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Pieffebi
da
www.paginedidifesa.it
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Israele, la crisi vista da dentro
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Franco Londei, 26 luglio 2006
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Naharyya, nord di Israele, 23 luglio 2006, la sensazione che si prova è quella della guerra reale, non delle solite scaramucce tra Hezbollah e israeliani che vanno avanti da anni ma di un vero e proprio conflitto. I carri armati e i blindati trasportati con gli enormi camion chiudono la strada e il rumore assordante dei motori non ti permette nemmeno di parlare con tono di voce normale, devi urlare. I plotoni di soldati che arrivano uno dietro l’altro si accampano dove possono cercando di trovare zone ombrose dove ripararsi dal sole mentre i loro comandanti vanno al briefing per prendere ordini. Un via vai di incursori dal confine con il Libano dice chiaramente che la guerra ora è là. Ogni tanto si odono raffiche di mitragliatrice pesante mentre l’artiglieria spara sulle colline libanesi a scadenza quasi regolare. Caldo, polvere e odore di carburante fanno il resto.
Sono quasi tutti ragazzini i militari di Gerusalemme (Tel Aviv non è la capitale, una volta per tutte) e nessuno di loro si ricorda certamente dell’invasione del Libano del 1982 denominata Pace in Galilea con la quale l’esercito con la stella di David si spinse fino a Beirut per stanare la Plo (Palestine Liberation Organization), ma oggi la situazione è molto simile e questo i ragazzi israeliani lo sanno benissimo, anzi, se possibile è molto più grave: in gioco c’è la sopravvivenza di Israele e non per modo di dire, solo che al posto della Plo c’è Hezbollah che non è la stessa cosa. Non sono palestinesi, sono arabi sciiti, ben armati da Siria e soprattutto Iran. Il loro obiettivo, chiaro e alla luce del sole, è la cancellazione di Israele, l’annientamento totale di una popolazione e di uno Stato di diritto. Sono dodici mesi che Mahmoud Ahmadinejad, presidente eletto dell’Iran, lo dice ai quattro venti e nel dirlo non scherza di certo.
Fino a oggi il mondo è rimasto a guardare salvo qualche retorica presa di posizione e dichiarazioni di condanna. E’ rimasto a guardare anche il procedere imperterrito nella ricerca dell’arma nucleare da parte di Teheran, anche in questo caso innescando lunghissime procedure burocratiche di condanna che finiranno per essere bloccate con il veto della Cina e presumibilmente della Russia; ha visto le immense forniture di armi e denaro che arrivavano a Hezbollah; ha visto una nazione (il Libano) ostaggio di un gruppo terrorista e di due nazioni (la Siria e l’Iran) che del terrorismo si servono per raggiungere i loro scopi.
In Israele se ne discute di questo e ogni israeliano si chiede perché il mondo rimanga così terribilmente passivo alle minacce dirette dell’Iran, perché nessuno non vada oltre alle canoniche dichiarazioni di condanna. Loro sono abituati alle minacce, ogni israeliano nasce con una pistola puntata alla tempia, Israele è nata con una pistola puntata alla tempia e nonostante questo è riuscita a creare uno Stato di diritto, una democrazia, l’unica in Medio-Oriente. Sono abituati a questo perché dal lontano 1948 quando David Ben-Gurion dichiarava la fondazione dello Stato di Israele hanno dovuto combattere continuamente per difendere il loro diritto all’esistenza.
L’attacco degli Hezbollah dei primi di luglio non è stato un episodio, ma un attacco pianificato e premeditato nella lontana Teheran - questo bisogna avere il coraggio di dirlo - con lo scopo di minare la sicurezza del nord di Israele e di distogliere l’attenzione del mondo dalle vicende nucleari iraniane. Tuttavia nessuno si aspettava questa reazione di Israele, nessuno si aspettava che il Mossad erano mesi che avvertiva di questa eventualità e che l’esercito di Gerusalemme era pronto da tempo e che i piani erano sui tavoli dei generali e dei politici. La reazione è stata quindi decisa e profonda e, checché ne dicano certi politici, assolutamente proporzionata alla minaccia, dove per minaccia si intende la volontà dichiarata dell’annientamento di Israele.
I 35 gradi che ci sono a Naharyya, la polvere, l’odore acre del kerosene, i missili degli Hezbollah che piovono come chicchi di riso a un matrimonio diventano improvvisamente sopportabili. Questa non è una guerra per imporre qualcosa, per esportare democrazia; questa è una guerra per il diritto a esistere. A nessuno di questi ragazzi piace la guerra, vorrebbero essere sulle bellissime spiagge di Israele o in discoteca, invece sono qui, sotto gli alberi ad aspettare l’ordine di attacco. Gallette invece di hamburger, acqua in una borraccia invece di coca cola, ma sanno che è necessario. Loro sono nati con una pistola puntata alla tempia, non vogliono che ai loro figli accada altrettanto. Per loro vogliono solo una vita normale fatta di hamburger e coca cola, discoteche e giornate al mare ma soprattutto il sacrosanto diritto a esistere.
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Shalom