Invertiti i termini del vivere, la considerazione dell’“amore di Dio come una forma sublimata dell’amore carnale” è uno dei refrain della “nostra epoca miserabile”, afferma Simone Weil.
Che sia vero esattamente il contrario, che sia possibile vivere l’esperienza della liberazione anche da coloro che sono stati schiavi di mille passioni, è il segno e la verità principale della Divina Commedia, il ritratto poetico della vita e della storia più ordinato, cioè amoroso e unitario, che sia stato concepito. Al di sopra e oltre l’inferno dell’assenza di Dio esiste, infatti, la carità della luce del paradiso. La ristrettezza della libido, la cui “vanity requires no response,/ and makes a welcome of indifference” all’amante casuale (T. S. Eliot), lascia in ogni creatura spazio all’ampiezza del desiderio costitutivo dell’uomo.
Il grigiore degli evoluti, la comédie humaine, trova il suo riscatto nell’irriducibilità di un sigillo divino. Limitandosi a esaltare qualche parte selezionata dell’Inferno, la prosopopea dei moderni censori ripete invece quella colossale falsità vulgata, che fa di Dante un imbestialito giustizialista ante litteram. Come se la più grande opera poetica italiana non avesse nel suo centro, tra i salvati, stupidi avversari politici, feroci nemici di guerra, falsi ideologi e tremendi peccatori; non avesse Manfredi, Iacopo del Cassero, Buonconte da Montefeltro, Guglielmo Aldobrandeschi, Bonagiunta Orbicciani, Martino IV e tanti, tanti altri, tra i quali va annoverato Dante stesso.
La giustizia dantesca è sempre l’accordo tra verità e misericordia, è la measure for measure con la quale saremo anche noi giudicati, non è per nulla scimmiottatura da puliti censori. La potenza della descrizione infernale, l’orrore e l’irrealtà delle masse tragiche devono essere tanto precise da lasciare spazio alla promessa della resurrezione dei corpi.
In qualche modo, ne sono, anzi, in stretta relazione, dipendendone come un gradino dalla scala. Così la repressione e il vuoto dell’inferno sono segno di libertà e di speranza.
Non è dunque possibile pensare alle rappresentazioni di Dante, anche a quelle infernali, comprese quelle nei riguardi della concupiscenza, in termini da moralismo protestante del Cinquecento, del quale oggi soffriamo la faccia da nichilismo gaio della medaglia, dopo averne subito per anni, anche nei paesi cattolici, il cupo recto: entrambe, peraltro, tristi reazioni al sentire lieto e italiano della vita, di cui Dante è ancora tra gli interpreti più veri e ascoltati.
Verrebbe voglia, come già fece il Machiavelli, di rifugiarsi in un cinismo che sfiora l’ipocrisia, pur di non cadere tra le grinfie di una purezza intesa come esclusione del peccato originale e divenuta perciò conformità alle regole del vivere civile. In nome di tale purezza bisognava, ieri, impedire il disfacimento delle ragazze e della famiglia, senza minimamente curarsi di come si conducevano, e oggi essere sempre corretti e puliti, specie con la moglie, anche quando, annoiati, la si fa partecipare a un’orgia.
Ma nel cinismo, che rifiuta l’orrore dei buoni, si cade laddove l’attaccamento al peccato originale non faccia nemmeno sfiorare l’ipotesi di redenzione: a questo Dante era sfuggito, insieme a parte della sua epoca. Il dogma moderno dell’impossibilità di un incontro che sia redenzione ci ha obbligati a pensare alle onte della vita in termini disordinati e contraddittori. Avviene così che il male sia presente solo come reato altrui o s’innalzi nel proprio vanto, che il dramma gravi come tragedia o s’elimini nella diversione, che il limite s’imponga come tomba o sia ridicolizzato nel viagrare scientifico.
La gratuità dello sguardo e la gratitudine delle relazioni, quando non addirittura la loro verginità, veri segnali miracolosi dell’alto, sono escluse dallo sguardo delle persone serie e vengono ritenute idealizzazioni intellettuali di sempliciotti un po’ repressi.
Tra le figure dominate da irrefrenabile impulso carnale, una delle più interessanti e controverse dell’intero poema, è quella di Cunizza da Romano, la cui collocazione, nel canto IX del Paradiso, è già di per sé à rebours.
Suo fratello era l’uomo più violento del primo Trecento italiano, “una facella/ che fece a la contrada un grande assalto”.
Narra Giovanni Villani, nella sua “Cronica”, che Ezzelino da Romano “fu il più crudele e ridottato tiranno che mai fosse tra’ cristiani, e signoreggiò per sua forza e tirannia, grande tempo, tutta la Marca di Trevigi [Treviso] e la città di Padova e gran parte di Lombardia”.
Lei, Cunizza, era cresciuta sotto l’irrefrenabile influsso del cielo di Venere. Formidabile osservatore della realtà, Dante annota con precisione certe attitudini caratteriali dell’uomo, dall’aspetto quasi ossessivo. Tra queste, l’attaccamento vizioso a un eros che permea la vita, oscurando ogni altra gratuita relazione con l’altro sesso, che pure si mostra presente, a tratti, anche nelle dinamiche naturali dei rapporti.
Insieme al suo tempo, Dante credeva che tali caratteristiche subissero, ma solo in parte, l’influsso astrale e che provenissero dal cielo ordinato da Dio; e perciò lo credeva senza sciocche superstizioni, diversamente da noi, almeno se stiamo alla quantità di oroscopi che sin dal primo mattino ci sommerge, subito dopo le tragedie quotidiane dei tg. Come afferma con spirito uno degli antichi commentatori della Commedia, il Lana, Cunizza da Romano “era de tanta larghezza in lo so amore che avrebbe tenuto grande villania a porsi a negarlo a chi cortesemente gliel’avesse domandato”.
Dove è da notare la fine ironia e la sottigliezza balzachiana di quel
“cortesemente”, che per i medievali significa la sollecitudine di chi risponde e si dà da fare, prima ancora che venga formulata alcuna richiesta (qui non di aiuto, ma di altro).
Sposa nel 1222 del conte Rizzardo di San Bonifacio, Cunizza da Romano divenne amante del poeta Sordello da Goito, col quale fuggì, abbandonando il marito; morto Sordello, si diede, in successione, a un cavaliere trevisano, poi al conte Aimerio di Breganze e quindi a un altro signore veronese. Caduti in disgrazia gli Ezzelini, trascorse gli anni finali della sua vita in Toscana, tra la casa fiorentina del padre di Guido Cavalcanti e il castello della Cerbaia, presso Alessandro degli Alberti. Cunizza era la perfetta delizia del pettegolezzo da strada e la compiaciuta dimostrazione psicanalitica del dominio della pruderie.
Dante ne descrive la vita indisciplinata in pochissimi versi: uno per ricordare la comune radice con la sciagurata vita di Ezzelino (“d’una radice nacqui io ed ella”), mezzo per ricordare il proprio nome (“Cunizza fui chiamata”) e uno e mezzo per sottolineare che si mostra nel cielo di Venere perché fu influenzata da attitudine amorosa (“e qui refulgo/ perché mi vinse il lume d’esta stella”).
Quel che più interessa è il commento che segue ai versi citati: “Ma lietamente a me medesma indulgo/ la cagion di mia sorte, e non mi noia;/ che parria forse forte al vostro vulgo”.
La terzina, introdotta da un’avversativa che si contrappone, per lei, ora vincitrice, all’esser stata vinta in terra da qualcosa, prosegue con avverbio di sapore paradisiaco (“lietamente”), che si lega al perdono a sé (gli uomini di mondo si giustificano, non si perdonano lietamente), sottolinea con l’allitterazione la personalità e il soggetto salvato (quasi dicesse, “sì, proprio io”), giunge al verbo “indulgo”, cioè “perdono”, facendo attendere per un attimo, nell’enjambement, il suo oggetto, preparandone l’enormità:
“Io perdono con gioia durevole il motivo per cui mi mostro in questo cielo, che è l’essere stata influenzata da eros”, aggiungendo poi, a conferma, il successivo “non mi noia”, non mi provoca fastidio. E questo sarà sempre forte per il volgo.
E’ necessario ripeterlo: che cosa apparirà sempre eccessivo, “forte”, al volgo di tutti i tempi, tanto da indurre Dante quasi a giustificarsi? Il fatto che vi sia un paradiso delle “anime carnali”, che esse possano lietamente perdonarsi e che vi sia un legame misterioso tra la loro sensualità e la loro redenzione. Insomma, i “giusti” di tutte le latitudini troveranno insopportabile che proprio una determinata disposizione del carattere, votata spesso alla corruzione morale, abbia anche la forza spirituale per permettere l’accoglimento della grazia e, di conseguenza, addirittura eroici gesti di salvezza.
Come fu per la biblica Raab, la meretrice di Gerico, che favorì l’impresa di Giosuè (Pd IX, 116).
E’ questo uno dei principali tratti della descrizione dantesca della vita: mostrare come i giusti siano colpevoli quando irredenti, perché meschini nella loro giustizia, e come i peccatori siano salvi quando toccati dalla grazia, perché grandi nel loro affetto.
Quale atto compiuto, dunque, ha salvato Cunizza?
Dante non lo ricorda esplicitamente nel Paradiso. Ma certo fu un gesto, un grande gesto umano, capace di mostrare la conversione della mente e del cuore.
Come avvenne per il presuntuoso tiranno senese Provenzan Salvani, ricordato da Dante nel canto XI del Purgatorio. Questi non esitò a abbattere il suo orgoglio, rivolgendo su di sé la violenza del suo carattere: mentre era all’apice della sua gloria, per aiutare un amico rinchiuso nelle prigioni di Carlo I d’Angiò, si umiliò a elemosinare in ginocchio la somma del riscatto “liberamente nel Campo di Siena… e lì, per trar l’amico suo di pena/ che sostenea nella prigion di Carlo, si condusse a tremar per ogni vena”.
Non lo sforzo, ma uno sguardo altrove, capace di amare, accende la perfezione morale. I dati biografici ci suggeriscono che, per Cunizza, il gesto della salvezza fu forse l’affrancamento di tutta la sua servitù. Ma più profondamente, Cunizza, nel cielo di Venere, è salva proprio grazie alla comprensione del peccato da cui fu vinta e che ora può guardare con affetto. Poco più oltre, sempre nel IX canto del Paradiso, Folchetto da Marsiglia lo ripeterà: “Non però qui si pente, ma si ride,/ non de la colpa, ch’a mente non torna,/ ma del valor ch’ordinò e provvide”.
La potenza divina diede questo ordine ai nostri influssi, grazie ai quali ora siamo qui.
All’Inferno, invece, tra i viziosi “peccator carnali,/ che la ragion sommettono al talento” vi sono i due leggiadri amanti Paolo Malatesta e Francesca da Polenta. “Quanti dolci pensier, quanto
disio” accompagnano ancora i loro volti e i loro discorsi. Essi sono l’emblema della forza accanita di una passione che non si può fermare davanti a nulla. Più che concupiscenti o lussuriosi, Paolo e Francesca sembrano rappresentare la gentilezza dell’amore, laddove è Gianciotto Malatesta, il marito di Francesca e il fratello di Paolo, a raffigurare la stupida violenza di chi contrasta gli impulsi irrefrenabili. E’ Gianciotto, il tradito, che finirà, infatti, nella Caina, il girone dei traditori, per aver ucciso i due amanti. Dante dapprima piange e poi sviene per la pietà che prova davanti al loro destino. Nei due gentili amanti, come in tutti i grandi dannati, egli rivede, infatti, se stesso. Così noi, nella intensità della poesia, riconosciamo la nostra verità. La qual cosa dovrebbe rendere, razionalmente, la collocazione infernale di qualcosa che ci affascina ancora più drammaticamente significativa, mentre è noto che infinite sono state le sofistiche giustificazioni, a cominciare da chi
ha separato il poeta dalle sue convinzioni, sino a chi nelle canzonette canta un Dante marcusiano e reichiano, che finge una condanna, mentre sostiene il libero amore. Quale fu, allora, la causa del loro “mal perverso” e della loro eterna dannazione? Perché Cunizza è nel Paradiso e i due nobili romagnoli sono nell’Inferno? Se stiamo alla giustificazione della loro colpa, mai parole furono così perfette. Come non sostenere l’immensa verità di “amor, ch’a nullo amato amar perdona”? E’ l’amore stesso in noi che non può perdonare che l’altro non ci riami: frase tanto precisa che, tra l’altro, avrebbe potuto anche essere pronunciata dal marito tradito, durante il processo penale per il duplice omicidio. L’amore è sempre la risposta a un amore che ci precede. Non creiamo noi l’amore, ma lo ritroviamo come risposta corrispondente alla nostra umanità.
Tale e tanta è la potenza di eros che è necessario, dunque, mettere un ordine, e Dante lo farà nei canti centrali del Purgatorio, spiegando che la verità dell’amore non dipende dal suo manifestarsi disordinato, ma dall’ampiezza del suo oggetto. Poiché l’amore è risposta a qualcosa che ci attrae, la vastità ideale del suo oggetto ne esprime la misura e, perciò, l’adeguatezza umana. Limitato alla concupiscenza, l’amore è, invece, una verità col verme, è una verità diventata pazza, e perciò, come il peccato, diminuzione di un bene rinchiuso, meschino. Un amore piccolo è un non-amore. Qual è, infatti, il gesto lussurioso che potremmo portare a nostro merito, per illustrare la qualità valorosa del nostro vivere? Francesca è legata nel ricordo unicamente al “tempo felice” di un gesto voglioso, del quale ricorda dolorosamente ogni particolare, in un crescendo di passione, sino a che Paolo “la bocca mi baciò tutto tremante”. A confronto con Cunizza da Romano, Paolo e Francesca sono dei concupiscenti da spiaggia. Alla celeste solidità di Cunizza, che ne ha viste tante e tanti, e che conosce i guai della sua terra, essi contrappongono la vanità luciferina e ventosa del loro vagabondare, appena un po’ nostalgici di una terra che siede in pace. Essi appaiono stretti, evanescenti e senza speranza come l’inferno. Eppure anche la creatura e il suo piacere amoroso possono essere fonte di grandezza e di riscatto, e lo si può vedere nel racconto più personale della passione dantesca, che è, ovviamente, quello concernente Beatrice. Nella Commedia, il fatidico e sublime incontro avviene a dieci anni dalla morte di lei, in una delle pagine più vertiginose della letteratura universale, lungo i canti XXX-XXXII del Purgatorio.
Non so se la logica in campo amoroso sia oggi molto ascoltata, ma qui, proprio dove brucia l’intensità dell’affetto, essa è spinta al suo estremo rigore. Dante scoppia di tremore e riconosce in sé “i segni dell’antica fiamma”. A questo punto risuona, per necessità e naturale relazione tra innamorati, il nome proprio “Dante”. Beatrice, “regalmente proterva”, gli appare coperta da un velo bianco, lo guarda, gli parla, ma con sdegno, costringendolo ad abbassare il volto per la vergogna. Nessun mortale avrebbe potuto resistere al pianto. Poi Beatrice si rivolge agli angeli, ricordando che Dante, “nella sua vita nuova/ virtualmente”, aveva tali doti umane e tante grazie divine “ch’ogni abito destro/ fatto averebbe in lui mirabil prova”. Lei lo sosteneva col suo volto. Ma poi, dopo la sua morte, egli si diede a un’altra. “Fu’ io a lui men cara e men gradita;/ e volse i passi suoi per via non vera,/ imagini di ben seguendo false,/ che nulla promission rendono intera”.
Siamo, a questo punto, alla via dimostrativa della necessità del Bene assoluto attraverso la presenza di una creatura amata. Da viva, perché, afferma Beatrice, “i mie’ disiri,/ … ti menavano ad amar lo bene,/ di là dal qual non è a che s’aspiri”. Da morta, perché “mai non t’appresentò natura o arte/ piacer, quanto le belle membra in ch’io/ rinchiusa fui, e sono in terra sparte; e se ’l sommo piacer sì ti fallìo/ per la mia morte, qual cosa mortale/ dovea poi trarre te nel suo disio?”.
Dopo il pentimento per aver preferito qualcosa che è assai di meno di lei, guardare Beatrice, godere della sua presenza diviene il ritornello dei numerosi versi di questi canti.
“Sotto ’l suo velo e oltre la rivera vincer parìemi più se stessa antica,/ vincer che l’altre qui, quand’ella c’era”.
Sono le parti nelle quali affiora la cristiana considerazione che attraverso una creatura, amata incondizionatamente, emerge la salvezza.
“Tant’erano li occhi miei fissi e attenti/ a disbramarsi la decenne sete,/ che li altri sensi m’eran tutti spenti./ Ed essi quinci e quindi avean parete/ di non caler – così lo santo riso/ a sé traéli con l’antica rete”.
Il santo riso di un volto amato che ci cattura nella sua rete: l’amore è divenuto, così, non solo virtù astratta di eroi e di filosofi, ma particolare promessa sulla quale è possibile soffermarsi con dignità da redenti.
Francesco Valenti
saluti




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