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Discussione: Il Papa e l'islam

  1. #31
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    Predefinito Il dramma teologico

    Mentre le classi dirigenti (e alcuni dei loro giornali) si occupano ossessivamente di nomine in Rai e di merchant bank di stato, oppure pacificano il mondo non senza una certa vanità da interposizione, il Papa ha deciso di mettere in scena il vero dramma, e quanto spettacolare, del nostro tempo.
    Lo ha fatto con il rigore di un teologo tedesco, in una sede universitaria prestigiosa e solenne, e lo ha fatto con la sua mite cautela che non si mangia però la verità delle cose.
    Ha parlato dell’islam senza ripetere le solite banalità ireniste e multiculturali. E ha parlato dell’occidente cristiano e del suo fulcro identitario, la capacità di combinare ragione e fede in molti modi diversi che, non nel loro corso storico, ma nel loro approdo e nella loro scaturigine parlano di un Dio che vive e si esperisce, nonostante il mistero, in vera analogia con la condizione umana, dunque un Signore e Padre non capriccioso, non arbitrario, diverso dal Dio dell’ortodossia maomettana, per non dire di quello invocato dai tagliagole del fondamentalismo islamista e jihadista di cui abbiamo qualche amara esperienza.
    Il risultato, prevedibile, è che le autorità islamiche turche, cioè il più alto rappresentante dell’islam di Stato, gli hanno consegnato un avviso: in terra islamica il Papa cattolico è persona non grata.
    Si sapeva che l’islam è permaloso, che certo islam radicalizzato ammazza o dà mandato di ammazzare per la mano di Mohammed B., l’assassino materiale di Theo van Gogh, e per decreto di Khomeini, l’ayatollah che emise la fatwa assassina contro Salman Rushdie.
    La tv al Jazeera ha sputato fuoco e veleno, i capi dell’islam europeo pretendono le scuse, e nonostante la buona volontà diplomatica di curia c’è da sperare che non le ottengano.
    Sarebbe una catastrofe.
    Benedetto XVI non ha niente di cui scusarsi, non ha “attaccato l’islam”, ha bensì parlato dell’islam e del cristianesimo e dell’ebraismo veterotestamentario e del pensiero greco, e lo ha fatto in nome, se si può usare questa formula consumata dagli equivoci dell’illuminismo ideologico e radicale, del libero pensiero.
    Ha fatto ciò che nel mondo islamico, pena la testa, è vietato fare: ha ragionato sulla fede, sulle Scritture e sul Corano, e ha collocato anche il credo di Cristo, di cui è vicario, in un contesto di libera discussione con la ragione umana, con la scienza moderna, con la filosofia e la cultura di questo nostro mondo e di quell’altro.
    Un gesto da guida culturale e spirituale di un mondo di liberi, che sarebbe rinnegato, dopo l’edulcorazione equivoca a cui è già stato sottoposto, solo a prezzo di una perdita di senso e di immagine e di forza per l’ultimo filosofo dell’occidente, e per l’ultima istituzione universale che ha il senso della storia e sa leggere il presente.

    Ferrara sul suo Foglio

    saluti

  2. #32
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    Predefinito Guerra santa e santa sede

    Gerusalemme. Nel mondo musulmano le parole del Papa sull’islam fondamentalista continuano a scatenare la rabbia di leader religiosi, politici e intellettuali. L’emittente satellitare del Qatar, al Jazeera, da subito ha annunciato uno scenario simile a quello creatosi dopo la pubblicazione delle vignette sul Profeta Maometto. In Iraq, nel sermone del venerdì, Salah al Ubeidi, vicino al radicale sciita Moqtada al Sadr, ha detto: “E’ la seconda volta che capita prima del Ramadan”,
    riferendosi alla vicenda danese. In Kuwait, il quotidiano al Seyassah spiega che “il polverone alzato dalle vignette danesi non si placa, si alza nuovamente rimettendo in discussione le relazioni tra il mondo islamico e quello cristiano con le dichiarazioni del Papa”.
    I Fratelli musulmani in Egitto si aspettano reazioni peggiori di quelle alle vignette, perché le parole arrivano “da un leader che rappresenta milioni di persone”, spiega Abdel Monem Aboul Foutouh.
    La presa di posizione più dura è arrivata dal Pakistan. Al Parlamento di Islamabad è passata all’unanimità una risoluzione che condanna le parole di Benedetto XVI: “Quest’assemblea chiede al Papa di ritirare le sue affermazioni nell’interesse dell’armonia tra le religioni”, recita l’atto assembleare.
    Subito dopo il ministro degli Esteri ha convocato monsignor Adolfo Yllana, nunzio apostolico a Islamabad, per sottolineare che, “in un momento in cui c’è un forte bisogno di promuovere l’armonia tra le fedi, tali dichiarazioni sono molto inopportune”.
    In Turchia da cui è partita, due giorni fa, la prima reazione istituzionale, sono continuate le critiche, con toni molto più aspri.
    Salih Kapusuz, numero due del partito del premier Recep Tayyip Erdogan, ha detto che quello di Benedetto XVI “sembra uno sforzo per ravvivare lo spirito delle Crociate. Sarà ricordato dalla storia nella stessa categoria di Hitler e Mussolini”.

    Gli imam in campo
    I predicatori più ascoltati del mondo islamico sono subito scesi in campo per aizzare la piazza, capitanati da uno dei più famosi –accolto nelle capitali di gran parte del mondo come un intellettuale – Yusuf al Qaradawi, che ha detto:
    “Tutto quello che il Profeta ha portato è stato bene e ha di molto superato ciò che il cristianesimo e il giudaismo hanno portato. Sostenere che Maometto ha portato cose inumane e ingiuste come la diffusione della fede attraverso la spada è una calunnia o il frutto di pura ignoranza”.
    Quel che ha detto il Papa indica “una chiara ignoranza” ha detto Mohamed Sayed Tantawi, un altro popolare predicatore.
    Davanti all’Università di al Azhar, al Cairo, sono stati alzati striscioni in cui si definivano le parole del Papa come “un’estensione della guerra di Bush contro l’islam”; intanto gli ulema di al Azhar hanno minacciato di chiudere la commissione per il dialogo con il Vaticano.
    In India, alcuni manifestanti hanno bruciato le effigi del Pontefice e a Gaza un’esplosione in un centro greco-ortodosso ha fatto pensare a un’azione legata alla vicenda.
    “Chiediamo che si scusi personalmente”, ha dichiarato il religioso sciita Mohammad Hussein Fadlallah, da Beirut, con i Fratelli musulmani che si sono uniti alla richiesta e hanno esortato i governi islamici a rompere le relazioni con il Vaticano nel caso il Papa non ritratti.
    Hamza Mansour, guida del consiglio per la Shura del Fronte d’azione islamico giordano, ha dichiarato che “solo le scuse di Benedetto XVI possono cancellare il profondo insulto”.
    Dal Muftì di Damasco e dagli ayatollah di Teheran – l’ex presidente Khatami ha definito “insolenti” le parole del pontefice –altre reazioni dure, mentre l’Organizzazione della conferenza islamica ha detto che le parole del Papa sono una “character assasination” del Profeta Maometto.
    Alcuni invitano a evitare tensioni. Tra i quotidiani arabi, in prima pagina, al Sharq al Awsat titola: “Il Papa non intendeva attaccare l’islam”, riprendendo il portavoce vaticano. Din Syamsuddin, presidente del Muhammadiyah, una delle più grandi organizzazioni islamiche dell’Indonesia, ha chiesto moderazione: “Che si scusi o no, la comunità islamica ora deve provare che l’islam è una religione compassionevole”.
    Tra i cristiani c’è preoccupazione.
    Atallah Hanna, patriarca ortodosso di Gerusalemme, ha detto: “Offendere l’islam è offendere tutti noi”.
    Nel quartiere arabo la gente dice che “le parole del Papa creano un problema a tutti i cristiani che cercano la convivenza con i vicini musulmani”.
    Da Gaza, dove era prevista una protesta, il premier di Hamas, Ismail Haniye, ha accusato il Pontefice.

    Il Foglio

    saluti

  3. #33
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    Predefinito

    Roma. Ieri il Papa ha presieduto la cerimonia con cui si è solennemente svolto il cambio della guardia ai vertici della segreteria di stato. Leggendo il testo preparato e poi parlando a braccio non ha fatto alcun cenno alle polemiche suscitate dalle parole sull’islam pronunciate nel suo discorso all’Università
    di Regensburg.
    Non c’è stata alcuna rettifica, non ci sono state le scuse tanto invocate da numerosi esponenti islamici di tutto il mondo. Non che il Papa non abbia
    a cuore le sorti dei cristiani e dei cattolici che sono presenti nelle terre in cui l’islam è maggioritario e detta legge. Tutt’altro.
    Solo che per Benedetto XVI il dialogo non è il fine del rapporto con le altre religioni, ma solo uno strumento.
    Da maneggiare con cura. E mai a discapito della verità.
    Si potrebbe dire che in questo il cardinale Joseph Ratzinger e Papa Benedetto XV non sono due persone diverse.
    Per esempio le riserve che l’allora prefetto della Congregazione per la dottrina della fede manifestò sul modo in cui si stava organizzando il primo incontro interreligioso di Assisi nel 1986 e la convinta difesa della dichiarazione
    “Dominus Iesus” sull’unicità salvifica di Cristo, che tanti mal di pancia provocò anche in alcuni autorevoli esponenti della curia romana, non sono spariti dall’orizzonte ratzingeriano.
    Anzi. Basti ricordare alcuni episodi che hanno qualificato in questo senso il primo anno e mezzo di pontificato.
    Già nel corso dell’estate del 2005 la residenza estiva del palazzo di Castelgandolfo diventa il teatro di un paio di avvenimenti che suscitano l’attenzione dei media.
    Intanto riceve in udienza Oriana Fallaci.
    Si tratta di un’udienza privatissima, senza alcun comunicato ufficiale, ma la notizia trapela suscitando lo scandalo di chi ritiene che il Papa non avrebbe dovuto incontrare una fustigatrice antislamica come la scrittrice fiorentina
    scomparsa ieri. Non sembra però che il Papa si sia angosciato più di tanto per queste critiche.
    Sempre nell’estate del 2005, sempre a Castelgandolfo, il Papa riunisce i suoi ex
    allievi per discutere proprio di islam. L’incontro è a porte chiuse, ma uno dei partecipanti, il gesuita Joseph Fessio rompe l’embargo e rivela che per il Papa l’islam sarebbe “irriformabile”. Poi smentisce la rivelazione, ma c’è chi è pronto a scommettere che sia stata una ritrattazione non veritiera.
    Avvisaglie.
    Poi arriva un atto di governo che sembra implicare un cambio di atteggiamento
    sostanziale da parte della Santa Sede nei confronti dell’islam. Il 15 febbraio di quest’anno nei Sacri Palazzi si verifica un fatto che sembra non avere precedenti.
    Un capodicastero della curia romana, un “ministro” del Papa, che i mass media preconizzavano come in procinto di diventare cardinale, viene ridotto al rango di nunzio, ambasciatore, per di più in un paese di seconda fascia.
    E’ il caso dell’arcivescovo inglese Michael Louis Fitzgerald, che da presidente del pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso viene trasferito in Egitto. Tra i più informati di questioni vaticane la sorpresa non è così eclatante.
    Già da cardinale Ratzinger aveva criticato pubblicamente alcune iniziative del
    dicastero presieduto da Fitzgerald.
    Il giornalista liberal americano John Allen ha ricordato che nel 1996 l’allora prefetto dell’ex Sant’Uffizio lamentò “la deplorevole superficialità e il dilettantismo” manifestato da Fitzgerald in occasione di un summit di dialogo
    interreligioso celebrato in India.
    L’allontanamento da Roma del presule inglese è
    stato pubblicamente criticato dal gesuita Thomas Reese, ex direttore della rivista America, che l’ha definita la “peggiore decisione” presa da Benedetto XVI. Per la cronaca padre Reese è stato allontanato dalla direzione della rivista perché giudicato troppo liberal proprio dall’ex Sant’Uffizio guidato
    da Ratzinger.
    Recente è poi la lettera ratzingeriana per i vent’anni del summit interreligioso
    di Assisi. Il Papa, nonostante il desiderio degli organizzatori, non si reca nella
    cittadina umbra. Ma invia una lettera in cui quello che fa notizia sono i puntini sulle i: contro ogni confusione sincretistica, e contro una visione edulcorata di san Francesco, visto solo e riduttivamente come un pacifista ante litteram. Da ultimo il discorso di Regensburg che ha infiammato gli animi anche
    moderati del mondo islamico.
    Tutto sta a vedere ora se le parole del Papa sull’islam avranno delle conseguenze pratiche sulla politica della Santa Sede.
    Il nuovo segretario di stato, il salesiano Tarcisio Bertone, nel corso dell’ultimo concistoro ha svolto un discorso su chiesa e islam che è rimasto inedito.
    Non c’è dubbio però che il porporato salesiano è stato scelto nell’incarico dal Papa per la sua provata affidabilità.
    Ieri è stato poi annunciato il nome del nuovo ministro degli Esteri vaticano, Dominique Mamberti, che conosce bene le problematiche connesse all’islam dopo i quattro anni da nunzio in Sudan e il precedente incarico alla nunziatura di Algeria.

    su il Foglio

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  4. #34
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    Predefinito Il nemico dell'occidente è....

    ....l'occidente stesso

    Se ho compreso bene la lezione di Papa Benedetto XVI, mi sembra che abbia voluto dire questo: Dio, oltre che Amore, Caritas, è anche Logos, ragione.
    Da un punto di vista religioso il discorso è chiaro: amare, senza ragione, vuol dire non amare, o meglio, amare ciò che non va amato. Anche l’amore, infatti, deve essere razionale, logico, indirizzato al Bene.
    Sembrerebbe semplice ma non lo è così tanto: non mancano preti o opinionisti che spiegano che in fondo la prostituzione è un altro modo di amare, o che uccidere un figlio, con l’aborto, perché non si può mantenere
    “decentemente”, è un modo, un altro ancora, per dimostrare il proprio amore.
    Politicamente il discorso del Papa mi sembra sintetizzabile in questi termini: il nemico dell’occidente è l’occidente stesso, nel momento in cui rinnega la sua storia, piena di umane miserie, ma anche di greco-romana e biblica grandezza.
    L’Europa cristiana è patria dell’arte, dell’astronomia, della medicina, di tutte le scienze: è il luogo in cui si realizza la vocazione naturale della nostra ragione a indagare la realtà. Ma tutta la realtà, secondo la sua ampiezza, la sua altezza, larghezza, e profondità.
    L’occidente è nemico di se stesso quando imbriglia la ragione, imponendogli dei confini (il regno delle cose materiali), e spacciandoli per orizzonti.
    E’ incredibile come sia stato notato poco spesso questo paradosso: l’illuminismo non nasce come esaltazione della ragione, ma come limitazione della stessa al fenomenico, al tangibile, ai singoli e piccolissimi perché, in una parola, a ciò che all’uomo interessa meno. L’illuminismo prostra la ragione, come fa Kant, quando la fa a spezzatino, sminuzzandola come fosse un pezzo di carne; quando fa uscire Dio da una finestra della ragione (la ragion pura), e ne crea un’altra (la ragion pratica), per farlo entrare di nuovo, ma non compiutamente; quando, infine, spiega che tutto l’ordine esistente, quello che ogni ragione desidera, e miracolosamente trova, è soltanto un ordine fittizio, soggettivo, che non appartiene al noumeno, cioè alla realtà vera (terribile, incredibilmente irrazionale, questa distinzione razionalistica tra realtà “vera” e realtà “falsa”).
    L’occidente, ancora, è nemico di se stesso, come Cronos con i suoi figli, quando nega il diritto naturale, cioè la legge fondata sulla ragionevolezza, e non sull’arbitrio dei numeri, delle cangianti assemblee parlamentari; quando sostiene che la libertà può coincidere con ’autodistruzione, con il suicidio, l’eutanasia, la possibilità di drogarsi (mentre la libertà è legata alla ragione, in quanto è la Verità a farci liberi, e non viceversa).
    Che poi un mondo che è nemico di se stesso crolli, non è una novità: lo temevano a suo tempo i “laudatores temporis acti”, i catoniani sostenitori del “mos maiorum”. Rispettare il costume dei padri, la Tradizione, significa rimanere lungo una strada che prosegue, ma che è partita da un punto e ha raggiunto parecchi obiettivi.
    Invece noi rigettiamo il Dio dei Padri, e il costume dei padri, come Lucifero col suo “non serviam”, come Adamo ed Eva con la loro idea di poter fare loro la realtà, di essere padroni del bene e del male.
    Fare bambini in vitro, cos’è, prima che una azione immorale?
    La negazione violenta, irrazionale, della nostra figliolanza, umana e divina, e la negazione di un ordine razionale, che si protrae nella storia.
    L’occidente, inoltre, fa ridere, sorridere, amaramente, quando si difende dallo straniero mostrandogli videocassette, come in Olanda, dove vi sono donne o uomini che si baciano tra loro. Ride, con sarcasmo, dentro di sé, l’asiatico o l’africano, che potrà anche adorare un dio che non esiste, ma non è ancora arrivato al punto di negare totalmente la realtà dei rapporti naturali, il diritto naturale di cui sopra. Solo fastidio possiamo suscitare, e senso di disgusto, quando proponiamo ad altri qualcosa che è ancora peggio di ciò che essi stessi già hanno. Li confortiamo nel loro disprezzo, non guadagniamo la loro stima, perché ci mostriamo deprecabili, non come singoli uomini, che poco importa, ma come civiltà.
    In queste condizioni l’occidente, già scientifico e poi scientista, si riempie di maghi, indovini, new agers, credenze orientaleggianti; intanto uomini terrorizzati dal vuoto abbracciano altre religioni, che sembrano piene di spiritualità, come il buddismo, o che offrono certezze rassicuranti, e un po’ di rigore, come l’islam.
    Anche qui, a causa di un malinteso immenso: da due secoli ci insegnano che la ragione è una certa, misera cosa, che vola solo basso, ma che va bene così, e che la fede è una bruttissima faccenda, il contrario della ragione. Perché allora non provare il contrario, anche l’irrazionalismo più esasperato, scambiato per spiritualità, si chiede qualcuno, se i frutti del razionalismo sono questi? E mentre le credenze più strane fanno i loro proseliti, molti sacerdoti, vescovi, e talora cardinali, si danno da fare non per insegnare Cristo, il Logos, ma per fare cerimonie sincretiste, multireligiose, come se si potesse dialogare adorando insieme dei diversi, e non attraverso il riconoscimento di un comune denominatore, la ragione, che può aprire alla adorazione di un Dio razionale e misteriosamente grande.
    Dobbiamo batterci il petto, come prima arma di difesa.
    Del resto il primo nemico dell’uomo, ciò che lo porta alla morte spirituale definitiva, per un male interno, o esterno, è il peccato, cioè l’azione che noi compiamo contro noi stessi e contro il nostro bene.

    Francesco Agnoli

    non mi covince

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  5. #35
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    Predefinito La radice araba della parola ragione...

    ....è incarcerare

    Aderisco volentieri a inviare un contributo sul discorso del Papa a Ratisbona, innanzitutto per ringraziarlo, tanto più di fronte agli attacchi che sta subendo. Lo ringrazio della magnanimità e dell’acume con cui corregge, ovvero, letteralmente, regge per noi e insieme a noi una strada tutt’altro che facile. Dietro il suo lieve sorriso c’è la forza dell’architrave che tiene su la cattedrale. C’è la capacità, caro direttore, di provocare un commento come il suo, che basterebbe da solo a documentare che non ci può essere fede senza ragione e che nessuna fede può andare contro le esigenze vere di un uomo, qualunque uomo, credente o non.
    Benedetto XVI comincia la sua relazione con la descrizione della sua “vecchia università dei professori ordinari”. Lì, una volta ogni semestre, nel cosiddetto dies academicus, “tutti” i professori si radunavano davanti agli studenti a discutere di “tutto”, “del tutto”, che, nonostante “tutte le specializzazioni”, esploravano con l’“unica ragione”.
    Così, “nella comune responsabilità per il retto uso della ragione”, l’universitas – verso l’unicità della conoscenza – “diventava esperienza viva”.
    Bene, questa università non esiste più, almeno da noi; e non esiste più, non perché non ci siano più i baroni, che ci sono ancora, ma perché non esiste più la ragione che la fonda.
    Lo dico da professore ordinario e vado avanti con la mia storia di ciellino, su una conseguenza non minore, secondo me, dell’intervento del Papa.
    Sono reduce dal Meeting di Rimini che, guarda caso, era dedicato alla ragione e alla sua esigenza di infinito. Secondo quanto riportato nel comunicato finale, l’acme culturale della manifestazione si è raggiunto inaspettatamente con la presentazione dell’edizione araba de “Il senso religioso” di don Luigi Giussani, da parte di due intellettuali mussulmani.
    Andando a cercare il significato etimologico della parola ragione nella lingua araba, il professor Wa’il Farouq dell’Università del Cairo ha scoperto che esso è “legare, incarcerare, chiudere dentro”. Ha compreso allora perché la “ragione sia sempre stata in eterno confronto con la religione fino all’accusa di apostasia dei fondamentalista islamici verso gli intellettuali”.
    Ha concluso che il libro di don Giussani gli aveva aperto “nuovi orizzonti” perché valorizzava in modo del tutto nuovo l’esperienza elementare dell’uomo, creando una reale tensione al dialogo. Il comunicato del Meeting, per parte sua, concludeva che “come ricorda sempre Benedetto XVI”, vedi appunto Ratisbona, “la ragione è incarcerata anche in occidente” e si dava come titolo “Scarceriamo la ragione”.
    Don Luigi Giussani non era casualmente amico di Joseph Ratzinger e il perché di questa amicizia oggi mi interpella sempre di più. La considerazione da parte di don Giussani della esperienza elementare e della sua decisiva importanza nella educazione e nei rapporti proviene dalla certezza che l’uomo, per quanto fragile e cattivo, è fatto a immagine di Dio, cioè è “intelligente”; inoltre, Dio lo ama fino a farsi Egli stesso carne.
    L’esperienza elementare, infatti, non è un semplice provare, ma un incontro che trasforma l’anonimato dell’esistenza in “io”, scoperta di essere amati e del valore positivo delle cose.
    Così, la realtà – il cielo, la terra, gli altri – non è più arida o muta, ma parlante del grande mistero che la fa. Dio non rinnega certo l’avvenimento dell’esperienza umana, ma lo suscita e lo “segue” per convincere della sua presenza nella storia. Così provoca la ragione a estendersi, a uscire dalla prigione in cui è tentata continuamente di rinchiudersi.
    Anche gli universitari, gli scienziati, possono accorgersi con stupore di ciò che dice la Bibbia: “Ma tu (Jahvé) hai regolato ogni cosa in numero, peso e misura” (Sapienza 11, 20).
    Ma, pensando ai miei quasi quarant’anni di università, capisco che il lavoro è appena cominciato. Come dice il Papa nell’ultima riga del suo discorso, ritrovare il “grande logos”, la “vastità della ragione” è il “grande compito” dell’università.
    Perché se la ragione non c’è nelle università, è difficile che si diffonda da altre parti.
    Non si tratta di essere intellettuali, ma realisti.
    Giancarlo Cesana

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  6. #36
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    Predefinito Il divorzio dell'islam dalla scienza è palese

    Ha colto nel segno David Frum osservando che l’analisi di Papa Benedetto
    XVI della natura del jihadismo è molto più radicale di quella di George W. Bush,
    che lo considera un aspetto degenerativo recente dell’islam, mentre per il pontefice deriva dalla stessa teologia islamica.
    All’incalzare dell’attualità Benedetto XVI ha risposto con una lezione magistrale
    che è andata alla radice dei problemi e ha centrato le questioni fondamentali:
    che cosa caratterizza la civiltà europea e occidentale; perché l’islam ha seguito un percorso divergente; in che senso l’occidente sta distruggendo se stesso.
    La tradizione monoteista ebraica e poi cristiana rompe con la visione del mondo antico che concepisce natura e divinità come un tutto unitario. Essa divide il mondo in due: natura e uomo da un lato, e Dio trascendente e infinito dall’altro, così ponendo i fondamenti della concezione morale. Ma subito si adopera a riempire l’abisso tra Dio e l’uomo ricercando le vie per riattraversarlo, nella convinzione della corrispondenza tra la sfera divina e la
    sfera umana.
    Ebraismo e cristianesimo sono uniti dall’esigenza di rispondere alla grande
    questione della presenza di Dio nel mondo e del rapporto tra Dio e l’uomo, anche se si dividono sulla risposta.
    Condividono l’idea che il rapporto tra Dio e uomo si fonda sul “logos”, che è ragione e parola, come dice il Papa.
    La frase “In principio era il logos”, del Vangelo di Giovanni, coincide con l’idea ebraica secondo cui la creazione è un atto linguistico. I percorsi di queste teologie sono sostanziati da un dialogo incessante con il pensiero greco.
    È la tendenza che culmina nel progetto rinascimentale di costruire una visione dell’uomo basata sul messaggio cristiano, sull’ermeneutica ebraica e sul pensiero greco e in cui Atene diventa un distretto di Gerusalemme.
    Il Papa sostiene che la dottrina musulmana si è estraniata da questo percorso,
    affermando il carattere assolutamente trascendente di Dio, la sua estraneità totale all’uomo e alla sua ragione: “Dio non è legato neanche dalla sua stessa parola e niente lo obbliga a rivelare a noi la verità”.
    Le miserie culturali del “politicamente corretto” ostacolano l’approfondimento
    delle radici di questo divorzio dell’islam dall’occidente, dopo qualche secolo
    di dialogo con il pensiero greco.

    La natura e la necessità
    E’ un divorzio evidente sul terreno della scienza, cui pure l’islam ha dato nel primo medioevo contributi fondamentali, e che si riassume nella sconfitta del pensiero di Averroè da parte della teologia di al Ghazali. Per quest’ultimo la natura non aveva alcun carattere di necessità, ed era impossibile parlare di leggi naturali: la volontà divina può spezzare in qualsiasi momento l’ordine del cosmo, che è volontario e non obbedisce ad alcuna norma. In tal modo, la conoscenza scientifica del mondo è esclusa perché il mondo non ha alcun carattere oggettivo, neppure al livello dei fenomeni inanimati più lontani
    della coscienza.
    Affermando invece l’idea che la ragione umana è partecipe del disegno divino si sono poste le basi per gli sviluppi straordinari della conoscenza e della tecnologia nell’ambito della civiltà occidentale.
    Ma l’oggettivismo è andato troppo in là, con un peccato di hybris che ha incluso ogni forma di conoscenza nella scienza della natura e ha ridotto la ragione alla razionalità scientifica. In tal modo, l’occidente ha eroso le basi stesse della sua grandezza e ha aperto la via a un declino drammatico.
    Verranno le solite accuse al Papa di oscurantismo antiscientifico.
    A me pare che le sue parole riecheggino quanto scriveva un grande filosofo razionalista, Edmund Husserl – e se qualcuno dirà che anche lui era un oscurantista si accomodi, non c’è limite al fanatismo – quando diceva che il positivismo ha decapitato l’idea di ragione escludendo da essa problemi cruciali come quello dell’immortalità, della libertà e, infine, di Dio “in quanto fonte teleologica di qualsiasi ragione nel mondo, del ‘senso’ del mondo”.
    Nel 1935, a una vigilia di eventi drammatici non molto diversa dall’attuale, Husserl osservava che la crisi europea aveva due sbocchi: tramonto,
    “nell’estraniazione rispetto al senso razionale della propria vita”, o “la rinascita attraverso un eroismo della ragione capace di superare il naturalismo”.
    “Combattiamo – egli diceva - in quella vigorosa disposizione d’animo che non teme nemmeno una lotta destinata a durare in eterno; allora dall’incendio
    distruttore dell’incredulità, dal fuoco soffocato della disperazione per la
    missione dell’occidente, dalla cenere della grande stanchezza, rinascerà la fenice di una nuova interiorità di vita e di una nuova spiritualità”.

    Giorgio Israel

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    Predefinito Figli di un Dio ordinatore. San Paolo e il logos

    Un discorso mirabile, da accogliere nella sua pienezza.
    Così Marta Sordi, professoressa emerita di Storia greca e romana dell’Università Cattolica di Milano, definisce la lectio tenuta da Benedetto XVI all’Università di Ratisbona, che in queste ore sta provocando reazioni furibonde e forse prevedibili nel mondo islamico. Ma con la grande studiosa del mondo classico, e fra le massime esperte dei suoi rapporti con il cristianesimo primitivo, è giocoforza scandagliare da un punto di vista storico ciò che il Papa, in quel discorso, ha analizzato nella sua dimensione filosofica: ovvero il decisivo incontro tra il cristianesimo, il Dio cristiano, e la razionalità greca.
    “Da questo punto di vista”, esordisce Marta Sordi, “la predicazione di Paolo prima in Asia minore e poi in Grecia è fondamentale per comprendere il senso e la centralità di quell’incontro con il mondo pagano, perché lo stile e la modalità ‘culturale’ di quella predicazione saranno fondamentali per la sua azione anche nel futuro, anche a Roma.
    Insomma sono decisive per comprendere lo sviluppo del cristianesimo”.
    Quali sono gli aspetti centrali della predicazione paolina?
    “Il primo aspetto, che sarà sempre rispettato da Paolo, è quello di rivolgersi in prima battuta sempre agli ebrei, allargando il cerchio anche ai ‘timorati di Dio’, cioè a quei seguaci del giudaismo, ma non ebrei circoncisi, presenti in molte città dell’Asia e della Grecia. Solo in un secondo momento la predicazione viene aperta ai gentili, ai pagani”.
    Dunque, è anche il riconoscimento di una primogenitura, di un inizio ebraico del messaggio cristiano? “
    Certamente, perché ‘la salvezza viene dai giudei’. Ma la seconda cosa importante è il contenuto della predicazione.
    Paolo parla agli ebrei innanzitutto con riferimenti alle scritture, attraverso la storia dell’Alleanza e poi attraverso il richiamo alla grande profezia, quella che annuncia la venuta di Gesù.
    Quando si rivolge ai pagani, invece, il suo riferimento è direttamente alla ragione, alla concezione fortemente razionale che i greci, e tutti i popoli variamente ellenizzati, hanno di un Dio ordinatore. Da questo punto di vista è interessante la predicazione che fa a Listri in Licaonia, in Asia minore, perché è esattamente l’anticipazione del grande discorso che farà agli ‘intellettuali’ greci all’Areopago. E’ il richiamo a un Dio ordinatore, che conduce le stagioni e dà i frutti della terra, un Dio riconoscibile – e riconosciuto dai pagani –nella legge naturale e che ora ha mandato il suo Figlio”.
    Paolo dimostra quindi anche una grande consapevolezza culturale, sa che un Dio “ordinatore”, un Dio intelleggibile attraverso la natura, non è né estraneo né in contraddizione con il “Padre” rivelato da Gesù.
    “Tutt’altro. Nel discorso all’Areopago Paolo fa la famosa citazione, forse dai ‘Fenomeni’ di Arato, o forse da Cleante, comunque da uno stoico: ‘Di lui noi siamo la stirpe’, e questo è un altro aspetto importante. Perché Paolo con i pagani insiste molto sulla paternità di Dio, perché sa che questo è un concetto estremamente importante per i greci, per cui Zeus è padre, e poi per i romani, che nella parola Iuppiter riconocono la parola ‘padre’. All’Areopago propone dunque un riconoscimento comune, l’essere stirpe di Dio”.
    Marta Sordi sottolinea anche un altro aspetto indicativo dell’opera di Paolo, la sua grande capacità di trattare con le classi dirigenti, di saper interloquire con persone di cultura, di saper fare amicizia. Un chiaro segnale, anche, di una consapevolezza culturale comune, condivisa.
    “Ad esempio, il suo nuovo cognome – Paolo – lo acquisisce a Cipro, dove sviluppa un intenso rapporto con il proconsole romano, Sergio Paolo, che si converte, tanto da prenderne addirittura il cognome. Ed è proprio il suo amico proconsole, io ritengo, a spingerlo poi in Asia minore. Infatti, il primo posto dove va è la Galazia, la regione cioè dell’odierna Ankara, dove c’erano i possedimenti dei Sergi Paoli”.

    La presunta purezza primitiva
    A Regensburg Benedetto XVI ha criticato una certa concezione – del resto di lunghissima data – che vede nell’elemento “ellenico”, nell’elaborazione filosofica e teologica di matrice greca una sovrapposizione indebita rispetto alla “purezza” del messaggio cristiano. Ciò che ci sta spiegando a proposito della predicazione di Paolo basta e avanza a smentire, anche dal punto di vista storico, questa impostazione: l’impressione è quella di un continuum, di un elemento di sviluppo comune avvenuto in quel mondo, in quegli anni, in quel preciso ambiente culturale. E’ così?
    “Esattamente. E’ importante capire che il mondo greco e poi romano sono perfettamente in grado di afferrare il messaggio cristiano: dal punto di vista filosofico il mondo greco; dal punto di vista della ‘virtus’, della legge divina il mondo romano”.
    Il Papa ha accennato anche a un rapporto precedente il cristianesimo tra cultura greca ed ebraismo: “Gli ultimi libri della Bibbia sono indubbiamente impregnati anche dalla filosofia greca, nella misura in cui essa poteva essere recepita dallo spirito ebraico. La Sapienza, che non pure è scritto in greco, mentre lo sono i due libri dei Maccabei. E’ certo che ci sia stato un avvicinamento col pensiero ellenistico, con le sue correnti maggiormente spirituali come il platonismo. Mentre l’influenza del pensiero ebraico, quel suo concetto di Dio unico, è evidente anche solo dalla diffusione di comunità non solo ebraiche, ma giudeizzanti, di gentili che seguono la Legge, in Grecia e in tutta l’Asia minore”.
    Un humus in parte comune, dunque. Che cosa apporta di nuovo, allora, l’annuncio del cristianesimo?
    “Ciò che fondamentalmente faceva problema ai pagani, ciò che li respingeva, nell’ebraismo, è proprio ciò che Gesù per primo e il cristianesimo hanno superato: un certo attaccamento scrupoloso
    - per i pagani eccessivamente scrupoloso - a certe prescrizioni della legge.
    Ad esempio il sabato: gli ebrei si scandalizzano perché Gesù viola il sabato, ma la sua risposta è che ‘non l’uomo è per il sabato, ma il sabato è per l’uomo’.
    L’altro aspetto che i pagani trovavano inaccettabile dell’ebraismo era la circoncisione: per loro era una pratica ripugnante, una castrazione. Superando questi aspetti, il cristianesimo rimuove delle barriere enormi. E’ interessante notare che il primo è proprio Pietro, nell’episodio del centurione Cornelio. Cornelio è un ‘timorato di Dio’, cioè un giudaizzante non circonciso. Quando Pietro va da lui, è probabilmente il 39 d.C., Pietro ha la visione che non bisogna più distinguere tra cibi buoni e cattivi, che Dio può superare insomma la divisione tra ebrei e pagani. E dice: come faccio a non darvi il battesimo, anche se non siete circoncisi, se Dio ha già deciso? Così i primi cristiani non circoncisi saranno proprio dei soldati romani. E quella contro la circoncisione dei battezzati sarà la grande battaglia che Paolo combatterà con i giudeo-cristiani, che invece la vorrebbero imporre: ‘Non c’è più guideo né greco’, dice. E nel superamento di queste barriere in qualche modo solo formali, solo rituali, avviene nel concreto – dunque non solo filosoficamente – il grande incontro tra il cristianesimo e il mondo greco pagano”.
    “Non c’è niente da de-ellenizzare –ribadisce la professoressa Sordi – è una stupidaggine”.
    Certo, il cristianesimo è pronto a prendere quel che di buono c’è in ogni cultura e tradizione, “e come abbiamo visto Paolo è il primo a farlo. Ma anche dal punto di vista storico il cristianesimo non diventa, bensì nasce in questo contesto culturale, giudaico, greco e romano”.
    Tensioni con l’estremismo islamico permettendo, Papa Ratzinger andrà in Turchia, tra poco più di un mese, a far visita a quel poco di chiesa ortodossa che lì è sopravvissuto. Non fa impressione riflettere che proprio in quei luoghi è iniziato il grande rapporto tra la fede in Cristo e la cultura pagana di quell’epoca?
    “Certamente sì. Perché oltre alla predicazione di Paolo c’è quella di Giovanni, e poi bisogna pensare all’espansione enorme del II e III secolo, e soprattutto alla grandiosa fioritura nel IV e V secolo della patristica. Grandi uomini come Giovanni Crisostomo, Gregorio di Nissa e Gregorio di Nazanzio, Basilio. E’ la grande fioritura di una nuova cultura nata dal cristianesimo. Avviene lì, e la sua matrice, ancora una volta, è nell’incontro con il pensiero greco. Ma idealmente il Papa va a ricollegarsi proprio con questa tradizione”.

    Maurizio Crippa

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  8. #38
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    Predefinito La fede è una cosa semplice proprio perché razionale

    La struttura del discorso di Benedetto XVI all’Università di Ratisbona ha una singolarità. Prende le mosse da una dura critica alle patologie religiose, quelle che legittimano la violenza in nome di Dio, e si dispiega poi in un esame dei rapporti tra fede e ragione, tra cristianesimo e razionalità, anche da un punto di vista storico.
    C’è, però, un punto di connessione tra le due parti dell’intervento, quando riprende le parole di Manuele II Paleologo per affermare che “non agire secondo ragione (logos) è contrario alla natura di Dio”. In questo modo, la ragione è il punto di connessione tra Dio e l’uomo, è il dono maggiore che l’uomo ha ricevuto, è il criterio sommo per giudicare e valutare anche le religioni e la loro evoluzione. Lungi dall’essere ovvia, l’affermazione del Papa comporta la critica radicale di tutti i sofismi su Dio, compresi quelli formulati in ambito teologico. Se Dio è onnipotente non è soggetto alle leggi da lui stesso create. Queste leggi potrebbero essere diverse, se solo Dio lo volesse.
    Se Dio volesse il male dovremmo obbedirgli. Combattendo questi sofismi, Leszek Kolakowski, formula “in modo frivolo” l’antisofisma per eccellenza quello per il quale c’è una cosa che Dio non può fare (e che invece può fare l’uomo), dal momento che “non può suicidarsi”.
    Infatti, Dio “non può fare ciò che è logicamente impossibile o moralmente ingiusto, in quanto le corrispondenti norme si identificano in lui”.
    Benedetto XVI respinge l’equazione Dio=arbitrio, e propone una immagine divina che è insieme ragione, amore, sostegno all’uomo. Propone cioè un’immagine che si è venuta formando, soprattutto con il cristianesimo, nella cultura occidentale, ed è stata elaborata nel tempo anche attraverso l’esercizio della ragione.
    L’intervento del Papa nel suo complesso è uno dei più ricchi, e completi, inni alla ragione che siano stati elaborati di recente in ambito cristiano.
    La ragione svolge un ruolo essenziale anche nel giudicare le religioni. Benedetto XVI lo ha ricordato nei giorni scorsi quando ha detto che una religione che giunga a vera maturazione non può incitare alla violenza.
    Lo ha ricordato a Ratisbona quando ha citato Socrate, per il quale “sarebbe ben comprensibile se uno, a motivo dell’irritazione per tante cose sbagliate, per il resto della sua vita prendesse in odio ogni discorso sull’essere e lo denigrasse. Ma in questo modo perderebbe la verità dell’essere e subirebbe un grande danno”.
    L’osservazione socratica può riferirsi alla religione. Se a motivo di posizioni religiose errate si prendesse in odio la religione, si perderebbe un bene fondamentale e si subirebbe un gran danno. Quindi anche le chiese possono sbagliare, ma esse si evolvono e devono continuamente migliorarsi.
    Sta qui la forza della critica alla guerra santa e all’odio religioso.
    Perché è una critica razionale e spirituale insieme.
    Certo, anche il cristianesimo in qualche segmento della sua storia ha ceduto alla tentazione di imporre la verità religiosa con la forza.
    Ma Manuele II Paleologo sta lì a ricordarci che il cristianesimo si rivolge con parole ragionevoli a un’anima ragionevole perché si convinca di determinate verità o a compiere determinate scelte. Sono parole che potrebbero (e dovrebbero) essere pronunciate da ogni buon illuminista.
    L’inno alla ragione prosegue nella seconda parte della “lectio” pontificia quando ricorda che l’ebraismo e il cristianesimo lungi dal rappresentare il distillato puro della volontà divina che è sceso sulla terra come una improvvisa pioggia, si è amalgamato con l’evoluzione umana e in primo luogo con la cultura ellenista, che già aveva posto le basi per una conoscenza razionale sempre più vasta e per una aspirazione al trascendente sempre più esigente.
    Può sembrare sorprendente questa difesa dell’ellenizzazione del pensiero giudaico-cristiano da parte di Benedetto XVI. Eppure, in questa difesa si ritrovano due formidabili elementi di critica all’illuminismo radicale dei nostri tempi. Il primo riguarda la selezione arbitraria che il pensiero moderno ha fatto dell’esperienza e della cultura greco-romane, espungendo da esse la concezione unitaria (razionale e trascendente, giuridica ed etica) dell’uomo. Così facendo si trova oggi a dover espungere tanta parte del pensiero platonico, aristotelico, ma anche del pensiero di Cicerone, di Seneca, di Plotino, non cristiani ma incomprensibili senza le rispettive aspirazioni religiose. Credo sia un bell’esempio di critica razionale a una irragionevole selezione della storia e della tradizione culturale dell’occidente.

    L’irragionevolezza del caso
    Il secondo elemento percorre tutto l’evo contemporaneo, e riguarda la pretesa razionalista di emarginare sempre più il cristianesimo e la cultura religiosa prima dal cammino storico dell’uomo (la “sola scriptura” di Lutero), poi dalla possibilità di comprensione razionale (come ha fatto l’illuminismo radicale), infine da tutto ciò che interessa la realtà più profonda dell’uomo, come cercano di fare le correnti dello scientismo estremista. A queste ultime Benedetto XVI riserva una di quelle battute che valgono più di tanti ragionamenti, quando chiede: cosa c’è che sia più irragionevole del caso, e dell’arbitrio, quelli che la scienza atea vuol mettere a base dell’uomo e dell’universo? Così facendo, si dimezza l’uomo, e se ne esclude una gran parte, quella interiore, spirituale (o psichica), che non si acquieta alle bellezze del creato, o alle brutture compiute dagli uomini. Questa metà non è esclusa perché appartenente a una dimensione che merita di essere conosciuta con concetti e strumenti adeguati. No, è esclusa perché sarebbe ininfluente sull’uomo, sulla sua personalità, sulle sue scelte etiche, sulle grandi opzioni storiche e collettive. Così facendo, si compie un’altra grande mistificazione in nome di un razionalismo autosufficiente: si esclude dalla storia individuale e da quella collettiva, una delle più grandi forze che sono in grado di fermare l’uomo sull’orlo di scelte irreversibili, in materia di pace e di guerra, di difesa dei deboli e di solidarietà verso gli altri, di stravolgimento genetico del genere umano.
    Si può proporre una riflessione. Un esperimento estremo di società che prescinde totalmente (anche per legge) da Dio e dalla religione è stato fatto, in tutto l’universo comunista (e totalitario) contemporaneo, un universo ampio geograficamente, lungo temporalmente, immenso dal punto di vista della quantità di uomini coinvolti. Cosa ne è derivato, se non un grande bisogno di rifondare queste società daccapo, dopo che una larga fetta d’umanità era caduta nell’arbitrio più totale, nella violenza quotidiana del potere, nell’uso opportunistico di principi e valori che avevano perso ogni fondamento? Vorrà pure dire qualcosa questa considerazione dal punto di vista razionale.
    L’intervento del Papa si conclude con un riconoscimento forte alla razionalità e all’illuminismo. Perché riconosce “senza riserve” tutto ciò che nello sviluppo moderno dello spirito è valido, e perché “tutti siamo grati per le grandiose possibilità che esso ha aperto all’uomo e per i progressi nel campo umano che ci sono stati donati”. E aggiunge che occorre tornare ad un allargamento del nostro concetto di ragione e dell’uso che se ne fa. In altri termini: la religione, il cristianesimo in particolare, ha fatto tesoro della lezione razionalistica, il Papa non lo nasconde, ma è il razionalismo che oggi deve far tesoro della dimensione religiosa. Perché questa è parte integrante dell’esperienza umana, ed è ineliminabile dalla struttura antropologica complessiva.
    Se fede e ragione tornano a guardarsi con simpatia e disincanto, si può comprendere facilmente una espressione molto bella usata da Benedetto XVI: credere non è affatto una cosa complicata, è una cosa semplice perché trova radici nel cuore e nella razionalità dell’uomo. E’ la trasposizione di quanto già sperimentato dai mistici, e da san Giovanni di Dio in particolare quando dice: “Segui la tua ragione, essa ti condurrà a Dio”. La ragione può condurre anche da altre parti, ma certamente essa non è estranea alla fede.


    Carlo Cardia

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    Predefinito La storicità di Cristo è parte della rivelazione

    Nel cuore non ho rintracciato una grande differenza fra Giovanni Paolo II e Benedetto XVI.
    Se leggiamo i libri, le impressioni e i diari di Karol Wojtyla troviamo la stessa forte critica alla modernità.
    Wojtyla cercava l’origine dell’incapacità umana e si calava, come Ratzinger, a livello delle ultime domande sulla vita.
    Ratzinger lo fa nel suo stile teologico.
    L’islam è una questione di oggi.
    Al tempo di Wojtyla c’era il problema del marxismo e dell’umanesimo ateistico. E’ Ratzinger il Papa che viene dopo l’11 settembre. Dopo quella data per Ratzinger si crea il problema dell’esperienza del divino. E’ il tempo di ridefinire in quale Dio crediamo, non basta più dire che crediamo in Dio. La parola “Dio” spesso finisce per essere un’astrazione. Non siamo fermi a cinque anni fa, ci sono state le Torri.
    Ma la grande critica di Ratzinger è rivolta al cristianesimo, non contro l’islam. Wojtyla disse che la nostra era diventata una cultura della morte. Come spiega anche Paul Berman, credo che ci sia un incontro fra l’islamismo e l’ideologia nichilista occidentale. I cattolici progressisti non sono rimasti molto contenti di questo discorso, ma non erano contenti già dal fatto che questo Papa fosse un teologo.
    Ratzinger ritorna invece a essere teologo con questo discorso e riprende i temi che nel 1968 elaborò nell’“Introduzione al Cristianesimo”.
    Ai progressisti non sarà piaciuto il suo discorso perché la critica all’islam può essere rovesciata al cristianesimo, cioè al problema del relativismo.
    Ratzinger lo disse prima di entrare nel conclave.
    Cosa significa “Dio”? Nessuna parola è in grado di spiegarlo? Come si descrive la nostra piccola libertà davanti a un mistero così tremendo?
    L’uomo riconosce la sua grandezza e ne ha paura. Ratzinger ha un grande rispetto della tradizione. La storia del cristianesimo per lui non è indipendente dal suo contenuto. Che Cristo sia nato maschio, che sia nato ebreo, che sia nato in quel momento, dice san Paolo, tutto questo, compresa la sua povertà, per il Papa diventa parte della rivelazione.
    Questo incontro fra la fede biblica e il mondo ellenistico non è dunque accidentale. Il concetto della persona umana è il risultato di questa lotta. C’è stato da sempre il tentativo cattolico di eliminare l’origine ebraica del cristianesimo, la disebraicizzazione fornisce l’opportunità di reinventare il cristianesimo. Giussani diceva che il problema è che oggi non si crede nella possibilità di una rivelazione, Ratzinger vede il massimo scandalo nell’incarnazione.
    Ebraico per Ratzinger significa che tutta la proposta cristiana è presentata nei termini della vita di questo piccolo popolo. Il cristianesimo non è dunque un sistema di idee, ma un fatto storico. Il paganesimo vede invece il senso della storia nell’armonia fra il mistero e il mondo, come un luogo sacro, il cuore umano che ha l’esperienza dell’armonia e della differenza. Il paganesimo è paura e desiderio.
    E’ come Fidel Castro che mi chiese perché c’erano più conversioni al cristianesimo in Africa che nell’Asia. In Asia il mistero è cercato al di là di questo mondo, in Africa è cercato ora, in questa persona, in questo rituale. Ratzinger, poi, critica Kant là dove il filosofo della ragion pura ha operato una separazione fra l’azione umana e l’esperienza della realtà.
    E’ l’inizio del moralismo, Kant parla di dovere, ma dovere per cosa?
    Conta il dovere morale o il giudizio “questo è vero”? Il dovere o il logos?
    Kant è la separazione della morale dall’ontologia, la negazione del senso del compimento.
    Il kantismo diventa protestantesimo, il rifiuto del valore mediatore della ragione umana. Ratzinger è il Papa del logos. Che significa parlare di logos oggi in mezzo a gente che non ha mai sentito usare questa parola.
    Perché l’uomo vive? Perché non abbandonarsi in casa e aspettare la morte? Cosa cerco là fuori? Ratzinger dice che non è tutto un accidente cosmico, uno sbaglio evoluzionistico, c’è un senso della vita e un fine.
    Il logos è questo senso, “in principio era il logos”, Ratzinger ripete sempre questa proclamazione della libertà, perché tutto altrimenti sarebbe una truffa. Se non c’è razionalità, cerchiamo solo il potere in quanto tale. La ragione è allora la capacità di scoprire il logos. La trascendenza assoluta dell’islam è un’alterità radicale, Dio è tutto quello che io non sono. Per l’uomo questo significa che la ragione non è capace di fare una mediazione, Dio se vuole può mostrarsi amico e diventare mio nemico. Per Ratzinger invece la trascendenza di Dio è così incredibile che rende possibile un gesto come l’incarnazione. Va infine detto che Ratzinger ha fatto questo discorso da Papa, non solo come professore di teologia. Può o no il Papa concedersi il lusso di dire quello che ha detto?
    Ratzinger pensa di sì, ed è stato incredibile.

    Lorenzo Albacete
    (testo racccolto dal Foglio)

    saluti

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    Predefinito I protestanti gli perdoneranno lo schiaffo?

    Nella moschea, il centro dell’aula è occupato dagli uomini.
    Nelle nostre chiese, è più facile vedere al centro della cerimonia e della frequentazione le donne, scese molto tempo fa dal matroneo per riempire i vuoi lasciati da mariti e figli.
    L’esperienza religiosa (e sociologica: coinvolge circa un miliardo di esseri, non dimentichiamolo mai) di quegli uomini, scalzi, genuflessi in lunghe file, con la testa prostrata a terra, si collega ovviamente alla forma, alla essenza stessa di Allah e alle origini guerriere dell’islam: a quei fedeli inginocchiati manca solo la scimitarra. Difficile pensare che una religione così potentemente caratterizzata, e anche ambiziosa - come solo il cristianesimo è stato –di realizzare un progetto mondano/universalistico visibile ben al di là del fondamentalismo di al Qaida, possa accettare il Dio che non ama la violenza, che sceglie la parola, il “logos” rispetto alle armi. Difficile, ma non impossibile: dopotutto, nel momento della sua massima espansione, l’islam fu tra i più potenti tramiti di diffusione, confronto e assorbimento di idee e culture le più varie. Potremmo aspettarci tale conversione se non per la via della autoriflessione e del passaggio a una lettura spiritualistica della jihad, per quella del confronto con la modernità nella sua espressione più costruttiva, la democrazia. I paesi del Maghreb, forse l’Indonesia, vivono in una condizione di equilibrio tra islam e democrazia, confuso e precario ma comunque già attivo e costruttivo di società e istituzioni accettabili. La contingenza dello scontro attuale tra l’occidente (davvero l’“occidente”?) e il fondamentalismo islamico può mettere in difficoltà questo processo di pragmatica compenetrazione tra i due soggetti storici. Ma, nell’impossibilità di evitare un confronto che è ineluttabile perché epocale, sarebbe bene evitare di scatenare guerre ideologico/culturali, si rischia di sbagliare la mira: l’arabo Maometto era in fin dei conti discendente di Ismaele, figlio anche lui di Abramo e fratello di Isacco, la reciproca convivenza è anche questione di rispetto delle Scritture.
    Vichiano, appassionato delle “Federalist Papers” e della loro concezione delle libere istituzioni, culla di libertà, io poi non temo i meticciamenti e le compenetrazioni che in quelle istituzioni possono verificarsi; anzi ne sono laicamente curioso, mi affascinano i valori e le identità nuove che essi portano.
    Proprio Ratzinger, nel suo complesso e ricco intervento, ci ricorda come la fede biblica e l’intellettualità greca abbiano dato luogo (con il Vangelo di Giovanni e il suo “In principio era il Logos”) a un meticciamento dalle conseguenze incalcolabili, fino ad oggi.
    C’è una ragione (una ragionevolezza) intrinseca all’evento storico, nella sua stessa ineluttabilità: quella che ci fa restare con il fiato sospeso quando riflettiamo sul come una casuale battaglia abbia spesso mutato radicalmente il corso della storia: è una riflessione che ha accomunato lo Stendhal de “La certosa di Parma”, il Tolstoj di “Guerra e pace” e lo Hawthorne del “Segno rosso del coraggio”, se non vado errato.
    Grazie anche all’impagabile “résumé” fattone da Giuliano Ferrara, possiamo esattamente valutare il senso di quella parte dell’intervento ratzingeriano che è stata lasciata (volutamente?) nell’ombra dai commentatori, gettatisi tutti sull’osso della condanna dell’islam.
    E’ la parte – la maggior parte – del discorso, nella quale il Papa schiaffeggia pesantemente il protestantesimo con tutta la cultura tedesca derivatane (lo ha fatto dalla Baviera cattolica! Glielo perdoneranno i seguaci di Lutero?). Modestamente, e indegnamente, io questa sua polemica la condivido solo in parte.
    Idealista incallito (sia pur logorato dall’esperienza e dal dubbio) non credo che, al di fuori e contro la fede, il mondo moderno offra solo il riduzionismo di Lutero, Kant, von Harnack, Karl Barth (e, perché non ricordarlo?, Bonhoeffer) con i suoi derivati, il positivismo scientista, il relativismo senza Essere, la verità senza Dio.
    Io sono non meno antipositivista e antiscientista del Papa, ma anche vichianamente convinto che la riflessione liberatrice dell’uomo quale si manifesta storicamente nelle sue istituzioni (specie, oggi, in quelle democratiche) contenga una possente carica, un nutrimento di laica fede che nulla ha da chiedere a chi professa una fede religiosa (penso, peraltro, che la laicità sia un comportamento – non una ideologia – fondato sulla responsabilità).
    Secondo me, Papa Ratzinger sente molto il portato della sua cultura, necessariamente tedesca.
    Con questa polemizza, in fin dei conti. Non mi pare di aver avvertito in lui preoccupazioni, o almeno attenzione, per gli sviluppi possibili del cristianesimo biblista e fondamentalista, specie americano: che è non-positivista, ma invece positivo e civico pur parlando di un Dio che solo nominalisticamente è lo stesso della cattolicità, del cristianesimo giovanneo e paolino cui Ratzinger fa riferimento.

    Angiolo Bandinelli

    saluti

 

 
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