Mentre le classi dirigenti (e alcuni dei loro giornali) si occupano ossessivamente di nomine in Rai e di merchant bank di stato, oppure pacificano il mondo non senza una certa vanità da interposizione, il Papa ha deciso di mettere in scena il vero dramma, e quanto spettacolare, del nostro tempo.
Lo ha fatto con il rigore di un teologo tedesco, in una sede universitaria prestigiosa e solenne, e lo ha fatto con la sua mite cautela che non si mangia però la verità delle cose.
Ha parlato dell’islam senza ripetere le solite banalità ireniste e multiculturali. E ha parlato dell’occidente cristiano e del suo fulcro identitario, la capacità di combinare ragione e fede in molti modi diversi che, non nel loro corso storico, ma nel loro approdo e nella loro scaturigine parlano di un Dio che vive e si esperisce, nonostante il mistero, in vera analogia con la condizione umana, dunque un Signore e Padre non capriccioso, non arbitrario, diverso dal Dio dell’ortodossia maomettana, per non dire di quello invocato dai tagliagole del fondamentalismo islamista e jihadista di cui abbiamo qualche amara esperienza.
Il risultato, prevedibile, è che le autorità islamiche turche, cioè il più alto rappresentante dell’islam di Stato, gli hanno consegnato un avviso: in terra islamica il Papa cattolico è persona non grata.
Si sapeva che l’islam è permaloso, che certo islam radicalizzato ammazza o dà mandato di ammazzare per la mano di Mohammed B., l’assassino materiale di Theo van Gogh, e per decreto di Khomeini, l’ayatollah che emise la fatwa assassina contro Salman Rushdie.
La tv al Jazeera ha sputato fuoco e veleno, i capi dell’islam europeo pretendono le scuse, e nonostante la buona volontà diplomatica di curia c’è da sperare che non le ottengano.
Sarebbe una catastrofe.
Benedetto XVI non ha niente di cui scusarsi, non ha “attaccato l’islam”, ha bensì parlato dell’islam e del cristianesimo e dell’ebraismo veterotestamentario e del pensiero greco, e lo ha fatto in nome, se si può usare questa formula consumata dagli equivoci dell’illuminismo ideologico e radicale, del libero pensiero.
Ha fatto ciò che nel mondo islamico, pena la testa, è vietato fare: ha ragionato sulla fede, sulle Scritture e sul Corano, e ha collocato anche il credo di Cristo, di cui è vicario, in un contesto di libera discussione con la ragione umana, con la scienza moderna, con la filosofia e la cultura di questo nostro mondo e di quell’altro.
Un gesto da guida culturale e spirituale di un mondo di liberi, che sarebbe rinnegato, dopo l’edulcorazione equivoca a cui è già stato sottoposto, solo a prezzo di una perdita di senso e di immagine e di forza per l’ultimo filosofo dell’occidente, e per l’ultima istituzione universale che ha il senso della storia e sa leggere il presente.
Ferrara sul suo Foglio
saluti




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