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  1. #11
    Sardista po s'Indipendentzia
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    Predefinito "LA NUOVA", 30 luglio 2006

    Statuto, botta e risposta dopo il ricorso alla Consulta
    Soddu: «Figuraccia del governo».
    Lanzillotta: “no alla sovranità, si associa all’indipendenza

    CAGLIARI. Il ministro Lanzillotta difende fino in fondo la scelta sua e del governo Prodi di impugnare la legge sulla Consulta per la riscrittura dello Statuto sardo. Spiega che «sovranità si associa a indipendenza», che «quelle norme mettono in discussione l'indivisibilità dello Stato». Parla di «decisione presa a malincuore», ma accetta di fare da parafulmine alle accuse che piovono sul «governo amico» da tutto il centrosinistra sardo e a quelle che arrivano, più prevedibili, dall'opposizione di centrodestra. Dura anche la reazione di Pietrino Soddu, padre nobile dell'autonomia, che parla di «figuraccia che il governo poteva risparmiarsi». Accusa i ministri del governo Prodi di «allarmismo preventivo», ma non teme una nuova spinta per lo Stato centralista.
    Proteste anche dal mondo del sindacato: per il segretario della Cisl. Medde «ora è più necessaria l'apertura di un tavolo delle riforme».

    ALFONSO e DITEL alle pagine 2 e 3



    BISOGNA ANDARE OLTRE LE PAROLE
    di Guido Melis

    L'opinione. Il dibattito politico, le ragioni della Sardegna e quelle dello Stato e la nuova concezione dell'autonomia
    L'importante e riuscire ad andare oltre le parole

    Quando ero un giovane ricercatore universitario Roberto Ruffilli ci spiegava che, dei tre elementi tradizionalmente distintivi dello Stato (popolo, territorio e sovranità), nessuno aveva più un significato univoco e assoluto, tutti erano in debito d'ossigeno. In una delle più convincenti definizioni del termine «sovranità» (la voce scritta nel 1976 per il «Dizionario di politica» da lui stesso curato con Norberto Bobbio e Gianfranco Pasquino) Nicola Matteucci avvertiva già allora che nell'ultima parte del Novecento quel concetto politico-giuridico era ormai entrato in una crisi irreversibile, tanto sul piano teorico che su quello pratico. La decadenza dello Stato di modello ottocentesco, detentore del monopolio della forza e del diritto - spiegava Matteucci -, impediva ormai a questo termine-chiave di dominare la scena come succedeva quando lo Stato aveva per sé tutto il potere: il potere, invece, nelle società contemporanee, era sempre più frammentato localmente e socialmente, sempre più condiviso su scala sovranazionale, sempre meno identificabile in una dimensione territoriale precisa. Ci si potrebbe spingere oggi ben oltre questa illuminante diagnosi: dopo la caduta dei grandi blocchi contrapposti, nei quali la sovranità nazionale era stata per definizione limitata, si impone infatti universalmente un diritto sovrastante i singoli Stati (l'Unione europea con le sue regole e i suoi vincoli ne è un esempio lampante) mentre l'avvento stesso dei grandi mezzi di comunicazione riduce lo spazio mondiale alla dimensione del «cortile di casa».

    Insomma la pienezza del potere statuale - come concludeva Matteucci «è ormai al tramonto».

    Se la premessa è valida, però, lascia un po' sorpresi la diatriba nata tra il governo centrale e la Sardegna sull'uso, nella legge che istituisce la Consulta statutaria, del termine «sovranità». Il governo, per quel che si capisce, si rifà ad un significato della parola piuttosto datato («la sovranità appartiene al popolo» è una formula della Costituzione del 1948: ma è astratta, e ignora il logorio al quale il termine è stato sottoposto negli ultimi decenni).

    Politicamente teme di dare legittimazione a possibili devolution e rotture varie dell'unità nazionale, magari impressionato dalle ultime esternazioni di Roberto Formigoni sulla «Lombardia a statuto specialissimo».

    Ma anche il legislatore sardo utilizza il termine nella stessa vecchia accezione, convinto di rivendicare con ciò una autonomia più radicale, non più delegata o concessa dal centro ma primigenia, insita nella stessa nozione di «popolo sardo».

    La Corte costituzionale, probabilmente, darà ragione al governo: leggerà la Costituzione nel suo testo autentico, non ci troverà altro che la formula canonica, deciderà - immagino - che la Sardegna ha torto.

    In realtà la Sardegna ha torto e ragione insieme. Sta nascendo in questi anni, in Sardegna e altrove nel mondo, una nuova concezione dell'autonomia, la cui elaborazione però è ancora confusa e il cui lessico di base non ha ancora coniato le parole giuste per esprimersi. L'epoca storica dell'autonomia concessa o contrattata è finita per sempre, con la crisi storica dello Stato detentore assoluto della sovranità. Viviamo nella grande rete, ormai. Cioè in una galassia di poteri (nazionali, regionali, locali, sovranazionali, continentali) nella quale ogni soggetto, per piccolo e periferico che sia, può contare su una propria autonomia, derivante dalla sua stessa identità e da questa autolegittimata.

    Nella rete tutti sono ugualmente autonomi e però, al tempo stesso, tutti ugualmente connessi con gli altri (appunto come accade su Internet, dove i link rappresentano gli innumerevoli segmenti di un tessuto comunicativo unitario). Si va, che lo si voglia o no, verso forme di governo sempre più condivise, e perciò anche sempre più negoziate, paritarie, plurilaterali.

    Insomma, l'epoca dell'autorità che scende dall'alto in forma gerarchica, riconoscendo via via benignamente le autonomie dette «minori» con patti costituzionali più o meno illuminati, è finita per sempre.

    Che vale allora parlare ancora di sovranità come se ne parlava nell'Ottocento? Forse bisognerebbe chiedere alla cultura del nuovo autonomismo (se ce ne è una: per ora si razzola molto nel vecchio orticello) di cercare concetti, parole e formule istituzionali nuove. Lo Stato federale americano - scriveva ancora Matteucci nel 1976 - risulta incomprensibile se partiamo dal concetto di sovranità: «Esso è, insieme, una confederazione e una unione o, meglio, una combinazione di entrambe, in base a una ingegneria la quale divide, in un complesso equilibrio, poteri che appartengono alla sovranità fra gli Stati membri e lo Stato federale».
    L'esempio calza abbastanza: ci vorrebbe un di più di pragmatismo e di realismo all'anglosassone, la capacità insomma di uno sforzo di elaborazione intellettuale fuori degli schemi: andare oltre la rigida lettera della stessa Costituzione vigente se serve, e immaginare cosa può essere la nuova autonomia in un quadro in profonda e radicale trasformazione come quello che si prospetta su scala non solo locale o nazionale ma planetaria.

    Ci vuole cultura, insomma; e idee nuove, e il coraggio di praticarle: ma ne sarà capace, in pochi mesi, la Consulta che va formandosi in questi giorni?
    Guido Melis



    IL CONFLITTO ISTITUZIONALE
    Soddu: «E’ un processo alle intenzioni»

    L’ex presidente della Regione: figuraccia del governo che temeva l’indipendentismo

    Di Luigi Alfonso

    CAGLIARI. «Questa figuraccia il Governo poteva risparmiarsela». Pietrino Soddu non usa mezzi termini, nell'analizzare il preannunciato ricorso del Consiglio dei ministri alla Corte Costituzionale in merito alla legge regionale sulla Consulta. L'ex presidente della Regione è uno strenuo difensore dell'autonomia e della sovranità della Sardegna, pur in un contesto istituzionale che non può prescindere dal panorama italiano ed europeo.

    «Questa impugnativa - sottolinea Soddu - è un atto incomprensibile. Non riesco a capire le preoccupazioni del Governo, questo è un processo alle intenzioni. Che cosa temono di questa parola d'indirizzo? Una voglia di indipendentismo? Forse il testo è un po'ambiguo, magari si presta a diverse interpretazioni. Ma la reazione è esagerata: la Consulta che viene istituita proporrà un testo che passerà in Consiglio regionale, poi al Parlamento con la doppia lettura di Camera e Senato, quindi un -nuovo passaggio alla Camera. E allarmismo preventivo, come per la guerra al terrorismo: forse sta facendo scuola la politica americana».

    - Tanto baccano per niente, dunque?
    «Il Parlamento è il soggetto istituzionale sovrano, la Regio-* ne può fare la sua proposta ma poi occorre una legge costituzionale. Non comprendo i pericoli che intravedono il ministro Lanzillotta e il Governo».

    - La sovranità del popolo è garantita anche dalla Costituzione italiana.
    «Condivido ciò che hanno detto il presidente della Giunta, Renato Soru, l'ex presidente della Corte Costituzionale, Valerio Onida, e il docente di Diritto costituzionale, Paolo Carrozza: ormai la sovranità è suddivisa. Semmai il problema è il modo di unificarla. Il nuovo Statuto deve darci meno autonomia e più sovranità. 2 uno non ci serve un'autonomia che non ha il potere di decidere sulle cose che ci vengono attribuite. Teoricamente dovremmo essere sovrani in materia di agricoltura, turismo, artigianato e pesca, però non possiamo decidere quasi niente se i provvedimenti non sono coerenza con regolamenti e direttive dell'Ue. Insomma, rischiamo di diventare semplici esecutori. Non vogliamo trasformare l'autonomia in qualcosa di più elevato, ma vogliamo contare nelle decisioni che influiscono sullo sviluppo della Sardegna».

    - Vede differenze tra il testo del 1948 e quello che si vuole scrivere oggi?
    «Soltanto quelle dettate dai tempi che cambiano. Bisogna aggiornare certi passaggi ed evitare questi conflitti di potere. C'è un'altra impugnativa sulle nomine dei commissari per Comuni e Province commissariati: purtroppo siamo ancora alle prese con i poteri prefettizi, è inconcepibile che si sovrappongano a quello del presidente della Regione. La competenza sugli Enti locali è della Regione. Restano irrisolti anche altri temi, come le servitù militari, il territorio, il patrimonio dei beni culturali, il demanio marittimo».

    - In un'intervista alla Nuova Sardegna, il ministro Lanzillotta si diceva aperta al dialogo per riscrivere la tassa sul lusso. Ora invece ha accelerato.«Probabilmente è al rimorchio dei burocrati del ministero, non credo che il provvedimento dell'impugnativa sia stato sollecitato da lei che, peraltro, viene da una cultura più economica che costituzionale. Presumo che abbia seguito le indicazioni dell'Ufficio delle Regioni, fidandosi dei tecnici che negli ultimi anni non si sono rivelati molto autonomisti».

    - L'apparato burocratico dello Stato si fa sempre più avanti. La sorprende?
    «Più che sorpreso, sono esterrefatto che non sia stata chiarita la questione delle ripartizione delle risorse tra le vecchie Province e le nuove. Ci sono parametri consolidati, in Italia sono sorte nuove Province dappertutto, dunque non è un procedimento inusuale: che sia fatto con un procedimento statale oppure con uno regionale. L'attribuzione delle imposte e i parametri di riequilibrio sono facilmente calcolabili dall'Ufficio delle imposte, senza bisogno di scomodare sottosegretari e ministri. Probabilmente stiamo assistendo alla resistenza delle vecchie Province a cedere una parte
    delle loro entrate e, nel contempo, al tentativo delle nuove amministrazioni di avere più risorse dalla Regione. Ma dove trova questi soldi, la Regione, se non ce ne sono? La strada codificata in Italia dice che alle province vengano attribuite le risorse sulla base del numero degli abitanti e della vastità del territorio».

    - Il presidente Giacomo Spissu difende il ruolo del Consiglio regionale, a prescindere dal colore di un Governo che tanto amico non si sta rivelando.
    «Che cos'altro può fare? H Governo, ignorando il procedimento legislativo che è tutto in mano alla sovranità del Parlamento, ha rimediato una brutta figura. Tanto più che il testo non ha basi giuridiche, non è operativo e neppure una dichiarazione di bandiera: è semplicemente un indirizzo. E Consiglio regionale ha detto alla Consulta di tenere conto del problema della sovranità».

    - C'è una nuova spinta centralista dello Stato?
    «E un incidente di cultura istituzionale. Fossi nei panni del presidente della Regione, non sarei preoccupato: che la parola ci sia o non ci sia, nella legge istitutiva della Consulta, non cambia proprio nulla. In ogni caso, andrebbe tutto al filtro del Parlamento».




    Il CONFLITTO ISTITUZIONALE
    “La sovranità si associa a indipendenza”
    Il ministro Lanzillotta spiega il no alla Consulta
    “D’accordo con me Prodi, Rutelli e Amato”

    di Augusto Ditel

    CAGLIARI. Fa la parte del magnete, la Lanzillotta. Sa di essere diventata il bersaglio di tutti i fulmini, e non si nasconde. Da ministro per le Regioni, da tutore delle Autonomie Locali, attira su di sè l'ira funesta dei sardi, tutti uniti (non càpita spesso) nel contestare la tendenza centralistica, e anche un po' conservatrice, di uno Stato che l'altro ieri ha portato il governo di Romano Prodi ad affossare, con altrettanti ricorsi alla Corte Costituzionale, due leggi varate dal consiglio regionale a maggioranza di centrosinistra. E' una rabbia bipartisan, quella delle forze politiche.

    La CdI approfitta del doppio no alla legge sulla Consulta per la riscrittura dello Statuto, e a quella sul trasferimento di poteri agli enti locali in materia di elezioni e di competenze alle Prefetture, per indirizzare bordate sul governo nazionale, rivelatosi non solo «poco amico di quello regionale», ma soprattutto «affossatore dell'autonomia della Sardegna» Il centrosinistra, però, non è da meno. Renato Soru, che con Linda Lanzillotta ha un ottimo rapporto personale, ha già esternato l'altro ieri, per poi ripetersi ieri, intervenendo ad Abbasanta a una convention degli indipendentisti. Eppoi Antonello Soro, coordinatore nazionale della Margherita (il partito del ministro). Eppoi ancora il presidente dell'assemblea sarda Giacomo Spissu, l'assessore diessino Massimo Dadea.

    La persecuzione. Insomma, un coro di no che rischia di far nascere un conflitto istituzionale senza precedenti. «Nessun conflitto . spiega Linda Lanzillotta -, e nessuna mania persecutoria nei confronti di una Regione come la Sardegna, con la quale il rapporto è sempre stato improntato alla massima collaborazione, visti i contatti abbastanza frequenti con il presidente Renato Soru». Il ministro per gli Affari Regionali fa capire che il no alla Consulta non è scaturito dalla sua posizione personale, ma da un'esigenza superiore: quella di evitare che la "sovranità" del popolo sardo, se fosse stata accettata dal governo, diventasse una sorta di anticamera dell'indipendenza.

    No di Prodi, Amato, Rutelli.
    «Non abbiamo deciso a cuor leggero - aggiunge il ministro -: i miei uffici hanno istruito la pratica e io stessa l'ho esaminata in tutti i suoi aspetti. Sulla mia relazione al Consiglio dei ministri rivela la Lanzillotta - si è sviluppato un dibattito non breve e assai articolato, e la linea seguita è stata convergente. Lo stesso presidente Romano Prodi, il ministro degli Interni Giuliano Amato, lo stesso vicepremier Francesco Rutelli hanno convenuto che nella legge esistevano palesi aspetti dì incostituzionalità. Seppur a malincuore, abbiamo deliberato per il ricorso».

    E Letta? Come mai il sottosegretario alla Presidenza, Enrico Letta, si è dissocìato?. «Intanto - chiosa Linda Lanzillotta -, Letta non è un mìnìstro, non fa parte del collegio. Mali, comunque penso l'abbia fatto per motivi di opportunità». E Parisi? Se fosse stato presente, si sarebbe sicuramente opposto. «Parisi non c'era, non ha potuto partecipare. Nella precedente seduta del Consiglio aveva effettivamente sostenuto una tesi diversa, ma allo stesso tempo si era raccomandato perché l'argomento fosse approfondito in maniera particolare».

    La sovranità. Lo scoglio; insomma, sta tutto in un sostantivo: la sovranità. Che non può essere riconosciuta a una Regione, anche se questa è a Statuto Speciale. «La nostra Costituzione - argomenta ancora la Lanzillotta - contempla la sovranità del popolo, ma questa sovranità la si può esercitare solo nelle forme e nei limiti imposti dalla stessa Carta costituzionale. Nel caso della legge sarda, esisteva il pericolo che la sovranità del popolo sardo, che ha sì una storia particolare ma che non è diverso dal popolo lombardo, generasse una specie di frazionamento del popolo italiano, mettendo così a repentaglio il concetto di unitarietà e indivisibilità dello Stato. La sovranità infatti si associa all'indipendenza, e noi, come governo, abbiamo il dovere di privilegiare una visione di sistema, e non una visione parziale. Anche in una recente sentenza, la Consulta ha sostenuto questa tesi». Conta poco, per il ministro, che anche l'ex presidente della Corte Costituzionale Valerio Onida abbia contestato la linea seguita dal governo. «Stimo molto Onida, al punto che proprio l’altro ieri l'ho nominato nella commissione parititetica che dovrà lavorare sui rapporti Stato-Regione, ma su questo punto, cioè sul fatto che la legge della Sardegna non minacci l'indivisibilità dello Stato, dissento da lui».

    La burocrazia. Il ministro nega che la decisione di cassare la legge sulla Consulta sia stata originata da un'interpretazione errata della burocrazia statale, molto spesso orientata verso il conservatorismo e la visione centralistica dello Stato. «Conosco bene la burocrazia e non ne subisco l'iniziativa. Prima di farla mia, la valuto con molta attenzione».

    L'altro ricorso. Se sulla Consulta, la chiusura del governo è totale, la Lanzillotta fa capire che sull'altro ricorso si può trovare un'intesa. «E' stato il ministro Amato - spiega - a chiedere di intervenire su una serie di norme sul trasferimento di funzioni alla Regio ne, anche di quelle che fanno capo allo Stato. E credo l'abbia fatto perché in quel caso è del tutto mancata la concertazione. Se ci fossero dei chiarimenti, quel ricorso potremmo anche ritirarlo, seguendo la stessa strada della legge sulle tasse regionali. R che conferma che non esiste alcun pregiudizio nei confronti della Sardegna, né esiste una volontà di voler punire o mortificare il diritto di legiferare. Anzi, è vero il contrario e mi sembra che il governo l'abbia dimostrato».

    Soru non ha chiamato. L'ultima curiosità riguarda Renato Soru. Chissà se il governatore si è fatto vivo con il ministro, considerato che i suoi contatti sono stati numerosi e frequenti. «No - conclude il ministro Linda Lanzillotta - non ci siamo sentiti. Ma il nostro orientamento, gliel'avevo anticipato».


    “Quelle norme mettono in discussione l’indivisibilità dello Stato. Sull’altro ricorso si può discutere”
    “Nessuna volontà persecutoria nei confronti della Sardegna, è stata una decisione presa a malincuore”






    Il governatore Renato Soru ieri al convegno dell'Irs
    “Ci piace il federalismo ma non quello leghista”

    CAGLIARI. Renato Soru sembra non scomporsi più di tanto di fronte all'ennesimo provvedimento del governo Prodi nei confronti della Regione sarda. Il presidente della Giunta, ieri mattina, ha partecipato ai lavori organizzati dall'Irs a Santa Cristina: nel cuore dell'isola, a due passi da alcuni dei siti nuragici più suggestivi, non a caso scelti da Gavino Sale per parlare dei temi a lui e ai suoi simpatizzanti molto cari. Al dibattito hanno partecipato anche i rappresentanti indipendentisti giunti anche da Corsica, Catalogna, Paesi Baschi e Corsica. E, per la prima volta, anche il presidente della Regione.

    «Ciascuno di noi - ha detto Soru - ha le sue esperienze e le difende. Non mi piace parlare di realtà violente come quella, del Montenegro, per esempio. In Sardegna siamo abituati a metodi pacifici, al dialogo e al confronto. In questo apprezzo l'Irs, anche se confesso di non condividere tutto ciò che dice Sale. Questa si chiama democrazia. Tuttavia, siamo il popolo sardo, una nazione che sta consapevolmente e con dignità in Italia e in Europa, delegando dei poteri e pretendendone degli altri».
    Soru ha poi sottolineato che «l'Italia ha già rinunciato a certi poteri, per esempio in materia di pesca e agricoltura, delegandoli all'Unione europea di cui facciamo parte. Però questo ricorso è sbagliato: non so se abbiano avuto più paura della parola "sovranità" oppure del riferimento al "Popolo Sardo". Dimenticano che le Regioni a statuto speciale hanno già i poteri con cui si esercita la sovranità».

    Il governatore ha poi fatto un esempio a lui molto caro: «Se una legge nazionale consentisse un condono edilizio che, se applicato in Sardegna, danneggiasse il nostro ambiente, io dovrei essere nelle condizioni di dire: no, qui il condono non si applica. Perché la nostra situazione può essere molto diversa rispetto a quella di altre regioni italiane. A giugno ho votato "no" al referendum abrogativo e mi fa piacere riconoscermi in questa Repubblica, però con diversi poteri. La politica delle tasse regionali, per esempio, andava in un senso non pietistico, perché non ci piace chiedere l'elemosina. Lo Stato riconosca alle Regioni in ritardo di sviluppo, cioè a quelle del Mezzogiorno, il principio di solidarietà. Non siamo al federalismo della Lega Nord e neppure a quello della Catalogna, tuttavia rivendichiamo il nostro potere. La Sardegna può stare benissimo in Italia come la Baviera sta in Germania». (l.a.)





    Le dure reazioni del mondo politico regionale alla bocciatura della Consulta da parte del governo nazionale
    “Autonomia non vuol dire separatismo”


    di Luigi Alfonso

    CAGLIARI. Numerose le reazioni al provvedimento del Governo sulla legge della Consulta. Il senatore Massimo Fantola (Riformatori) da anni segue gli sviluppi del nuovo Statuto sardo. «La bocciatura della Consulta - commenta - inizia con l'abbandono da parte di Renato Soru di un'idea forte e coraggiosa, com'è quella dell'Assemblea costituente del Popolo sardo: una grande idea attorno alla quale si era unito tutto il Consiglio regionale e si era mobilitata l’intera Sardegna”

    «La maggioranza di Centrosinistra - prosegue Fantola proprio nel momento in cui a livello nazionale ricomincia a farsi strada l'idea della Costituente come unico strumento per scrivere la nuova Costituzione repubblicana, ha creduto di risolvere il problema delle riforme scegliendo una scorciatoia, sulla quale il coinvolgimento dei sardi è pari a zero. Il Governo nega principi che sino a ieri sembravano acquisiti. Il gesto immotivato del Governo è grave in sé, quale che sarà la decisione della Corte costituzionale. Non si possono perciò accettare negoziazioni, preludio di umilianti compromessi, e vediamo un'unica possibile risposta: ripartire dall'Assemblea costituente».

    «All'articolo 1 del suo statuto - sottolinea Beniamino Scarpa, consigliere regionale del Psd'Az - il Partito Sardo d'Azione si definisce come “la libera associazione di coloro che si propongono attraverso l'azione politica di affermare la Sovranità del Popolo Sardo sul proprio territorio". Un proposito vivo ed attuale, come tutti i valori sardisti, dopo oltre ottant'anni. Il Consiglio regionale ha fatto propri i concetti di "Sovranità" e di "Popolo Sardo", inserendoli in un importante strumento legislativo con consapevolezza e coraggio. L'iniziativa del Governo non deve scoraggiarci. Bisogna invece mantenere la forte carica ideale contenuta nella legge adottata dal Consiglio, ed attuare un'azione politica determinata ed il più possibile condivisa, perché i concetti di "sovranità" e di "Popolo Sardo" restino patrimonio del nostro ordinamento, non siano semplici enunciazioni di principio e siano centrali nella riscrittura del nostro Statuto».

    Silvestro Ladu (Fortza Paris) sostiene che «non sorprende più di tanto l'atteggiamento del Governo, dove stanno prevalendo le posizioni della sinistra più radicale, che è sempre stata contro autonomismo e federalismo. Il termine "sovranità" viene considerato alla stessa stregua di indipendentismo e separatismo. Lo Statuto di specialità sarda approvato nel 1948 vedeva le posizioni dei democristiani e dei sardisti come quelle più avanzate, mntr4e rimaneva più diffidente nei confronti dell'autonomismo la posizione della sinistra. Questa Giunta regionale ha cercato lo scontro col governo Berlusconi mentre con questo governo "amico" non sa trattare e sta svendendo quanto è stato fatto in quasi 40 anni di autonomia».

    Di altro avviso Stefano Pinna (Progetto Sardegna). Secondo il presidente della Commissione consiliare Autonomia, «il governo non ha bocciato lo strumento della Consulta statutaria e non ha cancellato l'autonomia sarda. Le contestazioni del Governo sono quasi chirurgiche, concentrate solo su alcune formulazioni, ma non mettono affatto in discussione il diritto della società sarda di dotarsi di una Consulta come strumento di partecipazione democratica per la costruzione di un nuovo Statuto di autonomia speciale. L'idea di sovranità regionale, al centro delle contestazioni di Roma, non è alternativa a quella nazionale sancita dalla Costituzione. Questo ricorso non ci turba più di tanto».

    Anche dal sindacato si leva-no le proteste. Per il segretario generale. della Cisl sarda, Mario Medde, «è urgente contrastare l'atteggiamento del Governo ricercando, da parte della maggioranza e della Giunta, il più ampio consenso politico e sociale. A questo punto diventa sempre più necessaria l'apertura di un Tavolo sulle riforme della Sardegna».

  2. #12
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    Predefinito L’unione Sarda, 30/07/2006

    Intervista al ministro degli Affari regionali Linda Lanzillotta dopo il ricorso
    Il Governo: non esiste il popolo sardo sovrano
    «Ecco perché abbiamo bocciato la legge regionale sulla Consulta»

    Quell'espressione («sovranità del popolo sardo») non poteva proprio passare. Linda Lanzillotta, ministro degli Affari regionali, spiega così il ricorso del Governo contro la legge sulla Consulta statutaria: «La sovranità appartiene all'intero popolo italiano, e le varie istituzioni la esercitano. Non esiste un popolo sardo sovrano». Se la Corte costituzionale darà ragione all'orientamento governativo, la conseguenza sarà chiara: il nuovo Statuto sardo non potrà basarsi sul concetto di sovranità. «Anche Prodi era d'accordo con l'impugnazione», precisa il ministro, «ma sia chiaro: nessuna ostilità verso la Sardegna».



    “Il popolo sardo sovrano non esiste”


    Il ministro Lanzillotta: era inevitabile impugnare la Consulta

    Il ministro degli Affari regionali Lanzillotta avverte: non si potrà fare uno Statuto sardo basato sul concetto di sovranità.

    Nessuna guerra alla Regione, né a Soru: le contestazioni di Linda Lanzillotta alla legge sulla Consulta sono tutte in punta di diritto. All'indomani dell'impugnazione da parte del Consiglio dei ministri, il ministro degli Affari regionali spiega perché l'espressione sovranità del popolo sardo non può passare: «La sovranità è dell'intero popolo italiano. Un popolo sardo sovrano non esiste». Parole che faranno discutere, ma il ministro ci tiene a scacciare l'idea di un suo puntiglio personale. Fa presente, ad esempio, che Romano Prodi era del tutto a favore del ricorso. «Vorrei che fosse chiaro», sintetizza Lanzillotta: «La decisione del Consiglio dei ministri non è indice di alcuna ostilità verso l'Isola».

    Meno male: sembra che il Governo ce l'abbia con la Regione.
    «Assolutamente no, e o dimostrano i fatti. Appena insediato, il Governo ha stabilito un dialogo col presidente Soru, e anzi ha iniziato a disboscare il contenzioso precedente».

    Però ha impugnato le tasse.
    «Vero, ma ci siamo impegnati a trovare, insieme, il modo di raggiungere i medesimi obiettivi nel rispetto dell'ordinamento tributario».

    Il centrosinistra sardo dice: si comportano come Berlusconi.
    «Mi pare un giudizio infondato. stata già avviata l'intesa istituzionale sulle entrate c'è l'impegno a dare risposte fin dalla Finanziaria 2007».

    Può direi in che termini?
    «Se mi chiede una cifra non gliela so dire, dipende dal ministro dell'Economia. Però le (lo un'altra notizia: nel prossimo Consiglio dei ministri si parlerà dei beni demaniali».

    Del loro passaggio alla Regione?
    «Sì: ci occuperemo dell'attuazione della norma dello Statuto sardo, che prevede il trasferimento».

    E intanto impugnate altre leggi.
    «Ripeto, con la Regione c'è cofaborazione, dialogo, amicizia, simpatia. Ma dobbiamo garantire i princìpi costituzionali, senza guardare ai colori politici».

    Era proprio necessario il ricorso contro la Consulta?
    «Sì: non si può rinunciare al principio dell'unità del popolo, titolare della sovranità. Altra cosa è l'esercizio della sovranità, affidato alle diverse istituzioni. Accettare l'idea che il popolo sovrano possa essere spezzettato sarebbe un precedente carico di conseguenze pesanti».

    Allora ha ragione chi dice che vi spaventavano soprattutto le reazioni di Rossi e Formigoni.
    «Diciamo che, se si riconosce un principio, non può essere valido solo per la Sardegna. La Costituzione riconosce, anche alle regioni speciah, l'autonomia: non la sovranità».

    Temete derive separatiste?
    «No, ma non si può sottovalutare la rottura dell'unità del popolo sovrano. Non c'è un popolo sardo, né lombardo, veneto e così via, che possa dichiararsi sovrano e, in quanto tale, dichiararsi indipendente. La legge impugnata non solo utilizza l'espressione sovranità: dà alla Consulta un mandato vincolante a scrivere uno Statuto con quel principio».

    Invece voi dite che si potrà fare uno Statuto di autonomia, non di sovranità come molti sperano.
    «Secondo noi sì: l'autogoverno della Sardegna deve svilupparsi entro i limiti costituzionali».

    E’ vero che il Governo si è diviso?
    «No. Si è discusso a lungo, perché non sono questioni semplici. Poi si è votato all'unanimità».

    Quindi Prodi era d'accordo?
    «Assolutamente. Lui e il ministro dell'Interno Amato sono tra i più convinti nel dire che la Costituzione riconosce l'esercizio diffuso della sovranità, non la sua titolarità».

    Arturo Parisi invece non ci sta.
    «Con lui abbiamo discusso nelle precedenti riunioni: venerdì purtroppo era assente, fin dall'inizio, per altri impegni istituzionali».

    Antonello Soro, coordinatore nazionale della Margherita, definisce H ricorso un grave errore e un modo sbagliato di impostare il rapporto con le regioni.
    «Mi permetto di dissentire. Soro, che per altro riconosce la legittimità dell'impugnazione, esprime un'opinione da parlamentare della Sardegna. Il Governo deve tutelare l'unitarietà dell'ordinamento».

    C'è chi vi accusa di subire il centralismo conservatore della burocrazia ministeriale.
    «Se c'è un'inerzia burocratica per cui nel dubbio si impugna, semmai la contrasto. Noi ci confrontiamo con le regioni, chiediamo chiarimenti».

    Se sulle tasse c'è l'intenzione di correggere insieme la legge;stavolta la risposta della Regione sarà più conflittuale.
    «Dipende dalla diversità della materia. Un conto è limare il meccanismo d'imposta, un altro discutere di princìpi costituzionali fondanti: in questo caso, non c'è molto spazio per compromessi».

    GIUSEPPE MELONI


    IL DIBATTITO

    Una disputa tra illustri costituzionalisti

    Tra chi non condivide la scelta di impugnare la legge sulla Consulta c'è l'autorevolissima voce di Valerio Onida, ex presidente della Corte costituzionale. Il ministro Lanzillotta non condivide il suo parere ma lo rispetta: «La mia stima per il professor Onida dice - è dimostrata dal fatto che appena venerdì l'ho nominato, per conto dello Stato, nella commissione paritetica per l'attuazione dello Statuto sardo». L’altro commissario è Giuseppe Busia, dirigente del Garante per la privacy. Rispetto al fatto che illustri costituzionalisti parlino di "sovranità diffusa", il ministro conclude: «Proprio perché ci sono diverse opinioni, il Governo non poteva far finta di niente. A questo punto si pronuncerà la Corte costituzionale».


    IL CASO

    Autonomia, botta e risposta con Formigoni

    Roberto Formigoni chiede più autonomia per la Lombardia: «Non e una rivalsa sul referendum», spiega il governatore, «chiediamo di poter fare le cose che ci servono e che possiamo fare meglio dello Stato». Il Consiglio regionale lombardo ha votato un ordine del giorno bipartisan che chiede al Parlamento (in riferimento all'articolo 116 della Costituzione) maggiori poteri su salute, istruzione, ambiente, energia, ricerca. Ma il ministro degli Affari regionali Linda Lanzillotta replica: «Prima va migliorato il titolo V della Costituzione, mentre da subito va realizzato il federalismo fiscale». L’articolo 116, spiega il ministro, è «tra le norme più discutibili del titolo V, tanto che nella devolution della Cdl quella norma fu soppressa».



    Le reazioni nell’Isola. Fantola (Riformatori): bisogna fare una scelta più coraggiosa. Atzeri (Psd’Az): l’Assemblea è la giusta risposta.

    E adesso c’è chi rispolvera la Costituente


    Nessuno tocchi la sovranità del popolo sardo. Allo stop arrivato da Roma, la classe politica sarda risponde indignata. Nel gioco delle parti, c'è, chi difende l'operato della giunta e invita Soru ad andare avanti, e chi accusa la maggioranza di aver scelto la strada sbagliata.

    RIFORMATORI. Per il senatore Massimo Fantola e il coordinatore regionale del partito, Michele Cossa, «il gesto immotivato del Governo è grave in sé, quale che sarà la decisione della Corte costituzionale. Non si possono perciò accettare negoziazioni, preludio di umilianti compromessi». La strada scelta da Soru, però, era sbagliata, occorreva insistere «con un'idea forte e coraggiosa come quella dell'Assemblea costituente del Popolo sardo». Ma a maggior ragione, insiste Fantola, «ora è il momento della Costituente». Più caustico Pierpaolo Vargiu: «Nessun sardo si sdegnerà per l'ennesimo schiaffo che il centrosinistra sardo riceve dal centrosinistra nazionale. La Consulta non può accendere in Sardegna né passioni, né speranze, ne senso di appartenenza. E’ un affare tutto interno al Palazzo».

    SARDISTI. Insorgono i rappresentanti del Psd'Az in Consiglio regionale. Per Beniammo Scarpa «il concetto di sovranità del popolo sardo, richiamato anche dallo Statuto del partito, va difeso. Il Consiglio e il presidente Soru devono andare avanti». Rincara la dose Giuseppe Atzeri, ricordando che i sardisti avevano puntato sull'Assemblea costituente, «unico strumento davvero in grado di legittimare la nuova carta costituzionale del popolo sardo». Detto questo, però, “la sovranità diffusa è il nuovo orizzonte, non sarà certo la cultura burocratica del Governo italiano ad arrestare la storia».
    Si rivolge ai partiti del centrosinistra. ai parlamentari sardi e al premier Prodi il segretario provinciale del Psd'Az di Cagliari, Gesuino Muledda: «Quando i partiti di maggioranza diventeranno davvero sardi? Rappresentano il popolo sardo, quindi la sovranità popolare passa attraverso loro»». Ad Antonello Cabras (Ds) e Antonello Soro (Margherita), Muledda chiede se nel futuro partito democratico «ci sarà una componente che prevede la sovranità nel proprio territorio». Terzo quesito per Romano Prodi: «L’Unione approverà mai uno Statuto che parli di sovranità e non di autonomia?».


    IRs. Gongola Gavino Sale, leader di Irs. Perché il Governo ha dato spunti notevoli al dibattito sullo Statuto, promosso ieri dal movimento, durante la Festa Manna. E perché «negando anche solo il termine di sovranità, mostra la paura che si apra il percorso all'indipendenza. Dilata a dismisura il concetto, arrivando alla nostra conclusione: dobbiamo passare da regione autonoma a nazione». Ieri a Paulilatino c'era anche il presidente Soru. Che, racconta Sale «ha fatto un intervento cauto. Non vuole andare contro la Costituzione italiana, è convinto che lo Stato sia buono e il Governo amico».

    COMMENTI. Dal presidente ella commissione consiliare Autonomia, Stefano Pinna (Progetto Sardegna), un invito alla calma: «Questo ricorso non ci turba più di tanto, siamo consapevoli che l'impianto multilivello della nostra Costituzione, anche in materia di sovranità, avrà ragione di un'impugnativa datata e troppo debole perché ideologica». Il capogruppo di Fortza Paris, Silvestro Ladu, accusa: «Nel Governo prevale la sinistra radicale da sempre contraria all'autonomismo e al federalismo. Il termine sovranità è considerato alla stessa stregua di indipendentismo e separatismo». Interviene anche il segretario regionale della Cisl, Mario Medde: «Diventa necessaria l'apertura di un tavolo sulle riforme, l'atteggiamento del Governo va contrastato ricercando il più ampio consenso politico e sociale».

    FRANCESCA ZOCCHEDDU

  3. #13
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    Post Aggiornamento rassegna stampa.

    LA NUOVA, 01/08/06

    L’AUTONOMIA NEGATA
    Legge sulla Consulta, si accende il dibattito sul ricorso del governo
    Palomba: «La sovranità? È limitata»
    Il deputato Idv: «Siamo una nazione, puntiamo a un’autonomia forte»
    di Luigi Alfonso

    CAGLIARI.«Tutta questa vicenda della Consulta mi sa tanto di provincialismo». Federico Palomba, deputato dell’Italia dei Valori, è forse la prima voce controcanto che si leva dalla Sardegna su un tema che sta compattando maggioranza, opposizione e forze sociali. L’ex presidente della Regione argomenta i suoi dubbi.

    «Ci richiudiamo in una difesa un po’ corporativa — sostiene Palomba — dopo che, per anni, la Regione non ha saputo chiedere l’applicazione dell’Intesa Stato-Regione siglata nel 1999. La parola sovranità significa che non c’è nessun altro al di sopra di te. Se ci riferiamo alla sovranità limitata, quella ce l’abbiamo già. Se invece chiediamo qualcosa di più, è logico che il Governo si irrigidisca: la sovranità illimitata non spetta a una Regione, questo lo dice la Costituzione».

    Palomba, a scanso di equivoci, sottolinea che «siamo una nazione, e questo nessuno può disconoscerlo: lo testimoniano lingua, cultura e storia. Ma avremmo dovuto fermarci a un concetto di autonomia forte, perché siamo comunque inseriti in un sistema di regole più ampie». Il deputato di Idv, riferendosi all’intervista rilasciata da Pietrino Soddu alla Nuova nei giorni scorsi, si dice «d’accordo con Soddu, il Governo avrebbe potuto astenersi dal ricorso alla Corte Costituzionale perché Consiglio regionale e Parlamento eserciteranno il dovuto filtro. Ma la situazione è più complessa: credo che il Governo tema non tanto la spinta indipendentista della Sardegna, quanto quella di alcune regioni del nord Italia».

    Eppure, nel testo prodotto dai tre saggi (i costituzionalisti Onida, Carrozza e Pinna) per la presidenza della Giunta regionale, era ben precisato che «la sovranità è un concetto del diritto costituzionale che, negli ultimi decenni, ha subìto profonde modificazioni rispetto alla forte connotazione originaria.
    In particolare, l’accentuata interdipendenza tra i vari ordinamenti statuali, ha generato forme di integrazione tra ordinamenti sovrani». I tre esperti hanno spiegato chiaramente che oggi è assai difficile attribuire significati univoci e pregnanti alla parola “sovranità”.

    Sul tema, ad ogni modo, anche ieri si sono registrati numerosi interventi. A cominciare dal presidente della Provincia di Cagliari, Graziano Milia, che pur essendo espressione del Centrosinistra, non le ha mandate a dire. «La decisione del Consiglio dei ministri — è scritto in una nota a sua firma — è sbagliata nei tempi, nel metodo ed anche anacronistica nella sostanza. Questa è l’ora del coraggio e dell’ambizione, occorre superare l’approccio burocratico frapposto dal Governo e attivare al più presto la Consulta per arrivare rapidamente a definire i contenuti del nuovo Statuto sardo. Forse il Governo confonde il concetto di Stato con quello di Nazione, e forse ha dimenticato i contenuti della riforma del titolo V della Costituzione».

    Per Maria Grazia Caligaris, consigliere regionale dello Sdi-Rnp, «i funzionari governativi hanno dimostrato di non conoscere gli atti del Consiglio regionale. Il 25 settembre 1998, al termine di un ampio ed approfondito dibattito, fu dichiarata solennemente “la sovranità del Popolo Sardo sulla Sardegna, sulle isole adiacenti, sul suo mare territoriale e sulla relativa piattaforma oceanica”.
    In quel contesto politico, culturale e socio-economico, ben lontano dalla modifica del Titolo V della Costituzione, il concetto di sovranità non suscitò reazioni del Governo e delle forze politiche nazionali». Il compagno di partito Mondino Ibba aggiunge: «Il ministro degli Affari regionali si rassereni: noi proseguiremo il cammino verso gli obiettivi che ci siamo dati e con le modalità previste. Ci sarà da combattere? Combatteremo». Nessun riferimento al ricorso alle armi, ovviamente...

    Dopo la Cisl, anche la Cgil sarda prende posizione. «Sarebbe grave se la Consulta non venisse insediata immediatamente, perché dimostrerebbe una condizione di debolezza della Sardegna di fronte al ricorso dello Stato — commenta il segretario generale della Cgil, Giampaolo Diana — Dal confronto emergerà una volontà che certamente non ha l’obiettivo di dividerci, isolarci o separarci dallo Stato italiano, ma di conquistare ulteriori e irrinunciabili spazi di autonomia all’interno dei quali, su materie specifiche, sarà prevista anche l’esclusiva sovranità del legislatore regionale. Probabilmente il titolo della legge
    che ha istituito la Consulta ha generato un equivoco, obbligando il Governo ad impugnarla, soprattutto in un periodo in cui alcune forze, la Lega in particolare, parlano di scissione dello Stato».




    L’Unione Sarda, 1 agosto 2006

    Dopo il ricorso. La maggioranza decisa: andremo avanti. Capelli (Udc): no al centralismo dello Stato ma anche a quello della Regione

    Consulta, centrosinistra contro il Governo


    Le spiegazioni del ministro degli Affari regionali Linda Lanzillotta non convincono il centrosinistra: il ricorso contro la legge sulla Consulta da parte del Governo scuote soprattutto i partiti che compongono l’esecutivo Prodi.

    ANDARE AVANTI. Per esempio secondo il Ds Graziano Milia, presidente della Provincia di Cagliari, l’impugnazione «è sbagliata nei tempi, nel metodo ed anche anacronistica nella sostanza. Forse il Governo confonde il concetto di Stato con quello di Nazione». La reazione giusta, prosegue la nota, è quella proposta dal presidente del Consiglio regionale, Giacomo Spissu: «È l’ora del coraggio e dell’ambizione», dice Milia, «occorre superare l’approccio burocratico del Governo e attivare al più presto la Consulta per arrivare rapidamente a definire i contenuti del nuovo Statuto sardo».

    Maria Grazia Caligaris, consigliere regionale della Rosa nel pugno, ricorda che il concetto di sovranità negato dal Governo era già stato affermato: «Una mozione approvata dal Consiglio il 25 settembre 1998 dichiarò “la sovranità del popolo sardo sulla Sardegna, le isole adiacenti, il mare territoriale e la relativa piattaforma oceanica”». E «i funzionari governativi - prosegue Caligaris - hanno palesemente ignorato gli articoli 24 e 28 dello Statuto speciale e l’articolo 117 della Costituzione».

    Un altro consigliere della Rosa nel pugno, Mondino Ibba, osserva che «la sovranità del popolo italiano sancita dalla Costituzione e la rivendicata sovranità del popolo sardo non sono tra loro in contrasto. La bocciatura arrivata dal ministro per gli Affari regionali si scontra con la nostra storia autonomistica e il nostro desiderio che essa continui». Del resto, prosegue Ibba, «siamo strenui e convinti sostenitori dell’unità del nostro Paese. Nessuna rivendicazione separatista, quindi, si cela dietro le nostre pretese». Però «la Sardegna è tra le regioni italiane che hanno i caratteri della nazione», anzi, «in sostanza è una nazione senza Stato, e ha il diritto di esercitare la propria sovranità limitata».

    Ammette la delicatezza del concetto di sovranità il deputato dell’Italia dei valori Federico Palomba, mentre il coordinatore di Sardigna nazione Bustianu Cumpostu, che pure avversava la Consulta, ora afferma che «deve andare avanti: il governo “amico”, se non reagiremo uniti, cancellerà anche l’autonomismo».

    I SINDACATI. Anche per il segretario regionale della Cgil, Giampaolo Diana, non insediare subito la Consulta «dimostrerebbe una condizione di debolezza della Sardegna», che invece ha «necessità impellente di conquistare nuovi spazi di autonomia (per esempio su entrate, gestione del territorio, beni culturali, demani, servitù militari)». Al di là del dibattito sul titolo della legge impugnata, dalla riscrittura dello Statuto emergerà, sostiene Diana, «una volontà che certamente non ha l’obiettivo di dividerci dallo Stato».

    Il leader della Cisl Mario Medde mette invece in relazione il ricorso sulla legge sarda con la richiesta della Lombardia di nuovi spazi di autonomia: «Probabilmente la centralità post-elettorale della questione del Nord sopravanza di gran lunga, e non solo nel dibattito politico, la storica questione meridionale».

    IL CENTRODESTRA. Si chiama in parte fuori dal «dal coro unanime che ci vorrebbe tutti uniti contro Roma» il consigliere regionale Udc Roberto Capelli, che al motto di «sovranità sì, sovrani no» denuncia il centralismo del presidente della Regione. Dal piano paesaggistico alle nuove tasse, fino alle
    scelte in materia di sanità e ambiente, Capelli muove una serie di critiche rivolte al «frutto del concetto autonomistico del nuovo sovrano della Sardegna sostenuto dal colpevole silenzio della maggioranza. Se questa è la sovranità che si vuole difendere, fate pure. Per quanto mi riguarda difenderò, nel mio piccolo, quella del popolo sardo», il cui primo riconoscimento sarebbe l’Assemblea costituente.





    Il Sardegna, 1 agosto 2006

    Riforme. Continuano le proteste dopo il ricorso alla Corte Costituzionale proposto dal ministro Lanzillotta

    Consulta, al via la mobilitazione l'Isola dice no al Governo Prodi

    Sindacati, enti locali e partiti scendono in campo per difendere la sovranità della Regione

    Alessandro Zorco
    alessandro.zorco@epolis.sm

    Inizia la mobilitazione contro la decisione del Governo - su proposta del ministro agli Affari regionali Linda Lanzillotta - di impugnare la legge istitutiva della Consulta statutaria.
    Non solo perché è l'ennesima bordata che arriva dal “governo amico”, ma soprattutto perché le motivazioni del ricorso alla Corte Costituzionale mettono in discussione le basi dell'autonomia della nostra regione: il principio di sovranità.
    Dopo le infuocate dichiarazioni del presidente Soru davanti all'assemblea dell'Irs, il coro di no alla presa di posizione del Consiglio dei ministri è sempre più forte. Parti sociali, province e partiti - nella maggior parte dei casi senza alcuna intenzione separatista - difendono con forza le prerogative della Regione.

    NITIDA L'ANALISI del segretario generale della Cisl sarda. Mario Medde, che l'idea della Consulta l'aveva accettata come un palliativo della Costituente, parla senza mezzi termini di una “involuzione dei rapporti tra Stato e Regione”. Secondo il numero uno della Cisl sarda, ci sono delle ragioni di Stato che vanno oltre le relazioni politicamente affini tra Governo e Giunta. Per non indebolire ulteriormente le istanze della Regione, Medde invita ad accompagnare con una grande mobilitazione anche l'imminente rinegoziazione dell’Intesa istituzionale di programma. Il leader della Cgil sarda, Giampaolo Diana, sollecita l’inizio immediato del confronto per la riscrittura dello Statuto «dal quale emergerà una volontà che certamente non ha l’obiettivo di dividerci, isolarci o separarci dallo Stato italiano ma di conquistare ulteriori irrinunciabili spazi di autonomia all’interno dei quali, su materie
    specifiche, sarà prevista anche l’esclusiva sovranità del legislatore regionale». E se Diana parla di un possibile equivoco determinato dal titolo della legge impugnata, il deputato Federico Palomba (IdV) promette battaglia in Parlamento. «Temo che il conflitto innescato dal Governo sia di portata non lieve - dice - e che la Corte costituzionale debba essere chiamata a dire l’ultima parola su fino a che punto la Regione sarda possa estendere la sua aspirazione a sentirsi sovrana in uno Stato italiana e in Unione europea che dicono di voler rispettare e rafforzare le realtà regionali».
    Per Mondino Ibba (RnP), «la sovranità del popolo italiano e la rivendicata sovranità del popolo sardo non sono in contrasto: la bocciatura arrivata dal ministro Lanzillotta si scontra con la nostra storia autonomistica».

  4. #14
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    Predefinito Comunicato stampa di Beniamino Scarpa del 29/07/2006

    Consiglio Regionale della Sardegna – Gruppo Partito Sardo d’Azione

    Comunicato stampa


    All’art.1 del suo Statuto il Partito Sardo d’Azione si definisce come “la libera associazione di coloro che si propongono attraverso l’azione politica di affermare la Sovranità del Popolo Sardo sul proprio territorio”. Un proposito vivo ed attuale, come tutti i valori sardisti, dopo oltre ottant’anni.

    La maggioranza in Consiglio Regionale ha presentato nei mesi scorsi la proposta di legge istitutiva della Consulta per la riscrittura dello “Statuto di Autonomia della Regione Sarda”.

    Durante la discussione della legge i consiglieri regionali sardisti hanno proposto alcuni emendamenti, poi accolti, perchè invece venga scritto il nuovo “Statuto di Sovranità del Popolo Sardo”.

    Il Consiglio Regionale ha quindi fatto propri i concetti di “Sovranità” e di “Popolo Sardo”, inserendoli in un importante strumento legislativo con consapevolezza e coraggio.

    Va detto che gli emendamenti sardisti sono stati accolti dal Consiglio Regionale anche grazie all’ intervento convinto del Presidente della Regione.

    Come noto il governo Italiano ha impugnato la legge istitutiva della Consulta davanti alla Corte Costituzionale proprio per il riferimento che vi è contenuto ai concetti di “Sovranità” e “Popolo Sardo”.

    Questa iniziativa italiana non deve scoraggiarci.

    E’ ora necessario evitare la facile tentazione di disinnescare il contrasto con il governo Italiano svilendo i concetti che si è avuto la forza morale di inserire in legge dando loro un significato limitato, formale ed innocuo.

    Bisogna invece mantenere la forte carica ideale contenuta nella legge adottata dal Consiglio Regionale, ed attuare un’ azione politica determinata ed il più possibile condivisa perché i concetti di “Sovranità” e di “Popolo Sardo” restino patrimonio del nostro ordinamento, non siano semplici enunciazioni di principio e siano centrali nella riscrittura del nostro Statuto.

    Per questa ragione incoraggio il Consiglio Regionale ed il Presidente della Regione ad andare avanti nella strada intrapresa con determinazione ed orgoglio, evitando di percorrere la via ambigua ed umiliante di negoziazioni ed accordi con lo Stato Italiano su una questione così importante.

    Ritengo essenziale che il tema della Sovranità del Popolo Sardo rimanga al centro dell’agenda politica sarda in termini positivi e concreti.

    Porto Torres, 29.7.2006
    Beniamino Scarpa

  5. #15
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    Predefinito L’Unione Sarda, 02 agosto 2006

    Il ricorso contro la Consulta

    Diritti della Storia e sovranità di popolo


    DI SALVATORE CUBEDDU

    «La sovranità è dell’intero popolo italiano. Un popolo sardo sovrano non esiste».
    Il ministro Lanzillotta ha cancellato con penna rossa la “sovranità del popolo sardo” e chiesto alla Corte Costituzionale di fare altrettanto. A nome del governo, con Romano Prodi consapevole e convinto. E con i partecipanti sardi in dissenso: perché l’impostazione costituzionale retrostante contrasta con ogni ipotesi correttamente federalista (Parisi); perché la scelta del governo è un atto politicamente inopportuno, nel merito e per il contesto (quasi tutti gli altri).

    L’affermazione, se condivisa dalla Corte, non mette solo in discussione la Consulta, ma il Consiglio Regionale della Sardegna. Quello che ha scritto e quello che scriverà. E ipoteca il lavoro futuro, non solo della discussa Consulta, o di un’ancora desiderabile Assemblea Costituente, ma di qualsiasi organismo che si occupi dello Statuto Sardo. Di più: il governo ha circoscritto e definito parte importante della discussione prossima. Certe cose – ci viene detto - non si possono scrivere. Oltre lo Stato “uno ed indivisibile” dell’articolo 1 della Costituzione, inteso in una restrizione centralistica, non si passa. Per questione di dottrina e per ragioni di opportunità. Perché, altrimenti, cosa si dovrebbe rispondere al Lombardo-Veneto?

    In effetti il parallelismo non c’è. Sarebbe solo giustificato dall’attualità della vicenda milanese. Perché utilizzarlo contro i sardi? Subito dopo l’esito referendario, con il federalismo bossiano vincente nelle due più ricche e attive regioni italiane, è iniziato nella grande stampa lombarda un autorevole dibattito sulle loro particolarità a partire dall’ingresso nella storia unitaria italiana. Rispetto al Piemonte, che avrebbe anche a loro imposto una politica di annessione e di accentramento. E rispetto ai valori, di cattolicità e di socialità, che si sarebbero espressi con più intensità e specificità nelle loro province. Non erano gli stessi argomenti della Lega. L’accordo nel dibattito non era neanche unanime. Ma si capiva la possibile direzione del discorso. Qualche giorno fa il comune di Milano ha ospitato le più rappresentative autorità lombarde insieme a quelle del governo. Il “tavolo Milano” avrà la garanzia del sigillo governativo, non si sa in che forma. La loro autostrada pedemontana costerà 2,7 miliardi di euro. Altri finanziamenti verranno decisi perché indispensabili alla grande città, dato che, se non parte Milano, tutta l’Italia rischia di fermarsi. Precedentemente, un ordine del giorno unitario del consiglio regionale lombardo chiedeva un’autonomia speciale. Formigoni in questi giorni teorizza un’autonomia a geometria variabile e apre la vertenza istituzionale consentitagli dall’art. 116 perché, funzionalmente, lega poteri istituzionali a prosperità civile. La sua spinta avrà come esito abbastanza certo il federalismo fiscale, che è la premessa vera per cui ognuno si tiene la propria ricchezza e contratta quella che, eventualmente, concederà agli altri. Quindi, una parte può esprimere le proprie scelte prescindendo dalle altrui volontà. Con gli spazi permessi dall’attuale Costituzione e, dove non fosse possibile, innovandola.

    Spazi che anche le istituzioni sarde dovrebbero tenere aperti. Cosa ci perdono Roma, la Lombardia, la Toscana e gli altri, se i sardi intendono identificarsi istituzionalmente in quanto “popolo”? Diceva Bellieni (29 gennaio 1922): “Alle obiezioni dei costituzionalisti risponderemo che il diritto segue sempre la storia”.

  6. #16
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    [QUOTE=Su Componidori]
    LA NUOVA, 01/08/06

    L’AUTONOMIA NEGATA
    Legge sulla Consulta, si accende il dibattito sul ricorso del governo
    Palomba: «La sovranità? È limitata»
    Il deputato Idv: «Siamo una nazione, puntiamo a un’autonomia forte»

    No po esse malu.....
    Ma si unu si candidat po unu partidu nominadu Italia dei Valori comente faghet a narrer: «Siamo una nazione, puntiamo a un’autonomia forte» faeddende de Sardigna?

    Mistero della fede (autonomista?)....

  7. #17
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    No po esse malu.....
    Ma si unu si candidat po unu partidu nominadu Italia dei Valori comente faghet a narrer: «Siamo una nazione, puntiamo a un’autonomia forte» faeddende de Sardigna?
    Il classico esempio di politico italianista consapevole della sua realtà territoriale....

  8. #18
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    Css: Comunicato Stampa.


    Confederazione Sindacale Sarda


    Oggetto: Senza sovranità non serve uno Statuto nuovo


    Né il Presidente Soru né il Presidente Spissu avrebbero mai sperato di poter raggiungere la quasi unanimità dei consensi attorno alla Consulta per la riscrittura dello Statuto Sardo.

    In loro soccorso arriva il Governo amico di Prodi /D'Alema /Rutelli e Amato che ha impugnato dinanzi alla Corte Costituzionale la Legge Regionale di istituzione della Consulta, chiedendo alla Corte di bocciare quella Legge perché lesiva dell'art.1 della Costituzione Italiana che proclama "lo Stato Italiano uno ed indivisibile".

    Ora la tanto vituperata Consulta, che rischiava di fallire nel suo nascere, subisce improvvisamente il fascino di richiamo all'unità della classe politica sarda e alla resistenza su un diniego governativo che ha il sapere di "una sfida". La stessa AN, che non voleva in un primo tempo neppure nominare i propri rappresentanti in seno alla Consulta, ora ci ripensa e l'IRS di Gavino Sale assicura che ci sarà. Domanda: per fare cosa?

    Togliere dal Nuovo Statuto il motore, il cuore, la centralità della affermazione che il Popolo Sardo è un popolo sovrano, significa accingersi a scrivere uno Statuto senz'anima o, nella migliore delle ipotesi uno Statuto identico a tanti altri Statuti di Regioni a Statuto Ordinario, rinunciando da subito e per sempre a quella Autonomia Speciale sancita nel primo Statuto Sardo e assunto come tale dal Parlamento Italiano come Legge Costituzionale dello Stato, che all'epoca non lo ritenne in conflitto ed in opposizione all'unità indivisibile nazionale.

    La CSS esprime diffidenza sull'unità strumentale che in questi giorni si è creata attorno alla Consulta. Vede un fronte che si sta determinando su un basso profilo, su un livello di debole elaborazione teorico-storica, che, negando la sovranità del popolo sardo, rischia di riscrivere uno Statuto anonimo e piatto, senza alcuna differenza con le altre Regioni Italiane.

    Ma questa volontà politica non è poi così lontana da quella dei nemici di sempre della nostra Autonomia Speciale.

    La CSS è convinta che non si è trattato di un errore del Governo, né di uno scivolone o di "una brutta figura che poteva risparmiarsi". E' invece una linea politica che si sposa con la continuità e la convinzione che tutte le Regioni Italiane devono avere un identico profilo e ordinamento regionale e che le differenze non possano esser sostanziali perché il persistere di quelle condizioni sono pericolose per l'unità del paese in quanto rafforzerebbero l'aspetto identitario di quelle Regioni, che al pari della Sardegna, rivendicano con forza l'esigenza della Riforma in senso federalista dello Stato.

    E' in sostanza - quella del Governo - una lettura tutta negativa dell'ultimo risultato del referendum sulla Riforma della Costituzione. Prevale la paura di affrontare con maturità e modernità il tema del federalismo, si preferisce interpretare rigidamente il voto popolare come se fosse stato un divieto a modificare per sempre la Costituzione vigente.

    Ma il processo della storia non si può bloccare. In Europa uno Stato Centralista non potrà reggere a lungo e il fermento delle Nazioni senza Stato, che hanno scelto la via pacifica e democratica dell'autodeterminazione popolare, riesploderà con forza.

    Un fatto è certo: la Sardegna non potrà avere un livello di sovranità al di sotto della sua attuale Specialità; ogni processo al ribasso né farà esplodere le contraddizioni. Per questo motivo occorre che la "sfida" sulla Consulta sia accettata dall'interno Consiglio Regionale e da tutta la società sarda, rifiutando ogni ingerenza governativa nazionale e ripartendo con maggiore convinzione sul concetto moderno di sovranità del Popolo Sardo in uno Stato Federale nel contesto di un Europa dei Popoli.


    Solo a queste condizioni la Confederazione Sindacale Sarda conferma la propria disponibilità a collaborare alla riscrittura del Nuovo Statuto Sardo.

    Cagliari 02.08.2006
    Il Segretario Generale della CSS
    Dr Giacomo Meloni

  9. #19
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    Predefinito

    E' in sostanza - quella del Governo - una lettura tutta negativa dell'ultimo risultato del referendum sulla Riforma della Costituzione. Prevale la paura di affrontare con maturità e modernità il tema del federalismo, si preferisce interpretare rigidamente il voto popolare come se fosse stato un divieto a modificare per sempre la Costituzione vigente.
    Come volevasi dimostrare.

  10. #20
    MEDITERRANEO
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    Predefinito Popolo, stai calmo; giochiamo per .......

    Citazione Originariamente Scritto da Su Componidori

    [center]Confederazione Sindacale Sarda
    [..................]

    E' in sostanza - quella del Governo - una lettura tutta negativa dell'ultimo risultato del referendum sulla Riforma della Costituzione. Prevale la paura di affrontare con maturità e modernità il tema del federalismo, si preferisce interpretare rigidamente il voto popolare come se fosse stato un divieto a modificare per sempre la Costituzione vigente.
    .................................................. ..................
    Cagliari 02.08.2006
    Il Segretario Generale della CSS

    Dr Giacomo Meloni
    Concettualmente un disastro.
    Stiamo ancora giocando con la terminologia leghista (ma quale federalimo, bisogna prima essere sovrani-sovrani; quello di cui parlate è decentramento ed autonomismo).

    Chi ambisca a risultati minimi e modesti non parli di "popolo" e di "sovranità".
    LA SARDEGNA FU SVENDUTA AI SAVOIA ed ora è italiana.

 

 
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