutto la Madonna, la Madre della famiglia, per il Movimento per la Vita.

    Ma c’è da considerare anche un altro aspetto. E’ Possibile convincere un ateo che l’aborto è una scelta errata? Se l’ateo crede che non esiste Dio, Creatore e redentore, probabilmente egli crederà anche che dopo la morte diventiamo semplicemente polvere: ciò significa che egli non ascolta il suo istinto morale. Finché qualcuno crederà, illudendosi, che noi siamo solo animali, senza vita al di là di questa vita, non sarà possibile convincerci che uccidere un essere umano non è affatto diverso dall’uccidere a animali. Il motivo per cui è sbagliato uccidere esseri umani innocenti è che questi vengono privati della possibilità di amare e di essere amati per prepararsi alla vita che li attende al di là di questa vita il bambino che viene ucciso con l’aborto viene ucciso allo stato spiritualmente più immaturo.

    L’antiabortista dovrebbe far notare a colui che crede che non esista nulla al di là di questa vita che, se dopo la morte gli esseri umani ritornano semplicemente alla polvere da cui essi sono stati creati la vita umana allora è assurda.

    I membri dei Movimento per la Vita hanno il diritto di limitarsi soltanto a difendere Il diritto alla vita del bambino non nato o dovrebbero anche aiutare gli altri emarginati?

    Lavorare per salvare le vittime di un olocausto vuol dire sempre lavorare per "i più poveri dei poveri“. Persino i più poveri dei poveri che dormono per le strade di Calcutta e vivono con i rifiuti non sono tanto bisognosi quanto il bambino non nato che viene ucciso con l’aborto. Nessuno può arrivare ai più poveri che vivono per le strade di Calcutta ucciderli e, quindi, essere pagato e lodato dalla società per averli uccisi.

    La legge non permette di uccidere i poveri che vivono nelle strade di Calcutta. Ma la legge “permette" di uccidere le vittime di un olocausto e coloro che le uccidono vengono pagati per questo. In tal modo, coloro che uccidevano le vittime dei Nazisti venivano pagati e elogiati per compiere questa azione.

    Coloro che accettano l’aborto devono illudersi pensando che il bambino non nato non è un essere umano o devono sostenere che l’uccisione di un essere umano innocente può essere giustificata. Se essi ingannano loro stessi pensando che il bambino “non nato” non è un essere umano, allora si comportano come i Nazisti che allo stesso modo ingannavano loro stessi pensando che le loro vittime non erano esseri umani. Quindi, se non si considera il bambino non nato come un essere umano, si potranno facilmente non considerare esseri umani il bambino nato deforme e la persona anziana. Molto presto arriveremo a non considerare esseri umani tutti coloro che rappresentano un peso e questa sarà la fine dell’unità e della pace.

    Ed è anche vero che l’aborto è il più grande distruttore della pace in famiglia. Quindi, tutte le nazioni che non si oppongono a questo male quale è l’aborto, troveranno in seno a loro stesse una vita famigliare distrutta ed una nazione distrutta. Inoltre, i paesi che permettono I’aborto non ottengono il numero sufficiente di nascite per una crescita costante della popolazione. La storia dimostrerà che sono sopravvissuti soltanto quei popoli che hanno proibito l’aborto.

    Alcuni movimenti femministi sono stati in gran parte responsabili della legalizzazione dell’aborto. In che direzione si devono muovere i movimenti di liberazione della donna?

    I movimenti femministi dovrebbero insistere su uguali diritti umani delle donne nonché sul diritto di essere diverse come donne. Quando un gruppo, dopo essere stato sfruttato, ritrova la propria libertà, ci sono sempre coloro che pensano che per essere rispettati, devono diventare come gli sfruttatori. Infatti, durante il periodo coloniale, gli "indigeni" pensavano di dover diventare come gli Europei per essere rispettati.

    Oggigiorno, certe donne pensano di dover diventare come gli uomini per essere rispettate. Per competere nel mondo degli uomini, le donne vogliono interrompere la gravidanza ogni qualvolta la responsabilità di doversi prendere cura di un bambino possa impedir loro di competere con gli uomini per un lavoro di alto livello, e così via. Ma proprio come un "indigeno" umilia se stesso cercando di diventare europeo, allo stesso modo una donna umilia se stessa cercando di comportarsi come un uomo.

    Non esiste niente di più degradante per una donna che uccidere il proprio bambino per poter competere con un uomo. In questo modo la donna sostiene realmente che le qualità femminili di maternità ed educazione del bambino, e così via, sono da disprezzare e non sono tanto preziose quanto le qualità maschili. Infatti, le qualità fisiche e spirituali di una donna, non sono meno importanti per l’esistenza della società di quelle di un uomo. Fortunatamente, alcune donne stanno già cominciando a capire l’errore commesso dalle femministe che vogliono essere come gli uomini.

    Nel nostri Centri di Aiuto alla Vita incontriamo molte donne che sono nel dubbio se abortire o no. Ma sempre più frequentemente vengono a trovarci donne che hanno abortito e che ci chiedono conforto. Quale messaggio dovremmo Inviare a queste due categorie di donne?

    Cercate sempre di convincere la donna che sta meditando di avere un aborto, che l’unica soluzione giusta è quella dell’amore. L’aborto porta esclusivamente ulteriore male e sofferenza soprattutto in seno alla famiglia e nel mondo intero. Pregate inoltre con la donna che vuole abortire per farle capire che l’aborto è la soluzione sbagliata poiché il bambino viene inviato alla vita eterna senza aver avuto la possibilità di vivere in questa vita per amare ed essere amato. Spiegate alla donna che ha avuto un aborto, che il destino eterno e del proprio bambino deve essere lasciato nelle mani di Dio, perché noi non sappiamo esattamente cosa accade ai bambini che muoiono, ed in particolar modo ai bambini che muoiono senza aver ricevuto il battesimo. Spiegate, inoltre, alla donna che ha abortito che esistono per lei soltanto due direzioni da prendere.
    La direzione sbagliata che la donna può seguire è quella di illudersi credendo che l’aborto era giustificato poiché, a sua volta, si illude pensando che il bambino ucciso con l’aborto non era da considerare un essere umano. Questo modo di illudersi farà vivere la donna che ha abortito in un mondo di sogni e sarà molto distruttivo per la sua tranquillità di spirito.

    La direzione giusta da seguire è quella di ammettere completamente che l’aborto sia stato una scelta sbagliatissima anche se, in coscienza, la colpa può essere in parte giustificata a causa dell’ignoranza o della mancanza di libertà nel momento in cui la donna abortiva. Dopo aver ammesso che l’aborto è stato un atto sbagliato, la donna dovrebbe ricercare il perdono di Dio nella misura in cui sia andata contro la sua coscienza il giorno in cui ha abortito. Nessuna persona può giudicare la sua coscienza dall’esterno.
    Soltanto Dio può aiutarla ad essere pentita per l’atto compiuto contro la sua coscienza. Nel momento in cui la donna ha ricercato il perdono da parte di Dio, esortatela a distogliere la sua attenzione dal passato per quanto vi è possibile.

    Dio perdona e dimentica...

  4. #64
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    Il kit per abortire prima del pane

    di Marina Corradi

    [Da "Avvenire", 11 gennaio 2002]

    Quando hanno visto arrivare i mezzi targati Unfpa, United nations fund for population activities, i profughi afghani di alcuni campi del Pakistan hanno esultato: finalmente, acqua, cibo, medicine. Ma sia l’agenzia pakistana "Online" sia fonti diplomatiche che gli americani del "Population research institute" riferiscono che i profughi hanno manifestato delusione e anche rabbia, quando si sono trovati fra le mani i kit di primo intervento. Che non contenevano farina o zucchero o antibiotici, ma pillole anticoncezionali e del giorno dopo, preservativi e anche gli "aspiratori" elettrici che servono per effettuare gli aborti.
    Pillola e aborto prima della farina e dell’aspirina. Più che una beffa, un’offesa per i profughi, che infatti hanno buttato via quegli "aiuti" che la religione islamica non accetta. Aspettavano, dopo le bombe, dopo la fuga, un soccorso dai camion siglati "United nations". Si sono visti mettere in mano dei mezzi contro quella fertilità che per l’Islam è dono divino.
    Non è un caso isolato. Questa è la logica del "Field manual on reproductive health in refugee situation" pubblicato tre anni fa dall ’Unfpa e da altre agenzie Onu. In questo documento si legge come "fin dalle primissime fasi di una operazione umanitaria i soccorritori dovrebbero essere in grado di rispondere alla spontanea domanda dei profughi di mezzi contraccettivi, inclusa la contraccezione del giorno dopo". A questo fine il manuale prevede la distribuzione di un "Minimum initial service package", detto Misp, comprendente appunto pillole, condom e Iud. Quanto agli aspiratori, a pagina 60 del documento vengono definiti "strumenti per lo svuotamento uterino in caso di aborto incompleto".
    Su come poi effettivamente vengano utilizzati, si può decidere a chi credere: se all’Unfpa, che afferma che gli interventi si verificano solo se richiesti dalle donne, o se ai rappresentanti dei profughi, che parlano invece di aborti "suggeriti" e fatti anche senza un vero consenso.
    Comunque sia, non cambia la logica ispiratrice di questa agenzia che opera sotto le insegne dell’Onu ( e quando diciamo Onu, istintivamente pensiamo al consorzio delle buone volontà del mondo, alla civiltà che si muove, al soccorso di chi, dopo la tragedia, comincia a ricostruire). Invece, per prime, arrivano le attrezzature per l’aborto. Perchè, certo, in una logica occidentale è follia avere un figlio in un campo profughi: la prima cosa da fare è impedirgli di arrivare, o, se si è ancora in tempo, eliminarlo. Per il bene, naturalmente, della donna. Per il bene di un popolo, che deve imparare a vivere: secondo le regole dell’Occidente. E quindi corre a chiedere "spontaneamente", prima del pane, i preservativi.
    E’ soccorso questo, o colonizzazione? Nei campi del Pakistan gli ultimi, i miserabili, forti però della loro fede, sono insorti. Altre popolazioni in passato erano state più mansuete, si sono docilmente fatte omologare. Questi, forse no. E invece troveranno un’occasione ulteriore per odiare quell’Occidente corrotto e inaffidabile quale proprio Benladen aveva dipinto e condannato. Possibile che all’Onu non ci sia nessuno in grado di tracciare una vera, realistica strategia di cooperazione capace di tener conto della cultura dei popoli? Chi può sperare in un dialogo progressivo delle civiltà se alla prima occasione si tenta invece di violentare una parte, surriscaldandone le prevenzioni?

  5. #65
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    Io "laico" dico no all’aborto

    di Roberto Beretta

    Parla Antonio Baldassarre, ex-presidente della Corte Costituzionale, "laico" e di sinistra. Il diritto alla vita è inviolabile, ma in ltalia bisogna giungere ad un maggiore rispetto per la vita, superando i limiti della legge 194. E non solo: anche nella clonazione c’è "qualcosa di satanico e demoniaco".

    [Da "il Timone" n. 15, settembre/ottobre 2001]

    Sei anni fa scatenò il putiferio, quando disse che "la vita comincia dal concepimento, nessuno è mai riuscito a dimostrare il contrario, e non c’è alcuna differenza biologica nelle varie fasi dello sviluppo dell’embrione. Perciò non riesco a vedere fondato nella Costituzione un diritto senza limiti di libertà della donna di abortire; l’aborto non si può considerare un valore costituzionale".

    Lui non era il Papa, bensì Antonio Baldassarre, un magistrato che a 54 anni poteva fregiarsi dell’onore di essere il più giovane presidente della Corte Costituzionale italiana Figurarsi perciò quando osò sostenere - lui, che era (ed è) "laico", anzi di sinistra, nominato alla Consulta su indicazione del Pci - che la legge 194 sull’interruzione di gravidanza era fallita e che era ora di cambiarla... Oggi il professor Antonio Baldassarre insegna diritto costituzionale alla Luiss, ha vinto un premio del Movimento per la Vita e non rinnega nulla di quei giorni.

    Professore, ancora pochi mesi fa qualche politico ha proposto una revisione della legge 194. Lei che ne pensa?

    "Si sono ormai consolidate alcune abitudini nell’opinione pubblica che vanno contro la revisione totale della legge: una buona fetta della popolazione in materia di aborto la pensa in maniera opposta ai difensori del diritto alla vita, tra i quali mi includo Quindi sono convinto che il passaggio dalla 194 a un maggior rispetto del diritto alla vita dev’essere graduale, anche se mi sembra ormai opportuna una considerazione più seria della decisione di abortire, che attualmente è divenuta di fatto una libertà di abortire, perché tutti i filtri previsti dalla 194 in realtà sono saltati".

    Lei ha sempre sostenuto che l’aborto non è e non sarà mai un diritto costituzionale.

    "Non c’è dubbio, e così la Corte Costituzionale ha sempre inquadrato la questione. La Corte ha riconosciuto il diritto alla vita come inviolabile, basato sull’articolo 2 della Costituzione. Ed ha ammesso che si poteva abortire soltanto quando il diritto alla vita del nascituro entrava in conflitto con un serio danno alla salute o un pericolo di vita della madre, quindi solo in casi molto limitati".

    Ma lo scivolamento verso l’aborto come diritto in sé è dovuto secondo lei a un’interpretazione troppo lassista della legge, oppure a un vizio del clima culturale in cui essa è nata e che in realtà già mirava al puro e semplice "diritto di aborto"?

    "All’una cosa e all’altra, e anche a una terza ragione. Innanzitutto c’era sicuramente un clima culturale favorevole alla libertà di abortire, tanto che in altri Paesi e specialmente negli Stati Uniti l’aborto è stato interpretato come un diritto assoluto della donna a disfarsi del feto che ha in grembo; e tutti sanno quanto la cultura americana influenzi quella occidentale. Dall’altro lato c’è stata un’interpretazione della legge in questo senso; nell’attuazione pratica i filtri che pur erano previsti - il certificato medico, l’opera di convinzione dei consultori… - si sono rivelati inefficaci. Ma c’e una terza ragione: il tipo di organizzazione previsto dalla 194 era destinato a fallire, nel senso che si trattava di congegni troppo macchinosi per poter funzionare. La legge era molto ambigua e nelle sue disposizioni già agevolava l’interpretazione che poi di fatto è stata data".

    Lei ritiene che in vent’anni il dima culturale sia così cambiato da far ipotizzare un "revisionismo" sull’aborto?

    "Ci sono segnali ambivalentì e propio per questo c’è bisogno di tempi non brevi, di un cambiamento lento e graduale. Da un lato esiste ancora un costume legato alla società consumista, che porta a svilire la vita - non solo quella del nascituro - come un elemento quasi teatrale: la vita è spettacolo e conta più apparire che essere. Ma d’altra parte esiste anche un’esigenza di ponderazione sui valori che sono legati alle ragioni profonde dell’esistenza, tant’è vero che più di un segnale indica come la società consumistica e i suoi modelli ormai non soddisfano più".

    Quale potrebbe essere allora, secondo lei, il primo passo per un graduale cambiamento?

    "Anzitutto rendere più operativi e più seri i filtri che valutano le candidate all’aborto, per esempio istituendone altri: come un colloquio con uno psicologo, o con altre figure equivalenti".

    Lei si era pronunciato anche contro la legge sulla procreazione assistita, definendola "confusa ed eversiva". In base a quali principi?

    "Ero contrario a una certa formulaziore della legge, oggi mi sembra che la volontà del legislatore abbia preso altre vie più condivisibili. Anche a non valer ricordare infatti che la Costituzione tutela la famiglia legittima e presuppone che essa sia per il neonato il luogo naturale di crescita, bisogna riconoscere che solo se il bimbo si trova in un nucleo sociale stabile può avere uno sviluppo equilibrato e quindi socialmente aperto. La famiglia di fatto non assicura tale stabilità, perché è per definizione una formazione estremamente aleatoria, neppure precisamente riconoscibile dall’esterno.

    Garantire le famiglie di fatto inoltre si presta ad abusi, perché è possibile che concedere la procreazione assistita a queste famiglie permetta l’estensione di tale strumento a coppie omosessuali e a convivenze di pura maniera, ponendo così il bambino a un rischio molto elevato di avere un’educazione socialmente squilibrata".

    Lo dice da giurista oppure appellandosi al diritto naturale?

    "No, è una considerazione che si fa guardando la realtà sociale contemporanea. Negli Usa l’anno scorso sono usciti due studi che individuano la crisi della coesione sociale americana anche nel fatto che il 75% dei bambini non vivono stabilmente nello stesso nucleo familiare e che esiste una percentuale altissima (25%) di raqazze madri. Esperti non certo cattolici e tanto meno clericali individuano dunque il male della società nello scompaginamento della famiglia".

    E della clonazione cosa pensa?

    "Se la procreazione non avviene in modo naturale, magari un po’ aiutata dalla tecnica ma pur sempre naturale, non c’è alcuna sicurezza che i risultati si rapportino poi a qualcosa che possa essere considerato un essere umano a tutti i livelli e non un prodotto mostruoso che dell’uomo ha solo l’immagine. A tutt’oggi non sappiamo se la donazione non possa dar luogo ad effetti perversi, magari nelle generazioni successive. In ogni caso la donazione è anche eticamente riprovevole perché desocializza totalmente il problema della procreazione; anche da un punto di vista "laico", essa si pone fuori dal mantenimento della specie perché rende la generazione un fatto tecnico e individuale. Perciò si può dire che nella donazione ci sia qualcosa di satanico o demoniaco".

    EVANGELIUM VITAE

    "Alla radice di ogni violenza contro il prossimo c’è un cedimento alla "logica" del maligno, cioè di colui che "è stato omicida fin da principio" (Gv 8, 44), come ci ricorda l’apostolo Giovanni: "Poiché questo è il messaggio che avete udito fin da principio: che ci amiamo gli uni gli altri. Non come Caino, che era dal maligno e uccise il suo fratello" (1 Gv 3, 11-12). Così l’uccisione del fratello, fin dagli albori della storia, è la triste testimonianza di come il male progredisca con rapidità impressionante: alla rivolta dell’uomo contro Dio nel paradiso terrestre si accompagna la lotta mortale dell’uomo contro l’uomo" (Giovanni Paolo II, Evangelium vitae, n. 8).

  6. #66
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    Che colpa hanno quegli innocenti?

    di Maurizio Blondet

    Lettera aperta a don Gallo, Genova.

    [Da "Avvenire", 24 novembre 1998]

    Reverendo don Andrea Gallo, le scrivo - premetto - in forma personale, da cristiano qualunque, senza autorità alcuna, da cattolico laico, che vale dunque quanto il due di picche: metto le mani avanti perché e possibile che mi smentiscano personaggi togati, magari con i titoli ecclesiastici a posto. Ho letto quanto lei ha non già "confessato" (come scrivono benevoli alcuni giornali) ma "rivendicato" su tutta la stampa nazionale: di aver cioè aiutato ad abortire almeno quattro giovanissime prostitute albanesi, inviandole da un medico suo amico. Leggo anche la sua giustificazione: i protettori delle prostitute le prendevano a pugni e calci nella pancia per provocare l’aborto. "Dovevo lasciare che a interrompere le gravidanze fossero i papponi albanesi a pugni e calci?", si chiede lei. Apprendo inoltre che lei ha fondato una comunità d’aiuto a barboni, prostitute e tossicomani, dove dispensate "bevande calde, ma anche siringhe e profilattici", perché, lei dice, "un preservativo e l’unico rifugio che in certi casi possiamo offrire." Si metta nei miei panni di cristiano qualunque, e capisca la mia ripugnanza. Non capita spesso di scrivere a un prete che rivendica il merito di quattro delitti, anzi "delitti abominevoli", come la Chiesa definisce gli aborti. E che, alle frettolose orecchie di chi ascolta, rivendica questi peccati e delitti come parte dell’opera di "carità" che svolge tra gli esseri più tragicamente emarginati della società. Come tanti cristiani non troppo aggiornati, vedo ancora nel prete una figura di Cristo. M’immagino che un sacerdote si chieda, nei momenti difficili della vita: che cosa farebbe Gesù al posto mio? E con tutto il rispetto, non vedo Gesù - che pure frequentava prostitute - indirizzarle a medici abortisti, e men che meno offrire all’adultera, come "solo rifugio in certi casi", un preservativo. Mi pare anzi una bestemmia orribile. E mi fa indovinare che la carità che lei esercita, caro don Andrea, non appare come quella di Cristo: e il "bene" come forse lo intendono le Usl, i consultori radicali, certo buonismo assistenziale di Stato, quegli organi (spesso inadempienti) per i quali il compito e salvaguardare la "salute", o il "benessere" dei propri utenti, fino a concedere l’aborto legale è pagato dal pubblico denaro se la salute della madre e in pericolo. Tale è la confusione nel mondo post-cristiano che lei, don Andrea, aderisce senza il minimo dubbio a quest’idea del "bene", come certi "operatori" dipendenti da quegli enti burocratici. Ma lei non ha giurato fedeltà a questi enti, don Andrea. Lei ha nelle mani il potere sacramentale perché l’ha giurata a Cristo, per il quale il bene non e la "salute" ma la salvezza eterna. Il bene di Cristo è più duro, severo, radicale e paradossale del suo, e delle burocrazie di cui lei condivide non so quanto i fini, don Andrea; il bene di Cristo non è contro la sofferenza, ma contro il peccato, non per questa vita ad ogni costo ma contro la morte spirituale. Io non so cosa avrebbe fatto Cristo al suo posto, davanti a una richiesta d’aiuto di una povera ragazza albanese che il suo protettore prende a pugni e calci per farla abortire. Ma son sicuro che la vita di quella prostituta - nel suo infinito valore - non varrebbe a sancire la soppressione, come uno zero, di quella vita innocente che la disgraziata porta in seno. Glielo devo dire, in forma strettamente personale: le sue parole mi atterriscono, don Andrea. Lei dice: "Dovevo aspettare che a interrompere la gravidanza fossero i papponi a calci e a pugni?". Non so se lei invochi qui lo stato di necessita che anche secondo la Chiesa, secondo la dura idea del bene che ha la Chiesa, potrebbe in certe situazioni giustificare l’omicidio: ammesso per salvare la propria vita o quella di un innocente. Ma qui e l’innocente che lei ha incoraggiato ad uccidere. Per paradosso sarebbe stato più comprensibile, don Andrea, se avesse giustificato l’ammazzamento del magnaccia che prende a pugni e calci la sua donna, e poi avesse affrontato il giudizio dei tribunali umani. Invece e stata soppressa la sola vita innocente nella tragedia in cui lei s’impanca a "far del bene", e senza rischiare nulla: anzi col beneplacito della legge e della mentalità corrente. Si vesta dei miei panni di cristiano due-di-picche: uno dei tanti che la Chiesa mette in guardia, pubblicamente e nei confessionali, dal peccato abominevole dell’aborto e dal preservativo, come lesione alla vita e provi a capire. Chiedo troppo? Chiedo scusa per la lunghezza!

  7. #67
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    PONTIFICIO CONSIGLIO PER LA FAMIGLIA

    RIFLESSIONE DEL CARD. ALFONSO LÓPEZ TRUJILLO


    "Partial-birth abortion":
    da un crimine disumano all'umanizzazione



    Il termine partial-birth abortion, o aborto con nascita parziale, designa una tecnica di aborto utilizzata negli ultimi mesi di gravidanza, durante la quale viene praticato un parto intravaginale parziale del feto vivente, seguito da un'aspirazione del contenuto cerebrale prima di completare il parto. Questa tecnica ha potuto essere legalmente utilizzata negli Stati Uniti dopo la decisione dell'Alta Corte Federale di Giustizia Roe vs. Wade del 1973, che ha autorizzato i diversi Stati ad assumere disposizioni che consentono gli aborti provocati.

    La ragion d'essere dello sviluppo di questo metodo è di ordine legale: avendo la Corte Suprema degli Stati Uniti deliberato che il termine "persona", così come viene usato nel 14° emendamento della Costituzione, non si applica al bambino non nato, se n'è dedotta la possibilità di porre un termine alla vita di questo bambino senza incorrere in azioni giudiziarie, e questo fino al momento del parto. Per contro, le leggi dei diversi Stati precisano tutte che, nel corso del parto, quando un bambino è uscito completamente dall'utero materno, e quando manifesta anche solo il più piccolo segno di vita, egli è ormai persona di fronte alla legge, così che privarlo deliberatamente della vita sarebbe un omicidio sul piano legale. Per contro, è legalmente possibile togliere la vita a questo bambino, nel corso del parto, a condizione che sia ancora parzialmente nell'utero.

    Secondo i suoi promotori, si tratta di un gesto rapido, potendo essere praticato senza degenza ospedaliera, sotto anestesia locale. L'intervento è preceduto da una preparazione di tre giorni, con dilatazione meccanica del collo uterino. L'operazione si svolge in cinque fasi: in un primo tempo, guidato da ultrasuoni, l'operatore, dopo l'eventuale capovolgimento, se necessario, della posizione del feto nell'utero, afferra i suoi piedi con una pinza. Con una trazione, porta allora le gambe del feto fuori dell'utero e provoca il parto, estraendo la totalità del corpo del bambino, tranne la testa.

    Chi pratica l'aborto esegue allora un'incisione alla base del cranio del bambino, attraverso la quale fa passare la punta di un paio di forbici per perforare la scatola cranica. Introduce nell'orifizio così predisposto l'estremità di un fine tubo evacuativo, attraverso il quale viene aspirato il cervello e il contenuto della scatola cranica del bambino. A questo punto, per portare a termine l'aborto, più non resta che estrarre la testa ridotta di volume.

    A quanto pare, tale tecnica sembra abbia iniziato ad essere utilizzata fin dal 1979, come alternativa alla tecnica più abituale per gli aborti tardivi (che consisteva nell'iniettare nel feto una droga letale, quindi nell'estrarlo, smembrandolo) (1). Un progetto di legislazione, che mirava a vietare il partial-birth abortion, è stato presentato il 14 giugno 1995 alla Camera dei Rappresentanti del Congresso degli Stati Uniti (2). Il Presidente Clinton aveva fatto sapere il 28 febbraio la sua opposizione (3). Il progetto di legge è stato, ciononostante, presentato il 5 aprile al Presidente Clinton, che gli ha opposto il suo veto il 10 aprile. Per superare il veto presidenziale, al Congresso era richiesta una maggioranza dei due terzi, il che era allora impossibile. Per giustificare il suo veto, il Presidente Clinton, nel corso di una conferenza stampa, il 10 aprile 1996, ha presentato ai giornalisti quattro testimonianze di persone che erano state sottoposte ad un aborto con nascita parziale. Il 16 aprile 1996, otto Cardinali americani e il Presidente della Conferenza Episcopale hanno scritto al Presidente Clinton per manifestare la loro "costernazione" per il veto da lui opposto al progetto di legge (4). In questa lettera avvertivano il Presidente del rischio di "far varcare al paese un passo di più nell'accettazione dell'infanticidio", e denunciavano una "cultura di morte" che si andava diffondendo, ed accennavano anche alle "recenti decisioni delle due corti federali d'appello che cercano di legalizzare il suicidio assistito". Nella sua risposta, il Presidente Clinton si dichiarava disposto a firmare la legge se fossero stati eccettuati i casi di rischio per la salute della donna, un modo di ridurre praticamente a nulla la portata della legge. In seguito, 27 milioni di lettere-petizioni mandate dai fedeli di tutte le Diocesi degli Stati Uniti si sono accumulate nella posta della Casa Bianca, protestando contro il veto presidenziale.

    Il 20 settembre 1998, il Senato degli Stati Uniti non riuscì in un secondo tentativo di superare il veto presidenziale: 64 senatori votarono per far passare il progetto di legge, ma per annullare il veto presidenziale ne sarebbero stati necessari 3 di più (69 su 100). Tuttavia 24 Stati si erano allora già dotati di una legislazione per vietare localmente la procedura. Nell'ottobre 1999, il progetto di divieto dell'aborto con nascita parziale fu di nuovo presentato alle Camere, ma anche questa volta mancarono due voti. Infine, il 29 giugno 2000, la Corte Suprema degli Stati Uniti, con una decisione di 5 voti contro 4, decretò che il progetto di legge dello Stato del Nebraska, che intendeva vietare la procedura, non era accettabile, e questo rimise in discussione tutte le leggi dello stesso genere accolte anteriormente dai diversi Stati. A seguito di questa decisione, i giudici federali annullarono le leggi che ostavano alla pratica dell'aborto con nascita parziale negli Stati del Michigan, dell'Illinois e del Wisconsin. Nel settembre 2001, toccò all'Ohio vedere la propria legge bloccata da un altro giudice federale.

    Con il cambiamento dell'amministrazione alla Casa Bianca, ci si poteva aspettare presto un capovolgimento della situazione. Di fatto, però, un tale capovolgimento non poteva avverarsi, giacchè il Partito repubblicano si trovava in minoranza al Congresso. Per di più, dopo l'11 settembre, gli uomini politici americani hanno avuto altre preoccupazioni ritenute più urgenti. Però, il numero di aborti con nascita parziale effettuati negli Stati Uniti si è moltiplicato negli ultimi tre anni, passando da 650 nel 1996 a 2.200 nell'anno 2000. Questo rappresenta lo 0,17 % di tutti gli aborti legali provocati.

    Dopo il recente rovesciamento di maggioranza nel Congresso, è stata presentata alla Camera dei Rappresentanti, il 19 giugno 2002, una nuova proposta di legge (H.R. 4965), destinata ad aggirare la decisione della Corte Suprema del 29 giugno 2000, allo scopo di vietarne l'uso. L'House Judiciary Subcommittee ha approvato il progetto l'11 luglio 2002, e la Camera dei Rappresentanti ha votato con 274 voti contro 151, avendo il sostegno di 65 Democratici, il 24 luglio, a favore del "bill". Questa era la quarta volta che la House of Representatives approvava un progetto di legge per vietare la procedura di aborto tardivo. Con il cambiamento del majority leader del Senato, nel novembre 2002, questo progetto di legge è stato presentato al Senato. Il Presidente Bush, in una dichiarazione fatta il 22 gennaio 2003, ha invitato vigorosamente il Congresso a votare la nuova legge, e ha reiterato questo messaggio nel suo State of Union Address il 28 gennaio. Questa volta, il progetto ha passato l'esame del Comitato del Senato, il 31 gennaio. I senatori hanno introdotto il "bill"- divenuto "S.3", nella discussione del Senato giovedì 13 febbraio 2003, e la discussione è iniziata l'11 marzo. Lo stesso giorno, il Presidente Bush ha espresso di nuovo il suo forte sostegno a questa legge. Il Senato degli Stati Uniti, con 64 voti contro 33, ha votato la legge il 13 marzo, ponendo così fine a un dibattito cominciato otto anni prima.

    Questo dibattito ha rivelato in alcuni interventi una estrema povertà antropologica nei confronti dell'embrione umano, nonché atteggiamenti arbitrari e permissivi. Mentre alcuni Stati degli Stati Uniti ammettono l'aborto entro 10 settimane, altri lo ammettono entro 12, e altri ancora entro 13. Si potrebbe dire, insieme a Pascal: "Vérité en deçà des Pyrénées, erreur au-delà"! (Pensées, V, 294). L'estremo confine della possibilità dell'aborto appare, quindi, non già la nascita, ma la nascita completa. L'intera vicenda lascia intuire come le conseguenze del positivismo giuridico conducano, prima o poi, all'inconsistenza dell'arbitrio capriccioso e prepotente, e come prevalgano, sulla sensatezza e la serenità di giudizio, le imposizioni di un potere arbitrario, precluso al riconoscimento, tra i diritti umani fondamentali, di quello che è il principale tra di essi, cioè il diritto alla vita di ogni persona umana. Tale è infatti anche il bambino non nato.

    Malgrado tutto, la verità, seppure zoppicando, avanza. Siamo di fronte ad un momento di lucidità dei legislatori, quando questi capiscono che non è più sopportabile che un crimine di una tale portata e disumanità contro l'umana dignità non susciti la reazione, quindi la sanzione, dell'ordinamento giuridico. In questo senso, non si può non segnalare il diverso atteggiamento, in tutta questa vicenda, dei Presidenti Clinton e Bush.

    La recente votazione del Senato nordamericano non solo rappresenta un evento legislativo di considerevole importanza nella costruzione di una cultura della vita, ma suppone anche l'affermarsi di un nuovo atteggiamento nei legislatori, procedente da un progressivo, lento ma autentico, cambiamento della mentalità tra la gente degli Stati Uniti. Al di là di certi elementi in cui l'atteggiamento del Senato rimane ancora legato al fardello delle recenti politiche (la dichiarazione che la Sentenza Roe vs. Wade è stata "appropriata" e che questa legge non intende essere contro il "diritto" all'aborto o l'eccezione fatta riguardo ad una eventuale liceità giuridica delle pratiche poste in essere in caso di pericolo per la vita della madre), il riconoscimento del fatto che l'aborto con nascita parziale sia una pratica inumana e terribile, che merita appieno la qualificazione di crimine e deve essere punita dalle leggi, risulta molto significativo.

    Precedentemente il sentimento di orrore degli americani nei confronti di questa pratica barbarica, la cui cancellazione è stata iniziata dal Senato degli Stati Uniti giovedì 13 marzo, si imbattè in forti resistenze legali, specialmente nella Supreme Court e, finalmente, per ben due volte, nel veto del Presidente Clinton, che ritenne opportuno accogliere le voci discrepanti. Questa volta invece, il progetto ha la probabilità di varcare la soglia di un ampio consenso tra i legislatori della House of Representatives. È pure nota la chiara e decisa volontà del Presidente Bush di non opporre, questa volta, il veto.

    Gli argomenti recati da ognuna delle parti nelle varie fasi di questo dibattito, sono rimasti più o meno invariati. Il principale argomento addotto nei precedenti tentativi legislativi di opporsi al divieto di questa pratica abortiva, cioè il timore che questa misura finisse per tradursi in un deterioramento dei diritti della donna, non è riuscito ad ottenere, in questa occasione, che scarsi consensi. Sono pochi, infatti, coloro che ancora pensano che i diritti della donna risultino danneggiati, se l'aborto con nascita parziale di bambini di più di 20 settimane e, addirittura, a poche settimane dalla nascita viene bandito dalla legge.

    In questo senso, il progresso della cultura della vita è ovvio. Va crescendo giorno dopo giorno la convinzione che v'è profonda sintonia tra valore della vita e dignità della donna: il diritto alla vita e i diritti della donna non solo non sono incompatibili (com'è invece postulato da un certo femminismo radicale) ma sono, addirittura, in stretto rapporto tra loro. Tanto l'uno quanto gli altri, infatti, sono fondati nella stessa legge naturale. I credenti riconoscono l'origine ultima di questa dinamica naturale dei diritti e dei doveri in Dio.

    La percezione di una sintonia tra diritto alla vita e dignità della donna, che sta alla base della proibizione dell'aborto con nascita parziale, suppone un lento ma reale progresso della percezione dell'esistenza di una legge naturale. Di tale percezione è manifestazione la più acuta sensibilità del diritto alla vita di ogni essere umano: questa sensibilità si situa in un insieme di valori di rispetto verso l'ambiente, verso la natura e in primo luogo verso i diritti umani. Una sensibilità e una convinzione, queste, che devono raggiungere il mondo della politica, dello Stato e delle istituzioni internazionali, nonché quello della società e della cultura.

    Nel suo Discorso del 5 ottobre 1995 all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, a proposito della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo, formulata dopo i disastri della Seconda Guerra Mondiale, il Santo Padre affermava che i diritti umani (il diritto alla vita è fondamento di tutti gli altri) trovano la loro radice nella natura della persona e riflettono le esigenze oggettive ed imprescindibili della legge morale universale: "Ci ricordano anche che non viviamo in un mondo irrazionale o privo di senso, ma che, al contrario vi è una logica morale che illumina l'esistenza umana e rende possibile il dialogo tra gli uomini e tra i popoli. Se vogliamo che un secolo di costrizione lasci spazio a un secolo di persuasione, dobbiamo trovare la strada per discutere, con un linguaggio comprensibile e comune, circa il futuro dell'uomo. La legge morale universale, scritta nel cuore dell'uomo, è quella sorta di "grammatica" che serve al mondo per affrontare questa discussione circa il suo stesso futuro" (5). Come mai è possibile che l'umanità faccia tanta fatica a riconoscere questa "grammatica", così che il divieto di aborto con nascita parziale sia arrivato tanto in ritardo? La persistenza di una modalità così crudele di pena di morte su di un bambino innocente si spiega con la supposizione che il bambino non sia "persona" fino a che la sua nascita non sia completa. Ma tale arbitrarietà e capriccio nell'utilizzo del termine "persona" non rivela forse una vera e propria contraddizione con i postulati più ovvii della "logica morale"?

    Se l'aborto con nascita parziale sarà proibito negli Stati Uniti dalla Camera dei Rappresentanti (come tutto pare indicare), saremo di fronte ad un vero passo in avanti, non solo della cultura della vita, ma anche di una disciplina legale più consona con essa, una disciplina radicata in una più approfondita comprensione delle esigenze della dignità umana, e in una più affinata percezione della profonda sintonia tra diritto alla vita e dignità della donna.



    --------------------------------------------------------------------------------

    1) Essa è stata presentata al pubblico nel 1993 dal Dr. Martin Haskell di Dayton (Ohio).

    2) Questa legislazione, definita Partial Birth Abortion Ban Act (H.R.-1833), proposta dal rappresentante Charles Canady e dal senatore Robert Smith, ha ricevuto l'approvazione delle due Camere, il 3 gennaio 1996.

    3) Il Presidente Clinton ammetteva, in questa lettera, che la procedura ha qualcosa di shockante: The procedure described in H.R.-1833 is very disturbing, and I cannot support its use on an elective basis, where the abortion is being performed for non-health related reasons and there are equally safe medical procedures available. Tuttavia il Presidente aggiunge che vi sono casi rari in cui, su responso medico, la procedura può essere necessaria to save a woman's life or to preserve her health.

    4) In questa lettera si afferma: Dear President Clinton, It is with deep sorrow and dismay that we respond to your April 10 veto of the Partial-Birth Abortion Ban Act. Your veto of this bill is beyond comprehension for those who hold human life sacred. It will ensure the continued use of the most heinous act to kill a tiny infant just seconds from taking his or her first breath outside the womb... Mr. President, your action on this matter takes our nation to a critical turning point in its treatment of helpless human beings inside and outside the womb... It moves our nation one step forward toward acceptance of infanticide. Si rifiutano gli argomenti del Presidente Clinton riguardanti la necessità di permettere la procedura del partial-birth abortion in alcuni casi drammatici: Most partial-birth abortions are done for reasons that are purely elective, specificando che permettere aborti tardivi per "ragioni di salute" significava accettare tutte le richieste di aborti, senza porre nessun limite ad esse.

    5) Giovanni Paolo II, Discorso alla 50ª Assemblea Generale delle Nazioni Unite, 5-10-95, n 3.

  8. #68
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    Paladina dell'aborto fa causa agli Usa per abolire l'aborto

    Silvia Kramar da New York

    "Il Giornale" 17.1.2005


    --------------------------------------------------------------------------------

    Il 22 gennaio del 1973 la Corte suprema americana aveva pronunciato la sentenza a favore una giovane donna incinta. Sostenuta da un nugolo di ambiziosi avvocati, Jane Roe (uno pseudonimo) aveva fatto causa a un giudice texano per legalizzare l'aborto. La sua battaglia era arrivata fino a Washington, e il caso «Roe versus Wade» aveva trasformato la storia sociale e politica americana, legalizzando l'interruzione di gravidanza.

    Trent'anni fa Jane Roe era stata tenuta nascosta ai media, che inutilmente avevano cercato di scoprire chi si nascondesse dietro lo pseudonimo con cui una donna sola aveva osato sfidare le più alte sfere governative. Oggi, invece, uscirà allo scoperto con il suo vero nome: Norma McCorvey. Tornerà alla Corte suprema, ancora seguita da un nugolo di avvocati e dal carosello dei media, per cambiare di nuovo la storia.

    La nuova mozione, «McCorvey versus Hill», adesso vuole far vietare l'aborto, elencandone tutti gli aspetti negativi ignorati trent'anni fa. L'annuncio verrà dato due giorni prima dell'inaugurazione del secondo quadriennio di un 'amministrazione repubblicana che, su questo tema difficile, ha scelto un basso profilo, ma che non potrà ignorare l'appello di questa signora dalle idee ben chiare.

    «Da quell'infelice giorno del 1973, 45 milioni di famiglie americane sono state toccate dall'aborto», ci ha detto Norma McCorvey. «Le conseguenze psicologiche, per le donne, sono sempre devastanti, e poi di questa pratica, in America, ancora si muore», ha proseguito questa donna sulla sessantina dal vivace accento texano, capelli rossissimi e un sorriso da nonna.

    «Oggi sappiamo molto di più sulle interruzioni di gravidanza. Il mondo cambia, cambiamo anche noi e mettiamo fine a questo straziante olocausto nazionale», dichiara. «Io sono cambiata profondamente: ho trovato Dio, che mi ha regalato il dono della fede». Dopo una vita devastata da droghe, alcol e vizi, l'8 agosto del 1995 Norma McCorvey si è fatta battezzare immergendosi in una piscina texana; è diventata anche lei, come milioni di americani, una cristiana rinata. C'erano i fotografi e le televisioni, c' erano i picchetti dei «pro choice» (favorevoli all'autodecisione della madre), che l'hanno definita una traditrice.

    «Ma è ora che si sappia veramente la mia storia», spiega la McCorvey con una nota di sarcasmo. «Sono un personaggio scomodo, lo so, ma lo sono sempre stata». Nel 1973 «Jane Roe» non aveva abortito: mentre la sua avvocatessa, Sarah Weddington, portava avanti la battaglia legale, lei aveva messo al mondo una bimba e l'aveva data in adozione. Simbolo per oltre trent'anni di tutte le speranze femministe, fiore all'occhiello del Partito democratico, regina del movimento «pro choice», aveva cercato di interrompere la maternità, ma alla sua legale serviva una donna gravida. «Se avessi avuto un aborto fuorilegge, come aveva fatto in Messico la mia avvocatessa Sarah, sarebbe tutto finito nel nulla. Avevano bisogno della gravidanza per portare avanti la mozione».

    «Jane Roe» era solo una ragazza spaventata, con un passato difficile. «La nonna si era guadagnata da vivere facendo la prostituta; poi, invecchiando, leggendo i tarocchi. Mia madre era cattolica, il papà era un testimone di Geova che riparava televisori. Io sono una mezzo sangue Cherokee e Cajun, non ho mai finito le scuole medie. Ho vissuto per trent'anni da alcolizzata, fra droga e rapporti omosessuali».

    Ha avuto tre figlie e sono state tutte adottate. «Mentre aspettavo la prima, mio marito mi ha picchiata a sangue, accusandomi di essere incinta di un altro. Poi la mamma me l'ha portata via quando le ho confessato di essere lesbica». La seconda volta, quando si è svegliata in sala operatoria, la neonata era sparita. «E la terza l'infermiera, per sbaglio, ha aperto la porta con in braccio la mia piccola. Quando se ne è accorta ha richiuso di scatto, ma l'avevo già vista. Quella bambina mi aveva spinto a cambiare la storia».

    Quasi per caso: appena aveva scoperto di essere in stato interessante, la McCorvey si era recata a Dallas da un avvocato che si occupava di adozioni, e questi l'aveva messa in contatto con Sarah Weddington, il legale che avrebbe preparato la mozione per la Corte suprema.

    «Credevo che volesse far legalizzare l'aborto nel Texas», ha spiegato la McCorvey. «Invece mi trasformò in "Jane Roe". Una volta inserito il mio nome sulla mozione non ebbe più bisogno di me: Sarah mi promise di rimanermi vicina, di farsi viva quando sarebbe nata la piccola, invece mi abbandonò».

    Scoprì che «Roe vs. Wade» era stato approvato leggendo i giornali. Erano passati anni. «Chiamai Connie, la mia compagna, e le dissi: "Sai, sono io Jane Roe". Scoppiò a ridere ma qualcosa nel mio silenzio la convinse». «Jane Roe» era un personaggio scomodo per il movimento femminista, che ormai aveva preso in mano le redini dell'aborto: «Ero ignorante, bestemmiavo, non mi sapevo vestire, non potevo appartenere al mondo delle giovani laureate di Vassar e di Harvard, che durante una marcia per l'aborto, a Washington, mi tennero nascosta tra la folla. Scandivano il nome di "Jane Roe" ma preferivano restassi nella retroguardia».

    Nel 1989 fu scoperta da un'avvocatessa californiana, Gloria Allred, che la portò a vivere in California e fece di lei una star dei media. «La rete televisiva Nbc girò una miniserie sulla mia storia con l'attrice Holly Hunter. Sarah Weddington ebbe un contratto di consulente, io non vidi un centesimo».

    Passò da un'intervista all'altra: era l'eroina del movimento per la libertà di scelta, e una notte qualcuno cercò di ucciderla. «Mi svegliai di soprassalto mentre qualcuno su un camion crivellava di colpi la casa. Connie e io ci terrorizzammo ma il movimento pro choice aveva ancora bisogno di me». Quando David Souter fu nominato alla Corte suprema venne invitata a parlare accanto ai grossi nomi del movimento femminista: Kate Michelman, Faye Wattleton, Eleanor Smeal. «Fu quest'ultima che, a cena, mi rimproverò di aver messo i gomiti sul tavolo. "Non è da lady", disse. Al che risposi: "Ma non siamo femministe? E ci preoccupiamo di fare le lady?". Il senatore Jeseph Biden mi chiese chi fossi. Risposi che ero Norma McCorvey, cioè Jane Roe. La famosa Jane Roe. "Anche se le altre credono di esserlo, in realtà sono io". Biden rimase a guardarmi con gli occhi spalancati, ma ero stanca di sentirmi dire che il movimento aveva scelto male. Certo non avevo le loro lauree e la loro classe, ma diventai così scomoda che nel 1993 non fui neanche invitata alla Casa Bianca dal presidente Clinton, per i festeggiamenti del ventennale di "Roe vs. Wade"».

    Per anni la McCorvey è vissuta di piccoli espedienti con la compagna, Connie, finché non le fu offerto di aprire una clinica per gli aborti col nome di "Jane Roe". «Accettai, ma era una bugia: in cambio di sei dollari l' ora divenni la segretaria, la tuttofare: prendevo appuntamenti, spiegavo alle clienti che il loro non era un bambino, ma solo "una mestruazione mancata".

    Spesso mentivamo sulla durata della gravidanza perché oltre le dieci settimane le pazienti dovevano pagare il doppio. Poi quando andavo nella cella frigorifera e vedevo i pezzi, le gambe e le teste dei feti conficcati a quattro o cinque in una giara, tornavo a casa e mi ubriacavo».

    Il 31 marzo del 1995 i «pro life» di Operation Rescue affittarono l'ufficio accanto alla clinica di Dallas, e la sua vita diventò un inferno «Marciavano davanti alle mie finestre con slogan come "L'aborto ferma un cuore che batte", "L'aborto è l'olocausto americano", «È un figlio non una scelta": la corazza cominciò a sgretolarsi. Nella clinica c'era un medico, Arnie, che faceva gli interventi a piedi scalzi. Fino al 1997 le nostre cliniche erano meno regolate del laboratorio di un veterinario. Da noi si poteva fumare anche in sala operatoria. Ero io a tenere la mano delle donne. Quando piangevano dicevo solo: "Tesoro, è logico che tu pianga, ti abbiamo dato una potente iniezione di Valium"».

    Facevano aborti anche nel secondo trimestre di gravidanza. Un giorno una ragazza alzò la testa, vide il piedino del bimbo e si mise a urlare. «Dovetti dirle che si sbagliava, ma mentre stava pagando mi puntò gli occhi arrossati in faccia: "Lo sa benissimo cos'ho visto. Mi avevate detto che non era ancora un bimbo". Non ce la facevo più».

    Un giorno un volontario del movimento per la vita le urlò per strada: «Norma, ma hai mai avuto un aborto?». «Entrai in sala operatoria, mi stesi sul lettino, misi le gambe sui cavalletti. Mi immedesimai nelle migliaia di ragazze che vi passavano ogni mese. Scoppiai a piangere. Mi trascinai fino a casa e chiamai il pusher, volevo della coca. "Norma, hai detto che volevi smettere", mi disse. "Non te la vendo più". Feci amicizia coi miei "vicini" del movimento per la vita: erano sereni, dedicati, vivevano per i precetti del cristianesimo».

    C'era una donna, Ronda Mackey, che lavorava per Operation Rescue: erano su fronti opposti ma divennero amiche. Aveva una figlia, Elisabeth, di sette anni. «La invitai a giocare nel mio ufficio, in clinica. Lei mi chiese di andare con loro in chiesa. Durante una Messa caddi in ginocchio e chiesi perdono a Dio per tutto quello che avevo fatto».

    Norma McCorvey adesso tornerà nel carosello dei media per convincere gli americani che l'aborto è omicidio. Visto il momento politico e la grande evangelizzazione di molti Stati, una possibilità esiste. Lei vive solo per quello.

    «Una delle confessioni che devo fare è che nel 1973 ho mentito, dichiarando di essere rimasta incinta dopo essere stata violentata da una banda. Sarah Weddington ci basò buona parte della mozione, sapendo che gli americani sarebbero certo stati a favore dell'interruzione di gravidanza per una donna stuprata. Ma non era vero. Avevo mentito. La legge che ha ucciso milioni di vite era nata da una bugia».

  9. #69
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    Aborto «diritto umano»? L'abbaglio di Amnesty

    di di Eugenia Roccella

    [Da "Avvenire", 1 giugno 2006]

    Sono anni che le organizzazioni internazionali che si occupano di pianificazione delle nascite e controllo demografico spingono per ottenere che l’aborto sia incluso tra i diritti umani fondamentali. Si tratta di agenzie che hanno una distribuzione geografica capillare, come l’Ippf (International Planned Parenthood Federation), su cui convergono enormi flussi di denaro, o che sono fin dall’origine strettamente legati al potere economico, come il Population Council, fondato dal noto finanziere John Rockfeller III e dal presidente della Società Eugenetica Americana Frederick Osborn, allo scopo di far calare le nascite nei Paesi in via di sviluppo. Ma su questa linea si attestano anche organismi direttamente connessi all’Onu, come l’Unfpa, il Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione, che finanzia i piani di controllo demografico nelle singole nazioni. Persino l’Unicef, il cui scopo sarebbe tutelare l’infanzia, sotto la guida di Carol Bellamy si è mossa per molti anni in questa direzione. L’antinatalismo, almeno a partire dagli anni Sessanta, è diventato un elemento costitutivo della formazione culturale di quella potente élite di altissimi funzionari e dirigenti che agisce a livello internazionale, passando da un ente all’altro, per esempio dalla Banca mondiale all’Unfpa.

    Che ci siano enormi pressioni per utilizzare massicciamente l’aborto come strumento privilegiato di controllo demografico lo sappiamo bene. I ricorrenti tentativi di iscriverlo tra i diritti umani finora sono stati arginati, ma la battaglia è sempre aperta. Quello che non avremmo mai immaginato è che un’organizzazione come Amnesty International cedesse a questo tipo di influenze, e avviasse al suo interno – come sta affiorando in questi giorni – una consultazione sull’ipotesi di considerare il divieto di aborto come una violazione dei diritti della persona.

    Amnesty, organismo che tutti conoscono, si è guadagnata la sua attuale credibilità con un’intensa attività di difesa dei diritti umani sul campo, adottando metodi innovativi ed efficaci, che hanno avuto un grande impatto sia politico che mediatico. La pubblicità data ai singoli casi di violazione dei diritti, dando un nome e un volto (ove possibile) alle vittime, insieme all’intervento attivo dell’opinione pubblica, tramite lettere e diverse forme di pressione attuate sui governi, hanno dato ottimi risultati.

    Eppure persino Amnesty, di fronte alla distorsione sempre più grave ed evidente dei cosiddetti "diritti riproduttivi", non ha saputo fare di meglio che tacere. La pianificazione familiare, cioè il controllo delle nascite, viene riconosciuta come diritto umano dalle Nazioni Unite nel ’68. Per raggiungere questo obiettivo si sono mobilitati i movimenti neomalthusiani ed eugenisti. I primi considerano la crescita della popolazione come una diretta minaccia al benessere dell’Occidente, al suo accesso privilegiato alle risorse fondamentali. I secondi spingono per un processo di selezione e miglioramento genetico delle popolazioni, e ritengono che i poveri, i deboli, i malati, i disabili, non debbano riprodursi. Naturalmente le motivazioni addotte pubblicamente sono più caute, ma basta sfogliare un classico come il famoso «The population bomb» (La bomba demigrafica) di Paul Ehrlich per verificare di quale profondo antiumanesimo sia impregnato questo pensiero.

    Quando in Europa e negli Usa il femminismo degli anni Settanta chiede che l’interruzione di gravidanza venga legalizzata, alla vecchia «pianificazione familiare» si sostituisce la dizione «diritti riproduttivi». L’ottica interpretativa è una sola: non bisogna riprodursi. Lo slogan femminista – «maternità come libera scelta» – viene stravolto e utilizzato come schermo ideologico per coprire campagne di controllo demografico spesso feroci, autoritarie, prive di qualunque rispetto nei confronti delle donne e della loro libertà. La Cina, con la ventennale politica del figlio unico, con gli aborti forzati, gli infanticidi, la repressione violenta, è stata la punta dell’iceberg degli orrori perpetrati in nome dei diritti riproduttivi. Ricordiamo che nel 1983 Perez de Cuellar, allora segretario generale delle Nazioni Unite, consegnò al ministro cinese per la popolazione un premio per le politiche demografiche adottate.

    Ma c’è molto di più. Ci sono, prima di tutto, 150 milioni di donne che sono state sterilizzate, spesso senza piena consapevolezza o in cambio di piccoli compensi, che in Paesi molto poveri diventano decisivi. C’è la situazione dell’India dove, nonostante l’interruzione di gravidanza sia legale da decenni, si pratica un quinto di tutti gli aborti a rischio nel mondo. C’è la pillola abortiva, la Ru 486, che costituisce un serio pericolo per le donne dei Paesi in via di sviluppo, e ci sono metodi abortivi ripugnanti e pericolosi che vengono regolarmente sperimentati e persino pubblicati su riviste scientifiche. Cosa pensa Amnesty di tutto questo? Non è il caso di chiedersi se la sterilizzazione si può considerare davvero un "diritto riproduttivo", un gesto di libertà femminile? Come mai tutte le sterilizzazioni avvengono nei Paesi terzi, mentre in Occidente nessuna donna la adotta come metodo contraccettivo, e si prendono cautele persino per la sterilizzazione degli animali? Non è il caso di lanciare una campagna contro le sperimentazioni selvagge (ma perfettamente legali) di metodi abortivi come quelli denunciati da medici di buona volontà alla Commissione diritti umani del Rajasthan, metodi che umiliano le donne e le riducono a carne da macello? Non è il caso di riflettere sulla denuncia, fatta ancora una volta da un medico indiano, in cui si sostiene che la politica di diffusione dell’aborto in India ha fatto salire il numero degli aborti a rischio, che avrebbero ormai superato quelli del periodo pre-legalizzazione? Non è il caso, insomma, di andare oltre i luoghi comuni e di indagare un po’ sulle pratiche comunemente usate dalle grandi agenzie del controllo demografico, invece di dare per scontato che tutelino i diritti delle donne?

    Amnesty però, da un po’ di tempo, sembra subire i condizionamenti del politicamente corretto. E i diritti riproduttivi, si sa, ne fanno integralmente parte. Un’associazione che voglia davvero stare dalla parte dei deboli, degli umiliati e offesi, non può sottrarsi a una certa dose di trasgressione, al rischio di dire cose scandalose e magari impopolari. Non si possono difendere i diritti umani senza suscitare qualche dispiacere, magari anche dentro le Nazioni Unite. Magari anche nel proprio ambiente.

    Il peggio dell’Occidente

    Agenzie umanitarie in crisi di identità. In Inghilterra, ad esempio: poche settimane fa la Camera dei Lord ha congelato la controversa legge che avrebbe legalizzato l’eutanasia. A proporre la contestata norma era stato Lord Joel Joffe, che come parlamentare indipendente aveva proposto nel febbraio del 2003 la «Assisted Dying for the Terminally Ill Bill». Joffe non è un carneade in Gran Bretagna: è stato per sei anni presidente della sezione inglese di Oxfam, notissima Ong attiva in diverse crisi umanitarie sparse nel globo. Nata durante la Seconda guerra mondiale, Oxfam deve il suo nome a quell’Oxford Committee for Famine Relief che si riunì per la prima volta il 5 ottobre 1942 e che oggi si presenta come «un’agenzia che lavora per mettere fine alla povertà in tutto il mondo». Nessun imbarazzo da parte di Lord Joffe nella campagna per legalizzare il suicidio assistito dei malati terminali. Nato nel 1932 in Sudafrica, avvocato, Joffe salì alla ribalta mondiale grazie al processo Rivonia in cui prese le difese di Nelson Mandela. Dal 1982 al 2001 ha fatto parte di Oxfam Inghilterra, di cui è stato presidente dal 1995 al 2001. È poi stato eletto deputato, divenendo il firmatario di una norma per legalizzare l’eutanasia al motto di «dobbiamo trovare una soluzione al dolore insopportabile dei malati per il bene della società».

    Un’ideologia antinatalista

    Il libro «Contro il cristianesimo. L’Onu e l’Unione Europea come nuova ideologia», firmato da Eugenia Roccella e Lucetta Scaraffia (Piemme, pp. 210, euro 11,50), ricostruisce lo sviluppo di quell’ideologia dei diritti umani che ha sostituito il diritto naturale, alla base della Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948. Un’ideologia «umanitarista» che ha due caratteristiche di fondo: un approccio ostile verso le religioni e l’ossessione per il controllo delle nascite. Entrambe vengono dissimulate dietro concetti che sembrano affermare esattamente il contrario. Così ad esempio, in sede Onu il modo migliore per annullare l’influenza delle religioni e limitare la libertà religiosa si è rivelato la creazione di organismi interreligiosi, che hanno l’obiettivo di «sostituire le religioni tradizionali con una religione unica, mondiale, che le comprenda tutte». Anche il controllo delle nascite si presenta in modo accattivante, sotto le sembianze dei «diritti riproduttivi»: apparentemente uno strumento per l’emancipazione delle donne, in realtà lo sviluppo moderno dell’ideologia antinatalista ed eugenetica di cui si è nutrito il femminismo radicale.

  10. #70
    Bibidibobidibù
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    Citazione Originariamente Scritto da albisca
    Mi pare che si possa riassumere, senza ulteriori interventi, che i Cattolici Veri, Romani, Bambini, ecc siano contro ogni forma di eliminazione artificiale della vita umana.

    Gli altri che si definiscono cattolici, ma che sono adulti, intelligenti, furbi, ecc saranno più permissivi.

    Funziona sempre così.

    Io sono un cattolico bambino stupido. Ma fiero di esserlo.
    lo stesso sono io...

 

 
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