Statuto, botta e risposta dopo il ricorso alla Consulta
Soddu: «Figuraccia del governo».
Lanzillotta: “no alla sovranità, si associa all’indipendenza”
CAGLIARI. Il ministro Lanzillotta difende fino in fondo la scelta sua e del governo Prodi di impugnare la legge sulla Consulta per la riscrittura dello Statuto sardo. Spiega che «sovranità si associa a indipendenza», che «quelle norme mettono in discussione l'indivisibilità dello Stato». Parla di «decisione presa a malincuore», ma accetta di fare da parafulmine alle accuse che piovono sul «governo amico» da tutto il centrosinistra sardo e a quelle che arrivano, più prevedibili, dall'opposizione di centrodestra. Dura anche la reazione di Pietrino Soddu, padre nobile dell'autonomia, che parla di «figuraccia che il governo poteva risparmiarsi». Accusa i ministri del governo Prodi di «allarmismo preventivo», ma non teme una nuova spinta per lo Stato centralista.
Proteste anche dal mondo del sindacato: per il segretario della Cisl. Medde «ora è più necessaria l'apertura di un tavolo delle riforme».
ALFONSO e DITEL alle pagine 2 e 3
BISOGNA ANDARE OLTRE LE PAROLE
di Guido Melis
L'opinione. Il dibattito politico, le ragioni della Sardegna e quelle dello Stato e la nuova concezione dell'autonomia
L'importante e riuscire ad andare oltre le parole
Quando ero un giovane ricercatore universitario Roberto Ruffilli ci spiegava che, dei tre elementi tradizionalmente distintivi dello Stato (popolo, territorio e sovranità), nessuno aveva più un significato univoco e assoluto, tutti erano in debito d'ossigeno. In una delle più convincenti definizioni del termine «sovranità» (la voce scritta nel 1976 per il «Dizionario di politica» da lui stesso curato con Norberto Bobbio e Gianfranco Pasquino) Nicola Matteucci avvertiva già allora che nell'ultima parte del Novecento quel concetto politico-giuridico era ormai entrato in una crisi irreversibile, tanto sul piano teorico che su quello pratico. La decadenza dello Stato di modello ottocentesco, detentore del monopolio della forza e del diritto - spiegava Matteucci -, impediva ormai a questo termine-chiave di dominare la scena come succedeva quando lo Stato aveva per sé tutto il potere: il potere, invece, nelle società contemporanee, era sempre più frammentato localmente e socialmente, sempre più condiviso su scala sovranazionale, sempre meno identificabile in una dimensione territoriale precisa. Ci si potrebbe spingere oggi ben oltre questa illuminante diagnosi: dopo la caduta dei grandi blocchi contrapposti, nei quali la sovranità nazionale era stata per definizione limitata, si impone infatti universalmente un diritto sovrastante i singoli Stati (l'Unione europea con le sue regole e i suoi vincoli ne è un esempio lampante) mentre l'avvento stesso dei grandi mezzi di comunicazione riduce lo spazio mondiale alla dimensione del «cortile di casa».
Insomma la pienezza del potere statuale - come concludeva Matteucci «è ormai al tramonto».
Se la premessa è valida, però, lascia un po' sorpresi la diatriba nata tra il governo centrale e la Sardegna sull'uso, nella legge che istituisce la Consulta statutaria, del termine «sovranità». Il governo, per quel che si capisce, si rifà ad un significato della parola piuttosto datato («la sovranità appartiene al popolo» è una formula della Costituzione del 1948: ma è astratta, e ignora il logorio al quale il termine è stato sottoposto negli ultimi decenni).
Politicamente teme di dare legittimazione a possibili devolution e rotture varie dell'unità nazionale, magari impressionato dalle ultime esternazioni di Roberto Formigoni sulla «Lombardia a statuto specialissimo».
Ma anche il legislatore sardo utilizza il termine nella stessa vecchia accezione, convinto di rivendicare con ciò una autonomia più radicale, non più delegata o concessa dal centro ma primigenia, insita nella stessa nozione di «popolo sardo».
La Corte costituzionale, probabilmente, darà ragione al governo: leggerà la Costituzione nel suo testo autentico, non ci troverà altro che la formula canonica, deciderà - immagino - che la Sardegna ha torto.
In realtà la Sardegna ha torto e ragione insieme. Sta nascendo in questi anni, in Sardegna e altrove nel mondo, una nuova concezione dell'autonomia, la cui elaborazione però è ancora confusa e il cui lessico di base non ha ancora coniato le parole giuste per esprimersi. L'epoca storica dell'autonomia concessa o contrattata è finita per sempre, con la crisi storica dello Stato detentore assoluto della sovranità. Viviamo nella grande rete, ormai. Cioè in una galassia di poteri (nazionali, regionali, locali, sovranazionali, continentali) nella quale ogni soggetto, per piccolo e periferico che sia, può contare su una propria autonomia, derivante dalla sua stessa identità e da questa autolegittimata.
Nella rete tutti sono ugualmente autonomi e però, al tempo stesso, tutti ugualmente connessi con gli altri (appunto come accade su Internet, dove i link rappresentano gli innumerevoli segmenti di un tessuto comunicativo unitario). Si va, che lo si voglia o no, verso forme di governo sempre più condivise, e perciò anche sempre più negoziate, paritarie, plurilaterali.
Insomma, l'epoca dell'autorità che scende dall'alto in forma gerarchica, riconoscendo via via benignamente le autonomie dette «minori» con patti costituzionali più o meno illuminati, è finita per sempre.
Che vale allora parlare ancora di sovranità come se ne parlava nell'Ottocento? Forse bisognerebbe chiedere alla cultura del nuovo autonomismo (se ce ne è una: per ora si razzola molto nel vecchio orticello) di cercare concetti, parole e formule istituzionali nuove. Lo Stato federale americano - scriveva ancora Matteucci nel 1976 - risulta incomprensibile se partiamo dal concetto di sovranità: «Esso è, insieme, una confederazione e una unione o, meglio, una combinazione di entrambe, in base a una ingegneria la quale divide, in un complesso equilibrio, poteri che appartengono alla sovranità fra gli Stati membri e lo Stato federale».
L'esempio calza abbastanza: ci vorrebbe un di più di pragmatismo e di realismo all'anglosassone, la capacità insomma di uno sforzo di elaborazione intellettuale fuori degli schemi: andare oltre la rigida lettera della stessa Costituzione vigente se serve, e immaginare cosa può essere la nuova autonomia in un quadro in profonda e radicale trasformazione come quello che si prospetta su scala non solo locale o nazionale ma planetaria.
Ci vuole cultura, insomma; e idee nuove, e il coraggio di praticarle: ma ne sarà capace, in pochi mesi, la Consulta che va formandosi in questi giorni?
Guido Melis
IL CONFLITTO ISTITUZIONALE
Soddu: «E’ un processo alle intenzioni»
L’ex presidente della Regione: figuraccia del governo che temeva l’indipendentismo
Di Luigi Alfonso
CAGLIARI. «Questa figuraccia il Governo poteva risparmiarsela». Pietrino Soddu non usa mezzi termini, nell'analizzare il preannunciato ricorso del Consiglio dei ministri alla Corte Costituzionale in merito alla legge regionale sulla Consulta. L'ex presidente della Regione è uno strenuo difensore dell'autonomia e della sovranità della Sardegna, pur in un contesto istituzionale che non può prescindere dal panorama italiano ed europeo.
«Questa impugnativa - sottolinea Soddu - è un atto incomprensibile. Non riesco a capire le preoccupazioni del Governo, questo è un processo alle intenzioni. Che cosa temono di questa parola d'indirizzo? Una voglia di indipendentismo? Forse il testo è un po'ambiguo, magari si presta a diverse interpretazioni. Ma la reazione è esagerata: la Consulta che viene istituita proporrà un testo che passerà in Consiglio regionale, poi al Parlamento con la doppia lettura di Camera e Senato, quindi un -nuovo passaggio alla Camera. E allarmismo preventivo, come per la guerra al terrorismo: forse sta facendo scuola la politica americana».
- Tanto baccano per niente, dunque?
«Il Parlamento è il soggetto istituzionale sovrano, la Regio-* ne può fare la sua proposta ma poi occorre una legge costituzionale. Non comprendo i pericoli che intravedono il ministro Lanzillotta e il Governo».
- La sovranità del popolo è garantita anche dalla Costituzione italiana.
«Condivido ciò che hanno detto il presidente della Giunta, Renato Soru, l'ex presidente della Corte Costituzionale, Valerio Onida, e il docente di Diritto costituzionale, Paolo Carrozza: ormai la sovranità è suddivisa. Semmai il problema è il modo di unificarla. Il nuovo Statuto deve darci meno autonomia e più sovranità. 2 uno non ci serve un'autonomia che non ha il potere di decidere sulle cose che ci vengono attribuite. Teoricamente dovremmo essere sovrani in materia di agricoltura, turismo, artigianato e pesca, però non possiamo decidere quasi niente se i provvedimenti non sono coerenza con regolamenti e direttive dell'Ue. Insomma, rischiamo di diventare semplici esecutori. Non vogliamo trasformare l'autonomia in qualcosa di più elevato, ma vogliamo contare nelle decisioni che influiscono sullo sviluppo della Sardegna».
- Vede differenze tra il testo del 1948 e quello che si vuole scrivere oggi?
«Soltanto quelle dettate dai tempi che cambiano. Bisogna aggiornare certi passaggi ed evitare questi conflitti di potere. C'è un'altra impugnativa sulle nomine dei commissari per Comuni e Province commissariati: purtroppo siamo ancora alle prese con i poteri prefettizi, è inconcepibile che si sovrappongano a quello del presidente della Regione. La competenza sugli Enti locali è della Regione. Restano irrisolti anche altri temi, come le servitù militari, il territorio, il patrimonio dei beni culturali, il demanio marittimo».
- In un'intervista alla Nuova Sardegna, il ministro Lanzillotta si diceva aperta al dialogo per riscrivere la tassa sul lusso. Ora invece ha accelerato.«Probabilmente è al rimorchio dei burocrati del ministero, non credo che il provvedimento dell'impugnativa sia stato sollecitato da lei che, peraltro, viene da una cultura più economica che costituzionale. Presumo che abbia seguito le indicazioni dell'Ufficio delle Regioni, fidandosi dei tecnici che negli ultimi anni non si sono rivelati molto autonomisti».
- L'apparato burocratico dello Stato si fa sempre più avanti. La sorprende?
«Più che sorpreso, sono esterrefatto che non sia stata chiarita la questione delle ripartizione delle risorse tra le vecchie Province e le nuove. Ci sono parametri consolidati, in Italia sono sorte nuove Province dappertutto, dunque non è un procedimento inusuale: che sia fatto con un procedimento statale oppure con uno regionale. L'attribuzione delle imposte e i parametri di riequilibrio sono facilmente calcolabili dall'Ufficio delle imposte, senza bisogno di scomodare sottosegretari e ministri. Probabilmente stiamo assistendo alla resistenza delle vecchie Province a cedere una parte
delle loro entrate e, nel contempo, al tentativo delle nuove amministrazioni di avere più risorse dalla Regione. Ma dove trova questi soldi, la Regione, se non ce ne sono? La strada codificata in Italia dice che alle province vengano attribuite le risorse sulla base del numero degli abitanti e della vastità del territorio».
- Il presidente Giacomo Spissu difende il ruolo del Consiglio regionale, a prescindere dal colore di un Governo che tanto amico non si sta rivelando.
«Che cos'altro può fare? H Governo, ignorando il procedimento legislativo che è tutto in mano alla sovranità del Parlamento, ha rimediato una brutta figura. Tanto più che il testo non ha basi giuridiche, non è operativo e neppure una dichiarazione di bandiera: è semplicemente un indirizzo. E Consiglio regionale ha detto alla Consulta di tenere conto del problema della sovranità».
- C'è una nuova spinta centralista dello Stato?
«E un incidente di cultura istituzionale. Fossi nei panni del presidente della Regione, non sarei preoccupato: che la parola ci sia o non ci sia, nella legge istitutiva della Consulta, non cambia proprio nulla. In ogni caso, andrebbe tutto al filtro del Parlamento».
Il CONFLITTO ISTITUZIONALE
“La sovranità si associa a indipendenza”
Il ministro Lanzillotta spiega il no alla Consulta
“D’accordo con me Prodi, Rutelli e Amato”
di Augusto Ditel
CAGLIARI. Fa la parte del magnete, la Lanzillotta. Sa di essere diventata il bersaglio di tutti i fulmini, e non si nasconde. Da ministro per le Regioni, da tutore delle Autonomie Locali, attira su di sè l'ira funesta dei sardi, tutti uniti (non càpita spesso) nel contestare la tendenza centralistica, e anche un po' conservatrice, di uno Stato che l'altro ieri ha portato il governo di Romano Prodi ad affossare, con altrettanti ricorsi alla Corte Costituzionale, due leggi varate dal consiglio regionale a maggioranza di centrosinistra. E' una rabbia bipartisan, quella delle forze politiche.
La CdI approfitta del doppio no alla legge sulla Consulta per la riscrittura dello Statuto, e a quella sul trasferimento di poteri agli enti locali in materia di elezioni e di competenze alle Prefetture, per indirizzare bordate sul governo nazionale, rivelatosi non solo «poco amico di quello regionale», ma soprattutto «affossatore dell'autonomia della Sardegna» Il centrosinistra, però, non è da meno. Renato Soru, che con Linda Lanzillotta ha un ottimo rapporto personale, ha già esternato l'altro ieri, per poi ripetersi ieri, intervenendo ad Abbasanta a una convention degli indipendentisti. Eppoi Antonello Soro, coordinatore nazionale della Margherita (il partito del ministro). Eppoi ancora il presidente dell'assemblea sarda Giacomo Spissu, l'assessore diessino Massimo Dadea.
La persecuzione. Insomma, un coro di no che rischia di far nascere un conflitto istituzionale senza precedenti. «Nessun conflitto . spiega Linda Lanzillotta -, e nessuna mania persecutoria nei confronti di una Regione come la Sardegna, con la quale il rapporto è sempre stato improntato alla massima collaborazione, visti i contatti abbastanza frequenti con il presidente Renato Soru». Il ministro per gli Affari Regionali fa capire che il no alla Consulta non è scaturito dalla sua posizione personale, ma da un'esigenza superiore: quella di evitare che la "sovranità" del popolo sardo, se fosse stata accettata dal governo, diventasse una sorta di anticamera dell'indipendenza.
No di Prodi, Amato, Rutelli.
«Non abbiamo deciso a cuor leggero - aggiunge il ministro -: i miei uffici hanno istruito la pratica e io stessa l'ho esaminata in tutti i suoi aspetti. Sulla mia relazione al Consiglio dei ministri rivela la Lanzillotta - si è sviluppato un dibattito non breve e assai articolato, e la linea seguita è stata convergente. Lo stesso presidente Romano Prodi, il ministro degli Interni Giuliano Amato, lo stesso vicepremier Francesco Rutelli hanno convenuto che nella legge esistevano palesi aspetti dì incostituzionalità. Seppur a malincuore, abbiamo deliberato per il ricorso».
E Letta? Come mai il sottosegretario alla Presidenza, Enrico Letta, si è dissocìato?. «Intanto - chiosa Linda Lanzillotta -, Letta non è un mìnìstro, non fa parte del collegio. Mali, comunque penso l'abbia fatto per motivi di opportunità». E Parisi? Se fosse stato presente, si sarebbe sicuramente opposto. «Parisi non c'era, non ha potuto partecipare. Nella precedente seduta del Consiglio aveva effettivamente sostenuto una tesi diversa, ma allo stesso tempo si era raccomandato perché l'argomento fosse approfondito in maniera particolare».
La sovranità. Lo scoglio; insomma, sta tutto in un sostantivo: la sovranità. Che non può essere riconosciuta a una Regione, anche se questa è a Statuto Speciale. «La nostra Costituzione - argomenta ancora la Lanzillotta - contempla la sovranità del popolo, ma questa sovranità la si può esercitare solo nelle forme e nei limiti imposti dalla stessa Carta costituzionale. Nel caso della legge sarda, esisteva il pericolo che la sovranità del popolo sardo, che ha sì una storia particolare ma che non è diverso dal popolo lombardo, generasse una specie di frazionamento del popolo italiano, mettendo così a repentaglio il concetto di unitarietà e indivisibilità dello Stato. La sovranità infatti si associa all'indipendenza, e noi, come governo, abbiamo il dovere di privilegiare una visione di sistema, e non una visione parziale. Anche in una recente sentenza, la Consulta ha sostenuto questa tesi». Conta poco, per il ministro, che anche l'ex presidente della Corte Costituzionale Valerio Onida abbia contestato la linea seguita dal governo. «Stimo molto Onida, al punto che proprio l’altro ieri l'ho nominato nella commissione parititetica che dovrà lavorare sui rapporti Stato-Regione, ma su questo punto, cioè sul fatto che la legge della Sardegna non minacci l'indivisibilità dello Stato, dissento da lui».
La burocrazia. Il ministro nega che la decisione di cassare la legge sulla Consulta sia stata originata da un'interpretazione errata della burocrazia statale, molto spesso orientata verso il conservatorismo e la visione centralistica dello Stato. «Conosco bene la burocrazia e non ne subisco l'iniziativa. Prima di farla mia, la valuto con molta attenzione».
L'altro ricorso. Se sulla Consulta, la chiusura del governo è totale, la Lanzillotta fa capire che sull'altro ricorso si può trovare un'intesa. «E' stato il ministro Amato - spiega - a chiedere di intervenire su una serie di norme sul trasferimento di funzioni alla Regio ne, anche di quelle che fanno capo allo Stato. E credo l'abbia fatto perché in quel caso è del tutto mancata la concertazione. Se ci fossero dei chiarimenti, quel ricorso potremmo anche ritirarlo, seguendo la stessa strada della legge sulle tasse regionali. R che conferma che non esiste alcun pregiudizio nei confronti della Sardegna, né esiste una volontà di voler punire o mortificare il diritto di legiferare. Anzi, è vero il contrario e mi sembra che il governo l'abbia dimostrato».
Soru non ha chiamato. L'ultima curiosità riguarda Renato Soru. Chissà se il governatore si è fatto vivo con il ministro, considerato che i suoi contatti sono stati numerosi e frequenti. «No - conclude il ministro Linda Lanzillotta - non ci siamo sentiti. Ma il nostro orientamento, gliel'avevo anticipato».
“Quelle norme mettono in discussione l’indivisibilità dello Stato. Sull’altro ricorso si può discutere”
“Nessuna volontà persecutoria nei confronti della Sardegna, è stata una decisione presa a malincuore”
Il governatore Renato Soru ieri al convegno dell'Irs
“Ci piace il federalismo ma non quello leghista”
CAGLIARI. Renato Soru sembra non scomporsi più di tanto di fronte all'ennesimo provvedimento del governo Prodi nei confronti della Regione sarda. Il presidente della Giunta, ieri mattina, ha partecipato ai lavori organizzati dall'Irs a Santa Cristina: nel cuore dell'isola, a due passi da alcuni dei siti nuragici più suggestivi, non a caso scelti da Gavino Sale per parlare dei temi a lui e ai suoi simpatizzanti molto cari. Al dibattito hanno partecipato anche i rappresentanti indipendentisti giunti anche da Corsica, Catalogna, Paesi Baschi e Corsica. E, per la prima volta, anche il presidente della Regione.
«Ciascuno di noi - ha detto Soru - ha le sue esperienze e le difende. Non mi piace parlare di realtà violente come quella, del Montenegro, per esempio. In Sardegna siamo abituati a metodi pacifici, al dialogo e al confronto. In questo apprezzo l'Irs, anche se confesso di non condividere tutto ciò che dice Sale. Questa si chiama democrazia. Tuttavia, siamo il popolo sardo, una nazione che sta consapevolmente e con dignità in Italia e in Europa, delegando dei poteri e pretendendone degli altri».
Soru ha poi sottolineato che «l'Italia ha già rinunciato a certi poteri, per esempio in materia di pesca e agricoltura, delegandoli all'Unione europea di cui facciamo parte. Però questo ricorso è sbagliato: non so se abbiano avuto più paura della parola "sovranità" oppure del riferimento al "Popolo Sardo". Dimenticano che le Regioni a statuto speciale hanno già i poteri con cui si esercita la sovranità».
Il governatore ha poi fatto un esempio a lui molto caro: «Se una legge nazionale consentisse un condono edilizio che, se applicato in Sardegna, danneggiasse il nostro ambiente, io dovrei essere nelle condizioni di dire: no, qui il condono non si applica. Perché la nostra situazione può essere molto diversa rispetto a quella di altre regioni italiane. A giugno ho votato "no" al referendum abrogativo e mi fa piacere riconoscermi in questa Repubblica, però con diversi poteri. La politica delle tasse regionali, per esempio, andava in un senso non pietistico, perché non ci piace chiedere l'elemosina. Lo Stato riconosca alle Regioni in ritardo di sviluppo, cioè a quelle del Mezzogiorno, il principio di solidarietà. Non siamo al federalismo della Lega Nord e neppure a quello della Catalogna, tuttavia rivendichiamo il nostro potere. La Sardegna può stare benissimo in Italia come la Baviera sta in Germania». (l.a.)
Le dure reazioni del mondo politico regionale alla bocciatura della Consulta da parte del governo nazionale
“Autonomia non vuol dire separatismo”
di Luigi Alfonso
CAGLIARI. Numerose le reazioni al provvedimento del Governo sulla legge della Consulta. Il senatore Massimo Fantola (Riformatori) da anni segue gli sviluppi del nuovo Statuto sardo. «La bocciatura della Consulta - commenta - inizia con l'abbandono da parte di Renato Soru di un'idea forte e coraggiosa, com'è quella dell'Assemblea costituente del Popolo sardo: una grande idea attorno alla quale si era unito tutto il Consiglio regionale e si era mobilitata l’intera Sardegna”
«La maggioranza di Centrosinistra - prosegue Fantola proprio nel momento in cui a livello nazionale ricomincia a farsi strada l'idea della Costituente come unico strumento per scrivere la nuova Costituzione repubblicana, ha creduto di risolvere il problema delle riforme scegliendo una scorciatoia, sulla quale il coinvolgimento dei sardi è pari a zero. Il Governo nega principi che sino a ieri sembravano acquisiti. Il gesto immotivato del Governo è grave in sé, quale che sarà la decisione della Corte costituzionale. Non si possono perciò accettare negoziazioni, preludio di umilianti compromessi, e vediamo un'unica possibile risposta: ripartire dall'Assemblea costituente».
«All'articolo 1 del suo statuto - sottolinea Beniamino Scarpa, consigliere regionale del Psd'Az - il Partito Sardo d'Azione si definisce come “la libera associazione di coloro che si propongono attraverso l'azione politica di affermare la Sovranità del Popolo Sardo sul proprio territorio". Un proposito vivo ed attuale, come tutti i valori sardisti, dopo oltre ottant'anni. Il Consiglio regionale ha fatto propri i concetti di "Sovranità" e di "Popolo Sardo", inserendoli in un importante strumento legislativo con consapevolezza e coraggio. L'iniziativa del Governo non deve scoraggiarci. Bisogna invece mantenere la forte carica ideale contenuta nella legge adottata dal Consiglio, ed attuare un'azione politica determinata ed il più possibile condivisa, perché i concetti di "sovranità" e di "Popolo Sardo" restino patrimonio del nostro ordinamento, non siano semplici enunciazioni di principio e siano centrali nella riscrittura del nostro Statuto».
Silvestro Ladu (Fortza Paris) sostiene che «non sorprende più di tanto l'atteggiamento del Governo, dove stanno prevalendo le posizioni della sinistra più radicale, che è sempre stata contro autonomismo e federalismo. Il termine "sovranità" viene considerato alla stessa stregua di indipendentismo e separatismo. Lo Statuto di specialità sarda approvato nel 1948 vedeva le posizioni dei democristiani e dei sardisti come quelle più avanzate, mntr4e rimaneva più diffidente nei confronti dell'autonomismo la posizione della sinistra. Questa Giunta regionale ha cercato lo scontro col governo Berlusconi mentre con questo governo "amico" non sa trattare e sta svendendo quanto è stato fatto in quasi 40 anni di autonomia».
Di altro avviso Stefano Pinna (Progetto Sardegna). Secondo il presidente della Commissione consiliare Autonomia, «il governo non ha bocciato lo strumento della Consulta statutaria e non ha cancellato l'autonomia sarda. Le contestazioni del Governo sono quasi chirurgiche, concentrate solo su alcune formulazioni, ma non mettono affatto in discussione il diritto della società sarda di dotarsi di una Consulta come strumento di partecipazione democratica per la costruzione di un nuovo Statuto di autonomia speciale. L'idea di sovranità regionale, al centro delle contestazioni di Roma, non è alternativa a quella nazionale sancita dalla Costituzione. Questo ricorso non ci turba più di tanto».
Anche dal sindacato si leva-no le proteste. Per il segretario generale. della Cisl sarda, Mario Medde, «è urgente contrastare l'atteggiamento del Governo ricercando, da parte della maggioranza e della Giunta, il più ampio consenso politico e sociale. A questo punto diventa sempre più necessaria l'apertura di un Tavolo sulle riforme della Sardegna».