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Discussione: Le brame allo specchio

  1. #21
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    Predefinito Dante e l’eros in paradiso

    Invertiti i termini del vivere, la considerazione dell’“amore di Dio come una forma sublimata dell’amore carnale” è uno dei refrain della “nostra epoca miserabile”, afferma Simone Weil.
    Che sia vero esattamente il contrario, che sia possibile vivere l’esperienza della liberazione anche da coloro che sono stati schiavi di mille passioni, è il segno e la verità principale della Divina Commedia, il ritratto poetico della vita e della storia più ordinato, cioè amoroso e unitario, che sia stato concepito. Al di sopra e oltre l’inferno dell’assenza di Dio esiste, infatti, la carità della luce del paradiso. La ristrettezza della libido, la cui “vanity requires no response,/ and makes a welcome of indifference” all’amante casuale (T. S. Eliot), lascia in ogni creatura spazio all’ampiezza del desiderio costitutivo dell’uomo.
    Il grigiore degli evoluti, la comédie humaine, trova il suo riscatto nell’irriducibilità di un sigillo divino. Limitandosi a esaltare qualche parte selezionata dell’Inferno, la prosopopea dei moderni censori ripete invece quella colossale falsità vulgata, che fa di Dante un imbestialito giustizialista ante litteram. Come se la più grande opera poetica italiana non avesse nel suo centro, tra i salvati, stupidi avversari politici, feroci nemici di guerra, falsi ideologi e tremendi peccatori; non avesse Manfredi, Iacopo del Cassero, Buonconte da Montefeltro, Guglielmo Aldobrandeschi, Bonagiunta Orbicciani, Martino IV e tanti, tanti altri, tra i quali va annoverato Dante stesso.
    La giustizia dantesca è sempre l’accordo tra verità e misericordia, è la measure for measure con la quale saremo anche noi giudicati, non è per nulla scimmiottatura da puliti censori. La potenza della descrizione infernale, l’orrore e l’irrealtà delle masse tragiche devono essere tanto precise da lasciare spazio alla promessa della resurrezione dei corpi.
    In qualche modo, ne sono, anzi, in stretta relazione, dipendendone come un gradino dalla scala. Così la repressione e il vuoto dell’inferno sono segno di libertà e di speranza.
    Non è dunque possibile pensare alle rappresentazioni di Dante, anche a quelle infernali, comprese quelle nei riguardi della concupiscenza, in termini da moralismo protestante del Cinquecento, del quale oggi soffriamo la faccia da nichilismo gaio della medaglia, dopo averne subito per anni, anche nei paesi cattolici, il cupo recto: entrambe, peraltro, tristi reazioni al sentire lieto e italiano della vita, di cui Dante è ancora tra gli interpreti più veri e ascoltati.
    Verrebbe voglia, come già fece il Machiavelli, di rifugiarsi in un cinismo che sfiora l’ipocrisia, pur di non cadere tra le grinfie di una purezza intesa come esclusione del peccato originale e divenuta perciò conformità alle regole del vivere civile. In nome di tale purezza bisognava, ieri, impedire il disfacimento delle ragazze e della famiglia, senza minimamente curarsi di come si conducevano, e oggi essere sempre corretti e puliti, specie con la moglie, anche quando, annoiati, la si fa partecipare a un’orgia.
    Ma nel cinismo, che rifiuta l’orrore dei buoni, si cade laddove l’attaccamento al peccato originale non faccia nemmeno sfiorare l’ipotesi di redenzione: a questo Dante era sfuggito, insieme a parte della sua epoca. Il dogma moderno dell’impossibilità di un incontro che sia redenzione ci ha obbligati a pensare alle onte della vita in termini disordinati e contraddittori. Avviene così che il male sia presente solo come reato altrui o s’innalzi nel proprio vanto, che il dramma gravi come tragedia o s’elimini nella diversione, che il limite s’imponga come tomba o sia ridicolizzato nel viagrare scientifico.
    La gratuità dello sguardo e la gratitudine delle relazioni, quando non addirittura la loro verginità, veri segnali miracolosi dell’alto, sono escluse dallo sguardo delle persone serie e vengono ritenute idealizzazioni intellettuali di sempliciotti un po’ repressi.
    Tra le figure dominate da irrefrenabile impulso carnale, una delle più interessanti e controverse dell’intero poema, è quella di Cunizza da Romano, la cui collocazione, nel canto IX del Paradiso, è già di per sé à rebours.
    Suo fratello era l’uomo più violento del primo Trecento italiano, “una facella/ che fece a la contrada un grande assalto”.
    Narra Giovanni Villani, nella sua “Cronica”, che Ezzelino da Romano “fu il più crudele e ridottato tiranno che mai fosse tra’ cristiani, e signoreggiò per sua forza e tirannia, grande tempo, tutta la Marca di Trevigi [Treviso] e la città di Padova e gran parte di Lombardia”.
    Lei, Cunizza, era cresciuta sotto l’irrefrenabile influsso del cielo di Venere. Formidabile osservatore della realtà, Dante annota con precisione certe attitudini caratteriali dell’uomo, dall’aspetto quasi ossessivo. Tra queste, l’attaccamento vizioso a un eros che permea la vita, oscurando ogni altra gratuita relazione con l’altro sesso, che pure si mostra presente, a tratti, anche nelle dinamiche naturali dei rapporti.
    Insieme al suo tempo, Dante credeva che tali caratteristiche subissero, ma solo in parte, l’influsso astrale e che provenissero dal cielo ordinato da Dio; e perciò lo credeva senza sciocche superstizioni, diversamente da noi, almeno se stiamo alla quantità di oroscopi che sin dal primo mattino ci sommerge, subito dopo le tragedie quotidiane dei tg. Come afferma con spirito uno degli antichi commentatori della Commedia, il Lana, Cunizza da Romano “era de tanta larghezza in lo so amore che avrebbe tenuto grande villania a porsi a negarlo a chi cortesemente gliel’avesse domandato”.
    Dove è da notare la fine ironia e la sottigliezza balzachiana di quel
    “cortesemente”, che per i medievali significa la sollecitudine di chi risponde e si dà da fare, prima ancora che venga formulata alcuna richiesta (qui non di aiuto, ma di altro).
    Sposa nel 1222 del conte Rizzardo di San Bonifacio, Cunizza da Romano divenne amante del poeta Sordello da Goito, col quale fuggì, abbandonando il marito; morto Sordello, si diede, in successione, a un cavaliere trevisano, poi al conte Aimerio di Breganze e quindi a un altro signore veronese. Caduti in disgrazia gli Ezzelini, trascorse gli anni finali della sua vita in Toscana, tra la casa fiorentina del padre di Guido Cavalcanti e il castello della Cerbaia, presso Alessandro degli Alberti. Cunizza era la perfetta delizia del pettegolezzo da strada e la compiaciuta dimostrazione psicanalitica del dominio della pruderie.
    Dante ne descrive la vita indisciplinata in pochissimi versi: uno per ricordare la comune radice con la sciagurata vita di Ezzelino (“d’una radice nacqui io ed ella”), mezzo per ricordare il proprio nome (“Cunizza fui chiamata”) e uno e mezzo per sottolineare che si mostra nel cielo di Venere perché fu influenzata da attitudine amorosa (“e qui refulgo/ perché mi vinse il lume d’esta stella”).
    Quel che più interessa è il commento che segue ai versi citati: “Ma lietamente a me medesma indulgo/ la cagion di mia sorte, e non mi noia;/ che parria forse forte al vostro vulgo”.
    La terzina, introdotta da un’avversativa che si contrappone, per lei, ora vincitrice, all’esser stata vinta in terra da qualcosa, prosegue con avverbio di sapore paradisiaco (“lietamente”), che si lega al perdono a sé (gli uomini di mondo si giustificano, non si perdonano lietamente), sottolinea con l’allitterazione la personalità e il soggetto salvato (quasi dicesse, “sì, proprio io”), giunge al verbo “indulgo”, cioè “perdono”, facendo attendere per un attimo, nell’enjambement, il suo oggetto, preparandone l’enormità:
    “Io perdono con gioia durevole il motivo per cui mi mostro in questo cielo, che è l’essere stata influenzata da eros”, aggiungendo poi, a conferma, il successivo “non mi noia”, non mi provoca fastidio. E questo sarà sempre forte per il volgo.
    E’ necessario ripeterlo: che cosa apparirà sempre eccessivo, “forte”, al volgo di tutti i tempi, tanto da indurre Dante quasi a giustificarsi? Il fatto che vi sia un paradiso delle “anime carnali”, che esse possano lietamente perdonarsi e che vi sia un legame misterioso tra la loro sensualità e la loro redenzione. Insomma, i “giusti” di tutte le latitudini troveranno insopportabile che proprio una determinata disposizione del carattere, votata spesso alla corruzione morale, abbia anche la forza spirituale per permettere l’accoglimento della grazia e, di conseguenza, addirittura eroici gesti di salvezza.
    Come fu per la biblica Raab, la meretrice di Gerico, che favorì l’impresa di Giosuè (Pd IX, 116).
    E’ questo uno dei principali tratti della descrizione dantesca della vita: mostrare come i giusti siano colpevoli quando irredenti, perché meschini nella loro giustizia, e come i peccatori siano salvi quando toccati dalla grazia, perché grandi nel loro affetto.
    Quale atto compiuto, dunque, ha salvato Cunizza?
    Dante non lo ricorda esplicitamente nel Paradiso. Ma certo fu un gesto, un grande gesto umano, capace di mostrare la conversione della mente e del cuore.
    Come avvenne per il presuntuoso tiranno senese Provenzan Salvani, ricordato da Dante nel canto XI del Purgatorio. Questi non esitò a abbattere il suo orgoglio, rivolgendo su di sé la violenza del suo carattere: mentre era all’apice della sua gloria, per aiutare un amico rinchiuso nelle prigioni di Carlo I d’Angiò, si umiliò a elemosinare in ginocchio la somma del riscatto “liberamente nel Campo di Siena… e lì, per trar l’amico suo di pena/ che sostenea nella prigion di Carlo, si condusse a tremar per ogni vena”.
    Non lo sforzo, ma uno sguardo altrove, capace di amare, accende la perfezione morale. I dati biografici ci suggeriscono che, per Cunizza, il gesto della salvezza fu forse l’affrancamento di tutta la sua servitù. Ma più profondamente, Cunizza, nel cielo di Venere, è salva proprio grazie alla comprensione del peccato da cui fu vinta e che ora può guardare con affetto. Poco più oltre, sempre nel IX canto del Paradiso, Folchetto da Marsiglia lo ripeterà: “Non però qui si pente, ma si ride,/ non de la colpa, ch’a mente non torna,/ ma del valor ch’ordinò e provvide”.
    La potenza divina diede questo ordine ai nostri influssi, grazie ai quali ora siamo qui.
    All’Inferno, invece, tra i viziosi “peccator carnali,/ che la ragion sommettono al talento” vi sono i due leggiadri amanti Paolo Malatesta e Francesca da Polenta. “Quanti dolci pensier, quanto
    disio” accompagnano ancora i loro volti e i loro discorsi. Essi sono l’emblema della forza accanita di una passione che non si può fermare davanti a nulla. Più che concupiscenti o lussuriosi, Paolo e Francesca sembrano rappresentare la gentilezza dell’amore, laddove è Gianciotto Malatesta, il marito di Francesca e il fratello di Paolo, a raffigurare la stupida violenza di chi contrasta gli impulsi irrefrenabili. E’ Gianciotto, il tradito, che finirà, infatti, nella Caina, il girone dei traditori, per aver ucciso i due amanti. Dante dapprima piange e poi sviene per la pietà che prova davanti al loro destino. Nei due gentili amanti, come in tutti i grandi dannati, egli rivede, infatti, se stesso. Così noi, nella intensità della poesia, riconosciamo la nostra verità. La qual cosa dovrebbe rendere, razionalmente, la collocazione infernale di qualcosa che ci affascina ancora più drammaticamente significativa, mentre è noto che infinite sono state le sofistiche giustificazioni, a cominciare da chi
    ha separato il poeta dalle sue convinzioni, sino a chi nelle canzonette canta un Dante marcusiano e reichiano, che finge una condanna, mentre sostiene il libero amore. Quale fu, allora, la causa del loro “mal perverso” e della loro eterna dannazione? Perché Cunizza è nel Paradiso e i due nobili romagnoli sono nell’Inferno? Se stiamo alla giustificazione della loro colpa, mai parole furono così perfette. Come non sostenere l’immensa verità di “amor, ch’a nullo amato amar perdona”? E’ l’amore stesso in noi che non può perdonare che l’altro non ci riami: frase tanto precisa che, tra l’altro, avrebbe potuto anche essere pronunciata dal marito tradito, durante il processo penale per il duplice omicidio. L’amore è sempre la risposta a un amore che ci precede. Non creiamo noi l’amore, ma lo ritroviamo come risposta corrispondente alla nostra umanità.
    Tale e tanta è la potenza di eros che è necessario, dunque, mettere un ordine, e Dante lo farà nei canti centrali del Purgatorio, spiegando che la verità dell’amore non dipende dal suo manifestarsi disordinato, ma dall’ampiezza del suo oggetto. Poiché l’amore è risposta a qualcosa che ci attrae, la vastità ideale del suo oggetto ne esprime la misura e, perciò, l’adeguatezza umana. Limitato alla concupiscenza, l’amore è, invece, una verità col verme, è una verità diventata pazza, e perciò, come il peccato, diminuzione di un bene rinchiuso, meschino. Un amore piccolo è un non-amore. Qual è, infatti, il gesto lussurioso che potremmo portare a nostro merito, per illustrare la qualità valorosa del nostro vivere? Francesca è legata nel ricordo unicamente al “tempo felice” di un gesto voglioso, del quale ricorda dolorosamente ogni particolare, in un crescendo di passione, sino a che Paolo “la bocca mi baciò tutto tremante”. A confronto con Cunizza da Romano, Paolo e Francesca sono dei concupiscenti da spiaggia. Alla celeste solidità di Cunizza, che ne ha viste tante e tanti, e che conosce i guai della sua terra, essi contrappongono la vanità luciferina e ventosa del loro vagabondare, appena un po’ nostalgici di una terra che siede in pace. Essi appaiono stretti, evanescenti e senza speranza come l’inferno. Eppure anche la creatura e il suo piacere amoroso possono essere fonte di grandezza e di riscatto, e lo si può vedere nel racconto più personale della passione dantesca, che è, ovviamente, quello concernente Beatrice. Nella Commedia, il fatidico e sublime incontro avviene a dieci anni dalla morte di lei, in una delle pagine più vertiginose della letteratura universale, lungo i canti XXX-XXXII del Purgatorio.
    Non so se la logica in campo amoroso sia oggi molto ascoltata, ma qui, proprio dove brucia l’intensità dell’affetto, essa è spinta al suo estremo rigore. Dante scoppia di tremore e riconosce in sé “i segni dell’antica fiamma”. A questo punto risuona, per necessità e naturale relazione tra innamorati, il nome proprio “Dante”. Beatrice, “regalmente proterva”, gli appare coperta da un velo bianco, lo guarda, gli parla, ma con sdegno, costringendolo ad abbassare il volto per la vergogna. Nessun mortale avrebbe potuto resistere al pianto. Poi Beatrice si rivolge agli angeli, ricordando che Dante, “nella sua vita nuova/ virtualmente”, aveva tali doti umane e tante grazie divine “ch’ogni abito destro/ fatto averebbe in lui mirabil prova”. Lei lo sosteneva col suo volto. Ma poi, dopo la sua morte, egli si diede a un’altra. “Fu’ io a lui men cara e men gradita;/ e volse i passi suoi per via non vera,/ imagini di ben seguendo false,/ che nulla promission rendono intera”.
    Siamo, a questo punto, alla via dimostrativa della necessità del Bene assoluto attraverso la presenza di una creatura amata. Da viva, perché, afferma Beatrice, “i mie’ disiri,/ … ti menavano ad amar lo bene,/ di là dal qual non è a che s’aspiri”. Da morta, perché “mai non t’appresentò natura o arte/ piacer, quanto le belle membra in ch’io/ rinchiusa fui, e sono in terra sparte; e se ’l sommo piacer sì ti fallìo/ per la mia morte, qual cosa mortale/ dovea poi trarre te nel suo disio?”.
    Dopo il pentimento per aver preferito qualcosa che è assai di meno di lei, guardare Beatrice, godere della sua presenza diviene il ritornello dei numerosi versi di questi canti.
    “Sotto ’l suo velo e oltre la rivera vincer parìemi più se stessa antica,/ vincer che l’altre qui, quand’ella c’era”.
    Sono le parti nelle quali affiora la cristiana considerazione che attraverso una creatura, amata incondizionatamente, emerge la salvezza.
    “Tant’erano li occhi miei fissi e attenti/ a disbramarsi la decenne sete,/ che li altri sensi m’eran tutti spenti./ Ed essi quinci e quindi avean parete/ di non caler – così lo santo riso/ a sé traéli con l’antica rete”.
    Il santo riso di un volto amato che ci cattura nella sua rete: l’amore è divenuto, così, non solo virtù astratta di eroi e di filosofi, ma particolare promessa sulla quale è possibile soffermarsi con dignità da redenti.

    Francesco Valenti

    saluti

  2. #22
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    Predefinito Il dolce stil antico

    In principio della concupiscenza avevo cinque anni.
    All’asilo arrivò una bambina israeliana, forse un anno meno dei miei. Aveva i capelli rossi e le lentiggini, facevamo a correre veloci e mi sorrideva. Appena la vedevo, mi veniva un piccolo affanno, e quando ero sicuro di essere solo, dicevo il suo nome. Un giorno le chiesi se voleva giocare a una fiaba e le alzai un poco la gonna, ma prima che rispondesse, scappai sui gradini del tempio. Mi appiattii contro la grande porta, mentre sentivo il sangue scorrere forte.
    In terza elementare c’era una bambina di quinta, era alta mezza spanna più di me. Mi carezzò una guancia e la mano le profumava di caffè, come fosse stata adulta. Dopo, ogni volta che a casa sentivo odore di caffè, era come riaverla accanto – fragranza contro fragranza. Una stregoneria.
    A quindici anni, in classe c’era una ragazza, il suo volto era così bello e i suoi sorrisi così di fronte a me, che non li potevo accogliere, e se li avessi accolti sarei morto. Abitava a un quartiere dal mio, una decina di vie con in mezzo solo il rinforzo di una piazza. Era un pericolo. Per evitare di incontrarla, e deluderla con un balbettio, cambiai la strada per andare a scuola. Quando arrivavo, controllavo se lei si trovava già al portone del liceo; se c’era, restavo dall’altra parte del viale, nascosto tra le macchine e gli alberi, e da là dietro guardavo mentre, lontana, rideva e parlava con gli altri. Era tutta per me e avrei potuto continuare a custodirla negli occhi. Nessuno se ne sarebbe mai accorto. Cosa c’era di meglio?
    Era mia senza saperlo, era a disposizione, e io felice. Da ragazzo, ho concupito con tutte le forze quello che sentivo di non potere avvicinare; quello che avrebbe potuto essere mio, se lo avessi innanzitutto rapito con la mente. Infine, ho concupito quello che poteva essere mio, ma forse perché l’esito sarebbe stato terribilmente incerto. Per me è stato questo, concupire. E desideravo con le viscere potermene stare di nascosto nel parco di una certa villa – io entravo spingendo una piccola porta, e da un muretto vedevo Firenze sino a buio. E a buio, scendevo dal muretto e portavo a casa il turbamento. Per tutta la giovinezza ho concupito la libertà. A dodici anni spiai a lungo una vecchia bicicletta a un angolo di strada. Era senza lucchetto, sempre sola. Era abbandonata? Non mi volli rispondere. Era come se qualcuno possedesse la macchina della libertà e non ci andasse in giro. Mi turbava. Ancora adesso non so se la rubai, o se la presi perché me lo stava chiedendo. Balzai sul sellino e la inghiottii con un rapido morso. Uscivo di casa gridando la gioia dentro di me, giravo l’angolo e pigiavo lesto con le gambe. Potevo fare tutto, ero onnipotente.
    Telefonai a un amico che stava dall’altra parte della città. Gli dissi:
    “Tra deci minuti sono da te. Ciao”. Un super-eroe a pedali. Scantonavo in campagna e alle curve sentivo il fresco dei fossi. Decisi che il terzo giorno sarebbe stato l’ultimo di libertà. Avevo fatto la fantasia che la bicicletta fosse di tutti e stesse facendo il giro della Terra, di ragazzo in ragazzo, e che al terzo giorno io dovevo riconsegnarla all’ignoto. La mattina presto uscii di casa e presi la bicicletta all’angolo dove la tenevo mezza per terra, in modo che non interessasse a nessuno e così nessuno la volesse prendere. Insomma, era mattina presto e partii per l’ultima corsa. Arrivai sino al mare. Proprio davanti alle onde. E respirai a fondo l’odore di quell’aria che avevo conquistato. Voltai la bici e tornai. La mattina del quarto giorno, feci un malinconico giro di ritorno, finché scesi e la rimisi a posto, il suo posto, e questo fece parte di una perfezione intangibile.
    In seguito, ho concupito le fidanzate per poi rimettere a posto anche loro, e scappare al terzo giorno: perché la vicinanza distruggeva la concupiscenza. Ho concupito il trio opera cento di Schubert, e il Vespro della Beata Vergine Maria di Monteverdi, e gli assoli struggenti di Hendrix e i versi di Marina Cvetaeva, “Giovinezza/ mia rossa scarpina spaiata/ giovinezza/ va dagli altri”. Ho concupito ciò che stava al limite dei miei confini.
    E alla fine ho preso a concupire Dio, mia fortezza – che Lui non mi lasci andare.
    Da qualche anno mi sembra che la concupiscenza non ce la faccia più; che la concupiscenza abbia scritto la sua propria condanna. E io ce l’ho con le immagini perché vogliono sostituire le mie decisioni, e vogliono che io sia un’ombra. Se Ulisse fosse vissuto in questa ingannevole vita di immagini che paiono corpi pieni e proprio sentimenti – nel cinema, in televisione, su internet – la sua avventura sarebbe stata di vagare da fermo. Ulisse non lascerebbe Itaca, un occhio catodico lo farebbe per lui. Penelope lo attenderebbe senza sapere che lui è a casa. I Proci avrebbero tutto. Sì, ho questo disagio da quando al cinema circola una nuova sostanza espressiva, la concupiscenza dell’assoluto che è essere seduti in platea e avere la sensazione di galoppare in una tempesta, solo che è sempre la stessa tempesta. Il dolby surround – che viene nelle case e ruggisce sotto il nome di home theatre. Vibrano i vetri delle finestre, le chiavi appoggiate sulla tavola; e in tv suona un telefono, e io porto il cellulare a un orecchio, e mio figlio esclama indignato: “Ma babbo, è il film!”. Lui ride. Ha dodici anni.
    A me non va bene questa cosa nuova; che tutto sia verosimile e io tradito nell’intelligenza della realtà. Che se la finzione è come la realtà, dove è finita la realtà, e dove è finita la finzione?
    Ma poi dove sei finita – concupiscenza?
    C’è dunque questo modo plateale che investe la platea. Mi succede allora che entro in una sala cinematografica, siedo in una poltroncina con due misure di popcorn: gigante per il figlio, a norma per la moglie. Subisco il nuovo approccio col cinema: ottico, acustico e gastrico. Prima ancora che si spengano le luci, provo una sensazione di profondo disagio. Non capisco se stiamo andando al cinema o a ruminare in una stalla ologrammatica. Non vorrei più andare a vedere i film: prima ancora di entrare, per strada, so che le immagini mi tradiranno. Non avrò alcuna emozione, sarò apatico. Sarò seduto a non fare niente, e obbligato a una fatica. Mangerò, e sarò senza appetito; senza sete, e starò bevendo. Al cinema, e senza film. Uguali le storie, gli effetti speciali, omofone le musiche, e allora potrebbe darsi che nel nuovo mondo dello spettacolo viga la legge contadina di quando si ammazza il maiale, ché non si butta via niente. E dunque uguali anche i dialoghi, e a ricalco le scene di battaglia. Film senza uno spirito che vi si incarni. Come se ormai le persone del mondo dicessero sempre la stessa frase. Alla fine, tristemente, i presenti si alzano in piedi, lasciano la platea e siamo fittizi. Penso al tenebroso “Apocalypse now”, e che a rivederlo oggi, a casa e dolbizzato, sia il capofila di un cinema che voleva rappresentare la crudezza della guerra moderna. Sembrava l’epica fine dell’occidente, invece era la fine epica dell’udito. Mi parrebbe che sia stato questo il termine ultimo della corsa, l’apocalypse now. Le emozioni che hanno lo stesso urlo, la stessa gragnuola di decibel, e forse questo sulla via del rock, dei Cream e di Jimi Hendrix. Del resto, la Fender e l’amplificazione di Woodstock sono state la sola traduzione poetica e corporale del modo di produzione elettrico – e alla fine, nel cinema dopo il delta del Mekong, dopo Hendrix e Coppola, è uguale il grido di un gladiatore, di un mostro spaziale in agonia; i colpi del martello sui chiodi di Gesù, una carta da giuoco che cade sul pavimento.
    Narciso non fu tradito come noi: l’acqua c’era di già, e ci sarebbe stato il riflesso solo se un giovinetto si fosse accostato allo specchio lacustre. Invece, mai le immagini sono state finestre evanescenti come ora – e friabili i desideri. Mai il tradimento delle immagini è stato una tale metafora dell’eclisse delle pulsioni, sessuali e sensuali.
    C’è in giro una dea ignota, ed è Apatia. Là dove regnava il non dicibile e l’inquieto, la smania, è spazio esploso. Guardo, e vedo che il privato, l’inconscio sono saliti in superficie nella forma dello spettacolo iper-reale dal gran buco della serratura televisiva, e che faccio esperienza attraverso i fatti degli altri. La concupiscenza è una rappresentazione sovraesposta, totale quanto irreale. Il buio è sotto i riflettori, e mica è più buio. No, è una conversazione che comincia, finisce e riparte. Come se vedessimo sempre le stesse due persone che si incontrano, dicono ciao e buona sera, girano l’angolo; e di nuovo si incontrano allo stesso angolo appena visto, e dicono ciao e buona sera. Succede già nei giochi di playstation. Più e più volte di più e più film, un uomo e una donna si consumano al muro di una rampa di scale, a un angolo di strada, a una stazione di benzina. In piedi, nel luogo più pubblico – più rognoso. L’uomo tiene la donna in collo, lei sbarra gli occhi. Questa è la nostra accanita gioia. E la concupiscenza non ha una lingua con vocaboli personali, ma universali. Accendi pure la tv a sera, e guarda; su ogni canale locale c’è qualcuno che grida: “Scopami”. Nessuno che stia zitto in modo probabile. Chiudi gli occhi, il dialogo gira intorno a se stesso e una voce dice, decine di voci dicono:
    “Scopami”. Per il resto, prevale l’espressione politicamente corretta, “fare sesso”. Poi qualcuno scoprirà che “fare sesso” viene dall’America, è lessico proprio del capitalismo, non è cultura liberata, allora esploderà un termine tibetano, che ne so, “cuccurucuccuccù”, e conversando la gente dirà: “Tu è molto che non fai cuccurucuccuccù?”. Povera realtà, che giaci morta, senza “tu” né “io”. La concupiscenza è caduta in un’imboscata. Intossicata da un cibo contro-natura. Come accade ai gatti quando passano da una dieta di polmoni, o anche di salutari topi, alle scatole di intrugli biscottati. Miagolano al cielo come amleti con la coda. Io vedo, e vedo che non vedo. Sento, e sento che non sento. E così come per il racconto cinematografico, altrettanto per la vecchia polpetta al tegame. Allora una sera siamo in viaggio, è tardi, abbiamo fame. Un amico più giovane di vent’anni, fa: “So un posto”. Fermiamo la macchina, ed eccoci a sorpresa in un locale della catena mondiale di cibo rapido. Ci mettiamo in fila e ordiniamo le cose a colori che si vedono nei cartelli sopra la cassa. Andiamo coi vassoi arancioni, sediamo, mastichiamo. Un niente morbido, e ho finito di cenare. Ci alziamo, ce ne andiamo, camminiamo senza peso come gli astronauti – come se avessimo mangiato i fantasmi delle polpette. Via dunque, dalla mangiatoia spaziale e assieme ospedaliera: linda, anestetica, accecante; tavola che è tavolo operatorio. Usciamo in strada, ripartiamo e mi pare improprio che non ce ne andiamo a bordo di un razzo. In questo nuovo mondo, la vecchia concupiscenza ci è rimasta secca.
    Viene alla mente l’ultimo film di Kubrik, “Eyes wide shut”, prima che morisse.
    Film sulla notte della città e sui sogni più oscuri divenuti realtà; quando la libertà è una tiranna e non più il fantasma che diceva Buñuel.
    Dato che osceno vuol dire ciò che non è augurale - e se c’è un luogo non augurale, ma funesto e luttuoso, è quello di una libertà sfrenata. Dov’è la natura iniziale? Dove i laghi e gli stagni e il letto dei fiumi in cui rispecchiarsi e vedersi? Qui, mi viene conveniente riportare quello che mi ha detto un amico pittore, Claudio Sacchi, sulla concupiscenza.
    Un artista figurativo che non lascia niente al relativismo interpretativo dell’astratto. Dipingere per lui è imitare ad arte la realtà, perciò, con devozione, fabbrica lui stesso i colori per le immagini come facevano i pittori del Rinascimento – credo che lo faccia per essere sicuro che tutto provenga dalla materia naturale, e così le immagini restituiscano la gamma dei colori
    possibili. Il segreto minuzioso della luce. Una volta lui mi spiega che la pittura ad arte non ha mai rappresentato la sensualità attraverso scene di
    sesso in corso: e che il sesso mentre è in atto è stato dipinto soltanto in modo caricaturale, per scherzo o celia; o come a Pompei: documentato.
    Per dire a noi di adesso, che loro di prima erano così, e così la loro vita. Non c’è niente, mi dice poi questo amico, di più inestetico del coito e della sua fatica; della laboriosa malagrazia dei corpi riuniti, della ricerca delle posizioni per conseguire il godimento. E insomma niente è meno pittorico e rappresentabile del piacere mentre è in corso.
    La concupiscenza, sorta come leggendario, o escatologico, atto di disobbedienza, come ferita della Creazione, subito debolmente ricoperta con una foglia, fa sentire il suo ghigno e svela la lunga storia della disobbedienza che continua e si dilata come tessuto da tempo smagliato, ormai senza maglia. Già avvenuta la catastrofe, il capovolgimento di tutto – katastrofè.
    “Non fabbricarti nessun idolo e non farti nessuna immagine di quello che è in cielo, sulla terra o nelle acque sotto terra. Non devi adorare né rendere culto a cose di questo genere. Perché io, il Signore, sono il tuo Dio e non sopporto di avere rivali…”. Terzo comandamento. Ci abbandonano l’ardore e il brivido, l’alto e il basso della temperatura. Servirebbe uscire da un’altra porta e dopo camminare per una strada fatta vera dai nostri stessi passi.
    Respirare.

    Alessandro Schuved su il Foglio

    saluti

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    Il Foglio intende pubblicare quest’estate un certo numero di saggi brevi sulla concupiscenza, intesa come pena derivante dal peccato originale, come disobbedienza dell’umanità a se stessa nella ricerca disordinata ed eterodiretta del piacere, in conseguenza della disobbedienza a Dio.
    La capitale del mondo occidentale, New York, ha come logo una Grande Mela. Ogni giorno, basta accendere la televisione o leggere un romanzo moderno o dare una sbirciata alle intercettazioni telefoniche o alla pubblicità o partecipare a un gay pride o a un talk show della domenica, ogni giorno mangiamo tranquilli la nostra razione di mela, perdiamo l’innocenza intesa come stato razionale e perfettamente volontario in cui propagare la specie secondo le regole del paradiso terrestre o Eden, quando la nudità e il sesso non erano sottoposti alla fragile legge della verecondia perché scollegati dalla colpa, dal rapporto con la morte e con la finitezza di un essere che non partecipa alla sua origine trascendente.
    La voglia di scopare, insomma, e di sentirsi liberi e sovrani nel farlo senza rimorsi, dannando come retaggio dell’arretratezza la cosiddetta sessuofobia: ecco uno degli approdi più visibili e paradossali del tempo moderno, che nessun ministero per la famiglia, nessun pacs o matrimonio omosessuale, nessun prurito censorio o bigotto può curare. Vediamo di scriverne con alti e bassi, elevando ad altezze teologiche, se possibile e se lo si ritenga giusto, la cronaca sessuomaniacale e sessuofobica che abbiamo sotto gli occhi. Campo libero, come sempre, e un suggerimento disinteressato di tipo editoriale: coniugare, come dicono le persone molto colte, l’ironia con una trasparente e seria adesione al tema trattato, che non è l’ultimo degli argomenti in base ai quali un giornalino può cercare di valutare quel che gli succede intorno.

    Sabato 8 luglio è uscito il il saggio breve di Camillo Langone.
    Stanno lavorando per voi: Andrea Affaticati, Francesco Agnoli, Luigi Amicone, Oddone Camerana, Edoardo Camurri, Ottavio Cappellani, Andrea Marcenaro, Paola Mastrocola, Giulio Meotti, Giampiero Mughini, Aldo Piccato, Eugenia Roccella, Umberto Silva, Nicoletta Tiliacos, Francesco Ventorino, Giuliano Zincone e molti altri.

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  4. #24
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    Predefinito Eccolo

    Concupiscenza, che bella parola. E che brutta gatta da pelare. Perché il tema mi mette in un angolo, mi impedisce ogni via d’uscita che non sia dire la verità. Potrei menare il torrone a lungo ma tanto vale dirlo subito: io mi sono assunto il compito di testimoniare in partibus infidelium la possibilità di essere nel contempo cattolici e concupiscenti. Di più: di essere cattolici e concupiscenti senza particolari problemi, senza soverchie macerazioni. Di più e di più ancora: senza particolari problemi e senza soverchie macerazioni proprio in quanto cattolici. Penso che sia una testimonianza necessaria in un mondo diviso tra perfettismo e nichilismo. Penso che ogni uomo (ogni uomo normale, non parlo dei santi) abbia una dose limitata di intransigenza: è pericoloso sprecarla per i dettagli, quando serve davvero si rischia di scoprire che è finita.
    Stesso ragionamento per qualsiasi altra virtù. La storia e l’esperienza quotidiana insegnano che spesso i vegetariani cominciano e finiscono a tavola la loro dose di bontà. Io mangio carne cruda di cavallo sia perché mi piace sia per essere più mite con i non equini.
    L’espressione “morale cattolica” mi fa venire in mente un vecchio libro di Alessandro Manzoni, che immagino non legga più nessuno e una volta tanto l’oblio di un testo è un bene, l’idea ricevuta del cristianesimo come morale è già troppo diffusa. E’ svilente, insultante pensare che Gesù si sia fatto inchiodare a una croce per impedirci di rubare la marmellata o di toccarci il pisello. E’ molto anni Cinquanta, anche. Il nostro popolo è così vecchio e così stanco che ama credere di vivere nel passato, al tempo in cui era pieno di speranze e di energia. In politica giriamo sempre intorno agli anni Settanta (con la differenza che oggi la violenza è solo di sinistra), al cinema vanno molto gli anni Ottanta e per quanto riguarda la religione l’immaginario nazionale è bloccato agli anni Cinquanta, questo grazie all’attività degli anticattolici e alla passività dei cattolici deboli, dei milioni di italiani che hanno ricevuto un’educazione cattolica ma che non sono più capaci di impartirla.
    * * *
    Antonio Socci è stato espulso come corpo estraneo dalla televisione non perché cattolico ma perché cattolico attivo e contemporaneo, non nostalgico, non archeologico: osò addirittura mostrare la fede del Terzo Millennio, e non glielo perdonarono. Che andasse a Radio Maria a parlare alle beghine.
    Gli anni Cinquanta furono l’età della censura, ovunque, nell’Italia democristiana, nell’Europa comunista, nell’America maccartista, e a chi non vuol pensare fa molto comodo una chiesa vintage, bloccata per sempre dentro quello scenario mondialmente sessuofobico.
    Ignorando quanto avvenuto prima, ad esempio il Vangelo con quella frase che cambia il corso della storia: “Chi di voi è senza peccato, scagli la prima pietra”.
    Tutte le volte che rileggo Giovanni 8, 4-11, tutte le volte che rivedo Gesù tracciare ghirigori sulla sabbia con spezzatura stellare (un gesto senza il quale non si possono capire né Don Chisciotte né Pierre Drieu La Rochelle), sotto lo sguardo via via più perplesso dei farisei coi sassi pronti in mano, bene, mi vengono le lacrime agli occhi. Come il quadro di Courbet è l’origine del mondo, questa è l’origine del nostro mondo, di tutto quanto di gentile esso contiene. Sono dettagli che sfuggono perfino all’Osservatore Romano che, nel culmine di una crisi di violenza mimetica che per spiegarla ci vorrebbe René Girard, si è vilmente accodato alla lapidazione mediatica dell’adultero Vittorio Emanuele di Savoia. Sono loro che si dovrebbero vergognare, non il principe: la vittima è sempre innocente e chi lo nega è pronto a diventare complice dell’immenso campo di lavoro forzato chiamato Cina, dove chi si ribella viene ucciso assieme a decine di altri in uno stadio e il conto della pallottola mandato a casa ai famigliari.
    Gli sciattoni e i maliziosi secondo i quali regna ancora Pio XII ignorano anche quanto è venuto dopo, a cominciare da Comunione e Liberazione, movimento realista quindi immoralista,
    fino alla “Deus caritas est”.
    Papa Ratzinger nella sua prima enciclica è stato chiaro al di là di ogni aspettativa: “Eros e àgape non si lasciano mai separare completamente l’uno dall’altro”.
    Significa che distinguere fra amore e sesso non è cattolico (ed etimologicamente non potrebbe proprio esserlo). Significa che nella concupiscenza non alberga soltanto il male.
    Sembra di ascoltare Fabrizio De Andrè: “Dal letame nascono i fior”. Benedetto XVI si spinge al punto da considerare potenzialmente fruttifero perfino il sesso senza amore aborrito dagli atei sentimentali: “Anche se l’eros inizialmente è soprattutto bramoso, nell’avvicinarsi poi all’altro cercherà sempre di più la felicità dell’altro”. Qui ci sento qualcosa di sant’Agostino, anche se non vorrei.
    * * *
    Farcendo questo articolo di brani delle “Confessioni” potrei finirlo in trenta secondi e andarmene a spasso in bicicletta ma stavolta non voglio usare la scorciatoia del solito “Ama e fa’ ciò che vuoi”. La usa sempre Adriana Zarri, una teologa che non ho ancora capito a quale religione appartenga. Se si equivoca sulla prima parte della frase, la seconda ci porta in bocca a Zapatero. L’amore a cui allude il santo africano è certamente lo stesso amore di cui parla Cristo:
    “Ama il prossimo tuo come te stesso”. Quindi la manifestazione della propria volontà va subordinata al bene dell’altro. Non che sia sempre così facile identificarlo.
    Ci sono rari casi di incontri fra concupiscenti: Dio li ha fatti e che si accompagnino pure.
    Ci sono molti casi di incontri tra falsi concupiscenti che in realtà non ci tengono per niente a essere
    gettati dopo l’uso.
    Ci sono altrettanti casi di incontri fra un lui concupiscente e una lei sedotta e abbandonata, e viceversa.
    Ma non vorrei infilarmi in una casistica degna di un gesuita spagnolo del Seicento, che pure sarebbe divertente. Che spasso l’Enriquez secondo il quale la sodomia praticata con una donna era se non altro esercitata col sesso giusto.
    Sollazzevole il Suarez che giustificava gli ecclesiastici che non avessero compiuto quell’atto fino in fondo (fondo?) o per non più di due o tre volte. Io purtroppo questi buontemponi li ho conosciuti tardi, attraverso Pascal che non li poteva soffrire. Così mi sono salvato dalla religione braghettona leggendo altri autori, ad esempio Pietro Aretino, principe dei pornografi cattolici, Michelangelo Buonarroti, omosessuale che per la Cristianità ha fatto più di trecento cardinali, Charles Baudelaire, che mi ha insegnato come la preghiera potesse ben abbinarsi alla frequentazione di mulatte e all’aspirazione di pipette.
    Recentemente mi è stato prezioso “Peccato non farlo” di Roberto Beretta ed Elisabetta Broli (Piemme), agile catalogo di duemila anni di erotofilia cattolica.
    Pure il vocabolario mi ha dato una mano. Platonico, aggettivo che ripugna in bocca a una ragazza, deriva da Platone, uno che Cristo non poteva sapere chi fosse. Puritano, altra parola fastidiosa, prima che un moralista fanatico denotava un odiatore della chiesa di Roma.
    Docetisti, monofisiti, encratiti, pauliciani, bogomili, catari, albigesi, begardi, lollardi, zwingliani, calvinisti… Ai margini della vera fede sono infinitamente più numerose le eresie e le degenerazioni spiritualiste che quelle carnaliste. Lo spiritualista, uno gnostico convinto di appartenere a una schiera di eletti, è di norma un teorizzatore, un moralizzatore invadente, mentre il carnalista tende a farsi gli affarucci propri, a non fondare né sette né ideologie. L’atteggiamento del peccatore è molto più consono al cristiano di quanto sia quello dell’immacolato.
    L’Immacolata è una sola, la Madonna. Tutti gli altri sono macolati, prima ne prendono atto e meglio è. Anche la devozione mariana mi ha aiutato a fare i conti senza isterismi con la concupiscenza.
    Una mamma protegge sempre un figlio, qualunque sia il suo errore. Provvede a coprirlo sotto il suo manto, a intercedere per lui. Del resto i santuari mariani sono zone franche, a Montevergine si può incontrare Vladimir Luxuria, a Loreto, secondo Vittorio Messori e Magdi Allam, possono arrivare da un momento all’altro i maomettani, per venerare la madre di un profeta. Non che sia la stessa cosa ma in certi casi bisogna sapersi accontentare anche di una mezza verità. Lo dice san Tommaso d’Aquino: “E’ proprio di un legislatore sapiente permettere le trasgressioni più piccole per evitarne di più grandi”.
    * * *
    A questo punto, per chiudere l’articolo e andare a pedalare contenti, bisogna solo tracciare il confine fra trasgressioni piccole e trasgressioni grandi.
    Trasgressione piccola è la concupiscenza rassegnata, grande quella orgogliosa. Perché la prima mantiene il dolente ricordo della caduta primordiale, la seconda non percepisce su di sé la minima ammaccatura. Nella concupiscenza minore, chiamiamola così, Dio è sempre pensabile, mentre nella concupiscenza maggiore Dio è dimenticato o negato, con i rischi segnalati da Dostoevskij. Ma non è certo il dongiovannismo l’ultima stazione di questa nostra via crucis.
    La concupiscenza sensuale, esercitandosi sui corpi, mantiene sempre un qualche rapporto, per quanto storto, con la legge naturale. L’esplosione dell’artificio tecnoscientifico ha insuperbito le masse rendendole preda di una concupiscenza peggiore, la brama tutta mentale di essere come Dio. Il peccato finora riservato a pochi empi leggendari diventa alla portata di chiunque. La produzione di mele da mordere si è fatta industriale, il prezzo si è abbassato, i supermercati dove le si compra sono aperti anche la domenica. Maggioranze ubriache di potere vogliono approvare nuove leggi che in pratica non servono a niente (i matrimoni omosessuali a nulla praticamente servono), se non a soddisfare uno scopo astratto: proclamarsi fonte del diritto, sorgente della verità. Idem per la manipolazione genetica, per l’aborto non chiamato col suo nome, eccetera.
    Queste sono trasgressioni grandissime, per aggiornare san Tommaso.
    Meglio dunque la cara vecchia concupiscenza della carne.

    C.Langone

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  5. #25
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    Predefinito Le ragioni della carne

    di Stefania Vitulli

    La carne ha ragioni che il cuore non conosce. Ho frequentato per sedici anni una scuola cattolica. Ho proseguito con quattro anni di Università Cattolica. Almeno una cosa mi pare di averla capita: se avere un corpo, fatto di carne e sangue, e non averlo fosse la stessa cosa, non ci sarebbe stato alcun bisogno dell’incarnazione, della venuta di Dio in terra.
    Ora, mettiamo pure che sia tutta una storia inventata ad uso e consumo di chi ci vuol credere. Sarebbe comunque inventata a partire da un fatto: la carne urla e reclama qualcosa che al cuore non interessa.
    La carne è costantemente concupiscente e in questo non è né debole né forte.
    Semplicemente è quel che è.
    Ho avuto suore illuminate e padri spirituali illuminati. Nell’età in cui la carne si affaccia a reclamare, l’età in cui cuore e cervello percepiscono una voce potente che impone l’ascolto con armi all’apparenza invincibili come odori, suoni e sapori stupefacenti, mai sentiti prima, l’età in cui la carne si agita, viva, rossa, traboccante di umori e si trascina sul tavolo da macello per offrirsi al mondo, in quell’età, che coincide, più o meno, con il principio dell’adolescenza, quelle suore e quei padri ci hanno parlato di concupiscenza.
    Hanno nominato il desiderio.
    Hanno collocato il desiderio nel nostro quotidiano di ex bambine ed ex bambini.
    Hanno smascherato la carne, che prima se ne stava separata da noi, in lotta con il nostro cuore, in fuga dal nostro cervello, e ce l’hanno riconsegnata.
    Tutti viviamo per la prima volta. E nessuno di noi sa, prima di provarla la prima volta, che cosa sia la passione erotica. Per il nostro corpo, per il corpo di un altro, per il corpo di molti altri. Di tutte le primevoltità, quella della passione è la più violenta.
    Il desiderio si impossessa dei cinque sensi e questo sequestro azzera ragione e sentimento. Ce ne stavamo in classe a guardare da finestre alte il mondo che si apriva su di noi, che voleva i nostri corpi. Sentivamo, chi più chi meno, che avremmo dovuto render conto per la prima volta di qualcosa. Fino a quel momento potevamo dire di non aver posseduto nulla davvero. Ora invece, ci toccava. Eravamo chiamati a dare spettacolo di noi. E a guardare il nostro stesso spettacolo e a partecipare degli spettacoli altrui.
    Come nel “Mine-Haha” di Wedekind, dove stormi di fanciulle misteriosamente isolate e duramente addestrate alla danza attendono di darsi al pubblico, anche la nostra danza dei corpi stava per avere inizio. Cuore e cervello avrebbero dovuto dare retta alla carne. E decidere. Assecondarla. O non assecondarla. Non essere. O essere.
    Così, un giorno di questi, illuminato da quelle finestre alte, suona la campanella. Ci sediamo tutti. Entra il padre per l’ora di religione. E incomincia a parlare di corpi.
    Ci mettemmo un po’, poiché eravamo fragili e cocciute larve che escono dalla foschia infantile e salgono sulla implacabile giostra degli ormoni, a capire che parlava dei nostri corpi.
    Ci mettemmo un po’ a vedere dissolversi le finestre alte e apparire le nostre carni, a sentirle prendere forma.
    Ci volle quell’ora di religione e quella di qualche altro giorno per capirci qualcosa.
    Partì, quel padre, dai Libri Poetici e Sapienziali. Dettagliò il “Cantico dei Cantici” a una classe di adolescenti storditi dalla carne, una specie insieme innocente e pervertita, in continua, inafferrabile mutazione ciclotimica. Lo lesse e lo rilesse e poi lo lesse ancora e ce ne spiegò ogni sostantivo e dunque ogni brandello di corpo e di pelle. Diede a quelle righe una consistenza carnale tridimensionale di eccellente qualità, per cui in poche lezioni divenimmo ipermetropi del desiderio, capaci di declinare sui nostri corpi proprio ciascuna di quelle righe concupiscenti.
    L’attenzione era alta come sempre è e rimane alta per tutta la vita, quando si parla di sesso, di desiderio, di corpo. Perché parlare di concupiscenza, per chi ha la mente sgombra da pregiudizi, significa prima di tutto parlare di “corpo” tra “persone” e soltanto dopo introdurne la morale. Sentivamo il “miele sotto la lingua”, ci guardavamo la “pelle abbronzata”, coglievamo, da neolettori di fumetti, raccontatori di barzellette, spie di biblioteche e camere da letto dei genitori, ogni doppio senso erotico, ogni indulgenza descrittiva devota ai sensi, sebbene quei sapori elogiati dal Cantico, vino, mirra, focacce d’uva passa e melagrane, non ci appartenessero, né nel tempo, né nello spazio. Eravamo di quella disponibilità che concede soltanto, appunto, la primavoltità e che accade sempre meno mano a mano che si procede con gli anni, fino al giorno in cui manca solo la primavoltità della fine.
    Il desiderio dei due sposi del Cantico si arrotolava anche intorno alle nostre lingue. Comprendemmo per l’assoluta prima volta, e dunque per sempre, quanto la concupiscenza carnale erotica sia parente stretta, sorella inseparabile per fattezze e manifestazioni, straniamento temporale, languori e modi di saziarsi, alla concupiscenza carnale del cibo e del vino, somiglianza che oggi non potremmo più percepire in modo così radicale, non soltanto perché siamo diversi noi, svezzati, ma perché svezzata è la grande mela globale, che di cibo e vino da concupire ci ha tolto sia bellezza che lentezza che colpa, e dunque qualsiasi possibilità di apprezzarne il desiderio soddisfatto con amore.
    Il Cantico sublime è stato in quelle ore di religione solo un racconto, certo. Due sposi che si inseguono, che desiderano amarsi, entrare l’uno dentro l’altra, possedersi e poi rincorrersi di nuovo. Due corpi bellissimi concupiti dalla natura, mediterranea epperciò divorante e sensuale.
    Lo sposo, il maschio, che in un attimo appunto sublime comprende che avere lei, proprio lei, è più sensuale che averne cento, che la fedeltà a un corpo di persona dà piacere quanto e più dell’harem. Un racconto, tuttavia, che ci tolse per sempre dalle labbra quel certo sorriso da cui si riconosce la morbosità. Quel certo sorriso che, bambini, è un sorriso davvero:
    “cacca”, “culo”, “tette”, le parole “proibite” legate agli organi sessuali o alle funzioni fisiologiche fanno ridere i piccoli.
    Da bambini ci imbarazziamo perché proviamo piccole vergogne nel dirle e ascoltarle e sentire così un piccolo brivido di piacere attraversare il nostro corpo tutto nuovo. Non capiamo. E ridiamo. Ma se a quel sorriso non si dà la conoscenza della nostra stessa carne, se a quel sorriso non si danno parole per esprimere il desiderio, si trasforma in un ghigno morboso. La piccola vergogna diventa grande. E appena ci gonfia troppo il fegato, ne riversiamo la bile sui corpi altrui. La morale diventa moralismo, la Maddalena rimane solo una puttana, i corpi non hanno più nome, la carne non ha più identità. Il mondo si riempie di cazzi e di buchi.
    Dati i vent’anni in tutto di istruzione cattolica – dall’asilo all’università, mi perito sempre di specificare, in modo che non possa sfuggire che ciascun recesso della mia mente pronta all’imprinting sia stato “contaminato” dalla visione trascendente – non ho potuto né voluto evitare di combattere escandescenti battaglie, finora regolarmente perse per incapacità alla
    pacatezza, con amici e fidanzati non soltanto atei, che davvero sarebbe il minore dei mali (la verificabilità dell’ateismo è pari solo a quella dei risultati degli exit poll, la sua strumentalizzazione a fini dibattimentali è pari solo a quella dei risultati delle elezioni), ma più che tutto ignoranti qualsiasi rudimento dottrinale che andasse oltre l’aver servito messa qualche
    volta. Si piccavano di additare a me stessa la luogocomunistica corruzione di costumi intrinseca al mio essere femmina cresciuta a suore e preti, la mia incurabile cecità ai piaceri della concupiscenza, insuperabili solo se alleggeriti da quella valigia piena di mattoni che è il senso di colpa che mi ostinavo a trascinare e, last but not least, la mia inqualificabile ostinazione a voler affermare che la vera libertà nel desiderio è l’appartenenza e che di conseguenza il miglior racconto mai scritto sulla meccanica del desiderio erotico è “Il piccolo principe”.
    Chi cerca timidamente di suggerire che la felicità è a portata di mano, esattamente come la mela, purché accettiamo d’esser fatti di carne e di poterne comprendere i misteri senza farcene asservire, viene subissato da quelle risatine brufolo-morbose di chi si erge a difensore di un’ortodossia che non frequenta, e pancia in fuori e petto in dentro ti vuole rassegnare:
    “Tanto vi basta la bottarella d’una confessione per superare lo sporcello!”.
    Lo confesso, non mi sono mai confessata. Ma farlo pensando che il mondo tanto pecca tutto non farebbe che aggiungere peccato di supponenza a peccati di concupiscenza.
    I graziati in tenera età dalla malinconia passivo-aggressiva dell’animalità a tempo pieno, quella che genera le labbra a canotto, il turismo sessuale, il masturbate-a-thon, la poligamia ma soprattutto la psicoanalisi, rischiano, ogni volta che fanno l’amore, la figura dei primi della classe che non ti fanno mai copiare, perché appaiono come snob del desiderio, umani schizzinosi che non vogliono accettare di essere umani.
    “Dio, facci essere vivi prima che moriamo”, dice la sessantenne May in “The Mother” di Hanif Kureishi. Sola e vedova in un mondo “oscenamente sessuato”, May prende il turbante di concupiscente coatta pur di non dover dire “noi vecchi”: crede d’innamorarsi del giovane amante della figlia e confonde il potere mesmerizzante dello scandalo anagrafico con la carica sovversiva dei sentimenti.
    Come già in “Teorema”, come poi in “Sei gradi di separazione”, la letteratura, il cinema, il teatro offrono una serie di personaggi-enigma che incarnano la rivoluzione dei cuori pigri, che spandono cinismo infilandosi nelle mutande altrui. Eppure casse di libri e casse di musica e casse di cultura non possono soffocare un messaggio cristallino: la carne è qui, è parte di noi e se non ci occupiamo di lei, se non le diamo conforto, se non le forniamo parole per esprimersi e sentimenti per esultare, prenderà sempre il sopravvento su cuore e cervello, perché è, appunto, carne, e per soddisfarsi le basta esistere.
    Dany Laferrière, haitiano protagonista del suo autobiografico “Come far l’amore con un negro senza far fatica”, uno dei libri più stranianti degli ultimi anni sulla concupiscenza in bianco e nero, legge Hemingway, Miller, Cendrars, Bukowski, Freud, Proust, Cervantes, Borges, Cortàzar, Dos Passos, Mishima, Apollinaire, Ducharme, Cohen, Villon, Lévy Neaulieu, Fannario, Himes, Baldwin, Wright, Pavese, Aquino, Quevedo, Ousmane, J.-SAlexis, Roumain, G. Roy, De Quincey, Màrquez, Jong, Alejo Carpentier, Atwood, Asturias, Amado, Fuentes, Kerouac, Corso, Handke, Limonov, Yourcenar.
    Ciascuno di loro è un esperto in concupiscenza, che lo dichiari con le opere o che lo dimostri con la vita: l’allora ventitreenne Dany ne leggeva tutto il giorno. E la notte incontrava giovanissime fanciulle candide come la neve, che, a pagamento, si “mettevano alla prova” sul banco della concupiscenza facendo l’amore con un esponente della razza oppressa:
    “Questa ragazza giudaico-cristiana è la mia Africa. Una ragazza nata per il potere. Voglio scopare il suo inconscio. E’ un lavoro delicato che richiede maestria”, si affanna Laferrière. E coglie, con la maestria, sì, che danno solo o il tormento o l’estasi, il punto: quel che cerca di fare è impossibile. Perché per entrare davvero in quella ragazza del Westmount, come in tutte le altre, dovrebbe darle un nome. Per possedere davvero quel corpo, “raggiungere la sua anima Wasp”, sapere che cosa pensa mentre fa l’amore con lui (“Non esistesessualità senza fantasmi”, scriv Laferrière e prima di lui Pauline Réage, l’autrice d’“Histoire d’O”) quel corpo dovrebbe avere un nome e quel nome dovrebbe avere significato soltanto per lui, su tutta la terra. “Il giovane haitiano da un milione di libri” si ritira allora da quei corpi inerti e mentre si allontana sente un grido:
    “Che cos’è? E’ la vagina stessa che grida. Grido teso, in do di petto, costante, inumano, ora allegro, ora andante, ora pianissimo, grido interminabile, inconsolabile, elettronico, asessuato, che mi ricorda inflessione dopo inflessione il grido primitivo venuto dalla camera di Belzebù, là in alto”. Inconsolabile, asessuata, inumana: la carne, abbandonata a se stessa, reclama felicità.
    Abbiamo un’intera vita per nutrirla con le ragioni di cuore e cervello.
    Tutto il resto è noia. Maledetta noia.

    Da il Foglio

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    Predefinito Ridotti in mutande

    di Massimo Fini

    L’obbligo biologico e sociale della copula, l’insensatezza della prostituzione e l’elogio della biancheria ( ma guai a chiamarla “intimo”).

    …..se le ritira su vuol dire “lapalissianamente” che prima erano state tirate giù.

    La concupiscenza umana – di quella divina non so – è, come ha dato conto la serie del Foglio, praticamente illimitata. Può essere attizzata da qualsiasi cosa. Tranne che dalla fica.
    Questo essere inqualificabile, il viscido e infido insetto – foca che naviga a mezzo metro da terra.
    E’ brutta, laida, umidiccia, maleodorante, percorsa nei due sensi da deiezioni. Fa schifo. Non ha una forma definita, è un buco slabbrato, un vuoto, un’assenza.
    Se la donna non l’avesse sarebbe perfetta. Purtroppo (quasi sempre) ce l’ha.
    E’ un’aggravante, particolarmente nelle donne brutte: sei brutta e, per sopramercato, c’hai anche la fica. E pensare che credono di essere sedute sul loro tesoro.
    Molto meglio, e soprattutto più tranquillizzante, se proprio si vuole, è l’altro orifizio. Tanto per cominciare pure essendo anch’esso un buco ha una forma, una definizione, una compiutezza. Possiede, come l’altro, l’attrazione vertiginosa e tenebrosa del vuoto, dell’abisso dell’orrido, ma è sterile e inoffensivo. Non nasconde insidie, se non trascurabili e, in alcuni momenti, persino eccitanti. A differenza dell’altro è consistente ma elastico sicché, dopo una difesa di bandiera e di pura parata, finisce sempre per schiudersi e cedere all’invasore. Perché, come il culo che lo avvolge, lo nasconde e lo rende segreto e prezioso, è fatto per essere strapazzato e profanato.
    Infine non chiede niente.
    La fica invece avanza pretese. Esige. Vuole godimento, l’orgasmo e addirittura, a volte, la fecondazione.
    Diciamo quindi la verità una volta per tutte: se potesse l’uomo farebbe volentieri a meno di scopare. E’ un dovere biologico e sociale, una fatica, uno stress, implica erezioni problematiche, costringe il maschio a mettersi alla prova, a sottoporsi al giudizio della donna per qualcosa che, in definitiva, va a vantaggio molto più di lei che di lui (“Hanno sempre da guadagnarci con quella loro bocca pelosa”, scrive Sartre ne “L’età della ragione”).
    Molti vanno a puttane. Pagare una donna per fare l’amore, c’è qualcosa di più insensato?
    Ma come, io faccio la fatica di scoparti e ti devo anche pagare? Siamo diventati matti?
    Bisogna essere scesi nel pozzo più profondo dell’umiliazione e del disprezzo di sé per arrivare a tanto. Cosa diversa è pagare la ragazza della porta accanto perché si arrampichi nuda sul lampadario. Qui a perderci è lei che vende non la sua fica, che non interessa nessuno, ma qualcosa di infinitamente più prezioso: la sua dignità.
    Lisistrata, quindi, chi la capisce? Capeggiò uno sciopero protofemminista che inibiva ai mariti l’accoppiamento, ma le loro donne e spose continuavano a fare i consueti lavori di casa.
    Venire accuditi (che è il vero obbiettivo dell’uomo quando cerca una compagna stabile) e non essere nemmeno costretti a scopare: si può immaginare qualcosa di meglio?
    Il Paradiso Perduto, l’Eden ritrovato.
    Oltretutto lo sciopero di Lisistrata e delle sue compagne era particolarmente stolido perché aveva lo scopo di far finire una guerra che i Greci delle varie polis si combattevano da decenni, lasciando le donne a casa a fare la calza. Ora, ogni maschio bennato, di fronte alla scelta fra la donna e la guerra non ha dubbi: sceglie la guerra (“Fate l’amore non fate la guerra” è uno slogan femmineo che non ha retto alla verifica della realtà, vero Giuliano?).
    In ogni maschio quindi si nasconde potenzialmente un finocchio, un “buco” come dicono a Firenze. Scopare è il dovere, starsene con gli amici il piacere. Purtroppo il pedaggio sessuale, nel senso di metterglielo nella fica, lo devi pagare. Perché le donne, pur di arrivare al dunque, sono disposte a tutto, a permetterti giochetti sudici, a ballare nude sul tavolo, a camminare a quattro zampe, a mostrarti come fanno pipì e persino, poiché sono delle vere scostumate, a farti vedere il fondo delle loro mutandine, ma alla fine le devi fottere. Perché, per quanto ciò possa sembrare incredibile e anche parecchio sconveniente, a loro piace.
    E’ il loro vizio. La loro funzione. La loro ragione di essere al mondo. Che ci volete fare? Si deve portare pazienza. Prima o poi bisogna accontentarle. Ma dopo ogni pretesto è buono per filarsela: al bar di sotto, a giocare a scopone, a bocce, a poker, ai cavalli, al casinò, allo stadio a vedere la partita.
    Alzi la mano, e gli sia mozzata per menzogna manifesta, chi dopo il “ciulum” non vorrebbe che lei si volatilizzasse, via, rauss, “foera de ball”.
    Se la fica non è oggetto di concupiscenza, ma piuttosto di disgusto, lo è però, e al massimo grado, quella sua sorta di doppelganger, di “doppio”, di “alter ego” che sono le mutandine con le quali vive in simbiosi, dove le mutandine rappresentano la cultura e la fica la natura.
    Togliere o abbassare le mutandine a una donna significa spogliarla del suo involucro culturale e sociale, e ricondurla, materialmente e simbolicamente, alla condizione di femmina, degradarla da persona, con uno status, un orgoglio, una dignità, ad animale. Il passaggio dal vestito al nudo, dalla donna alla femmina, è più evidente se le mutandine restano abbassate invece di essere tolte completamente. Se infatti lei è interamente nuda viene meno il termine di raffronto. C’è la femmina, ma manca la donna.
    Una donna è veramente nuda, in quanto donna, solo quando è semivestita. Perché la degradazione rilevi è quindi necessario che sul corpo nudo di lei resti qualche elemento che ricordi la donna. Possono essere gli orecchini, la collana, i braccialetti, l’orologio, la catenella intorno alla vita o al piede, il reggiseno, la camicetta, le scarpe, ma con le mutandine a mezz’asta si raggiunge la perfezione.
    Non solo perché sono l’ultimo indumento, il più intimo, la fica in chiave simbolica e metafisica, ma perché sono state tirate giù laddove gli altri elementi dell’abbigliamento restano su. Le mutandine abbassate sono dignità e orgoglio di donna abbassati e degradati, la collana o la camicetta o le scarpe sono quanto ne rimane. Con le mutandine a mezz’asta è lei stessa a mezz’asta, non più completamente donna ma non ancora interamente femmina. Per cui l’uomo può godere, contemporaneamente, di entrambe, della donna degradata e della femmina nuda. Le mutandine hanno un fondo, ispezionarlo è la violazione massima dell’intimità di lei. Guardare la nudità di una donna, anche nei suoi anfratti più nascosti, implica un giudizio sul suo corpo, ma guardare il fondo delle sue mutandine significa sottoporre a esame le sue emozioni più intime e segrete, la sua personalità e soprattutto la sua pulizia che è l’intrusione capitale. Perché nel mondo moderno e borghese la pulizia, il decoro, l’ordine hanno un valore primario, tanto che il passaggio dal medioevo all’età borghese può essere definito anche come il passaggio dallo sporco al pulito. Non essere trovate “in ordine” imbarazza terribilmente le donne e in fondo imbarazzare una donna è il grande, forse l’unico, piacere dell’uomo. Penetrare quest’ultima intimità è il privilegio assoluto dell’amante. Non possiede la propria donna chi non conosce il fondo delle sue mutandine.
    Il resto è un optional.
    La discesa delle mutandine è il momento della verità, il più emozionante, soprattutto se si tratta della prima volta. E’ la dichiarazione di resa e la presa di possesso. Bisognerebbe poter rivedere al ralenti l’istante in cui le mutandine, sotto la cedevolezza resistente dell’elastico, che dilata e ritarda per qualche attimo la capitolazione, lasciano con un lieve scatto gli umidori del sesso, rivelando il proprio interno, ormai vinte, per poi discendere fluidamente, con un fruscio leggero, lungo le gambe.
    Le mutandine hanno da essere usuali, senza svolazzi, comprate in un negozio normale, stando alla larga dagli specializzati dell “intimo” (espressione già di per sé volgarissima), di colore classico, bianche o nere, o, per la donna che voglia sbandierare fin da subito le proprie propensioni masochiste, rosa o azzurre. I pizzi, i volant, i nastri, gli orpelli vanno lasciati alle cinquantenni che hanno la necessità di puntare sull’involucro più che sul contenuto. Infiocchettare la fica va bene, per attenuare l’orrido, ma non bisogna esagerare. Da evitare i colori violenti, inusuali, il rosso, il viola, le mutandine tigrate o leopardate e quelle che hanno un’apertura in mezzo e che si comprano nei sex shop insieme al vibratore detto anche, familiarmente,
    “godimichele”.
    Lei non è una troia da casino, ma la ragazza della porta accanto che deve essere ridotta a troia da casino. Quando in un libello che la pretende a erotico trovate espressioni come “Non mi sono messa le mutande per fare prima”, potete buttarlo subito nella spazzatura: si tratta di un romanzaccio pornografico e anatomico buono per le serve che si mettono il borotalco nel culo.
    Nel miglior romanzo di Alberto Moravia, “Gli indifferenti”, il massimo della tensione viene raggiunto quando lui, dopo averci girato intorno a lungo, le toglie le mutande.
    Con le sue mutandine si possono fare molti giochi divertenti, sui quali però non è il caso di insistere, nemmeno qui dove pur si parla di concupiscenza. In ogni modo, com’è arcinoto, le mutandine si sfilano lentamente, facendole assaporare la capitolazione, e poi tenendole per un lembo con due dita e un’aria un po’ disgustata, le si sventolano per un attimo, come un trofeo, prima di mandarle con un gesto leggero, in cui non manca una sfumatura di disprezzo, a raggiungere sul pavimento il collant e gli altri indumenti caduti sul campo. Perché il destino inesorabile delle mutandine, indossate al mattino con orgogliosa sicurezza, è di fare una fine ingloriosa.
    A festa conclusa gliele si restituisce porgendogliele con un sorriso ambiguo. C’è sempre qualcosa di frettoloso, di imbarazzato e di indispettito quando lei se le rimette. Lasciata alle spalle la femmina si rende conto, rientrando con quel gesto nei suoi panni quotidiani, dell’onore perduto come donna. Ma proprio il gesto di ritirarsele su, mentre per un istante ancora restano sospese come un ponte, sconciate fra le gambe leggermente allargate, prima di riprendere la posizione e la funzione cui sono, almeno apparentemente, destinate, sottolinea l’irrimediabilità dell’oltraggio (perché se le ritira su vuol dire, lapalissianamente, che prima erano state tirate giù).
    Le mutandine, per la loro capacità evocativa, mantengono una forte carica erotica anche da sole.
    La loro autonomia è confermata, oltre che dal feticismo che si concentra su questo indumento più che su ogni altro, dal fatto che in epoche più pudiche non potevano essere nemmeno nominate e venivano chiamate les inexpresibles, le indicibili. E ancora oggi si preferisce parlare di slip (che sono anche da bagno e quindi più neutri) o, nel lessico familiare, di braghette che è un termine vago e onnicomprensivo.
    Se i due elementi del “doppio” possono, dal punto di vista erotico, esistere anche a se stanti, è in dubbio che è in simbiosi che raggiungono la loro massima potenza. Accarezzare il sesso di lei da sopra le mutandine è uno dei piaceri più puri, fa percepire pienamente la fica con però l’inestimabile vantaggio di avere al tatto una superficie liscia e coerente, invece che una carne frastagliata, informe, fradicia. La simbiosi tocca la perfezione quando lei le bagna, dando silenziosa e inequivocabile notizia di una resa già totale (credo che non ci sia nulla di più elettrizzante di una donna interamente abbigliata e appena sfiorata che, con candore disarmante, ti confessa: “Sono tutta bagnata”. Dove in quel tutta c’è il suo identificarsi con il proprio sesso: l’abbandono alla femmina nel momento però in cui, vestita, è ancora donna). Essenziali e insostituibili, tanto da suscitare l’interrogativo di come gli uomini riuscissero a eccitarsi nelle epoche buie in cui le donne non le portavano (dovevano fare con la fica nuda e cruda, poveracci). Le mutande cominciano a essere usate abitualmente con la rivoluzione industriale e la produzione di massa dei tessuti. Prima l’ultimo indumento era la camicia, da cui l’obsoleto e ormai incomprensibile “restare in camicia” sostituito da “restare in mutande”.
    La civiltà occidentale ha inizio con le mutande che, dopo una lunga evoluzione e vari aggiustamenti (caleçons, mutandoni di batista lunghi fino alla caviglia o al ginocchio, calzoncini con i bottoni, culottes), trovano la loro perfezione e l’apogeo nel bikini (che valorizza contemporaneamente anche il seno staccandolo dal resto del corpo) che non a caso prende il nome da un atollo dove fu sperimentata l’atomica.
    La Bomba e il bikini sono l’emblema della moderna civiltà industriale.
    E le mutandine, insieme al cesso in casa, la sola invenzione che la giustifichi.

    saluti

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    Predefinito Dio è morto. E la….

    ….concupiscenza pure

    Angiolo Bandinelli

    Morte di Dio, morte della concupiscenza? Sì, morte di Dio e, in rigorosa conseguenza, morte della concupiscenza.
    Non è stato detto che con la morte di Dio l’uomo è assoluto padrone di sé e tutto gli è permesso?
    Ed ecco capitargli l’imprevedibile: nel momento in cui diventa padrone di se stesso, la concupiscenza gli si dissolve tra le mani. L’infelice scopre – ma forse è tardi – che la concupiscenza è legata strettamente al sacro, vive nel sacro e del sacro. Chissà se non rimpiangerà i buoni vecchi tempi quando la concupiscenza lo assediava, lo sconvolgeva, lo trascinava dalla colpa al delitto. Tremava, soffriva, correva pericoli tremendi, ma aveva anche la possibilità di scorgere, proprio nel momento della massima angoscia – il naufragio nella colpa – il volto del divino.
    Adesso la terra desolata, nichilista e relativista, che altro può offrire a lui – lo “hollow man” – se non la cronaca sessuomaniacale delle veline e di Monica Lewinsky, o la scopata di Barney Panofsky con sua moglie Miriam?:
    “‘Poi ci fu il pomeriggio, memorabile, in cui lo facemmo sul tappeto del mio ufficio. Miriam era venuta senza preavviso, dritta dallo studio della ginecologa… Dopo aver chiuso la porta a chiave, si era tolta la giacca e sfilata la gonna’. ‘Mi hanno detto che è qui che fai i provini alle attrici’. ‘Oh, Signore’ esclamai fingendomi inorridito. ‘E se entra mia moglie?’. ‘Non sono solo tua moglie e la madre dei tuoi figli’ fece Miriam slacciandomi la cintura.
    ‘Sono anche la tua puttana’”.
    Spiritosa pochade, caro direttore, ma che c’entra con la cupa, misteriosa concupiscenza? Barney è partner succube di un capriccio di Miriam: nemmeno l’ombra di concupiscenza in lui, è Miriam la vogliosa di sesso. Normale, peraltro: è la donna, da Parsifae in poi, ad esser lussuriosa, lei “si concede”, lubrica e sfrenata. La concupiscenza è passione tutta maschile. Pare sia stato Aristotile a stabilire, tenendosi stretto a Platone, che il piacere umano ha una connotazione spirituale e una materiale, e che la concupiscenza designa il desiderio di questa seconda specie di piacere.
    La definizione ha prodotto un mucchio di guai, però non subito: mi posso sbagliare ma credo che l’antichità classica non vivesse, non avesse il senso della concupiscenza. Ci volle il cristianesimo di Tertulliano e di sant’Agostino per fissare il paradigma della “concupiscentia carnis”. Si noti: il termine latino “caro/carnis”, il nostro “carne”, è, nel medioevo, termine essenzialmente teologico, di sentore quasi osceno, polemicamente impiegato in contesti violentemente negativi: la “carnis infirmitas” definisce la miseria stessa della condizione umana. Ecco dunque perché, per i due, la concupiscenza della carne va condannata.
    Spinge l’uomo al peccato essendo essa stessa figlia del peccato: “Tale vergognosa concupiscenza, che dagli spudorati viene spudoratamente lodata, non esisterebbe neppure se l’uomo non avesse peccato”, dice Agostino, e su questa china non ci si è più fermati. Il protestantesimo ci va giù di brutto, la concupiscenza è il peccato originale stesso per cui, alla nascita, l’uomo è già condannato; secondo i giansenisti la concupiscenza costituisce la ragione principale della corruzione umana, attraverso di essa l’individuo ha una naturale inclinazione per il male, e solo Dio può porvi rimedio concedendo ai suoi eletti la grazia di una imperscrutabile salvezza. La dialettica tra peccato e salvezza si è messa in moto, non si fermerà più. Vi saranno santi divenuti tali solamente per aver lottato contro la concupiscenza così come Giacobbe lottò per una intera notte contro Dio.
    Anche Lutero conoscerà la tentazione, ma la schiverà sul piano dell’umano, troppo umano. Comunque, non basteranno san Tommaso con il suo realismo, o Luis de Molina con la sua teoria della libertà dell’uomo, a salvare la concupiscenza dal rogo, dalle fiamme eterne.
    Volete la cultura occidentale con le sue radici cristiane? Allora tenetevela così, la concupiscenza. O così - sublime e terribile – o niente.
    Facciamo un po’ di ordine, anche se nel regno dei sensi l’ordine non è gradito, anzi è indesiderato. Daccapo, dunque.
    C’è l’eros, bramoso (un eros senza brama, cos’è?) di carezzare, sfiorare, palpare, succhiare, leccare, titillare.
    E c’è l’erotismo, che immagina, progetta farnetica in infinite variazioni (e posizioni) i gesti, le gesta dell’eros. Eros ed erotismo si soddisfano nell’appagamento, l’appagamento è connaturato all’eros e all’erotismo.
    Non, invece, alla concupiscenza. La concupiscenza non comprende, non possiede l’atto in cui essa si compia e si dissolva, si plachi soddisfatta. Quando l’atto arriva, la concupiscenza si è dileguata. Resta, semmai, l’atto di una violenza che è altro dalla concupiscenza, forse è la libidine.
    La concupiscenza è, in certo modo, indifferente alla realizzazione di sé, è chiusa in se stessa, nel suo immaginario. Cresce con l’attesa, si inebria della lontananza che sfigura l’immagine e la rende più lontana, irraggiungibile.
    E’ infatti legata alla vista, alla sola vista, al desiderio della vista. I vecchioni vedono Susanna nuda e la concupiscono. Anche nei vecchioni, la vista misura una distanza che rimane incolmabile.
    Se fosse possibile colmarla, la concupiscenza si smorzerebbe, si vuoterebbe. La concupiscenza è, nei vecchioni, macerazione non condivisibile, ombra, torbido silenzio, lubrica complicità. Poi, la concupiscenza è elettiva, c’è in essa un elemento mentale.
    E’ “cultura” insomma, e non condivido quel che ne scrive Giuliano Zincone. No, la concupiscenza non è l’astuzia della natura, non ha a che fare con la natura.
    Naturale è la lussuria, trascinamento inconsapevole dell’istinto sessuale così come la illustrò William Blake sulle orme di Dante, una bufera che trascina in tondo, irresistibilmente, eternamente, le anime.
    E ancora: l’erotismo è plurimo, la concupiscenza è paradossalmente fedele, anzi monotematica, ossessiva. È solitaria, muta vaneggiatrice. Quanto l’erotismo è solare, diurno, intercambiabile, infedele, volatile, giocoso, tanto la concupiscenza è notturna, temporalesca, lunare.
    Nel suo nucleo centrale, è macerazione febbrile, fissa sul suo irraggiungibile obiettivo. E’ immedicabile spina nella carne. Non tollera scambi nell’oggetto del suo concupire, che è unico e ossessivo. Chi ne è vittima (vittima!) è perfino un assassino in potenza. È pronta ad uccidere. Ha in mano, brandisce il coltello o il pugnale, potremmo dirla carattere eminentemente scespiriano.
    Ha poco a che fare anche con il libertinaggio. Don Giovanni, il grande libertino, sprofonda nell’inferno perché dissoluto trasgressore, per il quale il vedere, il desiderare e l’amare sono - dice Kierkegaard – tre momenti d’uno stesso gesto estetico: l’opposto della concupiscenza. Che, infine, non è neppure la brama, spacciata per suo sinonimo. Chi brama, è proteso verso la conquista dell’oggetto, dell’essere bramato, mentre la concupiscenza è immobile, torvamente chiusa su se stessa. Senza speranza.
    Invece del Dizionario dei sinonimi, a volte è più utile quello etimologico, spia maligna dei significati lessicali e delle loro sfumature.
    L’erotismo, lo sappiamo tutti senza scomodare Freud o Marcuse, devia o è fatto deviare, con il trasferimento della libido e dei suoi meccanismi sull’automobile, il frigorifero o la velina, tutto il mercificabile a destinazione subliminale che l’ingegnosa società moderna si inventa allo scopo di aumentare il profitto (che ormai, proprio grazie a questi automatismi, si è trasformato in rendita). Ma che ha a che fare, tutto ciò, con la concupiscenza? Gli amorazzi tv possono essere tutt’al più figli della lussuria, che rientra nella categoria della generica cupidigia, fame istintuale di cibo o di cianfrusaglie di consumo, roba che ci apparenta alle gazze, ladre di qualsiasi cosa sbrilluccichi nel bosco.
    Sant’Agostino temeva forse questo degradato erotismo? E’ di questo che parlava, quando parlava di concupiscenza? Poteva questo interessarlo, lui così preso dal suo altissimo rapporto con Dio? E’ sulla sua scia, dietro al suo tormento, che i santi avranno a che fare con la concupiscenza; non certo Barney goffamente sbottonato dalla moglie sul tappetino dell’ufficio, roba che sta nella pratica, più o meno, di noi tutti che non abbiamo rapporto con Dio (o almeno così temiamo).
    E me lo consenta, caro direttore, neanche Madame Bovary ha a che fare con la concupiscenza. Quella là è una borghesuccia, come la Kitty del “Velo dipinto” di Somerset Maugham per la quale una scopata in un retrobottega cinese sporco e puzzolente basta per dare sostanza ai sogni erotici frustrati dalla madre esosa. Semmai hanno a che fare con santa Teresa, con la sublime Salomè, con la manzoniana monaca di Monza, non a caso punita con una condanna crudele ma di adeguato contrappasso a quel peccato tremendo che è la concupiscenza, pozzo di ogni nequizie e di ogni pensiero d’abisso e d’inferno.
    La concupiscenza può, ahimè, esplodere nel ragazzo, che la patisce e non sa cosa sia.
    Il ragazzo concupisce naturalmente. E’ tentato dalla pienezza dell’essere cui tende, vorrebbe toccarlo, goderne, insaziabilmente. Infelice, non conosce nemmeno il nome di questo suo desiderare. Un giorno lo apprenderà, conoscerà quel nome, ma vedrà svanire il suo mistero, la sua ineguagliabile grandezza. Possiederà, finalmente; ma anche lui, “post coitum”, sarà triste: è una illusione, pensare di possedere e godere l’ineffabile. Forse, però, la concupiscenza non esiste. Se ne parla, e tutta la sua realtà e verità è in questo parlarne. Il parlarne che ne può fare il Torquemada di turno, uno di quelli che hanno bisogno, per sentirsi esistere, di frugare nella coscienza del primo malcapitato gli arrivi a tiro, per denunciarlo e vederlo torturare: come dire che la concupiscenza vive solo nella punizione che la colpisce, punizione di un crimine mai commesso perché impossibile. Ma perché lambiccarcisi sopra?
    Oggi come oggi la concupiscenza è morta. Morta dal momento in cui la teologia non è più la scienza del rapporto, mistico o razionale, tra l’inferno e il Dio dei sopramondi.
    Nessuno di noi, poveri uomini trafelati dietro la TV, può aver provato la concupiscenza, non credete a chi se ne vanta (colui che davvero concupisce non si vanta mai, la concupiscenza è torbida). Comunque sia, degli altri non saprei dire ma io non ne posso parlare, non l’ho mai incontrata; forse perché non me la sono meritata, come non mi sono meritato di assaggiare altri frutti proibiti, rari e prelibati.
    Malinconicamente, mi ripeto anch’io, dietro a Eugenio Montale:
    “Ho vissuto solo al cinque per cento”.

    saluti

  8. #28
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    Predefinito Il corpo è traditore

    Giulio Meotti

    Gerona, Catalogna, la fortezza dedicata a Dio che raccoglie le spoglie della contessa Ermessenda.
    Il volto è scolpito nell’alabastro, ha i tratti di una solennità benvenuta di riposo.
    Dietro ai suoi “occhi sazi nelle chiuse palpebre”, come li avrebbe chiamati Giuseppe Ungaretti, questa donna enigmatica, immersa nel suo irresistibile pudore, sembra suggerire l’abbozzo di un sorriso. E’ dall’interno di questa pietra scolpita che balugina, come custodito in un corpo che ancora vive e palpita, un accomiatarsi riluttante. Scrive Kafka che “la morte è una fine apparente che genera un dolore reale”, ed è quanto di più vicino al volto di Ermessenda.
    La bellezza assoluta è sempre ospite della morte.
    Questo significa concupiscenza, trovarsi agli incroci dove il mistero della condizione dell’uomo viene messo a nudo ed esposto a intercessioni ambigue di minaccia e di grazia.
    “L’homme passe infiniment l’homme”, per dirla con Pascal. Se la bellezza non insegnasse la fatalità non avrebbe mai guarito nessuno.
    Sfogliando le pagine di Agostino sulla concupiscenza, le nostre nevrosi fioche sostano con rispetto, anche chi ha l’orecchio duro a quel richiamo arroventato. Concupiscenza è la monetina che dobbiamo al traghetto per lo Stige e che nessuno dei nostri carmi secolari potrà mai scrivere.
    Non certo il razionalismo demoralizzato e muto alla vita, la modernaglia saccente che investe solo nell’esibizione cerimoniosa del sesso, malattia che mette i sudori in luce.
    Il razionalismo che vorrebbe estirpare tutto quanto sopravvive della favola umana, a cominciare dalla mitzvà della procreazione. Quanto orrore suscita l’espressione “sfera sessuale”, la nuova concupiscenza plastica che vede il sesso sferico. Di concupiscenza agostiniana oggi si fatica a parlarne, si materializzano subito le facce dolci e insopportabili di Milingo e dell’Abbé Pierre, meglio passare ad altro. La mela del peccato, questa chiavina di tutta la Scrittura, il dono più grande fatto all’uomo da parte di un gruppo di ebrei babilonesi di ritorno dall’esilio, contiene la storia dell’uomo, ciò che vi è di basso e di cupo, di punito e di nobile, di turpe e di sublime, ma sempre tormentante.
    Dopo il Giusto ebraico di Babilonia, l’uomo ha imparato a misurarsi col mistero del suo peccato, dall’Eufrate al gobbo di Recanati alle perdute Galizie delle locande ebraiche. La concupiscenza moderna è ribaltata in onnipotenza biotecnica dunque impotenza umana.
    Agostino aveva ragione, non esiste il sesso al di là del bene e del male. Dire concupiscenza è dire le Trachinie, Giobbe, Filottete, l’Aids e la peste di Atene, Marziale e Gilles de Rais stregato dagli eccessi dei Cesari di Svetonio. E’ soprattutto la rosa di Silesio che diventa candela di cenere, è il Mosè che non riuscirà mai ad arrivare a Canaan, siamo noi.
    Se il sesso fosse sferico, geometria adatta solo alle tavolate della bioetica e alle orride ore di educazione sessuale, non conosceremmo gelosia, farsa, commedia, scandalo, pietà, passione, struggimento, rabbia, foga, ciò che rende vivibile una vita.
    E che ha dato a sua volta senso a un’interminabile letteratura, visto che nessun scrittore di Ottocento e Novecento non ha scritto almeno un’operetta pornografica. Riparlare di Eden, questa strana gabbia di cui al prigioniero è data, con obbligo di non usarla, la chiave, significa riprendere in mano Hobbes e Spinoza, i quali dicevano che il Desiderio mantiene e accresce il potere dell’uomo sul mondo. Ma è comunque meglio l’inferno appassionato della concupiscenza del paradiso inerte e slavato che ci presentano i nuovi mistici del gene. Solo chi ragiona in modo sferico può pensare di produrre in vitro esseri umani e destinarli all’azoto liquido, a duecento gradi sotto zero, fabbricando solo deportati dell’Applicabilità.
    E’ il dominio dello spermatozoo postumo, l’uomo-massa di Ortega con membro erettile che ingravida anche dalla tomba. La Bibbia userebbe tevel, orrore, per questa Necrogenesi.
    Orfeo pregava il regno dei morti di restituirgli viva Euridice, non certo di fecondarla morta. Oggi al posto della cetra e dell’abbraccio dei corpi c’è la siringa di plasma fecondante. Il nuovo biologismo, come prima il marxismo, non vuole riconoscere che noi esseri umani dopo il peccato originale siamo quello che siamo e tenta di far nascere un “uomo nuovo” completamente diverso.
    La concupiscenza è sostituita dalla procreazione cosciente, la fecondazione sotto stronzio radioattivo, il mattatoio sadista dei nuovi dottor Moreau che presumono di fare un uomo.
    Non più uomini e donne, icone della creazione e della propria concupiscenza, ma corpi, solo corpi. Ridicola la confessione dello Iago dell’Otello di Boito per cui tutte le gioie umane tornano sempre al “fango originale”. La vita è piuttosto spazzatura, materia biodegradabile. La concupiscenza in realtà è finita, in questo preciso istante l’umanità è in grado di riprodursi senza maschio come le pulci, fecondare la femmina a distanza come i nautili, cambiare sesso come gli xifofori, sostituire le proprie parti mancanti come il tritone, svilupparsi fuori dal corpo materno come il canguro e mettersi in stato di ibernazione come il riccio.
    Il biochimico Erwin Chargaff diceva che “il nostro mondo dei viventi, degli ammalati e dei morenti è simile ai sogni di Hieronymus Bosch, il cui mondo reale era sicuramente assai più umano del nostro. Bisogna andare molto indietro, alla chiesa, alla grande e oggi non più letta poesia per ricordare come il mondo era un tempo, prima del secondo peccato dell’umanità, quando esistevano ancora madre e padre, nascita e morte, quando la selva oscura di Dante conteneva più dei nostri rifiuti”.
    Il secondo peccato dell’umanità è la presunzione di fare l’uomo a nostra immagine, non più a quella di Dio. Concupiscenza è una parola bellissima perché si porta ancora dentro la tragedia delle funzioni, le secrezioni, il brancicare della voce, la stanchezza sopraggiunta, le lenzuola sgualcite, il trionfo della vergogna, il disagio delirante, il fasto del mondo e della nuova nascita, il “me miserum aspicite”, gli arrossamenti, il sangue che ruota, i miasmi mortali, le risse biologiche, i nervi, le cellule, gli odori, tutto ciò che siamo e che da duemila anni la Chiesa cerca (legittimamente o no, chi lo sa) di educare.
    Il corpo perfido e traditore che fa sorrisi alla vita ma è sicario di morte.
    Nella Genesi si dice che l’uomo è solo carne, per dire che è finito e misero, fumo di fumo dice Qohelet. Ma non significa che sia solo grumo cellulare, zuccheri e lipidi, grassi e proteine, altrimenti non sarebbe finito, ma nulla, e al nulla puoi fargli ciò che vuoi.
    L’uomo è la sola creatura che si domanda chi è, dove va e che talvolta si sente rivolgere temibili domande come: “Cosa ne è di tuo fratello?”, “Cosa hai fatto di tuo figlio?”.
    Siamo i soli a chiamare i membri della nostra specie “parenti”, non “esemplari” come vorrebbe chi pensa che Carlo Darwin abbia creato il cielo e la terra.
    La concupiscenza è l’abbraccio straziato di Egon Schiele che ognuno di noi ha provato almeno una volta nella vita: l’insaziabilità erotica, lo sguardo dell’animale scarnito, il rictus della carne in agonia, i voli della carne dentro la morte, fonte di brividi strani e irrinunciabili, che scuotono tutto con passione furiosa.
    Desiderio e Sepolcro, entrambi luoghi implacabili, l’Amore spietato come la Morte. Il poeta della malinconia dei vivi, Giuseppe Ungaretti, guardando un ritratto di Renoir parlava “d’un colore pomodoro atroce”:
    “Il vecchio Renoir che dipingeva con concupiscenza insopportabile le ragazzotte procaci, gli occhi vuoti di Renoir, già vuoti, con la morte in fondo, la volupté et la morte. E la spalla, che si china da un lato”. Quante storie poi abbiamo a dirci questo… Tito e Berenice, David e Betsabea, Enea e Didone, Admeto e Alceste, Bruto e Porzia, Teseo e Arianna, Caliste e Melibea, Rembrandt e Saskia, Abelardo ed Eloisa. Il fiele alla fine diventa sempre miele. Dire concupiscenza è dire la nostra malinconica grandezza, carne estenuata, tormento frenetico, labbra annegate, fruscio muliebre, labirinti d’agonia, sete d’amare, sono le pietre sepolte del poeta che precede Agostino, il moralista Giovenale, il declamatore misantropo e misogino, morbido e nero, come lo chiama Guido Ceronetti.
    Dire concupiscenza è lottare con il desiderio che rende schiavi del proprio lamento, la fontana che allatta, modella, smuove, argilla, che si trascina dietro malattia, estasi, spasmo, adorazione, tripudio, caduta, sogno. “Non scoprire la nudità di…e di…”, recita il magico Levitico. La nostra è una società macabramente nuda e una società nuda è una società potenzialmente già morta. Dall’insolenza moralistica allo scannamento il salto è immediato, la salute delle anime ha sempre eccitato al macello dei corpi. La libertà sessuale totale ha dimostrato di essere sorella del totalitarismo. “Fornicate, fate questo, spogliatevi”, ricorda qualcosa? Dalla Bibbia abbiamo appreso che il nudo concupiscente deve essere coperto, dalla tenda, dai vestiti, dal linguaggio, in ultima dalla terra. La parola ebraica erwàh, nudità, è connessa al vuoto, alla distruzione, allo spargimento del terrore. Una sola parola, tàar, in ebraico indica la vagina e il rasoio. L’uomo è diverso dagli altri animali per un motivo semplicissimo: è l’unico che si veste. La nudità non è in lui naturale, non è la vita ma piuttosto la sua morte. Ma anche dove non ce n’è bisogno per stare più caldi, lui si veste per dignità, decenza, ornamento, nobiltà. Solo, fra tutti gli animali, è scosso dalla benevolente follia del riso, il riso della concupiscenza. Solo fra gli animali sente il bisogno di staccare i suoi pensieri dalle profonde realtà del suo essere corporeo e di nasconderli talora come in presenza di più alte possibilità che gli creano il mistero del pudore. Alla plastica e lugubre sfericità del sesso, al truce televisivo che ci spiega perché i due buchi sono uguali, buchi, è preferibile la triade Desiderio-Gioia-Tristezza di Baruch Spinoza. Con la geometria ebraica di Spinoza, quella dei medici, ebrei sefarditi, che frequentavano il ghetto di Amsterdam all’epoca, si può spiegare tutto, anche se manca l’agape di cui parla Benedetto XVI. Quattro secoli dopo un altro rabbino, Sigmund Freud, avrebbe rovinato la concupiscenza, ossessionato dal sesso, nemico del genere femminile, teorico di ciò che è proibito quindi desiderato. E che invece di leggere la sessualità infantile come progressiva e matura realizzazione del desiderio adulto, interpreta il desiderio adulto all’indietro, come solleticamento naïf del bambino. Addio uomo, addio concupiscenza.
    Non vuoi andare a letto con tua madre? E’ perché lo vuoi. Non vuoi uccidere tuo padre? E’ perché lo vuoi. Non vuoi stuprare, rubare e uccidere i tuoi simili? E’ solo perché lo vuoi. E i figli diventano ben presto esseri sessuali che fin dal primo momento della coscienza sarebbero impegnati nelle strategie della seduzione.
    L’amore personale di Agostino, che impasta e dà forma alla concupiscenza, è sostituito da una ossessione mentale per i genitali. L’uomo, non più verticalizzato dal peccato, diventa Das Menschenmaterial, materiale da laboratorio. Lo sapeva il vescovo d’Ippona, il sublime che aborriva la più innaturale e subumana delle teorie religiose, la reincarnazione, l’orgoglio supremo che si ripresenta oggi nella clonazione (il veterinario Hwang voleva fare il monaco). “Repressione sessuale” non significa più niente, “sessuofobo” è mostrina al merito della decenza.
    Chi mette in discussione il diritto a promuovere l’omosessualità a scuola diventa “omofobico”, i difensori della famiglia autoritaristi e un’insegnante che difendesse la castità piuttosto che la contraccezione, sarebbe “offensiva” verso gli allievi.
    La concupiscenza sa che l’uomo è qualcosa di più oltre che la sua pancia e le sue incontenibili chiappe.
    Attrito, frizione, penetrazione, wife-swapping (scambio di mogli), frustare o essere frustati, mangiare escrementi o tracannare urina, venire o non venire... Dopo di che vi è sempre il grigiore del mattino e la coscienza che le cose sono rimaste pressoché le stesse da quando l’uomo incontrò per la prima volta la capra e la donna.
    Purtroppo scomparso Isaac Singer, ammutoliti giapponesi e francesi, non c’è più nessuno che sappia parlare della donna e del suo prurito.
    Epicuro cominciò a farlo a dodici anni e le sue parole che invitano al ristoro sono quelle di un gigante poste accanto alle moderne dittature dietologiche, sanitarie, freudiane, astrologiche, dell’impianto dell’ovulo e dell’embrione, le moderne macellerie della moda e della pubblicità, l’eterna tentazione iconoclasta di cancellare l’uomo.
    Con la fine della concupiscenza, materia solo di sentenze della Cassazione su stupro e “branchi” bestiali, anche la verginità virile e classica come salute non esiste più.
    Tolstoj sì che sapeva cosa fosse la concupiscenza. E’ infinitamente più erotico ed eccitante delle fornicazioni anonime e delle fantasie masochistiche. Questo puritano senza Dio sapeva come concupire con il lettore, troncando il racconto sulla soglia della camera da letto della Karenina, lasciandoci liberi di fantasticare senza svelare, liberi di intravedere la sconfitta sessuale che ciascuno di noi può rivivere con quel racconto.
    Sapeva, come Agostino, che i rapporti sessuali sono una cittadella dell’intimità, il luogo notturno dove ci dev’essere concesso di raccogliere gli elementi frantumati e saccheggiati della nostra coscienza in uno spreco di ordine e di riposo intatto. E’ nella concupiscenza che un essere umano da solo, e due esseri umani, due monadi in quel tentativo di comunione che è l’amore, possono scoprire la tendenza singolarissima della propria identità. La concupiscenza alla base della perpetuazione delle specie è presente in tutti gli esseri viventi, con la differenza che l’uomo è il solo a conoscere l’alchemico rapporto tra l’amore e il futuro. Né lo scimpanzé più malizioso o evoluto, né quello meglio ammaestrato, potranno mai capire che esiste un rapporto tra la monta della femmina e l’arrivo, nove mesi più tardi, di un cucciolo che gli assomiglia. L’arrivo di un bambino in questo mondo e la progressiva umanizzazione di questo pacchettino (il primo sorriso, i primi passi, le prime parole) sono tra i più grandi segreti della vita umana, che restano tali se viene concepito nel retro di una bifamiliare, ma che finiscono distrutti sotto la luce oscena del laboratorio.
    C’è bisogno di così poco, ma anche di così tanto, perché nasca un uomo. Il solo animale che ha sempre saputo che l’appetito sessuale e la sua soddisfazione voluttuosa sono collegati, per natura, alla generazione.
    In modo poetico, e assolutamente realista, gli antichi rappresentavano la passione amorosa con i tratti di un bambino.
    Nella società puramente tecnologica descritta da Aldous Huxley, liberata da tutti i tabù, gli editori sono invece costretti a purificare la letteratura dalla volgarità della parola “madre”.
    La minaccia è sempre questa: che la maternità divenga l’oscenità assoluta.
    Goethe, moderno Agostino, racconta come Faust deve far tacere una campanella della vecchia cappella, la sola che ancora suoni nel suo potente impero e togliere la capanna dove ancora vivono Filemone e Bauci, per lasciar posto al maestoso canale attraverso il quale la ricchezza affluisce. Quando torna Mefisto, dopo aver bruciato gli amanti nella capanna, quando il silenzio è diventato pesante, quando le ultime spoglie dell’amore umano e dell’amore divino sono insieme distrutte, inesorabile e carica di morte la preoccupazione invade il cuore di Faust.

    saluti

  9. #29
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    Predefinito Guerra e rivoluzione, i due….

    ….piaceri smarriti

    Lanfranco Pace

    C’era una volta qualcosa che azzerava passato e futuro e dilatava a dismisura il presente. Che portava ad afferrare il tempo, a godere di ogni istante come se fosse l’ultimo. Qualcosa che cancellando in un attimo la memoria dei morti e la devozione che pare sia dovuta a coloro che ancora non sono nati, spezzava la catena misericordiosa e lamentosa della sopravvivenza.
    Questo qualcosa era la guerra.
    Con la sua variante, moderna, terribile e oscura, la rivoluzione.
    Guerra e rivoluzione proprio perché si ripromettevano di operare una trasformazione brutale della realtà, ne negavano il principio costitutivo. Affondavano quindi le loro radici nella sfera del piacere e del desiderio, del desiderio del piacere. Scatenavano eros ma lo imprigionavano in qualcosa di più grande, così superandolo. Guerra e rivoluzione erano dunque la più alta manifestazione possibile della concupiscenza umana. Abbiamo rinunciato all’una e all’altra, le abbiamo espulse l’una e l’altra dal nostro orizzonte.

    * * *
    Se fossero state sempre accolte con preoccupazione, lacrime, paura e sgomento, le guerre non ci sarebbero mai state. Un vecchio signore del secolo scorso, Cesare Musatti, raccontava l’esaltazione, il delirio sensuale che avvolsero la sua Trieste al momento della partenza delle truppe per il fronte nella guerra del 1915-18. Ricordava il languore degli sguardi, il piacere della cosa allusa, i respiri affannosi, l’armeggiare tra busti e merletti, il fruscio delle sottovesti, la carezza della seta e del taffetas, donne ebbre dopo notti d’amore che mandavano baci e ornavano con ghirlande di fiori le canne dei fucili. Ricordava il sapore ambiguo della fraternità che cominciava a sbocciare fra uomini che non si erano nemmeno mai visti prima. L’annuncio della guerra di Secessione arriva alle 12 Querce quando gentiluomini e gentildonne del sud stanno festeggiando la raccolta del cotone.
    E’ come una scarica d’elettricità nell’aria. Grida, cavalli che si impennano, sciabole che cominciano a roteare, colpi di pistola sparati in aria.
    Chi resta in disparte, nel disincanto, lo fa perché da tempo è come morto dentro e lo sa. Gli altri, i vivi, si lasciano andare alla frenesia. C’è chi trova improvvisamente anche il coraggio di dichiarare un amore impossibile e condannato in circostanze normali a rimanere tale. E si mette a chiedere la mano niente di meno che di Scarlett O’Hara che contro ogni previsione dice di sì. Accetta un po’ per ripicca, un po’ per capriccio. La più grande figura femminile della storia del cinema sa che la guerra è la rivale troppo potente e sensuale che le ha rubato irrimediabilmente la scena.

    * * *
    Interessa poco se la guerra sia stata per davvero “madre di tutte le cose, di tutte Regina”, fonte di “tutte le grandi virtù e facoltà degli uomini“.
    O la cosa che Joseph de Maistre definiva divina “per la gloria misteriosa che la circonda, per il fascino non meno inesplicabile che vi ci porta, per la maniera in cui si dichiara, per i suoi risultati che sfuggono assolutamente alla speculazione della ragione umana”.
    Conta che catalizzi pulsioni erotiche.
    Senza esaltazione e voluttà non si va a combattere né si progettano rivoluzioni qualunque esse siano e comunque definite né ci si prepara cantando alla sua conseguenza inevitabile, la guerra civile, la più atroce fra tutte le guerre.
    Dava piacere e faceva esplodere il desiderio la possibilità di distruggere ricchezza accumulata e di ricrearne di nuova, di spazzare via d’un colpo gruppi dirigenti e di azzerare le differenze di classe. Di vedere una principessa Caracciolo costretta per sopravvivere a fare lo stesso mestiere di una donna dei bassi. E a maggior ragione nella rivoluzione, dove scompare anche l’ultima parvenza di ordine che resiste invece nella guerra e cioè l’ordine militare. La rivoluzione è caotica e molecolare, promiscua e casuale. E’ moto browniano che surriscalda anche i corpi.

    * * *
    Eppure questa concupiscenza collettiva e furente l’occidente l’ha tolta di mezzo. Abbiamo visto l’abisso e fatto un passo indietro. Ci accontentiamo così di molto meno, di desideri e piaceri a scartamento ridotto, mollicci. Che si consumano nella sfera individuale, raggrinziti perciò nelle sensazioni, diminuiti nelle ambizioni. Certo c’è ancora qualche grande anima che si esalta e si annulla nell’amore esclusivo e carnale per Dio. Già è meno probabile che sia una donna l’oggetto di altrettanto trasporto amoroso. Si può dire ancora io amo te e solo te come unica emergenza dell’universo, e crederci dicendolo, ma tutto quello che c’è intorno congiura contro. Pare che non si riesca proprio a resistere alla tentazione di banalizzare anche il desiderio di assoluto. Se lo sposo prende in braccio la sposa e le dichiara amore eterno sotto la soglia di casa, ma lei domanda “e se poi litighiamo?”, è probabile che anche lui finirà per risponderle: ti faccio una Simmenthal. Ci si può prendere anche di devastante passione per una polacchina, ma un grande romanzo e un grande film sono in grado di chiudere l’argomento anche per le generazioni future. Allora che desideriamo? Un pompino? Non dico di no ma come da noti accadimenti è cosa che riesce benissimo al funzionario preposto. Un culo? Ecco ci sarebbe il culo. Un grande conoscitore di Jean Cocteau diceva che lì stava la fonte vera del piacere e la salvezza del mondo quando l’avesse scoperto. La pensa così anche la scrittrice Toni Bentley, 48 anni australiana, ex ballerina al New York City Ballet di George Balanchine: contro i “Monologhi della vagina” ha scritto un romanzo dove fa l’apologia dell’inculata, che ristabilirebbe l’equilibrio tra la donna che ha troppo potere e l’uomo che ormai ne ha troppo poco. Ma anche lei dopo aver praticato duecentonovantotto volte in due anni ha dovuto dire ti amo al partner. “La mia resa” è il titolo del romanzo. In fin dei conti non è che il culo ci faccia fare grandi passi in avanti. E quanto a donne, stiamo lì a struggerci perché se è difficile contentarsi di desiderarne una è devastante desiderarne un po’ contemporaneamente e angosciante desiderarle tutte. E consumiamo tonnellate di antidepressivi e pillole blu. Guerra e rivoluzione portano “anche” la morte. Ma una civiltà che poco desidera, di poco gode e in fondo si accontenta della mano monca per il minuto piacere, non pare molto viva.

    * * *
    Fuori la guerra dalla storia, gridava nei giorni dell’Iraq la professoressa di Rifondazione, pacifista, nell’aula grande di un liceo, proprio sotto la lapide che riporta la Dichiarazione della vittoria sull’Austria. Espellerla dal passato è un po’ difficile, siamo riusciti però ad espellerla dalla nostra mente. In fondo sappiamo tutti che quel piacere è fugace, l’orgasmo è l’acme di un attimo, che all’esaltazione seguono subito disgrazie e rovine con cui fare i conti per generazioni. Sappiamo che il soldato che ritorna non è mai come quello che è partito e anche se ha vinto appare come un poveraccio senza carica erotica, per così dire senza erezione. Pure il desiderio, il piacere della rivoluzione è un lampo e poi tutto diventa funereo. Sogni, finisci a letto con la lotta armata e ti ritrovi con un geco sul cuscino. Proprio come quando ti addormenti con qualcuno che ti piace molto e al mattino ti chiedi chi è, che ci fa lì con te e vorresti solo scappare. Sappiamo infine che gli eroi sono noiosi, che il principio di realtà ha le sue esigenze che le nomenclature si ricostituiscono in meno di un amen e tornano i funzionari preposti e che la donna viene vista di nuovo come minaccia o come preda. Ma non è detto che sia un bene cancellare guerra e rivoluzione dall’orizzonte delle cose possibili, sradicare a tutti i costi l’aggressività e la violenza negandone la pulsione vitale, il carattere erotico ed eroico. Anzi il rimedio può essere peggiore del male. Le sublimazioni e i surrogati sono deboli. Ce ne accorgiamo ora che un pericolo alle porte c’è e che lo si ammetta o no il senso d’insicurezza dell’occidente è palpabile.

    * * *
    A ben guardare abbiamo paura perché non sappiamo più stare insieme, marciare fianco a fianco, batterci per qualcosa in cui crediamo che non sia la difesa di una rendita o le tasse. Non vogliamo o abbiamo paura di muovere il corpo tutti insieme con più o meno rabbia, prodromo di qualsiasi ipotesi non dico di rivoluzione, visto che ci ha pensato da sola a non essere più proponibile, ma quanto meno di un forte, erotico conflitto. Nemmeno l’allargamento della sfera dei diritti, il pendolo che legge la pancia profonda di una comunità, di una società, ci stuzzica più di tanto. Preferiamo prendere la scorciatoia, direttamente dal bisogno al desiderio alla legge che realizza e soddisfa.
    Persino le donne disertano o quanto meno frequentano poco le strade, le piazze dove pure conquistarono non poca libertà. Alla concupiscenza forte sono subentrati i rave-party o le bande ultras.
    Quello che ci deve far paura dell’islam integralista non è tanto la presa della religione sulla politica né la predicazione dottrinaria che c’era già e di cui nulla sapevamo e poco o nulla sappiamo ancora oggi.
    Quello che ci deve fare paura, e tanta, è l’immagine riflessa di quello che noi eravamo e oggi non siamo più, di quello che abbiamo vissuto e poi rimosso.
    Sono i funerali senza stato dove la folla grida e ondeggia, l’eccitazione che accompagna le esibizioni della forza, la sensualità che gronda anche in momenti macabri o di dolore, sono le madri e le sorelle che spalmano sui muri il sangue di figli e fratelli martiri.
    Non dobbiamo temere la loro parola, ma la loro carne.
    Perché la nostra è maledettamente tremula.

    Da il Foglio

    saluti

  10. #30
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    Predefinito Del maiale non si butta nulla

    Andrea Marcenaro

    La vita è un continuo fare sega. Non nel senso che intende quel porcello mascherato di Massimo Fini, fare sega nel senso di marinare, sfuggire, di andare e non andare, insomma, di proteggersi quel poco. Se non fai sega, non ne esci, se ogni tanto non fuggi, ti ci perdi.
    Si ha un bel dire, sulla concupiscenza. Che si sbraca troppo sarà pure vero, anzi lo è, ma la vera verità è che non sappiamo nemmeno cosa Gianni Baget Bozzo o Roger Scruton nascondano dietro il muro della loro scienza. Non sappiamo, cioè, se mentre scrivono con la mano destra di Wagner e Musil, di Austen e Priamo, o di Foucault e Giacobbe, di come cioè non si debbano palpare altri culi che quello della moglie, non stiano per caso, con la mano sinistra, palpando la fantesca.
    Manco questo sappiamo, né vorremmo peraltro saperlo. Non ci interessa, facciano pure, non esiste verità o bugia. Nulla quanto l’ambito che ruota intorno al pianeta gnocca e derivati è soggetto al legittimo sospetto che la buona predica possa andare sottobraccio a un diverso razzolare. Non ci sarà giuramento in grado di convincere del contrario. Prendimi e dammiti, Cucurucù. E se qualcuno vi chiede:
    “Ma riflettiamo: prima prendimi? O prima dammiti?”, date retta, quello è il momento di fare sega.
    * * *
    Tengo una nipotina, non vorrei che un domani leggesse, è evidente che si parla per parlare.
    Ma una cosa sfruculia. Questo signor Scruton, per esempio, è al tempo stesso un gigante della morale e un poco figlio di mignotta.
    Dice: “Il desiderio di Giacobbe per Rachele viene soddisfatto da una notte con Leah, ma solo se Giacobbe immagina di essere stato con Rachele”.
    Non c’era concupiscenza in senso proprio. Anzi, Giacobbe è un benemerito del matrimonio. E fin qui. Ora.
    Ammettiamo che sia farina del suo sacco e non del sacco della Patty Pravo quando canta il suo concupiscente corretto dove scopa con un altro “pensando, di stare ancora insieme a lui”.
    E ammettiamo che Patty, siccome è Pravo, si sia trovata al volo un suo Brad Pitt e se lo sia fatto a raffica con la fissa che si trattasse ancora di Giacobbe. Contenti loro.
    Ma a noi chi ce la da, la nostra Leah con cui fare le porcate nella sincera idea che non stiamo facendo le porcate e basta? Dove la troviamo? Nella schiera delle ancelle? La preleviamo dal pacchetto “Tutto in una notte” e poi via, di là, a stirare di nuovo con le altre?
    O possiamo cercarla, che so, in un bar, al ristorante, a una cena di amici oppure lungo un viale?
    E quante Leah ci sono consentite, metti che le troviamo, nel corso di una vita? Una Leah, e allora sei sincero e agganciato ai valori, due Leah e ci diventi un porcone vuoto come un cocco?
    Tre Leah? Quante ne puoi desiderare, una alla volta, pur pensando ogni volta che sempre con Rachele stai smanettando? Dov’è il confine, qual è il passaporto? E non sarà, sia detto en passant, chiamala Rachele una volta, e chiamala due, e chiamala Rachele tre, che quella alla quarta ti ammolla:
    “Rachele tua sorella, io mi chiamo Leah”?
    * * *
    Poi certo che si concupisce, accidenti se si concupisce, in occidente. Non io, ma tutti gli altri concupiscono. Chi più, chi meno, ho conosciuto solo gente che concupiva.
    La faccio grossa, cito Paolo VI: “Concupiscenza significa che i rapporti personali dell’uomo e della donna vengono vincolati riduttivamente e unilateralmente al corpo e al sesso”.
    E anche san Giacomo: “Ciascuno è tentato quando è adescato e trascinato nella propria concupiscenza”.
    Nella “propria”, concupiscenza, capito bene? Che alla fine della rava vuol dire questo: non la femmina a concupire te, sei tu, carambolando sulla femmina, che concupisci in te stesso.
    Era un fenomeno che prima si poteva in qualche modo fronteggiare.
    E’ che mentre un tempo, se andava bene, pardon, male, ti imbattevi in otto o dieci culi di femmina al giorno, capita ora, nell’occidente nostro, di imbatterti in cinque o seicentomila degli stessi. Anzi, meglio mandolinati.
    Ciò moltiplica a dismisura le possibilità di carambola e propone, proporzionalmente, due campi di possibilità entrambi sterminati: o ti opponi con sforzi sovrumani alla concupiscenza, che comunque dentro hai, e dentro ti resterà; oppure ti dici: sai che c’è?, io stavolta concupisco.
    Non ho detto scopo, ho detto concupisco. Si tratta di due cose leggermente diverse.
    Perché la concupiscenza l’abbiamo appunto incorporata.
    Ce l’ha incorporata Lui quando siamo usciti dall’Eden per il pasticcio della mela. Lo sanno tutti, lo conferma san Giacomo, la questione è pacifica.
    E che possiamo fare, noi?
    Riportare le occasioni di carambola alle otto-dieci di un tempo, come sarebbe umano? E come, con la televisione in pista?
    Dobbiamo dirGli in alternativa, ogni giorno, per seicentomila volte al giorno, che Gli chiediamo scusa?
    Prometter-Gli che non concupiremo più?
    Massimo-massimo, ma continuando a chiedere perdono, che scenderemo sulle trecentomila volte al giorno e basta?
    Un fatto è incontestabile, quella è roba che continua a tirare. A tirare in sé. Anche riduttivamente, perfino unilateralmente. Ma a tirare.
    Nel contempo, noi non possiamo assolutamente accettare il porco che è in noi, il maiale che ci portiamo dentro o diciamo pure, con più delicatezza, quella nostra animalità di merda che ci sta portando alla rovina.
    Perché non ci piove, qui, ha del tutto ragione Scruton.
    Bisogna ammazzare il porco.
    Te le saluto, se no, le famose radici cristiane. Perciò. Pochi individui virtuosi a parte, e me tra loro, quanto ai grandi numeri che nel mondo concupiscono, e affinché non concupiscano più in maniera francamente disumana, in due sole cose si può sperare: la bomba atomica, o qualcosa di devastante sul serio.
    * * *
    Recita l’introduzione al breviario della buona concupiscenza:
    “La voglia di scopare, insomma, e di sentirsi liberi e sovrani nel farlo senza rimorsi, dannando come retaggio dell’arretratezza la cosiddetta sessuofobia: ecco uno degli approdi più visibili e paradossali del tempo moderno che nessun ministero della famiglia, nessun pacs o matrimonio omosessuale, nessun prurito censorio o bigotto può curare”.
    Appunto.
    Alt un momento, però, capiamoci sulla cosiddetta sessuofobia.
    La cosiddetta sessuofobia, detta in soldoni e senza andare troppo indietro, era quella che i veri progressisti imputavano al vecchio Ettore Bernabei, i mutandoni, le calzemaglia nere, i reggipetti grossi, quel ti vedo e non ti vedo in tivù sul genere delle gemelle Kessler.
    Altra domanda, al modo elegantemente allusivo di Massimo Fini: ma lo faceva venire più duro o più moscio, la sessuofobia?
    Ecco. Nel Belpaese si scopava di più, assicurano ora le ricerche di ogni genere e grado. Poi l’acqua passò sotto i ponti. Tanta acqua. Nel cruciale passaggio dalla mutanda al tanga, nel guado epocale dal reggipetto al reggicapezzolo, nel tragico infoltirsi dei pezzi di gnocca televisivi passati da nessuno, a uno, a seicentomila, intere schiere di gagliardi amatori maschi sembrano per questa strada finite nel tritacarne.
    Scientia dixit. Numeri, studi, la carta che canta.
    Chiedete a quel maniaco di Renato Mannheimer. La sessuofobia, a spanne, favoriva cioè le scopate ufficiali, chiudeva un occhio sulla virilità extra-moenia e conteneva alla grande la concupiscenza bruta. La libertà sovrana “della scopata senza rimorso” è venuta invece pericolosamente incrinando l’asta dell’unica bandiera per cui si è andati tutti e sempre a petto in fuori. Alla faccia della guerra al sessuofobo. Che bisogna dedurne? Che il progressista in servizio permanente effettivo ha dilatato a un tempo, peutetre, il mercato della voglia e quello della cilecca? Dio lo perdoni, in questo caso. Anche se ciò fornirebbe senz’altro un primo abbozzo di risposta all’inevasa domanda sul perché, ogni volta che apre bocca, il vero progressista te l’ammosci in effetti sempre un po’.
    * * *
    “Via i soffitti: e qua vediamo un energico generale battuto e costretto alla resa da una prostituta, o grato di esser messo ‘ai ferri’, una pratica da tempo abolita come punizione nelle caserme; là un religioso che geme davanti alla croce della finestra; qua un ministro che bacia la scarpa o regge lo strascico alla moglie di un suo subalterno, là uno studioso che di fronte alle attrattive di una Circe da bassifondi vede che non ci è possibile sapere niente”.
    Mica io, lo racconta Karl Kraus. E non è che certe cose le puoi fare in casa. Quantunque, si potrebbe anche provare a non farle più.
    * * *
    Spiace, titillato il progressista, titillare il velopendulo all’Amor nostro. Ma resi i dovuti omaggi, non è che uno può fare l’uomo della Provvidenza il sabato e ritirarsi la domenica nella villa che si è comprata anche grazie a settanta tonnellate di istigazione alla concupiscenza riversate su un intero popolo che (come abbiamo visto da san Giacomo + altri) ha già il maiale nel motore.
    Quaranta tonnellate di tette più trenta di chiappe. La velina, la cosina, il vibratore, l’imbuto da notte, te la do, ma certo che te la do. E che cazzo.
    C’è un conflitto d’inclinazione, mi pare, e pure di ruolo.
    Si crea d’intorno una strana situazione dove il cittadino telespettatore vede tanta di quella gnocca, ma così tanta, ma così tanta, che non c’è niente di strano se poi considera un diritto inalienabile che gli tocchi il suo chilo. Che voglia mordere il suo panino e se non può s’incazzi. E che insista. E aspetti un altro panino. E panino dopo panino, cioè, sega dopo sega, perché intanto non cucca niente, che si stanchi.
    Non saprei dire se sia questa una causa della stanchezza dell’occidente, o se ne sia un effetto. Quello che saprei dire è questo. Che se mi hai dato prima una mano a infoiarmi come un toro e poi mi dici no, il preservativo no perché commetti un peccatuccio, i pacs no perché i froci sposati te li faccio già vedere su Italia Uno, l’Europa no perché non vuole le radici cristiane, le zoccole nemmeno perché rovinano le famiglie, e mi fai la morale manco m’avessi dato invece la metà del mantello, nell’urna questo mai, ma nel fondo del mio cuore tocca mandarti a cacare.
    Chiedo scusa. E quelli della Rai hanno poco da sorridere.
    * * *
    Ora c’è un punto che mi sta a cuore. Banale, scontato, ma il cui succo è noto:
    “Mai comunque con la moglie dell’amico”.
    Siamo circondati da boccucce a culo di gallina che imbroccano la loro boccuccia più riuscita quando possono dirti:
    “Mai comunque con la moglie dell’amico”.
    La cedono su tutto. Acconsentono che sia interessante un rapporto sessuale col gatto, approvano che ci si possano fare tre suore alla forsennata durante le funzioni del vespro, ingropparsi la mamma perché l’ha detto Sigmund Freud, applaudono le ammucchiate tripartisan nelle cabine del telefono, ma arriva sempre il momento in cui trasaliscono: “Però, con la moglie dell’amico, mai!”. E ci mettono pure il punto esclamativo. Ora ditemi voi se si può avere una faccia più di merda. La moglie dell’amico è l’unico rifugio delle persone per bene che non vogliono passare tutta la loro giornata a concupire ad alzo zero. E’ l’unica Leah del terzo millennio, è quella che conosci, con cui parli, ci fai il pavone a tavola, lei vede le tue penne, è la sola, o giù di lì, con cui potresti fare sesso non del tutto riduttivamente e/o unilateralmente.
    “Tradendo l’amico”, si ritrae boccuccia. Ma quale tradendo? Io colpisco il gran porco che è in lui, il suo senso proprietario, lo induco a misurarsi con se stesso, a guardarsi dentro, a chiedersi:
    “In cosa sono stato egoista?”, e lo rimetto infine su quel mercato delle relazioni affettive più strette da cui aveva finito per ritirarsi. Ma l’amicizia è salva, se è vera. Io sono tuttora amico di Carlo Panella. Non lo sarei nello stesso modo se fossi invece il tipo che impiega il tempo indirizzando la propria concupiscenza verso le giovani sconosciute che scendono dal torpedone di San Pietro. E a proposito. Noi perderemo la guerra con l’islam, chiedo scusa, con quello radicale. Se qualcuno però, l’Onu, le Donne in nero, Amnesty, la Croce rossa, un Ponte per…, chi sia sia, riuscisse mai a organizzare una cena tra califfi e califfe, tutti insieme a tavola, con pari dignità di chiacchiera e di gioco deduttivo, vedi mai che partirebbero delle botte di concupiscenza da rendere un po’ stanchi anche loro.

    Da il Foglio

    saluti

 

 
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