Cioè, il sindacalismo rivoluzionario non delineò mai veramente un progetto di Stato molto forbito: c'è il corporativismo libertario dell'ultimo De Ambris, c'è la "repubblica" di Filippo Corridoni, ci sono molti contibuti politici dei sindacalisti teorici, ma quando diventa progetto politico di stato si sublima (o si sclerotizza, o si fossilizza) nel sindacalismo nazionale, nel corporativismo statalista e/o fascista che lascia sostanzialmente intatti gli assetti borghesi (al limite li riforma, li incide, ma non li cancella, vedi codice civile del 1942). Prima c'era la lotta, l'azione diretta; tutto questo selezionava, qualificava, migliorava il combattente-lavoratore il quale si sarebbe trovato necessariamente al "vertice" o comunque soggetto portante della società politica ed economica. Ecco perchè il sindacalismo rivoluzionario si getta a capofitto nella guerra mondiale: occorreva a tutti i costi smuovere la società (sembrano concetti pericolosamente vicini all'Autonomia Operaia famigerata, ma anche in questo caso, direbbe Paul, le mie sono suggestioni...e ne confermo la natura)
In ogni caso il sindacalismo, come lo chiamavano loro senza "rivoluzionario", non è progetto politico (ed il giacobinismo lo era). E' progetto di azione, sicuramente mitico o con una spinta "etica" e dialettica davvero impressionante.





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(fassistiii su marteee...)

