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Discussione: Tempi diversi

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    Predefinito Tempi diversi

    Gerusalemme. Ieri le forze israeliane hanno portato a termine raid in molte parti del Libano: Beirut, la valle della Bekaa, i collegamenti stradali verso il nord e Damasco. Ci sono state circa novanta vittime, tra cui, secondo le prime ricostruzioni, un gruppo di braccianti agricoli al confine con la Siria e, in serata, almeno cinquanta civili rifugiati nelle case di due villaggi nel sud del Libano. Sul confine meridionale continuano gli scontri tra miliziani di Hezbollah e le forze di Tsahal – ieri sono morti tre soldati – e i lanci di katiuscia (200 circa) su Israele, che hanno ucciso due donne. L’ex ambasciatore iraniano in Libano, Mohtashami Pur, ha dichiarato che Teheran ha rifornito Hezbollah di razzi a lunga gittata Zelzal 2, quelli che secondo il leader del partito di Dio, Hassan Nasrallah, dovrebbero colpire entro breve Tel Aviv.
    Per il governo di Ehud Olmert il conflitto è diventato una corsa contro il tempo: ancora paga gli errori di sottovalutazione iniziali, quando il capo di stato maggiore, Dan Halutz, aveva pensato di poter annientare le capacità militari di Hezbollah impiegando soprattutto i bombardamenti aerei e navali. L’avanzata annunciata dall’esercito verso il fiume Litani, Tiro e la valle della
    Bekaa richiederà almeno altre tre settimane.
    La penetrazione nella Bekaa – roccaforte di Hezbollah ma anche dei gruppi armati palestinesi, dove vi sarebbero centinaia di pasdaran iraniani – potrebbe essere complicata dall’eventuale coinvolgimento delle forze siriane.
    A sostenere la determinazione di Gerusalemme a completare l’offensiva con una vittoria sul campo contribuiscono le valutazioni di tutti gli analisti più accreditati, i quali ritengono improbabile che una forza multinazionale possa essere schierata in Libano in tempi brevi e con il compito di disarmare le milizie sciite, peraltro già previsto dalla risoluzione 1.559 dell’Onu.
    In assenza di decisioni sulla natura della missione è difficile prevederne i tempi di dispiegamento. Secondo indiscrezioni, i primi militari italiani in preallarme per l’invio in Libano dovrebbero essere pronti a muovere già alla fine di agosto.
    A giudicare dai segnali in arrivo dal Palazzo di vetro e dintorni, l’accordo alle Nazioni Unite sia vicino. Basterebbereo “pochi giorni” prima di arrivare a un’intesa tra i membri della comunità internazionale su come risolvere la crisi in Libano. Lo ha detto il segretario di stato americano, Condoleezza Rice, due giorni fa. All’inizio sembrava ieri il giorno giusto, ma poi la discussione è stata rimandata alla settimana prossima. Fonti diplomatiche americane e dell’Onu dicono che i tempi al Consiglio di sicurezza si stanno accorciando e che presto la divisa comunità mondiale uscirà dall’impasse. La conferma che il tempo stia scadendo arriva dall’intensificarsi delle operazioni israeliane: Tsahal vuole almeno creare una zona cuscinetto per arginare la minaccia di Hezbollah.

    Le sanzioni per chi arma il partito di Dio
    Il premier britannico, Tony Blair, ha posticipato le vacanze di due giorni, anche lui fiducioso che la situazione possa sbloccarsi durante il fine settimana. Le divisioni interne alle Nazioni Unite vedono protagonisti due fronti. Il primo è guidato dalla Francia: vuole un cessate il fuoco immediato e soltanto dopo la creazione di una forza internazionale da dispiegare sul confine
    israelo-libanese.
    La seconda linea è quella di Stati Uniti, Gran Bretagna e Germania: un cessate il fuoco deve arrivare se le condizioni politiche e militari permettono che sia duraturo e sarà implementato quando una forza internazionale sarà pronta a entrare in azione.
    I tempi non coincidono. “La debolezza delle Nazioni Unite noi la paghiamo a un prezzo altissimo”, ha detto il premier italiano, Romano Prodi, in un’intervista con il quotidiano egiziano Akhbar Elyom. Sottolinea però che, “con tutti i limiti che l’Onu ha e avrà in futuro, resta uno strumento essenziale di dialogo”.
    Le differenti posizioni riguardano anche i compiti delle truppe d’interposizione. Il fronte israeliano chiede soldati pronti a sparare; quello francese, in cui rientra anche l’Italia, preferisce parlare di peacekeeping (Parigi si è offerta di guidare la missione, mentre Stati Uniti e Gran Bretagna hanno già fatto sapere che non invieranno soldati in Libano). Il primo ministro israeliano, Ehud Olmert, in diverse interviste rilasciate alla stampa internazionale, ha detto ancora una volta di essere favorevole all’intervento di una forza d’interposizione, ma ha posto le condizioni del suo governo. Le truppe dovrebbero, secondo lui, essere composte da 15 mila soldati, essere dispiegate immediatamente dopo il cessate il fuoco ed essere pronte a sparare. Altrimenti Israele non si ritirerà dall’area. “Non c’è alcuna chance che una forza internazionale abbia poteri di peace enforcement”, ha detto Ephraim Halevy, direttore del Mossad dal 1998 al 2002 ed ex consigliere per la Sicurezza nazionale. A dargli ragione non ci sono soltanto le difficoltà a trovare un accordo al Palazzo di vetro, ma anche le posizioni espresse a riguardo da molti paesi europei (come Italia e Francia) che puntano a una forza d’interposizione che agli israeliani ricorda l’inefficace dispiegamento dei caschi blu dell’Unifil.
    Sono proprio le divisioni sulla forza d’interposizione che rischiano di allungare ancora i tempi. Perché da ieri non si parla più di un’unica risoluzione, bensì di due.
    La prima, che dovrebbe essere pronta all’inizio della settimana, riguarderà il cessate il fuoco. Il testo potrebbe essere simile alla dichiarazione firmata dai membri del G8, a San Pietroburgo, all’inizio della crisi. Il documento chiedeva il rilascio dei soldati israeliani, la cessazione delle ostilità e il rafforzamento dell’esercito libanese. Gli Stati Uniti avrebbero chiesto l’inserimento di una clausola per l’imposizione di sanzioni ai regimi che finanziano e armano Hezbollah (Siria e Iran). Questo punto potrebbe allungare i tempi se trovasse, come possibile, contrari gli europei.
    La seconda risoluzione, che seguirà non si sa quando, sarà sulle forze internazionali d’interposizione.
    La scissione in due documenti distinti crea un altro problema, ancora legato ai tempi. In tre settimane, Israele stima di aver ucciso quasi 400 dei migliori miliziani di Hezbollah e almeno il doppio sarebbero stati feriti o catturati: circa il 25 per cento della forza combattente dei miliziani sciiti valutata in 4/5 mila unità. Con quasi 2.500 missioni aeree sono state distrutte anche parti dei depositi di armi e munizioni, dei centri di comando e controllo e delle vie di comunicazione per i rifornimenti dalla Siria, oltre alle sedi del partito di Dio vicine a Beirut. Sul terreno Israele ha eliminato Hezbollah dal confine libanese per una profondità variabile tra i tre e i sei chilometri e ha compromesso le retrovie delle milizie sciite.
    Tra il cessate il fuoco e il dispiegamento di una forza internazionale, chi monitorerà la zona cuscinetto che Israele sta creando per evitare che nel frattempo le milizie di Hezbollah si riarmino?

    Da il Foglio di oggi

    saluti

  2. #2
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    Predefinito Una domanda

    Perché le classi dirigenti di Francia, Spagna e Italia stanno dalla parte di Hezbollah?

    Questo non è un corsivo o un editoriale. Questa che leggete è una domanda. Perché le classi dirigenti di Francia, Spagna e Italia stanno dalla parte di Hezbollah, e contro Israele?
    Direte che la domanda è mal posta, che non è vero l’assunto. Formalmente, infatti, Chirac, Zapatero e D’Alema non sono pro-Hezbollah e anti-Israele. Vogliono piuttosto mettere fine alla violenza scatenata dall’attacco del “partito di Dio” con l’incursione e i rapimenti del 12 luglio, seguiti dalla guerra contro Nasrallah in Libano. Lavorano per una soluzione pacifica, a partire da un “immediato” cessate il fuoco, e dichiarano di farlo anche nell’interesse di Israele, che la comunità internazionale, così dicono, conosce a volte meglio degli israeliani stessi.
    Valgono, e non possono non essere apprezzati, motivi umanitari, perché il costo della guerra per il Libano è molto alto.
    Per una certa Europa composta di forze diverse, socialisti e gollisti, contano poi motivazioni politiche se vogliamo meno formali. E’ vero che alla guida di Israele non c’è più il generale di Sabra e Shatila, Ariel Sharon, a capo del partito di destra, il Likud, bensì un avvocato, Ehud Olmert, che è lo stratega del ritiro unilaterale da Gaza e dalla Cisgiordania, che è a capo di un partito di centro alleato con la sinistra di Peres e Peretz, un premio Nobel per la pace autore del negoziato di Oslo e un sindacalista di sinistra oggi titolare del ministero della Difesa.
    Ma la logica di Israele, cioè la salvaguardia della sua deterrenza contro la sfida aperta dei mullah iraniani, contro il revival sciita che si estende alla Palestina conquistata da Hamas e all’Iraq insidiato da Moqtada al Sadr e dalle sue squadre della morte di ispirazione iraniana, non è la stessa logica dei governi di Parigi, Madrid e Roma. Loro chiedono all’Iran di rinunciare all’atomica, votando all’Onu compatti con l’occidente e con Russia e Cina, dopo il fallimento di anni di trattative affidate alla troika europea, ma vogliono parlare con l’Iran, continuare a negoziare con la Repubblica islamica, pensano che l’unica vera deterrenza contro il radicalismo islamista è il dialogo, l’offrire ad Ahmadinejad una quota azionaria nel business della stabilità mediorientale e mondiale, farlo emergere come una potenza regionale e riconoscergli quello stesso status politico, al di là della retorica antisionista, che in fondo si riconosce agli Hezbollah, che rappresentano un terzo dei libanesi e siedono in Parlamento e nel governo, e ad Hamas, che ha vinto le elezioni in Palestina e può essere addomesticato, così dicono.
    Non è forse vero che a Bonn, dopo la caduta dei Talebani invisi all’Iran sciita, i mullah di Teheran hanno partecipato al riassetto dell’Afghanistan che, tutto sommato, regge?
    In più, questi governi europei pensano che la linea di Bush e di Blair e di Israele dopo l’11 settembre è fallita, che la guerra in Iraq ha rafforzato Teheran e gli estremisti di ogni latitudine, che occorre contrastare l’unilateralismo americano accettato dagli inglesi (con riserva) per il bene della pace e della stabilità in medio oriente e nel mondo.
    Come afferma l’emergente studioso americano di origine iraniana Vali Nasr sul Wall Street Journal di ieri, Bernard Lewis aveva torto quando convinse Cheney e Bush che la caduta di Saddam sarebbe stata l’inizio della fine per gli ayatollah di Qom.
    I neoconservatori hanno commesso errori fatali, pensano a Parigi, a Madrid e a Roma. Infine, questi paesi vogliono difendere la pace interna dai rischi legati all’immigrazione e agli insediamenti islamici in Europa, e proteggere interessi economici importanti nelle relazioni commerciali con l’Iran, un paese ricco di petrolio che strizza l’occhio all’imprenditoria europea.
    Si chiama strategia dell’appeasement o del containment, due termini inglesi per definire una politica, legittima, che va giudicata senza scandalo moralistico.
    Eppure la domanda iniziale resta ferma. Se gli appeasers avessero mostrato una qualche energia nel contrastare il riarmo di Hezbollah decretato alle Nazioni Unite, nel denunciare le responsabilità siriane e iraniane (e libanesi, per grave e comoda omissione) in questa guerra per procura, se avessero contestato il diritto di Hamas a crescere come partito armato e terrorista finanziato dall’Unione europea, se avessero creato una loro rete di dura deterrenza diplomatica con Russia e Cina per intimidire e contenere i teocrati di Teheran, se avessero capito che il fronte iracheno è un fronte comune quali che siano i dissensi anche gravi sulla guerra, ora gli appeasers avrebbero l’autorità per una mediazione efficace, forse.
    Invece finora hanno sempre e sistematicamente parlato e agito contro gli omicidi mirati di Israele, i muri difensivi di Israele, i ritiri unilaterali di Israele, le politiche militari di smantellamento delle reti terroristiche da parte di Tsahal, hanno sempre e sistematicamente condannato come atti contro l’umanità le azioni difensive di Israele, definite stragi qualunque governo le abbia ordinate, mentre gli stragisti islamisti e i loro mandanti statali sono stati sistematicamente compresi, dopo formali condanne, e qualificati come possibili partner di un’iniziativa di pace.
    Chirac sgridò il suo primo ministro, cacciato a pedate da Ramallah, perché aveva osato parlare contro i bombardamenti Hezbollah nel nord di Israele.
    Un partito di governo di Roma (il Pdci) si considera partner politico di Nasrallah, e il suo capo ha partecipato ai convegni di quel partito armato.
    Gli appeasers hanno celebrato Arafat fino e oltre la sua fine, hanno condannato e boicottato senza indicare alternative la guerra a Saddam, hanno diffamato Israele imputandole massacri inesistenti come a Jenin, hanno esaltato una presunta coscienza umanitaria e pacifista universale che nega i fatti sgraditi e li copre con una retorica dei diritti fatta apposta per blandire i cosiddetti oppressi e dannare i cosiddetti oppressori, e ancora oggi la loro strategia fa perno su un armistizio immediato che viene chiesto all’unisono dai loro governi, da Hezbollah e da Teheran dopo che questi governi hanno incontrato i nemici di Israele e dell’occidente e li hanno lodati come forza eminente di stabilità e di pace nella regione mediorientale.
    La domanda, scremata di ogni moralismo e posta dopo aver analizzato senza malizia la legittima strategia dell’appeasement, dunque resta purtroppo salda, saldissima.
    Perché le classi dirigenti di Francia, Spagna e Italia stanno dalla parte di Hezbollah, e contro Israele?

    Ferrara su il Foglio di oggi

    saluti

  3. #3
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    Due risposte

    1) Quella ideale, perchè gli Hezbollah hanno ragione.

    2) Quella geopolitica, perchè Israele è alleato degli USA, e la Francia intende ripagare gli Stati Uniti per avere aggredito gli interessi francesi in Iraq. E un modo è quello di farla pagare agli alleati di Washington e Londra: Ivory Coast (regime rovestiato dalla guerriglia francofona), Liberia (USA costretti al loro primo intervento militare nel continente africano dai tempi della II GM), e Israele.

  4. #4
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    Citazione Originariamente Scritto da Ragioniamo!
    Due risposte

    1) Quella ideale, perchè gli Hezbollah hanno ragione.

    2) Quella geopolitica, perchè Israele è alleato degli USA, e la Francia intende ripagare gli Stati Uniti per avere aggredito gli interessi francesi in Iraq. E un modo è quello di farla pagare agli alleati di Washington e Londra: Ivory Coast (regime rovestiato dalla guerriglia francofona), Liberia (USA costretti al loro primo intervento militare nel continente africano dai tempi della II GM), e Israele.
    ------------------------
    1) questa tua risposta è di tipica matrice fondamentalista: per te Hezbollah ha ragione, punto e basta.

    2) questa invece pare più argomentata, come risposta, ma nasconde una noiosa superficialità: la Francia è "sempre" stata anti americana e anti Israele, per motivi storici - perfettamente comprensibili e leciti - e per motivi
    "caratteriali".
    I francesi sono presuntuosi, convinti sempre di essere primi della classe e pertanto portati all'invidia e ai "dispettucci"; come tanti bamboccetti che frequentano le "Elementari".

  5. #5
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    I Francesi in fatto di diritti umani e colonialismo non hanno proprio che da stare zitti...

  6. #6
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    Citazione Originariamente Scritto da mustang
    ------------------------
    1) questa tua risposta è di tipica matrice fondamentalista: per te Hezbollah ha ragione, punto e basta.

    2) questa invece pare più argomentata, come risposta, ma nasconde una noiosa superficialità: la Francia è "sempre" stata anti americana e anti Israele, per motivi storici - perfettamente comprensibili e leciti - e per motivi
    "caratteriali".
    I francesi sono presuntuosi, convinti sempre di essere primi della classe e pertanto portati all'invidia e ai "dispettucci"; come tanti bamboccetti che frequentano le "Elementari".
    1) Si, per me Hezbollah ha ragione a difendere i confini del Libano, e a colpire Israele fino a quando non avrà restituito le fattorie Sheba, ma credo che tutte le potenze moldiali agiscano strafregandosene di chi ha ragione e chi ha torto, ma solo in base ai rispettivi interessi.

    2) A me invece sembra superficiale la tua di osservazione. I francesi sono convinti di essere primi della classe? Ma dai? E quale potenza non ha questa convinzione?
    Per quanto riguarda i dispettucci, non è che la Francia sia "antiamericana" (antistatunitense, a dire il vero). Semplicemente reclama una fetta del potere global più grande di quella che Bush vorrebbe darle. E agisce di conseguenza.

  7. #7
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    Citazione Originariamente Scritto da UgoDePayens
    I Francesi in fatto di diritti umani e colonialismo non hanno proprio che da stare zitti...
    Appunto. Sono una potenza imperialista tale quale USA, UK, Italia... semplicemente hanno delle divergenze su come spartirsi il bottino.

  8. #8
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    Citazione Originariamente Scritto da Ragioniamo!
    1) Si, per me Hezbollah ha ragione a difendere i confini del Libano, e a colpire Israele fino a quando non avrà restituito le fattorie Sheba, ma credo che tutte le potenze moldiali agiscano strafregandosene di chi ha ragione e chi ha torto, ma solo in base ai rispettivi interessi.

    2) A me invece sembra superficiale la tua di osservazione. I francesi sono convinti di essere primi della classe? Ma dai? E quale potenza non ha questa convinzione?
    Per quanto riguarda i dispettucci, non è che la Francia sia "antiamericana" (antistatunitense, a dire il vero). Semplicemente reclama una fetta del potere global più grande di quella che Bush vorrebbe darle. E agisce di conseguenza.
    ------------------------------
    1) Hezbollah non difende i confini del Libano, paese - almeno sulla carta- indipendente, che non ha chiesto ai feroci banditi e terroristi di Hezbollah nessun aiuto.
    D'accordo sul menefreghismo delle potenze mondiali: in politica tutti si fanno i propri interessi, e più grandi e forti sono e più grandi e "impellenti" diventano gli interessi.
    Hai mai sentito parlare di De Gaulle? E della grandezza della Francia vista da destra?
    E sai qualcosa di Mitterand? E della grandezza della Francia vista da sinistra?
    E Chirac, fissato con la grandezza della Francia vista dal centro?
    Molto semplicemente, la Francia "pretende" che la sua fetta di potere sia molto più "imbottita" di quello che le spetta.

  9. #9
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    Citazione Originariamente Scritto da mustang
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    1) Hezbollah non difende i confini del Libano, paese - almeno sulla carta- indipendente, che non ha chiesto ai feroci banditi e terroristi di Hezbollah nessun aiuto.
    D'accordo sul menefreghismo delle potenze mondiali: in politica tutti si fanno i propri interessi, e più grandi e forti sono e più grandi e "impellenti" diventano gli interessi.
    Hai mai sentito parlare di De Gaulle? E della grandezza della Francia vista da destra?
    E sai qualcosa di Mitterand? E della grandezza della Francia vista da sinistra?
    E Chirac, fissato con la grandezza della Francia vista dal centro?
    Molto semplicemente, la Francia "pretende" che la sua fetta di potere sia molto più "imbottita" di quello che le spetta.
    Fuochino fuochino... e chi, esattamente, decide quale fetta spetta alla Francia?

  10. #10
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    Semplicemente le forze in campo!

 

 
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