



09, 06/2008 12:40
INDIA
L'India, sorelle di Madre Teresa aggredite dai radicali indù e arrestato dalla polizia
da Carvalho Nirmala
I fondamentalisti attaccato i religiosi, accusando loro la "rapimenti e forzata conversione" dei quattro bambini tra uno e due anni. Benché i documenti di identificazione erano in ordine, i bambini erano sottratti le sorelle e mettere in un ospedale di governo. Dura condanna dalla Chiesa indiano.
Nuova Delhi (AsiaNews) - la società della carità sono ancora una volta il crosshairs dei fondamentalisti: ieri, 5 settembre - l'anniversario della morte di Madre Teresa di Calcutta - quattro sorelle di Madre Teresa hanno attaccato da circa 20 dal Bajrang attivisti nella stazione di treno Durgh in Chhattisgarh, uno Stato in India centrale. I radicali indù li costretti off il treno e quindi consegnato loro ai funzionari di polizia mentre scanditi slogan anticristiano.
Gli integralisti indù accusato le sorelle - sr. Mamta, il superiore di madre, SR Ignacio, SR Josephina e Laborius SR - della "rapimenti e forzata conversione" dei quattro bambini tra uno e due anni vecchi, quali le religiose sono state tenuto dal loro domicilio in Raipur al centro di carità Bhava Shishu a Bhopal. Gli attivisti seguito le donne ad la stazione di polizia, "insultare li e scanditi slogan contro i cristiani".
Le sorelle presentato tutti i documenti di identificazione per i bambini e loro viaggio permesso, in oltre altra documentazione presentata successivamente le religiose dalla casa in Bilaspur. Nonostante di questa documentazione, i bambini sono state prese a essere ospitati temporaneamente in all'ospedale di governo in Durg, mentre i documenti e i documenti di identità presentati dalle sorelle sono verificati dalle autorità giudiziarie.
"La popolazione minacciato di colpirci fino, ma non avevo paura", dice SR Mamta AsiaNews . Sua unica preoccupazione è per i bambini, che necessitano di cure e assistenza, "ma maggior parte di tutti i nostro amore. Noi amiamo questi darlings come nostra, che è nostro dolore".
La sorella dice che ella "prayed a Madre Teresa" (ieri era l'anniversario di sua morte e il suo giorno di festa liturgici), affidando il "benessere dei bambini" a lei. Lei sottolinea che questo nuovo episodio di "persecuzione" è parte integrante dell'attività missionaria di "testimoni di Cristo" incaricati a loro dal fondatore dell'ordine. Sebbene ha non ottenuto sonno durante la notte speso nella polizia stazione, la mattina seguente - oggi, 6 settembre - ha partecipato a massa, "ringraziare Dio e la nostra amata Madre Teresa".
La Chiesa cattolica indiano ha assunto una posizione dura, attraverso il capo della Conferenza dei vescovi, che denuncia del clima di ostilità e di terrore verso i cristiani. "Mi assolutamente sconvolti," dice cardinale Osvaldo gracias, "alle accuse infondate e creazione di conversione riscossa contro il missionario di carità". La sottolinea prelate che sapeva " madre Teresa personalmente e anche ero coinvolta con la sua missione, e POSSO testimoniare per il fatto che mai è qualsiasi bambino o chiunque stato convertito dalla società di carità, né nelle zone rurali più remote o in qualsiasi parte del mondo ".
Nel condannare questo nuovo attentato contro i cristiani, gracias cardinale accusa coloro che " determinante nel avvelenamento da menti " e promuovere lo scontro interconfessional: "questo è un clima di intolleranza [contro i cristiani] che cresce nel paese e avranno gravi effetti a lungo termine drastici sulla società indiana".
Questo nuovo episodio di violenza contro le sorelle conferma il crescente clima di ostilità verso i cristiani, nel crosshairs dei fondamentalisti indù che cercano con ogni mezzo per eliminare loro missione e le loro opere di beneficenza nel paese. La tribals, le ferite - intoccabili - e i molti bambini orfani trovare in cristianesimo e nelle attività dei religiosi un modo per migliorare la loro condizione e offrire dignità per la loro vita. Attaccando i cristiani, gli integralisti indù sono sopra India danneggiano tutti e il suo popolo, ancoraggio un passato feudali e a ritroso, basati sulla gerarchia determinata dal caste e dalla schiavitù
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PER NON DIMENTICARE
Rwanda, il martirio dei fratelli del Cammino Neocatecumenale
Kigali, 5 ottobre 1994 Carissimi fratelli, la pace sia con tutti voi. Da ormai poco più di una settimana sono di nuovo in Rwanda, passando per il Burundi. Il Signore ci ha facilitato ogni cosa e ha aperto le porte perché potessimo incontrare i fratelli rimasti e avere notizie degli altri. La gente sta riprendendosi piano piano. C’è chi ha vissuto questi tre mesi di guerra nascosto, con fame, tensione, e tutto ciò che questo comporta.
Tutti sono stati marcati dalla presenza del Signore al loro fianco. La Parola del Signore, i salmi, i canti della Pasqua che risuonavano dentro di loro, hanno dato loro coraggio e speranza. Non è la stessa cosa vivere questi eventi con un po’ di "sale" che dà il Signore che viverli senza di niente! In generale per le comunità al Sud, cioè a Lungombwa, Butare e Nyanza sono moltissimi i fratelli uccisi; a Kigali le cose sono andate meno peggio: a noi tutti, ma ai fratelli, soprattutto della capitale, è parso chiaro che Dio ha un disegno su di loro per i giorni a venire: nel senso che essere scappati e usciti indenni da questa bufera è soltanto per grazia e per volere del Signore, perché diventino sale, luce e lievito di questa città e di questo paese. Il che ha spinto subito questi fratelli a cercarsi tra loro e a ricominciare a riunirsi per le celebrazioni. Dicono di aver sperimentato la Risurrezione: di essere passati di morte in morte annunciata, vedendo come la Pasqua - cioè l'intervento di Dio che li sottraeva alla morte laddove dovevano umanamente soccombere - era presente. Freschi del Primo Scrutinio e, soprattutto, della celebrazione della Notte di Pasqua, hanno avuto in queste liturgie forti il loro alimento e la sorgente di speranza viva e vera. A Nyanza, nonostante abbiano ucciso moltissimi, chi é sopravvissuto racconta la Pasqua: due ragazze, in situazioni diverse, per due volte sono state gettate nella buca con gli altri cadaveri, piene di ferite e bastonate: e per due volte ne sono uscite trovando salvezza. Un'altra ragazza - quella che l'anno scorso era stata a Denver - è morta pregando per gli uccisori che la facevano a pezzi. Con lei era suo padre, pure della comunità, e qualche fratello di carne: la mamma e gli altri fratelli e sorelle avevano preso un'altra direzione e sono stati pure uccisi. Di tutta la famiglia resta un solo ragazzo. A Butare abbiamo saputo di un ragazzo ucciso perché non ha accettato di uccidere, di un altro disposto a morire per aver nascosto due sorelle ricercate dai massacratori. Sentire le testimonianze dei fratelli è stato per me un grande conforto. Vedere l'illuminazione di alcuni fratelli e sorelle è stata una catechesi impareggiabile: di quelle vere, fatte di eventi di vita, non di parole vuote. I giorni scorsi siamo stati anche a Gisengi e a Goma. A Gisengi abbiamo potuto trovare fratelli: alcuni sono vivi, ma c’è mancato il tempo materiale di incontrarli. Ma anche lì hanno ucciso molto. Pensate che solo i preti della diocesi uccisi sono 31! Si trova là ormai una chiesa apparentemente distrutta, percosso il pastore e il gregge disperso. Anche qui a Kigali e, in generale, nel paese si ha la sensazione di un grande sbandamento e delusione; si era costruito troppo con i mattoni e poco con il cemento vero della fede! Ora tutti dicono che c’è bisogno di catechesi, di cammino catecumenale, anche quelli che prima ci trovavano troppo severi quando si diceva che nei cristiani non c’era vera fede e amore. Molte persone fuori del Cammino, compresi anche Vescovi, preti e religiosi, sono rimasti come storditi e increduli e incapaci d’ogni reazione dopo una tragedia così grande. Noi pensiamo che i fratelli rimasti - pochi o più numerosi secondo i luoghi - siano il fermento buono e nuovo che rifaccia il tessuto di questa Chiesa e di questo paese. Nei prossimi giorni cercheremo ancora di vedere e incontrare, con qualche celebrazione della Parola ed Eucaristia, i fratelli, prima di partire per Cyanguye e Bukavu, e poi per il Burundi, dove speriamo concretizzare qualcosa con l'Arcivescovo. La situazione comunque, per uno che non avesse conosciuto prima le cose sembra quasi normalizzata, tranne qualche segno evidente della guerra: rottami, case crollate ecc... Ma la gente venuta dal Burundi, Uganda, Kenya, Zaire, ha riempito (sta riempiendo la città); c’è aria di vittoria e di novità ; ma al di sotto di questa apparente normalità ci sono buchi enormi; chi ha perso 10, chi 15, 20, 30 o più famigliari. E non è il commercio o altro che li possa risanare: per questo c’è bisogno di predicazione, di annuncio dell’amore, della misericordia e del perdono di Gesù Cristo: ci aspetta molto lavoro e Arrivederci al 25 ottobre, salvo imprevisti. Stiamo bene. Vi salutano Ignazio e Jeanne col bacio santo. La pace.
Enrico Zabeo
Brevi note sulla recente visita ai fratelli rimasti nelle comunità in Rwanda(25 settembre - 24 ottobre 1994) Il Cammino, nella sua prima fase, è presente in Rwanda dall'ottobre 1989, in 5 diocesi (su 9), 8 parrocchie, 19 comunità, delle quali una allo Shema e tre al Primo Scrutinio.
Prima comunità di NYANZA, diocesi di BUTARE.
- JUSTIN FURAHA, presbitero: ucciso il 30 maggio a bastonate e colpi di machete mentre con altri due confratelli veniva fatto uscire dalla prigione di Butare, per tornare in libertà, attraverso un passaggio secondario. Appena usciti, dietro le mura, c'era un gruppo di miliziani (o di prigionieri stessi) ad aspettarli. Una fossa comune era lì accanto. Prete dal 1980, Justin aveva conosciuto il Cammino a Londra, dove anche fece catechesi con Paul e la moglie. Ritornato in Rwanda, fu dapprima professore nel seminario minore, quindi, dal 1988 al 1993 parroco di Nyanza dove al passaggio dell'equipe nel 1989 chiese subito le catechesi. Sapeva di essere inviso al regime (era tutsi di famiglia reale) e si aspettava di essere preso e ucciso, data l'influenza che aveva esercitato a Nyanza, soprattutto attraverso la pastorale del Neocatecumenato. Fu un vero miracolo se riuscì, nell'ottobre del '90 ad evitare la prigionia, dopo perquisizione ed interrogatorio. Anche perché legate a Justin, a Nyanza le comunita' furono particolarmente prese di mira durante i massacri. Dal settembre '93 Justin si trovava a Save, prima parrocchia storica della Chiesa in Rwanda. Quando scoppiarono i massacri a Save si stava concludendo la catechesi con la convivenza finale cui si erano iscritti circa 150 fratelli. Carattere gioviale e ottimista, deciso e combattivo. Justin incoraggiava tutti e diceva soprattutto negli ultimi tempi : "Dobbiamo lottare contro la paura, sennò siamo finiti prima del tempo!". Sottrasse ai massacratori e salvò una donna piombando a piena velocità sul gruppo ed estraendo minaccioso dalla camionetta una spranga di ferro. Le più di 150 suore Benebikira riunite a Save per un corso di aggiornamento nella settimana dopo Pasqua. minacciate di saccheggio e violenza, si dettero alla fuga disperdendosi e nascondendosi sulle colline. Justin affrontò i miliziani, venne a patti con loro, e una volta partiti questi, se ne andò a cercare e riportare le suore in convento. Fu avvertito di essere ricercato, ne avvertì il Vescovo ma non poté ottenere l'aiuto sperato a causa della situazione ormai deteriorata. Prelevato sotto gli occhi dei suoi confratelli mentre uscivano dal refettorio dopo il pranzo, fu portato in prigione a Butare. Chiese ai confratelli il breviario e scrisse loro di essere pieno di gioia perché aveva molto tempo a disposizione per pregare, perché poteva pregare molto per loro: questo fatto lo faceva sentire in comunione con loro e lo rendeva felice. Speriamo di poter raccogliere qualche manoscritto di Justin e il biglietto scritto ai suoi confratelli durante la prigionia. Per come l'ho conosciuto da catechista suo e da confratello nel presbiterato, penso che Justin sia morto come martire. Me lo suggerisce il fatto che, conversando con il seminarista in stage, Romani, a cui affidava le chiavi e "i segreti" della parrocchia prima di essere portato via dai militari in borghese, e con cui si era particolarmente confidato in quegli ultimi giorni a Savi, Justin disse: "È giunta 1'ora: il fiume giunge al termine del suo corso. Ora non serve più lottare!". A questo seminarista ho chiesto di stilare un racconto dettagliato degli ultimi giorni di Justin e di mandarcelo. Justin ci aveva sempre accolti e ospitati a Nyanza ed aiutati con grande generosità: amava sinceramente il Cammino per la sua vita anzitutto: il Signore gli ha reso il centuplo!
- JEAN-BAPTISTE e BERNADETTE, coppia responsabile: i primi ad essere uccisi in Nyanza. La loro casa rasa al suolo. I soldati e i miliziani si sono accaniti contro di loro che come rsponsabili della prima comunità impersonavano a Nyanza i1 Cammino. Avevano due figli militari nel Fronte Patriottico che avevano abbandonato seminario e scuola all'insaputa dei genitori. Il 22 o il 23 aprile Jean Baptiste e Bernadette furono fatti uscire di casa e presi a bastonate. Mentre lo battevano Jean Baptiste gridava: "Perché mi fate questo? Che male ho fatto?" Ricorda la Passione. Bernadette invece taceva e ad ogni colpo faceva scorrere un grano del rosario.
In un momento di pausa Jean Baptiste ha tentato di scappare nel boschetto vicino, ma le pallottole gli hanno tagliato la strada. Ripreso e bastonato ancora fu poi fatto scendere con Bernadette verso il mattatoio e lì furono entrambi finiti a colpi di machete e gettati nell'enorme fossa comune scavata accanto. Faccio notare che al mattatoio furono pure condotti molti altri fratelli di Nyanza. In sintonia con Is.53. Sottolineo l'accanimento contro i fratelli della comunità accusati di riunirsi di notte (le celebrazioni!) per tramare contro il regime a favore dei ribelli del Fronte Patriottico. Era naturalmente un pretesto che uno dei fratelli, Augustin Nyamunnda, ha tentato invano di sfatare presso il comandante della gendarmeria e il vice-prefetto di Nyanza. Un giovane fratello, Innocent Habyanmana, sopravvisuto ai massacri insieme alla moglie Eugenie e la loro bambina, ci raccontava che durante la sua fuga aveva inteso i miliziani, essi pure fuggiti da Nyanza, raccontare ammirati il modo in cui i fratelli delle comunità erano morti. I miliziani erano rimasti colpiti dalla dignità e serenità con cui i fratelli affrontavano la morte: in maniera totalmente diversa dalle altre persone. I fratelli, infatti, si consegnavano senza resistenza, senza disperarsi, senza insultare e odiare. E questo atteggiamento, che certo non significava assenza di paura, era proprio anche dei figli piccoli dei fratelli: i bambini, infatti, a piccoli passi, la testa bassa, le mani chiuse, le braccia incrociate sul petto, affrontavano la morte atroce insieme ai genitori. A questi i miliziani gridavano: "Vi hanno insegnato bene nelle vostre riunioni notturne la disciplina (militare) per affrontare la morte!" Tornando a Jean Baptiste e Bernadette, dei loro 15 figli, di cui alcuni adottati, i più piccoli si sono salvati perché nascosti dapprima in casa di una coppia di fratelli Twa ( pigmei ), Anastasia e Joseph, e poi nell'orfanotrofio dei PP. Rogazionisti sotto falso nome. I figli più grandi sono stati uccisi quasi tutti. Una figlia, Rosina, di 16 anni, della seconda comunità, è stata per due volte battuta, trafitta alla spalla da un proiettile, creduta morta e gettata nella fossa e per due volte ne è uscita: facendo durante lunghe ore nella notte il giro largo della città, tra indicibili sofferenze e paure, si è nascosta poi presso alcuni conoscenti e infine nell'orfanotrofio dei Rogazionisti.
- SUOR FRANCOISE, superiora della comunità locale delle Benehirika. Catechista valida. Era d'abitudine che, la notte precedente il giorno della catechesi, non dormisse e rimettesse tutto quanto aveva mangiato, a causa della tensione. Sempre malaticcia, ritrovava coraggio quando dava le catechesi e la gente era colpita dalla sua predicazione. Fatta a pezzi il 24 aprile pomeriggio e creduta morta, fu gettata con un'altra consorella sopra un ammasso di cadaveri in un buco molto profondo di toilette abbandonate. Per tre giorni si sono intesi i suoi lamenti. Invano le suore rimaste, anziane e paurose, hanno tentato di lanciarle una corda per tirarla fuori: a metà buco lei non ce l'ha fatta, anche a causa delle fratture e ferite riportate alle braccia. Le consorelle allora hanno fatto ricorso alla gendarmeria, la quale invece di inviare i soccorritori, ha inviato i miliziani che hanno gettato sassi nel buco, finendo la Suora Francoise e chiudendo la fossa con la terra. Suor Francoise era molto attaccata al Cammino e per esso aveva lottato con testardaggine con le sue superiori maggiori che volevano cambiarla, ottenendo sempre, alla fine, di restare a Nyanza in Cammino. Pensando alla sua debolezza fisica e personale c'è da esclamare: veramente il Signore è la forza dei senza forza! Egli che da' agli inermi la forza del martirio. Una sorella di Nyanza ha promesso di farci avere testimonianze sicure su com'è morta Suor Francoise. In realtà abbiamo chiesto a tutti i fratelli sopravvissuti di Nyanza, di farci avere testimonianze sicure, vere, autentiche, su come sono morti i loro fratelli di comunità, testimonianze che possono confortare e edificare la fede.
- (MARIE)- GRACE IHWERA, catechista. Grace per i fratelli, 25 anni, professoressa. Bellissima ragazza, entrata in Cammino alla catechesi dell'ottobre del '89; era ormai al suo quinto anno di Cammino e aveva fatto esperienze di parecchie catechesi, ora con la prima, ora con la seconda equipe di catechisti della sua comunità. L'anno scorso era venuta a Denver,associata ad gruppo dei giovani di Parigi. Chi la conobbe in quell'occasione (Danielle) faceva notare come apparisse chiara in Grace una chiamata del Signore. A Fort Collins Grace aveva risposto con gioia all'appello vocazionale, anche se pensava piuttosto ad una chiamata all'itineranza.
Grace ci aveva dato una mano sostanziale nella traduzione del mamotreto delle catechesi iniziali in kinyarwanda (ora scappando abbiamo perso tutto: e 'traduzioni e dischetti su cui erano registrate), aveva sempre accettato volentieri di accompagnare la sua equipe nella catechesi fuori parrocchia (a Gakoma, 45 km da Nyanza, per due volte), con i rischi e gli oneri conseguenti:viaggiare nella parte posteriore della camionetta esposti al freddo e alla pioggia, l'insicurezza della notte (una sera che avevo accompagnato l'equipe per aiutare nelle confessioni alla penitenziale, di ritorno, ormai tardi, incappammo in due guardie del Comune armate che puntarono il fucile e caricarono per sparare: gridai con tutta la mia voce: "Lasciate, siamo noi!"(...ma quanta paura!); pagarsi da loro stessi il noleggio di una macchina che li portasse e riportasse, la benzina ecc .... Grace ci aveva obbedito riguardo ad una decisione da prendere nei confronti di 'un ragazzo francese che la seguiva dopo Denver. A più riprese ho chiesto all'abbe Bosco ed ad Helene, presso le suore, di raccontarmi quanto sapevano della morte di Grace. Il racconto talmente semplice e bello, è degno dei martiri della prima chiesa, cui non ha nulla da invidiare e converge su un punto: Grace è morta pregando per i suoi uccisori. Dopo il 6 aprile, giorno dell'abbattimento dell'aereo presidenziale e dell'inizio di massacri, Grace si rifugiava la notte presso una coppia hutu della sua comunità, Miche e Berthilde, la coppia venuta a Roma in gennaio per la convivenza dei Vescovi dell'Africa. Più tardi, non sentendosi più sicura, dormiva con i genitori e i fratelli, fuori, all'aperto, nascosti, per evitare di essere sorpresi in casa. All'arrivo dei massacratori si diede alla fuga con la sorella Letizia, 20 anni, della seconda comunità, portando con sé la Bibbia. I genitori con i fratelli più piccoli scapparono in altra direzione. Furono tutti presi e uccisi. Della famiglia di Grace resta solo un ragazzo, Delphin, 18 0 19 anni, d'ella terza comunità. Presa dai miliziani Grace fu portata ad un posto di blocco dove si facevano le esecuzioni e dove c'era la fossa comune; prima di essere uccisa chiese un tempo per pregare. Disse ai suoi uccisori: "mundekere akanya, nisabire nkabasabira” (lasciatemi un momento, che preghi per me e anche per voi), prese la Bibbia , l'aprì (a caso?), lesse, pregò e poi si rivolse ai massacratori dicendo: "moneho mugire icyo mushaka!” (ora fate quel che volete). E porse la testa. Sembra sia stata colpita prima con un colpo di zappa (tutti gli arnesi erano adatti per bastonare e uccidere!) sulla testa o sul collo, e poi fu finita a colpi di machete. Sentendo raccontare il suo martirio, mi veniva alla mente quello di suor Anwarite Nengapeta Clementine, zairese, uccisa a Isiro dai Simba nel '64, morta pregando e perdonando i suoi uccisori.
Altri fratelli e sorelle uccisi della prima comunità di Nyanza:
- DENIS E THERESE , catechisti.
- GREGOIRE E LIBERATA .
- NEPOMUCENE E THERESE .
- RAPHAEL E YOSEFA , presso i quali Jeanne era spesso ospitata.
- JEAN BOSCO E JEANNE , catechista.
- ANNONCIATA , YÒSEFU e molti altri. Mi sia permesso ricordare anche i presbiteri di Nyanza uccisi:
- JEAN BOSCO , parroco, 46 anni, prete dal ‘76, a Nyanza dal settembre scorso, aveva sostituito Justin. Sembrava disposto a lasciar vivere il Cammino a Nyanza, anche se non si sentiva di coinvolgersi con esso. A Nyanza si stavano concludendo le catechesi in quel periodo, con circa 200 nuovi fratelli.
- INNOCENT , vice parroco, 37 anni, prete dell'89, a Nyanza dal gennaio '93, recuperato dopo un momento di sbandamento e aiutato da Justin a reinserirsi nel ministero. Serviva le comunità celebrando loro l'Eucarestia e dicendosi disposto ad ascoltare un giorno le catechesi.
- MATTHIEU , vice parroco, 68 anni, prete dal ' 56, a Nyanza dall'87, sempre molto accogliente nei confronti dell'equipe (ci chiamava, esclamando con enfasi, le braccia spalancate, "gli apostoli itineranti") rispettoso delle comunità e della pastorale di Justin. L'ho sempre sentito parlare bene del Cammino. Nell'ultima catechesi che si stava concludendo a Nyanza era lui che seguiva l'equipe durante le catechesi a nome del parroco. Non volle abbandonare la parrocchia il 23 aprile all'inizio dei massacri a Nyanza. Accolse il militare che venne a prenderlo per ucciderlo, vestito con la sottana, portando quasi processionalmente il Vangelo (o la Bibbia o il Breviario). Il militare precedeva portando sulle spalle il fucile, la canna puntata all'indietro. Seguiva 1'abbe con dignità e solennità: sapeva a cosa andava incontro! Passata una porticina che immetteva fuori del recinto della parrocchia in un boschetto, partì un primo colpo che ferì l'abbe Matthieu, poi il militare si volse e lo finì con un secondo colpo. Avendo vissuto a Nyanza in parrocchia parecchio tempo, posso testimoniare della fedeltà e dell'amore al sacerdozio dell'Abbe Matthieu, come pure della sua grande umiltà nel sacramento della riconciliazione per il quale ricorreva spesso a me.
Seconda comunità di Nyanza - L'EQUIPE DI CATECHISTI che stava terminando, come Rosina, le catechesi a Save, presso Justin: sterminata. Solo Speciosa di circa 30 anni è sopravvissuta. Battuta e ferita per due volte, creduta morta e gettata tra i cadaveri della sua comunità, è riuscita entrambe le volte a uscirne viva, nascondendosi poi fortunosamente. Alcuni dei fratelli uccisi della seconda comunità di Nyanza:
- RAYMOND , responsabile: è stato ucciso, la casa rasa al suolo.
- INNOCENT E MOGLIE ; erano catechisti.
- SAASITA E MOGLIE ; erano catechisti.
- JEAN-BAPTISTE E MOGLIE : erano i genitori di Grace.
- AUGUSTIN , corresponsabile; la moglie Sofie e i bambini sono vivi.
Terza comunità di Nyanza La responsabile, Perpetue , è viva, con il marito che era molto malato al momento dei massacri. Lei è tutsi, lui hutu. Se lo trascinò dietro di peso scappando di notte e nascondendosi di giorno, soffrendo fame e sete. Furono accolti, nascosti e aiutati da famiglie hutu fino al momento della liberazione di Nyanza da parte del Fronte Patriottico.
Quarta, quinta e sesta comunità di Nyanza. Molte le persone uccise, altre rifugiate in Zaire. Conclusione su Nyanza: Quando abbiamo riunito di nuovo i fratelli superstiti di Nyanza, ne abbiamo contati 51 tra tutte e sei le comunità. Qualcuno, anzi, proveniva dalle catechesi che si stavano ultimando in parrocchia. I fratelli siamo andati a cercarceli sulle colline di Nyanza, nei sentierini dei quartieri, secondo le indicazioni che avevamo avuto di possibili sopravvissuti. Nyanza ci ha lasciato l'impressione di una città spettro, fantasma, deserta. L'avevamo conosciuta piena di vita, piena di gente al mercato, alla fermata dei taxi-bus, alla parrocchia,ecc...Ora dopo i massacri era quasi deserta.
Ovunque un gran silenzio. Qua e là qualche vestito o brandelli, qualche scarpa abbandonata dagli uccisi o da chi scappava. Le facce incontrate, poche, c'erano sconosciute. Molte le case dei tutsi rase al suolo. Al nostro primo passaggio a Nyanza abbiamo incontrato solo 5 o 6 fratelli, felici e sorpresi di vederci: ci pensavano morti, avendo inteso che eravamo scappati dalla collina di Kigali a piedi e avevamo perso i contatti con i fratelli di Kigali che ci ospitavano e che non ci avevano più visto. Il mattino prima di lasciare Nyanza ho girato per due belle ore i quartieri della cittadina. Macerie, distruzione, silenzio. Anche la parrocchia non aveva ancora ripreso ad ospitare il nuovo parroco designato, Bosco. La domenica non vi si celebrava ancora la messa: si facevano solo celebrazioni penitenziali o piuttosto Via Crucis ...in vista di riconciliare gli animi. La gente che viene ad istallarsi a Nyanza viene da fuori, forse anche da fuori paese: dall'Uganda, dal Burundi... Nyanza era l'antica città reale, capitale del regno, e per questo era abitata da molti tutsi: ciò spiega il gran numero di gente ivi massacrata. Le comunità erano composte di fratelli di entrambe le etnie, anzi c'erano alcuni fratelli batwa ( pigmei ). Sappiamo che qualche fratello hutu è rifugiato in Zaire, a Bukavu e dintorni. Tra essi: Michail e Berthilde, presso i quali Ignazio soprattutto, ma anch'io, avevamo alloggiato qualche volta. Agustin Nyamurinda e Scholastique, che hanno nascosto e sottratto al massacro delle persone tutsi, nonostante i loro figli più grandi abbiano fatto molto male. Abbiamo in sostanza una schiera innumerevole di fratelli che prega per noi e per il Cammino: TE MARTYRUM CANDIDATUS LAUDAT EXERCITUS.
Parrocchia della cattedrale di Kigali Prima comunità di Kigali
- NICODEME NAYIGIZIKI , presbitero. Parroco della cattedrale e chiamato per questo "monsignore", 65 anni, soprannominato “ntama y'Imana", agnello di Dio, per il suo carattere mite. Aveva conosciuto l'equipe circa 10 anni fa' e aveva chiesto il Cammino. Ciò fu impedito. dal Vicario Generale incaricato della pastorale,mgr Leopold Venmesch che agiva a nome dell'Arcivescovo mgr Vincent Nsengiyumva. Si dovette attendere la Quaresima del '92 per poter iniziare. Mons. Nicodeme ha rischiato e il Signore l'ha benedetto. A metà della catechesi fu sul punto di sospendere tutto per l'avversione dei suoi confratelli in parrocchia, per la nota del nostro soggiorno a Kigali buttata sulle sue spalle dall'economo della parrocchia e della procura e per l'atteggiamento ostile dell'Arcivescovo e del Vicario, nonostante avessero permesso di fare le catechesi. Gli dissero: "Sei andato troppo lontano con quella gente (noi catechisti); hai voluto imbarcarti con quelli? Arrangiati ora!” (per le spese ed altri eventuali problemi). E lui, buono e umile, ha dato fiducia al Signore e a noi, vedendo segni nei fratelli e trovando lui stesso beneficio per la sua vita. Alla convivenza finale, parlando per ultimo, dopo aver ascoltato le esperienze dei 53 fratelli presenti, esclamò:"Vedo che non mi sono ingannato accogliendovi nella mia parrocchia!". E a partire da quel momento non ha più dubitato del Cammino, della "sua comunità” riconoscendovi l'opera del Signore. Anzi di fronte a presbiteri e vescovi l'ha definita la cosa più valida e seria pastoralmente che avesse conosciuto e vissuto in 35 anni di ministero sacerdotale. Qualche settimana prima di Pasqua si tenne il Primo Scrutinio. Già c'era nell'aria a Kigali la tensione che sarebbe sfociata nei massacri. L'Arcivescovo accettò di presiedere il rito, lui che quasi mai voleva riceverci e ci liquidava con frasi evasive. Venne, stette pure all'Eucarestia con grande gioia dei fratelli. Fu colpito dalle loro "croci" e dal "senso" di esse: i fratelli ricevettero un'omelia forte e sentirono l'Arcivescovo esclamare al momento di separarsi da loro :"Se Mons. Nicodeme lasciasse di aiutarvi e sostenervi, farebbe molto male, e se io vescovo non lo difendessi di fronte ai confratelli farei un peccato". E ci inviò a parlare ai suoi preti, nei decanati e nelle assemblee.
Fu toccante vedere soprattutto i fratelli tutsi attaccarsi al collo dell'Arcivescovo, per dargli la pace e salutarlo, lui hutu e, per di più, ufficialmente considerato pro-regime anti-tutsi. Riscoprirono quella sera un vescovo "nuovo": e pensare che prima del Cammino molti di loro, entrando in chiesa, se vedevano che era il Vescovo a presiedere la liturgia, se ne uscivano immediatamente. Sarà uno dei tre vescovi uccisi all'inizio di Giugno dal Fronte Patriottico. Tornando a Mons. Nicodeme, durante gli avvenimenti fu minacciato di morte. Una sera, mentre tentava di uscire dalla canonica e far quei pochi meli che lo separavano dal salone per portar da mangiare ad alcune persone ivi rifugiate e nascoste, fu sorpreso da un militare, fu fatto inginocchiare con le mani alzate e si vide puntata sulla tempia la canna della mitraglietta. Dopo qualche minuto, insultato e minacciato, fu lasciato andare. Qualche giorno dopo fu pronunciata la sua sentenza di morte in una riunione di miliziani e militari. Uno di questi, amico del parroco, inviò subito di nascosto la moglie a prevenire monsignore. Allora rivestitosi di cotta e stola si fece accompagnare all'Hotel des Mille Collines dal suo viceparroco, hutu, che poteva circolare con la macchina della Caritas. Ai posti di blocco monsignore si giustificava dicendo che il bene spirituale dei rifugiati all'hotel richiedeva la sua presenza. Così si salvò. A guerra conclusa, riunì i superstiti delle tre comunità. Dapprima con la sua comunità fece una convivenza semplice con lodi, una lettura lunga, un momento di preghiera, e poi mangiarono assieme. Monsignore disse ai fratelli: "Guardate che stiamo facendo un cammino d'iniziazione alla fede e non dobbiamo abbandonarlo. Vi invito dunque a cominciare di nuovo le celebrazioni". Cosa che i fratelli superstiti fecero; le prime due settimane soltanto con la Parola , perché il problema era il vino: non ce n'era. Monsignore è stato coraggioso al punto di chiedere alla procura delle bottiglie di vino: gli risposero di no, che non era possibile. Monsignore, avendo visto che i fratelli delle tre comunità insieme erano pochi, decise di prendere il vino della parrocchia, del presbiterio, ed fu così che hanno potuto celebrare. Al nostro arrivo a Kigali alla fine di settembre i fratelli già avevano ripreso a celebrare da un mese. Quando li visitammo erano 35, superstiti delle tre comunità di Kigali e qualche altro proveniente da Nyanza e Gisenyi. Come ho accennato sopra, i fratelli della prima comunità al momento dei massacri avevano fatto il Primo Scrutinio. Le liturgie del Triduo pasquale e della Notte santa poi , con i canti, la Parola , , le catechesi, hanno accompagnato e sostenuto formidabilmente i fratelli. Cito solo alcuni nomi:
- Ladislas Gasana, sopravvissuto. È potuto miracolosamente restare sempre in casa sua nonostante le minacce, le estorsioni e le esecuzioni che durante tre mesi si sono succedute sotto la finestra di casa sua, sul ciglio opposto della strada, dove erano state scavate tre enormi e profonde fosse comuni.
- Anloine Mambo e Bernadelte, ora rifugiati in Zaire (o altrove). Era presso di loro che abitavamo quando scoppiarono i massacri. Fuggimmo assieme, abbandonando tutto. Più tardi Bernadette diceva ai fratelli che incontrava: "I1 Signore ci diceva nel Primo Scrutinio: va' e vendi tutti i tuoi beni. Ora abbiamo visto che il Signore ha tutto venduto per noi: che Egli sia lodato!". E non diceva queste cose con tristezza, anzi..
- Jeanne d'Arc , sopravvissuta. Per tre mesi è "passata oltre la morte", vedendo la Pasqua farsi continuamente presente: di morte in morte e di liberazione in liberazione. Le risuonava il canto: "Alzo gli occhi verso i monti" e "Figlie di Gerusalemme" che avevamo insegnato all'annuncio della Pasqua. Traversare illesa i posti di blocco pieni di miliziani assetati di sangue fu per lei come traversare il mare; vivere per tre mesi senza soldi e senza niente le ha fatto credere alla verità della Parola del Primo Scrutinio. Dio c'è e provvede e se ha salvato una volta può salvare una seconda e poi una terza; e così via. Tutto cominciò la sera del 7 aprile: entra in casa di Jeanne un soldato: i cinque bambini di lei terrorizzati si disperdono e non li vedrà più che alla fine della guerra, dopo tre mesi: essa li credeva già morti! Il soldato la obbliga a gettarsi a terra supina e ruba i vestiti e gli oggetti che trova, mettendo il tutto in una valigia; quindi ordina a Jeanne di chiudere bene la valigia: così sarà uccisa con un solo colpo di fucile. In caso contrario sarà fatta a pezzi dai miliziani. Però dovrà prima andare a letto con lui: al che Jeanne d'Arc si oppone categoricamente. Il soldato la sfotte con disprezzo: "Sempre orgogliosi così voi tutsi!" Jeanne chiude tremando la valigia e il militare se ne va dopo averle intimato di restare a terra, bocconi: avrebbe inviato qualche altro a ucciderla. Passano 20 minuti circa, giunge un vicino che l'avverte che il militare è stato ucciso dai colleghi desiderosi d'impossessarsi della valigia, credendo che contenesse soldi. Per Jeanne inizia allora un tempo di avventure vissute nella fede: nel suo racconto nessun odio o acredine o desiderio di vendetta, ma tanta serenità. Il tutto nella luce della Parola e della Pasqua: impressionante e confortante. Così, costretta a partire altrove e a rimanere nascosta senza muoversi per più di 20 giorni in casa di un miliziano carismatico (Rinnovamento dello Spirito), spesso senza cibo e acqua da bere; successivamente, obbligata a cambiare rifugio, deve attraversare parecchi posti di blocco, presso i quali le gridano: "Non ti uccidiamo noi qui, ci penseranno quelli della barriera successiva a finirti!". Passa, così, 15 barriere fino a giungere in piena notte alla Santa Famiglia, dove sono rifugiate parecchie migliaia di persone. Ma la porta é chiusa e deve restare all'esterno fra gli hutu e i miliziani ....Una suorina apre un istante la porta non so perché e Jeanne riesce ad entrare. Salva per il momento. Ma di giorno i miliziani vengono per scegliere quelli che devono essere uccisi. Un giorno si trova di fronte al suo ex boy divenuto miliziano e Jeanne crede giunta la sua ultima ora. Invece il ragazzo le consegna 2000 franchi con i quali essa può comprare una tanica d'acqua e lavarsi. Qualche giorno ancora e un colonnello la riconosce (Jeanne era nota perché lavorava e lavora ancora nell'ambasciata americana di Kigali), la saluta e le dice che ritornerà da lei tra una decina di minuti. "Senz'altro per uccidermi" pensa Jeanne. Al ritorno, invece, il militare le consegna due bigliettoni di 5.000 franchi. Infieriva in quei giorni tra i rifugiati la dissenteria: poca l'acqua e carissime le medicine. Jeanne dà i suoi 10.000 franchi per comprare medicine per i malati. Dio non l'ha fatta forse vivere tutto questo tempo senza soldi? Non si finirebbe mai di raccontare i dettagli: quasi un'antologia di fioretti! Jeanne sarà' poi evacuata insieme ai rifugiati dalle Forze ONU e portata in zona sicura alla metà di giugno. Potrà così ritrovare i figli, la sorella e i nipoti.
- Silvie, rifugiata a Goma con i tre figli e il marito. Questi non è in comunità. Silvie ha nascosto durante due mesi, a Kigali, una sorella della seconda comunità: Filomena. Questa le serba gratitudine immensa. Se sapesse quanto Silvie ha dovuto lottare con il marito prima e con i miliziani poi, pagando loro forti somme di denaro per poterla salvare! Alla fine, quando la città stava per cadere in mano al Fronte Patriottico, Silvie dovette fuggire con il marito e i figli, ma prima ha accompagnato Filomena in un centro di raccolta di rifugiati tutsi. In fuga, alla frontiera i soldati zairesi l'hanno derubata di tutto, tutto! A Goma, con sua sorpresa ha trovato grazia presso un organismo umanitario tedesco che le ha costruito una baracca con le assi: è lì che l'abbiamo incontrata. Serena e fiduciosa ci ha detto d'aver costatato che il Primo scrutinio era vero e si è cominciato a compiere. Lei che pensava di non aver nulla come beni da vendere, si è accorta invece di quanti ne avesse e di come il Signore l'è venuto incontro aiutandola attraverso gli avvenimenti. A noi dell'equipe ha colpito il fatto che, anzitutto, a Kigali molti fratelli (relativamente) siano stati risparmiati dai massacri e poi che abbiano avuto, almeno alcuni, un'illuminazione di fede sugli avvenimenti loro occorsi. C'è sembrato che Dio abbia un piano su di loro, una missione che vorrà indicare per la città di Kigali e per il Rwanda. Il Primo Scrutinio e la Notte pasquale hanno permesso loro d'interpretare la realtà con occhi diversi: questo è per noi un segno di grande e sicura speranza per la Chiesa di laggiù, martoriata ed umiliata.
A 100 anni dalla prima evangelizzazione nessun testimone? Nessun frutto ? Sarebbe caduto invano il seme della predicazione di ieri e di oggi come alcuni vorrebbero sostenere? Noi pensiamo di no: dopo questa purificazione si annuncia una nuova primavera per la Chiesa in Rwanda.
- Jean-de-Dieu e Jeanne , rifugiati a Goma. Li ricordo perché li abbiamo visti a Goma, in forma! In Goma ci siamo accorti della chance che il Cammino ha di annunciare il Vangelo senza essere legato a nessuna carretta. L'antico regime si è accanito contro le comunità vedendole come nemiche e alleate del Fronte Patriottico. Il regime ora al governo in Rwanda è contro le comunità vedendole come nemiche e alleate dell'antico regime, giacché al Secondo Scrutinio a Goma i catechisti, con discernimento vero, invitarono i fratelli di etnia tutsi a cessare decisamente le contribuzioni mensili in denaro date allora al Fronte Patriottico per continuare la guerra.
• VINCENT E GODELIVE, catechisti. Lei presa e uccisa alle 06 del mattino di fronte alla casa di Ladislas Gasana; lui ucciso mentre cercava di cambiare nascondiglio. Alla catechesi iniziale approdò prima lui, portatovi da Ladislas. All'inizio le catechesi gli sembrarono cose da bambini. Poi piano piano il Cammino divenne per lui cosa seria. Eletti catechisti ebbero la gioia di fare catechesi. Vincent fu consolato dalla Parola del Venerdì santo quando Gesù dice: "Tu non avresti nessun potere su di me se non ti fosse stato dato dall'alto". Vincent vi vide l'invito a non aver paura in quei giorni che presagivano i massacri, sicuro che nulla avrebbe potuto accadergli che non fosse volontà del Padre.
Seconda comunità di Kigali
- EUGENE , corresponsabile. Ucciso nel quartiere di Nyamirambo, dove abitava. Secondo quanto narratomi, è morto dopo aver chiesto di pregare ed essersi inginocchiato. Sembra abbia aiutato e dato coraggio a molti sul punto di affrontare la morte violenta.
Parrocchia della cattedrale di Butare Prima comunità di Butare
- FELICIEN MUVARA, presbitero. Prete dal 1976, parroco della cattedrale dall'89, 44 anni. L'ho conosciuto ai primi di gennaio nel '91 quando passammo a proporgli le catechesi, nonostante il trauma della guerra dell'ottobre '90. Felicien accettò. Facemmo allora nello stesso tempo due catechesi, a Nyanza e a Butare. Ignazio ed io (Jeanne, in quel momento, era a Parigi per la Redditio ) viaggiavamo in autostop sopra le camionette piene di sacchi di farina, di manioca e di sorgo, o di carbone o di altre mercanzie. Le occasioni non erano molte e i taxi-bus ancora non avevano ripreso servizio, causa la guerra, e inoltre non avevamo un quattrino. Ma abbiamo sempre potuto arrivare a tempo. Felicien ci alloggiava alla parrocchia nella stessa stanza, uno sul letto e l'altro sul materasso per terra.Tempi belli quelli! Mano a mano che le catechesi avanzavano, Felicien ci raccontava come trovasse nelle catechesi una risposta per la sua vita, colpita e distrutta dagli eventi occorsigli. Alla catechesi del quinto giorno, "Chi è Dio per te?", rispose di credere quello che i genitori e il seminario gli avevano insegnato. Ma poi in privato ci raccontò di come avesse incontrato Dio nel momento della grande
umiliazione subita agli inizi del 1989 quando, nominato vescovo, una settimana prima della consacrazione fu condotto a Roma e costretto a dare le dimissioni sotto l'accusa falsa di essere padre di un bambino. Ancora una volta la questione etnica - lui essendo tutsi aveva prevalso e il non placet del regime hutu, con la facile creduloneria o complicità di qualche eccellente ecclesiastico, l'aveva spuntata. Soffrì molto ma non si ribellò. La piaga ancora dolorante, trovò un balsamo nelle catechesi e nella gioia pastorale che gli veniva dalla comunità. Mi sia permesso sottolineare questo aspetto: la predicazione dell'amore al nemico è stata di un potere e di una forza impressionanti per la vita di molti presbiteri e fratelli lacerati dalla questione etnica in Rwanda. Con l'Abbe Justin Furaha e con Mons. Nicodeme di Kigali, Felicien era diventato un pilastro del Cammino. Partecipò a Livingstone alla convivenza degli itineranti dell'Africa e a Roma nel gennaio scorso alla convivenza dei vescovi africani. Anche lui, come Justin, era tra i segnati e messi al bando dal regime. Felicien lo sapeva benissimo, conosceva troppe cose: era licenziato in scienze storiche. Aveva evitato di misura, come Justin, la prigione nell'ottobre '90. Allo scoppio degli eventi del 6 aprile, sparì dalla circolazione nascondendosi a Bizeramaria. Quando i militari vennero a cercarlo non lo trovarono per poco. Frugarono sotto il letto con la baionetta del fucile, ma la punta s'inceppò in una stuoia arrotolata che protesse Felicien steso fra essa e il muro. I militari promisero di ritornare per cercare più accuratamente. Lo shock e la paura furono tali che Felicien chiese di fuggire in Burundi. Le suore misero a disposizione due tipi fidati (?!) che lo dovevano accompagnare e far attraversare l'Akanyaru e giungere così in Burundi. Ma questo fu l'ultimo viaggio di Felicien. Le sue tracce si persero. Dei due accompagnatori uno ritornò e disse alle suore: "Missione compiuta!" e sparì per sempre. L'altro non si fece mai vedere. L'hanno ucciso per derubarlo? L'hanno consegnato ai militari o ai miliziani? Sono incappati nelle bande armate? Per diversi mesi si sperò nell'eventuale buona notizia che Felicien fosse vivo, nascosto ancora da qualche patte, ma poi alla fine di agosto lo si diede per morto. Lo vedemmo l'ultima volta all'annuncio della Pasqua fatto nella sua parrocchia la Domenica delle Palme, il 27 marzo, con la sala piena di fratelli provenienti da Kigali, Nyanza, Mugombwa e Butare. Aveva dato catechesi insieme all'equipe della sua comunità e ne erano nate due comunità di 35 fratelli ciascuna.
- VINCENT, salmista. Ragazzo di circa 25 anni, ucciso per aver rifiutato di prendere il machete e seguire i miliziani nei massacri. “Se non lo prendi e non vieni ti ammazziamo, perché vuol dire che sei uno di loro”. "Ammazzatemi pure, eccomi!". Aveva imparato a suonare la chitarra ed era cantore. Nella riunione fatta a Butare nel nostro ultimo passaggio in Randa, c'erano 11 fratelli su tre comunità, una sorella che veniva da Uvira (Zaire) e 4 ragazze di Mugombwa ( 25 km da Butare). Tra gli undici c'era un fratello di Vincent e altri familiari, entrati nella seconda e nella terza comunità, salati da lui. Nessun rimpianto tra loro perché e per come era morto il loro fratello, ma solo gioia e fierezza. Per inciso ricordo che Butare, città universitaria e del Sud, caposaldo dell'opposizione politica, è stata particolarmente colpita e "ripulita" dai militari e dalle milizie dell'ex partito unico che venivano dal Nord del Paese.
- Audax , salmista; sopravvissuto. Di 35 anni circa, cantore pure lui, ha nascosto per due mesi due sorelle tutsi della comunità.Alla fine, scoperto e minacciato di morte, è riuscito all'ultimo momento a fuggire. Era del Burundi, profugo in Rwanda dal 1972, l 'anno dell'eccidio in Burundi di circa 200.000 persone. Ragazzo taciturno, un po' artista, viveva dipingendo biglietti da visita e cartoline. Per un periodo era apparso con un brillantino all'orecchio che, credo, sparì al Primo Scrutinio.
Prima e seconda comunità di Mugombwa (diocesi di Butare) Parrocchia tenuta dai PP.Rogazionisti. Ancora oggi disabitata nel suo territorio, tranne qualche centinaio di persone che abitano attorno alla parrocchia ora occupata dai soldati del Fronte Popolare. Molti i fratelli uccisi sulle colline e molti pure all'interno della parrocchia, nella canonica e nella chiesa. Vi facemmo catechesi nell'estate '91 e nacque una comunità di 35 persone. Non volevamo ingaggiarci nella brousse, un po' fuori città, ma, all'insistenza del parroco, p. Tiziano, che non vedeva altra alternativa pastorale se non il Cammino, accettammo, mettendo certe condizioni apparentemente dure. Era la brousse, le catechesi finivano di notte, non c'era illuminazione, c'erano fratelli che rientravano sulle colline facendo due ore di cammino e son stati questi i più fedeli nel Cammino. Tra essi Thomas e Gecile , i primi uccisi sulla loro collina all'inizio dei massacri, Antoine Rangi e l a moglie , coppia responsabile, Eugenie , ecc... L'anno successivo, 1992, nacque una seconda comunità di 60 fratelli circa, molti dei quali pure uccisi. Con entrambe le comunità si stava per fare il Primo Scrutinio. Dovevamo cominciare il 7 aprile: primo giorno, invece, dei massacri a Kigali e di terrore nel Paese. Si pensava di fondere le due comunità in una bella, consistente. Cinque sorelle di Magombwa le abbiamo trovate a Butare dove si erano rifugiate all'arrivo del Fronte Patriottico. Sappiamo anche che un buon numero di fratelli è rifugiato in Burundi.
Prima comunità di Gisenyi Diocesi di Nyundo Gisenyi è di fronte a Goma, sull'estremità nord del lago Kivu. V'era una piccola comunità che doveva essere rafforzata quest'anno dopo Pasqua. In tale comunità parecchi fratelli erano stati in prigione all'inizio della guerra nell'ottobre '90 per sei mesi. Il parroco stesso era uno di loro.
- AUGUSTIN NIAGARA , presbitero. 63 anni, prete dal 1958, per molti anni professore di filosofia al seminario maggiore. Ci ricevette una prima volta nell'autunno del '91, gli consegnammo la lettera del Papa, si scambiò qualche battuta restando in piedi e ci separammo. Ci confidò poi di averci ricevuto con diffidenza, vedendo in noi gli esportatori di novità religiose provenienti dai bianchi come sempre. Qualche mese dopo ritornammo e al vederci esclamò: "Vi stavo aspettando!"; e ci accolse ascoltandoci a lungo. Ci confidò che aveva bisogno delle catechesi anzitutto per se stesso, perché si rendeva conto che non sapeva e poteva amare, di fronte a tutte le ingiustizie subite. Si accorgeva di non avere lo spirito di Gesù Cristo, del Sevo di Jahvé, dell'amore al nemico: anzi! I sei mesi di prigionia ingiusta e le umiliazioni subite lo avevano shockato, profondamente ferito e riempito di giudizi. Desiderava il Cammino per la sua conversione anzitutto. Era comunque molto fragile, pauroso. Per questo, facendo leva sulla questione etnica e sulla sua debolezza e paura, negli ultimi tempi era stato oggetto di minacce di morte unite a vergognosi ricatti a scopo di estorcergli denaro. Fu ucciso tra i primi, il 7 aprile. Pare gli abbiano fatto scavare una fossa e ve lo abbiano sepolto vivo.
- GAUDIOSE SEMUOYO E DATIVA , responsabili. Lui fu ucciso la mattina del 7 aprile, mentre tentava di scappare verso lo Zaire, falciato da una raffica di mitra. Subito dopo i militari e i miliziani sono entrati in casa sua uccidendovi la moglie e i figli: quattro bellissimi bambini in età di scuola elementare. In casa di Gaudiose era solito alloggiare Ignazio, quando ci trovavamo a Gisenyi, in visita alla comunità.
- MODETIE MUTABARO , corresponsabile. Ucciso verso la fine della guerra. Aveva provveduto a far scappare in Zaire la moglie Adria e i bambini.
• Solange Presso di cui abitava Jeanne, quando eravamo di passaggio a Gisenyi. Faccio notare che la diocesi di Nyundo è stata molto colpita: comprendendo la regione natale del presidente ucciso, la vendetta contro i tutsi è stata ancora più feroce. La diocesi ha perso 33 preti e il vescovo stesso, già pronto ad essere colpito e cadere nella buca scavata, è stato sottratto all'esecuzione da un comandante cui sembrava una vergogna troppo grande agli occhi dell'opinione pubblica togliere di mezzo un vescovo in quella maniera. A Nyundo si colloca anche il martirio di FELICITE , l'ausiliaria dell'apostolato che ha declinato la possibilità di essere salvata dal fratello - graduato dell'esercito - e ha preferito morire con le consorelle tutsi e le persone rifugiate nella "home" di cui era la direttrice. La ricordiamo perché in occasione di qualche, convivenza avemmo modo di apprezzarne la semplicità e l'accoglienza sincera.
Parrocchia della cattedrale di Cyangugu Vi erano due comunità: una più numerosa alla cattedrale stessa e un'altra in un quartiere presso l'aeroporto. Changugu è di fronte a Bukavu, all'estremità sud del lago Kivu, dove defluisce il fiume Rusizi che si getta nel lago Tanganika a Bujumbura. A Cyangugu solo pochi fratelli uccisi, 5 o 6. Nel campo profughi di Nyarushishi dove sono stati attendati i rifugiati superstiti dello stadio di Cyangugu, abbiamo trovato alcune sorelle: 3 rimaste vedove e 4 ragazze: Alfonsine , Leotalie , Francoise , ecc... Le prime tra loro che ci videro arrivare sopra una camionetta dell'ONU che ci aveva preso in autostop, andavano ripetendo: "Dio ci visita come Abramo, ci visita con i suoi tre angeli, come visitò Abramo”. Una cosa commoventissima. In mezzo ad una distesa di "blindes", i teli di plastica bianca e azzurra della tendopoli, in una marea di gente piccola e grande, ci siamo trovati accolti con gioia, stupore e riconoscenza. Le sorelle ci hanno portato con un lungo giro nella tendopoli a rintracciare le altre; per due lunghe ore siamo rimasti in 10 sotto la tenda ad ascoltarle e a rispondere alle loro numerose domande. Erano di una comunità giovane, nata nell'estate del '93. Ci dissero subito che scappando dalle colline, si erano preoccupate di rintracciare anzitutto la Bibbia ed il Leon Du four (più di 8° temi tradotti in Kinyarwanda) e che, comunque, avevano sempre preparato e celebrato la Parola. Rifugiato con loro era stato un ragazzo di Nyanza, di una comunità (la terza credo) più anziana della loro, ma sempre nella fase di precatecumenato. Aiutate da lui e con lui avevano fatto tutto regolarmente e con gioia. Impressionante costatare che non proferivano parola alcuna di mestizia, di rabbia, di lamentela o mormorazione. Eppure ormai da 6 mesi non avevano più niente e mangiavano grani di mais e fagioli bolliti insieme, e solo quelli! La Parola le saziava! C'impressionò veramente la loro gioia. Alphonsine, la più anziana, che aveva avuto il marito, i figli e altre persone care uccise, ci pose, tra le altre, una domanda: "Noi conosciamo gli uccisori dei nostri cari, sono ancora là sulle colline, sono i nostri vicini, li conosciamo bene. Possiamo denunciarli al Fronte Patriottico? Non è giusto farlo?" Al che Ignazio, prevedendo il mio moralismo pretesto, rispose ispirato: "Noi non abbiamo risposte nostre umane in proposito. Ma c'è una risposta che viene dal Signore ...". "Si, quella di perdonare e amare i nemici. Ma non è facile ... ma è la verità.” È stata una gioia ripercorrere con loro il Kerigma, la missione della Chiesa, la catechesi della convivenza finale sul Sermone della montagna. Alla fine Alphonsine, raggiante esclama e ripete: "Si, questa è la verità, questa è la verità!", come a sottolineare che non ce ne possono essere altre per lei e le compagne e come a che si attendeva da noi proprio questa risposta, a conferma anche che il Cammino che segue non è un inganno, ma la verità.
Due lunghe ore animatissime e pervase di gioia, serenità, consolazione grande e riconoscenza al Signore. Pur non avendo nulla, avevano tutto. Nessuna ci ha chiesto niente come denaro o simili. Anzi questo è stato per me un segno, anche nelle altre comunità: nessuno ci ha chiesto denaro, cosa invece normalissima se ci avessero identificato con il classico missionario straniero. Invece, fratelli tra fratelli! Segno che è nato un nuovo tipo di missione, d'evangelizzazione, di missionario. Abbiamo lasciato il campo verso sera, sotto la pioggia, a piedi, accompagnati dalle sorelle ai bordi del campo, sotto gli occhi visibilmente incuriositi dei caschi blu che presidiavano il campo. Si saran chiesti: "Ma chi sono questi stranieri bianchi?" L'indomani mattina era domenica, il 16 ottobre. Dopo la messa alla cattedrale, abbiamo incontrato pure altri fratelli. Tra loro, Vedaste, che ha rischiato la vita più volte sotto le minacce dei miliziani, perché andava a rendere visita alle sorelle "tutsi" della tendopoli, lui "hutu", aiutandole con cibo ed altro. Una volta un militare lo spinse sul bordo della strada puntandogli il fucile alla fronte ...ma senza far partire il colpo. Pure tra loro Faustin, il responsabile, che al momento della catechesi iniziale e della sua elezione a responsabile ci aveva lasciati perplessi a causa del suo bigottismo. Uno di quelli che sono in tutti i gruppi, sempre in parrocchia e poco a casa. Ora l'abbiamo trovato molto meglio senza la gran croce pettorale, senza enfasi o moine nel parlare. Normale, guarito, sereno. Ci ha raccontato che i militari sono andati a cercarlo per obbligarlo ad unirsi alle milizie nei massacri. Faustin, chiamati la moglie ed i figli, fece pubblica professione dicendo: "Desideriamo essere cristiani e non vogliamo far nulla contro la legge di Dio. Non vogliamo far del male a nessuno, né io, né mia moglie, né i miei figli. Eccoci tutti qui. Fate di noi quel che volete, ma la nostra famiglia, né io, né mia moglie, né i miei figli, faremo del male". Al che un soldato gli ha sfregiato la guancia sinistra con la baionetta (si nota la cicatrice vistosa) e l'ha percosso sulle mani e sulle braccia con il calcio del fucile. Faustin non fu ucciso, ma quasi per rabbia contro di lui, sotto casa sua fu aperta un'enorme fossa comune e Faustin fu così testimone delle numerose esecuzioni giornaliere. Sappiamo che numerosi altri fratelli di Cyangugu sono rifugiati nel vicino Zaire, a Bukavu e dintorni.
p. Enrico


La Croce gloriosa del cammino neocatecumenale
di ADOLFO LIPPI C.P.
Il cammino neocatecumenale si presenta come un carisma, come un dono di Dio per la Chiesa del nostro tempo, a cui è profondamente ancorato. Inizia con l'annuncio kerigmatico della risurrezione di Gesù, percorrendo poi le tappe del precatecumenato, del catecumenato, dell'elezione e della rinnovazione delle promesse battesimali. Il cammino è decisamente comunitario. Il neocatecumenato è fondato sul sacramento del battesimo, tutto da vivere e da interiorizzare nel suoi vari momenti, e incentrato sulla Parola di Dio, a cui si accede a livello di vita ecclesiale più che di riflessione teologica. Tutto poggia su un tripode composto da Parola, liturgia e comunità, tutto diventa significativo anche per i lontani. I neocatecumeni prospettano una mentalità cristiana, non semplicemente etica in cui la croce è il criterio di identificazione di ciò che è autenticamente cristiano. La croce non è sottomissione rassegnata al Dio legislatore, non è morte, ma gloria che fa vedere il volto di Dio. Gesù è morto affinché possiamo vivere.
La spiritualità della croce nei movimenti ecclesiali
1-Un carisma essenzialmente cattolico
2- Il kerigma e l'evangelizzazione
3- Il cammino e la comunità
4-Fondamentalità del battesimo
5- La Parola e la liturgia
6- Il magistero del concilio
7- Significatività per i lontani e valore della testimonianza.
8- Religiosità naturale e fede, legge e grazia
9- Dalla schiavitù del peccato alla libertà della fede
Sezione seconda: Teologia e spiritualità della Croce
10- La croce e la purificazione della fede
11- La croce gloriosa
12- Il kerigma pasquale
14- Il servo di jahwè
15- Osservazioni conclusive
Prendendo l'espressione movimenti ecclesiali nel suo senso più ampio ci proponiamo di mettere in evidenza il posto che la teologia e la spiritualità della croce hanno in alcuni di essi. I movimenti non partono da una programmazione pastorale ma dall'ispirazione, dalla spinta dello Spirito. Sarà particolarmente interessante, perciò verificare come la croce sia presente in essi. Infatti, poiché i movimenti non partono da presupposti teorici, vedremo come lo stesso mistero si presenta in essi in forme rinnovate e peculiari, maggiormente adatte alle esigenze e alle domande del nostro tempo e delle singole persone e soprattutto piene di vitalità e di fecondità. Potremo verificare concretamente come ogni movimento ha il suo culmine nel mistero centrale del Cristianesimo, come a questo mistero si accede per vie diverse ma convergenti, come la croce è il criterio di identificazione di tutto ciò che è autenticamente cristiano.
Sezione prima: Caratteristiche principali del cammino neocatecumenale
1- Un carisma essenzialmente cattolico
Diciamo subito che non intendiamo fare qui una presentazione esauriente del cammino neocatecumenale. Rimandiamo per questo ad alcune presentazioni già fatte in diverse pubblicazioni, anche se in forma abbastanza sintetica.
Il cammino neocatecumenale si presenta come un carisma, cioè come un dono di Dio per la Chiesa del nostro tempo. Un dono non ha l'obbligatorietà propria di una legge: è, tuttavia, una responsabilità. Si può anzi affermare che ciò che Dio aspetta da noi, più di ogni altra cosa, è il riconoscimento e la valorizzazione di ciò che il suo Spirito opera, cioè dei suoi doni e carismi.
Un carisma non è un’ideologia e neanche una teologia. Contiene elementi teologici, ma non si riduce ad essi. Non è qualcosa di intellettuale, ma di vitale. Perciò si conosce adeguatamente soltanto con l'esperienza. Dobbiamo confessare, perciò, che la presentazione che facciamo non può presumere dare una conoscenza adeguata del cammino neocatecumenale, nemmeno in un aspetto particolare quale può essere la spiritualità della croce, aspetto ci peraltro, risulta, come vedremo, assolutamente centrale. Non ci proponiamo neanche, di offrire una presentazione oggettiva e spersonalizzata del neocatecumenato, ma piuttosto di porci in un atteggiamento dialogico, dall'esterno delle comunità, cioè dal punto di vista della Chiesa in generale.
Le comunità neocatecumenali non percepiscono se stesse come un movimento apostolico fra gli altri, ma piuttosto come una proposta per tutta la Chiesa: la proposta di portare i cristiani a rivivere il proprio battesimo nei suoi diversi momenti, attraverso una catechesi che introduca nella comprensione della parola di Dio, attraverso l'esperienza della Chiesa come Comunità viva e attraverso l'esperienza della forza della liturgia e dei sacramenti.
Solo chi ha conosciuto il cammino molto esteriormente può aver pensato che si tratti di qualcosa che rassomiglia al protestantesimo. Uno dei contenuti che più colpiscono nel cammino neocatecumenale è la centralità della Chiesa, intesa come comunità che si aggrega intorno al vescovo. Questo elemento ha un aspetto dottrinale e un aspetto pratico. Dottrinalmente, lo schema del battesimo diventa uno schema per tutta la vita cristiana. Il vescovo (o il suo rappresentante) domanda al catecumeno: che cosa chiedi? La risposta è la fede. Che cosa ti dà la fede? Mi dà la vita eterna.
Si va alla chiesa e al suo rappresentante per chiedere la fede e la vita eterna. Sarebbe possibile avere questi doni in modo diverso, senza la mediazione della Chiesa? Sulla base di un'attualizzazione molto chiara dell'insegnamento biblico e della vita delle primitive comunità cristiane, il neocatecumenato risponde di no. Il motivo è la presenza del peccato in noi. Il peccato entra in me come potere della morte, molto concretamente come paura della morte. Poiché sono dominato dalla paura della morte, sono incapace di amare, sono incapace di uscire da me stesso e passare all'altro. Dice la lettera agli Ebrei: "Poiché i figli hanno in comune il sangue e la carne anche egli ne è divenuto partecipe, per ridurre all'impotenza mediante la morte colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo, e liberare così quelli che per timore della morte, erano soggetti a schiavitù per tutta la vita" (Eb. 2,14-15).
Questo passo esprime molto sinteticamente la nostra situazione esistenziale dopo il peccato. Ma è tutto l’insegnamento del Nuovo Testamento sul peccato, particolarmente quello di S. Paolo, che viene richiamato, insegnamento necessario se non si vuol ridurre la dottrina cristiana del peccato a un moralismo facilmente strumentalizzabile per un'etica mondana. Sulla base di questa impostazione rigorosamente biblica, a torto trascurata nella catechesi ordinaria, viene evidenziata in maniera psicologica ed esperienziale la necessità di essere aiutati dall'esterno per uscire dal proprio egoismo e arrivare ad amare.
Questo aiuto, esterno a me stesso, me lo dà la Chiesa. La Chiesa mi libera. Mi mette a contatto reale col Cristo Risorto e vivo. Mi dà la fede e attua una gestazione della fede.
L'aspetto pratico della ecclesialità tipica del cammino neocatecumenale è dato dal coinvolgimento delle strutture e delle persone concrete della chiesa nel cammino stesso: le strutture della diocesi e della parrocchia; le persone del vescovo e del presbitero. Si può osservare che la maggior parte dei cammini spirituali tradizionali o moderni cercano degli spazi di autonomia, qualche forma di esenzione all'interno della comunità ecclesiale. Il cammino neocatecumenale non lo fa. Si può vedere in questa caratteristica un elemento particolarmente significativo per la vita della Chiesa dopo il Concilio Vaticano II.
2- Il kerigma e l'evangelizzazione
Il cammino neocatecumenale comincia con un annuncio kerigmatico analogo a quello con cui gli apostoli, subito dopo la Pentecoste, dettero inizio alla primitiva comunità della Chiesa. Oggi come allora, il kerigma è essenzialmente l'annuncio della risurrezione di Gesù, annuncio che subito distingue l'impostazione neocatecumenale da altre impostazioni correnti, nelle quali prevalgono contenuti teorici o etici. La risurrezione non è una teoria o una legge, ma un evento di grazia, un'azione che manifesta l'iniziativa di amore di Dio nella nostra vita. Questo annuncio si amplia armonicamente a tutti gli altri contenuti della Bibbia. Ma - ciò che forse è più importante osservare - esso non è un annuncio generico e oggettivo, bensì concreto e personalizzato. Come ad Abramo o a Maria, a ognuno viene detto: Dio ti ha amato, ti ha scelto, ti ha privilegiato e il segno è il fatto stesso che tu sei qui ad ascoltare l'annuncio e a beneficiare della maternità della Chiesa.
A questo annuncio iniziale è legato il particolare carisma di evangelizzazione che le comunità catecumenali sentono di avere, carisma che, nei primi anni, fu messo in collegamento con lo sforzo per passare da una pastorale di sacramentalizzazione a una pastorale di evangelizzazione, come pure con la necessità di tornare a evangelizzare i lontani e che oggi viene collegato all'impegno di attuare nuove forme di evangelizzazione.
3- Il cammino e la comunità
Molti hanno una concezione statica della vita del singolo cristiano e della Chiesa stessa. Nella Bibbia, la storia della salvezza e la stessa rivelazione sono presentate in maniera dinamica ed evolutiva. Esse si sviluppano partendo da un minimo per arrivare a un massimo. S. Paolo ci presenta anche il regno del Signore Gesù - dalla risurrezione alla parusia - come dinamico ed evolutivo (Cf. 1 Cor 15, 25-28; Rm 8, 19-25).
Le comunità neocatecumenali esprimono questa caratteristica del Regno con la parola cammino. All'inizio, ciò che il kerigma genera è soltanto un seme o un feto. Esso si sviluppa gradualmente, come avviene per tutto ciò che vive. Le tappe principali del cammino neocatecumenale sono:
L’annuncio del kerigma
Il Precatecumenato
Il passaggio al catecumenato
Il catecumenato
Elezione
La rinnovazione delle promesse battesimali.
L'essere continuamente in cammino significa anche l'esclusione di quell'atteggiamento interiore tanto diffuso e così dannoso per la vita cristiana che è l'illusione di essere arrivati e di non aver più bisogno di niente, come quando uno è arrivato al vertice di una carriera .
Il cammino non viene portato avanti in maniera individuale e autonoma, ma viene condotto e protetto da una paternità e da una maternità, come avviene dovunque c'è la vita. Il concetto di gestazione da parte della Chiesa-madre, torna continuamente nella catechesi. La Chiesa attua la gestazione della fede non in maniera giuridica o burocratica, ma in quanto comunità. L'esperienza della Chiesa come comunità unita al pastori è fondamentale per il cammino. La comunità realizza la maternità e al tempo stesso educa la persona. Proprio i difetti dei singoli, che distruggono l'immagine infantile e mondana della comunità, servono a formare la persona. Nel confronto ciascuno misura se stesso e si libera dalle illusioni. La dimensione comunitaria appare, del resto, una caratteristica comune degli attuali movimenti ecclesiali autenticamente formativi, mentre, peraltro, viene sperimentata come una condizione essenziale per la guarigione interiore delle malattie le più gravi e profonde .
Se riflettiamo sul fatto che la componente comunitaria ha caratterizzato da sempre i cammini di ricerca della santità nel Cristianesimo, possiamo rilevare che nel movimenti ecclesiali, che intendono attuare la vocazione universale alla santità di cui parla il Concilio tale componente viene partecipata e sperimentata concretamente nella vita laicale.
La comunità non è un'aggregazione di singoli e neanche la somma dei suoi componenti , ma una realtà veramente nuova, come lo era la comunità cristiana primitiva o come lo erano le prime comunità dei grandi movimenti spirituali. Le obiezioni contro le comunità neocatecumenali sorgono spesso da persone che non hanno mai vissuto il cristianesimo come comunità, se non in una accezione giuridica all’interno della quale era possibile preservare premurosamente la propria individualità, ovvero da persone che hanno reagito negativamente all'appello della vita comunitaria. L'esperienza mostra che l'uomo vecchio muore solamente attraverso un'immersione battesimale nella comunità che è Chiesa e li nasce l'uomo nuovo. Il cammino neocatecumenale ne e una dimostrazione lampante.
4-Fondamentalità del battesimo
Il neocatecumenato è tutto fondato sul sacramento del battesimo, cui fanno capo, come nell'antichità, i due sacramenti della confermazione e dell'eucaristia. Il battesimo, però, non è concepito come un atto che produca quasi magicamente la salvezza, ma come un sacramento tutto da vivere e da interiorizzare nei suoi vari momenti. Particolare rilievo acquista, in questo contesto battesimale, il sacramento della riconciliazione. Scrive Blàzquez: "E un fatto ormai provato che nelle comunità neocatecumenali, all'interno del processo di fede e di conversione verso il battesimo, si ricupera con forza il sacramento della conversione, della penitenza. Secondo le testimonianze dei presbiteri, le comunità hanno rafforzato in modo decisivo la celebrazione del sacramento nelle loro parrocchie e talora l'hanno persino riscattata dalla dimenticanza e dal non senso".
5- La Parola e la liturgia
La catechesi neocatecumenale è tutta incentrata sulla Parola di Dio. La catechesi non parte da un'impostazione di tipo cerebrale e astratto, come la manualistica teologica o i vecchi catechismi. L'impostazione astratta è un residuo della più grande inculturazione della fede che si sia mai verificata: l'inculturazione nell'ellenismo. A suo tempo essa ebbe certamente un valore positivo ma oggi viene conservata per pigrizia mentale, con effetti negativi per l'impatto e la retta comprensione della dottrina.
Sappiamo che la teologia attuale reagisce fortemente contro gli strascichi della mentalità ellenistica. Nelle comunità neocatecumenali, pero, non si tratta tanto di una reimpostazione teologica della catechesi, quanto di un accesso diretto alla Parola a livello di vita ecclesiale più che di riflessione teologica. Questa esperienza è molto importante. Viene abolita, in essa, ogni arbitraria separazione o addirittura opposizione fra Antico e Nuovo Testamento. Quest'ultimo è ricondotto alla sua naturale ambientazione ebraica e liberato dalle pregiudiziali ellenistiche entro le quali veniva interpretato. Abbiamo qui un approccio importante anche per quanto riguarda il dialogo ecumenico con l'ebraismo e l'ecumenismo in genere.
La lettura della Parola non è scolastica e fredda, ma concreta e continuamente confrontata con la vita dei singoli e della comunità. Essa interpella e stimola sempre di nuovo le persone. Molti laici e particolarmente i catechisti, dopo qualche anno di cammino neocatecumenale, si trovano a usufruire d'una comprensione della Bibbia più autentica di tante persone che hanno fatto studi teologici. Come per i Padri della Chiesa, la Parola è sperimentale come sperma dello Spirito Santo, capace di generare una nuova vita.
Questo avviene perché l'illuminazione proveniente dalla Parola non viene separata dalla vita della Chiesa che si manifesta nella liturgia e nella comunità. Parola, liturgia e comunità formano un tripode su cui poggia il cammino neocatecumenale. Un tripode inscindibile. Nessuno di queste tre dimensioni può stare senza l'altra.
6- Il magistero del concilio
La differenza fra cristiani che accettano ilConcilio e cristiani che non lo accettano (o lo accettano solo esteriormente) prenderà in futuro un rilievo sempre maggiore, superiore, forse, alla differenza che distingue una confessione cristiana dall'altra. I neocatecumeni si sentono chiamati ad attuare armonicamente e vitalmente il concilio Vaticano II, percependolo sinceramente, non come il frutto di persuasioni o sforzi umani, ma come la più grande profezia che risuona nella Chiesa. L'opposizione che alcuni manifestano contro di loro nasconde spesso una sorta opposizione e un segreto rifiuto delle direttive conciliare in quanto costringono il singolo a scuotersi dalla posizione comoda in cui si era adagiato.
7- Significatività per i lontani e valore della testimonianza.
Una chiesa che non attrae più i lontani, una comunità cristiana che perde continuamente forza, non respira a pieni polmoni la vita dello Spirito. Le comunità neocatecumenali sentono di dover vivere la fede in modo significativo e attraente per i lontani, cioè per chi non crede o per chi, dicendo di credere, vive praticamente come se non credesse. I segni fondamentali che devono risplendere in una comunità cristiana sono la carità e l'unità. La carità non deve essere confusa con quella specie di gentilezza mondana con cui S. Pietro tentava Gesù a non sottomettersi alla Passione, facendogli la catechesi di Satana. La carità è un amore adulto e maturo, che non disdegna la conoscenza di se stessi nella verità. Anche l'unità non deve essere confusa con gli equilibri ottenuti con qualche forma di diplomazia.
Cristiani si diventa normalmente non attraverso ragionamenti teorici, ma quando si incontra un cristiano adulto che rende testimonianza alla propria fede. La fede si trasmette: dagli apostoli arriva per testimonianza fino agli ultimi credenti. Anche i genitori la trasmettono veramente al figli attraverso la testimonianza di ciò che Dio ha operato nella loro vita e non con qualche specie di indottrinamento.
8- Religiosità naturale e fede, legge e grazia
Nella prospettiva propria della religiosità naturale, l'immagine che ho di Dio è quella di un capo che mi mette alla prova imponendomi una legge, accompagnata da una sanzione. Se osservo la legge sarò premiato, altrimenti sarò castigato. Senza negare il valore che questa prospettiva può avere in una religiosità naturale, dove manca la prospettiva della grazia, il catecumeno invita il cristiano a passare alla mentalità del dono, del lieto annuncio: Dio ti salva gratuitamente, ti salva fin da ora e per l'eternità, ti dà una vera vita, per mezzo dello spirito che fin dall'inizio aleggiava sulla creazione e dava vita.
Per usufruire di questo dono bisogna rinunciare al proprio progetto di vita e di salvezza dalla morte, progetto che in fondo, illusorio e falso. Nella prospettiva della legge, sono ancora io che gestisco la mia vita, pur con delle limitazioni. Per poter passare alla prospettiva della grazia, bisogna che rinunci a gestire la mia vita e mi affidi al Signore e alla Chiesa-Comunità. Nella prospettiva della legge, servo Dio a patto che egli serva al mio progetto di vita (illusoria). C'è una mentalità dello scambio. Nella prospettiva della fede entro nella gratuità e perciò nella libertà. La prospettiva della legge è implicita quando si chiede: diteci che cosa dobbiamo fare per essere veri cristiani. Inconsciamente desideriamo impadronirci di tale cognizione per continuare a gestire noi la nostra vita. Si tratta invece di metterci alla sequela di Cristo in una comunità-chiesa concreta e lasciarci condurre con docilità.
Si può rimanere imprigionati nella mentalità della legge per queste motivazioni individuali ovvero per motivazioni sociologiche. S. Paolo dice che la legge non salva. Oggi si potrebbe dire che l'etica non salva. Tuttavia assistiamo a molti tentativi più o meno coscienti di strumentalizzazione della fede per l'etica. Molti genitori hanno in mente un'immagine borghese di famiglia ideale e chiedono al sacerdote, al missionario di aiutarli perché i figli si inseriscano in questo loro ideale e lo traducano in pratica. Chiedono, in fondo, di essere aiutati a plagiare i propri figli imponendo loro il proprio schema mentale, che, di solito, risulta anche razionalmente obsoleto per i figli. L'etica chiede alla fede la forza che deriva dalla sacralizzazione propria della religiosità naturale. Se il prete o il missionario lo fanno, vengono gratificati. Se si rifiutano, allo scopo di servire la persona nella sua libertà, vengono castigati. E la dialettica del profeta e dello pseudoprofeta analizzata da Buber. Se il cristianesimo viene di fatto affogato nell'etica, perde la sua forza di salvezza ed è naturale che non sia più percepito come buona notizia e che sia sopportato come un peso. Il catecumenato torna continuamente su questa dottrina prospettando una mentalità veramente alternativa rispetto a quella dominante, una mentalità che sia autenticamente cristiana.
9- Dalla schiavitù del peccato alla libertà della fede
Nella prospettiva della legge e dell'etica, sono più importanti i peccati le concrete trasgressioni, che il peccato, quella condizione misteriosa di cui tanto parla S. Paolo, ma che, forse per la difficoltà di esprimerla in un linguaggio corrente è lasciata da parte dalla catechesi. Nel cammino neocatecumenale è essenziale prendere coscienza della realtà di tale peccato (l’amartìa, di S. Paolo) in noi. Il serpente dice a Eva: Dio vi ha proibito di mangiare dei frutti del giardino. Veramente Dio aveva proibito solo un frutto, ma nel ragionamento del serpente è come se li avesse proibiti tutti. La conclusione di tale ragionamento è: Dio non vi ama. Questa è la catechesi del maligno. Questa tentazione non rappresenta soltanto un evento del passato, ma più ancora una realtà attuale dello spirito umano. Quando la persona ascolta la catechesi di satana e mette in atto un sacramento di peccato, una liturgia di peccato, essa si separa, per quanto è in suo potere, da Dio. Ma se non riceve più la vita da colui che, essendo amore e fonte della vita, da chi potrà riceverla? Se Dio non è amore, nulla ha più senso e io muoio ontologicamente. La morte fisica è percepita primitivamente come un passaggio naturale. Ma la morte ontologica è qualcosa di ben più grave. lo scelgo la morte ed entro in un cammino di regressione e di morte.
Allora tento di salvarmi da solo dalla morte e metto in atto una quantità di meccanismi di difesa, di accaparramento della vita, delle persone, degli affetti, delle cose e divento schiavo di tutti questi meccanismi deludenti, perché, ovviamente, persone e cose non si fanno accaparrare. Accerchiato dalla paura della morte, non sono più in grado di passare all’altro, non posso più amare. La venuta del Signore Risorto nella mia vita si manifesta dapprima come coscienza di questa schiavitù del peccato e della morte e poi come ricupero della capacità di amare l'altro, anche il nemico, colui che è morte per me in quanto limita la mia vita, un nemico che può essere, concretamente, anche mio marito, mia moglie o i miei figli.
Sezione seconda: Teologia e spiritualità della Croce
Il cammino neocatecumenale è dinamicamente armonico e inscindibile in se stesso. Il discorso della croce, perciò, non può essere arbitrariamente isolato dal tutto. Quanto abbiamo già esposto, particolarmente intorno al potere del peccato e della morte, dovrà essere tenuto ben presente per poter comprendere in modo giusto l'insegnamento che riguarda la croce. Riteniamo di poter raggruppare tale insegnamento intorno a cinque temi fondamentali:
La croce e la purificazione della fede
La croce gloriosa
Il kerigma stauro-soteriologico
Il servo di jahwè
Il sacerdozio regale.
10- La croce e la purificazione della fede
Dove tutto - Chiesa, società, cultura - si dice cristiano, si perde la possibilità di cogliere il significato autentico della Parola di salvezza. L'annuncio neocatecumenale, perciò, opera una crisi all'interno della cristianità stabilita. Entra come una lama tagliente nelle strutture morte venutesi a stabilire attraverso accaparramenti e strumentalizzazioni del dono di Dio e le divide. E' molto cosciente della Parola che afferma che il Regno di Dio è una spada che divide famiglie, amicizie, società. Giudica un cristianesimo finalizzato all'etica borghese, svuotato da dentro, come pure un cristianesimo pauroso che si maschera con i vestiti della cultura dominante.
Giudica la ricerca di gratificazioni e la fuga dal disprezzo e dalle persecuzioni propri di tanti professionisti della predicazione. Crocifigge la mondanità e si lascia crocifiggere da essa, dovunque essa si possa reperire, anche all'interno delle strutture ecclesiastiche. Senza disprezzare la funzione della religiosità naturale, distingue accuratamente la fede, che proviene dalla rivelazione di Dio, dalla religiosità che è frutto di meccanismi di proiezione e di compensazione.
Non si tratta di un cristianesimo fondamentalista. Al contrario vengono utilizzati gli apporti delle scienze teologiche e umane, purché non pretendano, come accadeva ad esempio nella Weltanschauung propria della scolastica decadente, di fare da fondamento alla fede, col pericolo concreto di sottomissione della fede alla ragione, di Dio all'io. Su questa base vengono giudicate certe teologie della secolarizzazione come certe teologie della liberazione.
Ricordando l'affermazione di Moltmann secondo cui la croce è il criterio di identificazione di ciò che è autenticamente cristiano, riconosciamo che qui si verifica esattamente questo: viene escluso dall'annuncio di fede tutto ciò che, per l'incapacità di sostenere il peso della croce, è compromesso con la mondanità. Ovvero si può dire che viene escluso tutto ciò che è tentativo di sostenere la croce non con la forza dello Spirito Santo, ma piuttosto con qualche astuzia culturale alla moda, deformando il tutto.
11- La croce gloriosa
Prima di domandarci che cosa è la croce, dovremmo logicamente prendere coscienza di ciò che essa non è, prendere le distanze dalle sue sofisticazioni. La croce non è la sottomissione rassegnata al Dio legislatore proprio della religiosità naturale. Essa non può servire da fondamento per dimostrare l'esistenza di un Dio geloso del nostro benessere e desideroso di mortificarci. Né può servire da fondamento per la nostra soddisfazione di veder castigato chi si gode la vita. Essa non è quella specie di masochismo che si osserva in certi cristiani e nemmeno l'orgogliosa impassibilità del saggio stoico.
Nella Bibbia l'ora della crocifissione è presentata come l'ora propria di Gesù, l'ora della sua glorificazione, il battesimo con cui Lui doveva essere battezzato.
La croce è gloriosa. E’ il mistero nascosto non rivelato ai pagani né ai mondani.
La sofferenza è la motivazione per cui il cuore umano nega o bestemmia Dio. Gesù è colui che sostiene la più terribile delle sofferenze benedicendo il Padre. Dio ti aspetta al travaglio della croce. La croce dell'infecondità portò Abramo alla fede. Pietro fa a Gesù la catechesi di satana, quando gli augura di evitare la croce. Vogliamo Dio a nostra misura, ma sperimentiamo che questo dio non salva. Quando noi accogliamo la misura di Dio, veniamo salvati. Il maligno vuole convincerci che la croce è soltanto morte. Ma c'è una differenza essenziale fra la sofferenza vissuta senza la fede e la sofferenza che è croce, vissuta nella fede.
Nel Battesimo veniamo segnati col segno della croce. Questo gesto è vero se abbiamo interiorizzato la croce gloriosa. Solo chi ha la propria croce illuminata può essere battezzato. Ancor più, solo chi vede la gloria nella propria croce può ricevere l'eucaristia, perché nell'eucaristia si ringrazia Dio per il dono della croce.
Il catechista domanda a ogni membro della comunità: quale è la tua croce concreta? Il mio bambino è malato e sta morendo; mio marito non mi ama e mi tradisce; sto fallendo nel lavoro e nella carriera; sono stata abbandonata dal fidanzate e sono sola; non ho figli; i nostri figli si drogano; non riesco a venir fuori da certi peccati... La tua croce concreta ti scandalizza? Vuol dire che non hai la tua croce illuminata e non vivi ancora nello spirito del Cristo Risorto.
Senza Gesù non possiamo amare la croce. Con Gesù possiamo realizzare un'immersione battesimale nella nostra propria croce, stare in essa senza paura, passare attraverso la morte senza morire, ma anzi ricevendo la vita nuova della risurrezione. Come Abramo, il cristiano sa che nella croce Dio provvede. Sa che Dio non è un mostro che gode della nostra sofferenza, al contrario è un Padre pieno di amore, perciò entra nella croce con fiducia. Sa che nella croce si realizza la trascendenza totale, si vede il volto di Dio.
12- Il kerigma pasquale
Dio provvide un capretto ad Abramo, padre della fede, perché lo sacrificasse in luogo di Isacco. Quale vittima ha provveduto Dio per salvarci dalla morte contenuta nella nostra propria croce? Ha provveduto Gesù, l'agnello che toglie il peccato del mondo. Se il maligno avesse potuto sapere che Gesù, entrando nella morte, gli avrebbe tolto il potere della morte, non lo avrebbe lasciato entrare. Anche il mondo non ci lascerebbe entrare nelle sue persecuzioni e nella morte se sapesse che cosi perde il proprio potere di morte.
Ora, però, il Figlio di Dio è passato attraverso la morte e la morte non è più padrona della nostra vita. Uno è morto affinché io non rimanga più schiavo della morte. A ciascuno viene annunciato il kerigma: Gesù è morto affinché tu possa vivere, affinché tu non continui a consegnare la tua vita al potere della morte, lottando con enormi sforzi per togliere o mascherare i tuoi limiti, le tue contrarietà, le tue malattie, che in realtà non puoi togliere.
L'accoglienza dell'annuncio kerigmatico riguardante la croce conduce alla riscoperta della verità fondamentale della fede: è Gesù che ti salva. Non ti salvi da solo. In un'epoca di autosufficienza dell'uomo, un certo pelagianismo si infiltrava, attraverso l'ipertrofia del moralismo, persino nell'annuncio della Passione, sopravvalutando ciò che noi facciamo per completare la passione di Cristo e dimenticando che, se Lui non fosse morto, noi non potremmo fare niente. Pelagianamente e moralisticamente, la sua morte si riduce all'esemplarità. Di conseguenza ci affatichiamo, con enormi sforzi, per costruirci una mentalità eroica. Si percepisce oggi la necessità di una nuova interioriorizzazione del kerigma, da parte dei singoli e della Chiesa, per liberarci dalle strette del moralismo e ricuperare la gioia dell'essere salvati, la gioia della buona notizia.
14- Il servo di jahwè
Anche questo tema è connesso con tutto il resto delle catechesi e ritorna continuamente. Servo di jahwè è Gesù capo, unito al suo corpo vivo che è la Chiesa. La Chiesa continua a prendere su di se il peccato del mondo, annullandolo col suo perdono. L'insegnamento conciliare sulla Chiesa, che è sacramento di salvezza, per l'umanità rende attuale l'invito che Gesù fa ai suoi discepoli perché siano sale che dà sapore a tutto, luce che illumina tutto, lievito che fa fermentare l'intera massa.
Anche questa dinamica del mistero della Chiesa non viene presentata come se fosse qualcosa che è al di là di ogni possibile esperienza, o che operi quasi magicamente. Si prende coscienza che molte persone, incontrando vere comunità cristiane, vengono colpite anche se non entrano a farne parte, ne ricevono una illuminazione e una speranza per la vita, di cui si ricordano specialmente nel momento del dolore.
Vi sono certamente anche persone che si sentono denunciate dall'Amore e dall'Unità che incontrano, perché, come i farisei, non vogliono uscire dal proprio egoismo. Sono coloro che perseguitano la Chiesa. Davanti a loro la Chiesa non ha altra missione se non quella di lasciarsi uccidere perdonando, come il suo Capo. Il cristianesimo non è un'etica, una legge che si possa imporre con la forza. Dio lascia gli uomini liberi. Se gli uomini da soli non sono stati capaci di osservare i dieci comandamenti, molto meno saranno capaci di tradurre in pratica il discorso della montagna. Sbagliano, perciò, i gruppi che usano qualche forma di pressione nell'illusione di poter imporre la giustizia cristiana.
Lo Spirito Santo può dare a una persona la capacità di non resistere al male, di amare il nemico di prendere su di sé il peccato degli altri. Non è che non si debba denunciare l'ingiustizia. Gesù lo ha fatto con parole molto forti e per questo è stato condannato. Ma, alla fine si è lasciato uccidere da coloro che non lo hanno ascoltato e li ha perdonati. Cosi ha fatto Stefano, il primo martire. Cosi hanno fatto gli altri martiri. Non ci può essere vera Chiesa di Cristo dove non c'è questa spiritualità del martirio e del perdono.
La Chiesa salva il mondo - oggi come ieri - assumendo su di sé il peccato degli uomini e perdonandolo. La Chiesa come Gesù, ha la missione di salire a Gerusalemme per essere crocifissa, perché questo è l'unico modo con cui il mondo si può accorrere che la morte è stata vinta. Al di fuori di questo, c'è la Chiesa ridotta alla funzione della religiosità naturale che è quella di fornire meccanismi di difesa contro la paura della morte. La funzione si distingue e a volte si oppone alla missione.
La sequela di Gesù conduce inesorabilmente, alla fine, a salire a Gerusalemme per esservi crocifissi. Questo, però, non si può fare con lo sforzo umano, ma è dono dello Spirito. Quando lo Spirito opera, non ti interessa più che dicano male di te. Non ti interessa più neanche di essere amato. Sei tu che ami gli altri. Ti interessa di amare. E se hai vicino un peccatore che non si converte, lo ami cosi come peccatore, e rendi manifesta la misericordia di Dio, sei sacramento della misericordia di Dio. Chi può amare cosi? Chi può amare colui che lo diminuisce, lo uccide? Chi ha vinto la morte con la potenza dello Spirito del Risorto.
Non si tratta, perciò, di cominciare un cammino domandandosi subito quali opere di apostolato o di giustizia sociale si devono compiere. Si tratta di diventare cristiani. Allora sarà Cristo a operare in noi con la forza creativa del perdono e dell'amore verso il nemico e il peccatore. Per diventare cristiani bisogna chiedere la fede alla Chiesa. Allora vedremo nascere in noi una nuova creatura che non giudica, non resiste al male, prende su di sé il peccato degli altri.
E possibile - dirà qualcuno - che una persona egoista e piena di rancori e concupiscenza come me arrivi ad amare cosi? E' possibile se credi che Dio lo può fare. A Maria l'angelo annunciò una fecondità divina. Come è possibile per me che non conosco uomo? E possibile se credi che Dio lo compie. Per la sua fede Maria può definirsi la serva del Signore, la serva di jahwè e per la sua fede è beata. Maria è il tipo della Chiesa. La sua vita è esemplare per la comunità.
15- Osservazioni conclusive
1. All'inizio del rinnovamento neocatecumenale noi troviamo un carisma suscitato dallo Spirito nella Chiesa. Il carisma determina una illuminazione, un movimento di vita, genera anche una teologia e una nuova evangelizzazione. Quest'ultima non è solo annuncio intellettuale, ma una vera ristrutturazione della vita personale, familiare e sociale ispirata al Vangelo.
Questi fatti ci chiamano a riflettere sul rapporto che ci dovrebbe essere fra vita cristiana, teologia e cultura in genere. La Chiesa è chiamata a prestare molta attenzione agli autentici movimenti dello Spirito, riconoscendoli e valorizzandoli. Ciò che si ricava da essi è superiore a quanto si ottiene con molti altri sforzi. Questi ultimi hanno la sola qualità di essere maggiormente gratificanti per gli individui e per i gruppi. Ma serve questo al Regno di Dio?
2. L'efficacia e l'impatto della nuova evangelizzazione attuata dalle comunità neocatecumenali deriva certamente anche da un linguaggio adatto al tempi e alle persone di oggi. Intendiamo il linguaggio nel senso più ampio del termine, come l'insieme di tutti i segni e simboli espressivi. Riteniamo che sarebbe utile alla Chiesa nel suo insieme riflettere sulla critica implicita che tali nuovi linguaggi rappresentano per forme desuete e prive di incidenza. Forme legate, fra l'altro, a esigenze di altri tempi e ben giustificate per quei tempi, ma non per oggi. Questo suppone, però, che persone e comunità ecclesiali non abbiano paura di mettersi in discussione e in ascolto. Ciò che è importante è il Regno di Dio.
3. Come si è visto, è assai facile deformare e strumentalizzare la croce.
È facile che essa, debitamente manipolata da persone e gruppi interessati, diventi non soltanto oppio dei popoli, ma anche oppio della coscienza, strumento della paura della morte e del voler salvarsi da soli. Per molti ancora la croce è fatalità, pena, castigo, prezzo da pagare per una incerta gloria futura; tutt'al più essa è espiazione. Per il Neocatecumenato essa è il luogo ove più risplende l'amore di Dio per l'uomo. Il cammino della fede tende verso questa evidenza sperimentata e testimoniata.
La scoperta della croce gloriosa nel Neocatecumenato trova riscontro nella convergenza di tanta ricerca teologica riguardante il rapporto fra gloria e croce. Ci rallegriamo di questa convergenza, ma ci domandiamo: fino a che punto la pastorale prevalente supera la scissione croce-gloria? Fino a che punto si lascia che la croce sia riassorbita nella religiosità naturale, funzionale a certi equilibri, che sono, tra l'altro, profondamente ingiusti verso i più deboli, diventando magari la più efficace sacralizzazione di tale equilibrio. Troppi interessi dominanti hanno bisogno di uomini e donne che si sacrifichino fino a spersonalizzarsi e a perdere ogni dignità. Troppe ambizioni postulano il sacrificio di altri e premiano una religiosità del sacrifico privo di gloria.
Un discorso particolare si potrebbe fare sulle istituzioni ecclesiali e religiose. Non si può negare che le nuove realtà che lo spirito produce nella Chiesa interpellino le istituzioni preesistenti soprattutto per quanto riguarda lo zelo profetico per riconoscere, denunciare e combattere le falsificazione della croce. Dove c'è una gloria diversa da quella della croce, là c'è un tradimento. Anche nella formazione si osserva la preferenza verso un progressivo arricchimento e promozione dell’uomo, senza passare attraverso l'immersione battesimale nel negativo che spezza la continuità con l'uomo vecchio, l'uomo dell'orgoglio e dell'ingiustizia e permette la nascita di una creatura veramente nuova. Manca spesso l'immersione in una comunità che non sia un aggregato di individui riunitisi per raggiungere più alti standard funzionali, ma il Corpo vivo di Cristo che permette e verifica il passaggio attraverso la croce. L'apparire di movimenti vitali in cui tale immersione è ben presente dovrebbe convincere le istituzioni a intraprendere un cammino penitenziale.
Non si tratta di riflessioni banalmente parenetiche. E compito della teologia essere la coscienza critica della chiesa e delle sue istituzioni. E’ compito particolare di una teologia e di una spiritualità della croce essere la sentinella vigile, pronta a smascherare i camuffamenti e le sofisticazioni della croce. Riteniamo che una presenza carismatica come quella del Neocatecumenato non dovrebbe essere valorizzata soltanto permettendole di operare a favore delle persone che entrano nelle comunità, ma dovrebbe essere valorizzata anche a favore di tutta la Chiesa e delle sue varie istituzioni.
http://medjugorje.altervista.org/doc...l_cammino.html


Conferma definitiva del Cammino Neocatecumenale (P. Livio)
http://it.youtube.com/watch?v=lxJf02v9i1w


Karol Jozef Wojtyla, Giovanni Paolo II (18 maggio 1920 - 2 aprile 2005)
Vita di un grande Pontefice
-Clicca in alto per vedere e scaricare il video della sua elezione al Soglio Pontificio-
CITTA’ DEL VATICANO, domenica, 3 aprile 2005- Giovanni Paolo II, 263º Successore di Pietro alla Sede episcopale di Roma, è morto il 2 aprile alle 21.37. Il suo pontificato, durato quasi 27 anni, è stato il terzo più lungo della storia della Chiesa.
Karol Józef Wojtyla, eletto Papa il 16 ottobre 1978, nacque a Wadowice, città a 50 km da Cracovia, il 18 maggio 1920. Era il secondo dei due figli di Karol Wojtyla e di Emilia Kaczorowska, che morì nel 1929. Suo fratello maggiore Edmund, medico, morì nel 1932 e suo padre, sottufficiale dell’esercito, nel 1941.
A 9 anni ricevette la Prima Comunione e a 18 anni il sacramento della Cresima. Terminati gli studi nella scuola superiore Marcin Wadowita di Wadowice, nel 1938 si iscrisse all’Università Jagellónica di Cracovia.
Quando le forze di occupazione naziste chiusero l’Università nel 1939, il giovane Karol lavorò (1940-1944) in una cava ed, in seguito, nella fabbrica chimica Solvay per potersi guadagnare da vivere ed evitare la deportazione in Germania.
A partire dal 1942, sentendosi chiamato al sacerdozio, frequentò i corsi di formazione del seminario maggiore clandestino di Cracovia, diretto dall’Arcivescovo di Cracovia, il Cardinale Adam Stefan Sapieha. Nel contempo, fu uno dei promotori del "Teatro Rapsodico", anch’esso clandestino.
Dopo la guerra, continuò i suoi studi nel seminario maggiore di Cracovia, nuovamente aperto, e nella Facoltà di Teologia dell’Università Jagellónica, fino alla sua ordinazione sacerdotale a Cracovia il 1 novembre 1946.
Successivamente, fu inviato dal Cardinale Sapieha a Roma, dove conseguì il dottorato in teologia (1948), con una tesi sul tema della fede nelle opere di San Giovanni della Croce. In quel periodo, durante le sue vacanze, esercitò il ministero pastorale tra gli emigranti polacchi in Francia, Belgio e Olanda.
Nel 1948 ritornò in Polonia e fu coadiutore dapprima nella parrocchia di Niegowic, vicino a Cracovia, e poi in quella di San Floriano, in città. Fu cappellano degli universitari fino al 1951, quando riprese i suoi studi filosofici e teologici.
Nel 1953 presentò all’Università cattolica di Lublino una tesi sulla possibilità di fondare un’etica cristiana a partire dal sistema etico di Max Scheler. Più tardi, divenne professore di Teologia Morale ed Etica nel seminario maggiore di Cracovia e nella Facoltà di Teologia di Lublino.
Il 4 luglio 1958, il Papa Pio XII lo nominò Vescovo titolare di Ombi e Ausiliare di Cracovia. Ricevette l’ordinazione episcopale il 28 settembre 1958 nella cattedrale del Wawel (Cracovia), dalle mani dell’Arcivescovo Eugeniusz Baziak.
Il 13 gennaio 1964 fu nominato Arcivescovo di Cracovia da Paolo VI che lo creò Cardinale il 26 giugno 1967.
Partecipò al Concilio Vaticano II (1962-65) con un contributo importante nell’elaborazione della costituzione Gaudium et spes. Il Cardinale Wojtyla prese parte anche alle 5 assemblee del Sinodo dei Vescovi anteriori al suo Pontificato.
Dall’inizio del suo Pontificato, Papa Giovanni Paolo II ha compiuto 146 visite pastorali in Italia e, come Vescovo di Roma, ha visitato 317 delle attuali 333 parrocchie romane. I viaggi apostolici nel mondo - espressione della costante sollecitudine pastorale del Successore di Pietro per tutte le Chiese - sono stati 104.
Tra i suoi documenti principali si annoverano 14 Encicliche, 15 Esortazioni apostoliche, 11 Costituzioni apostoliche e 45 Lettere apostoliche . Al Papa si ascrivono anche 5 libri : "Varcare la soglia della speranza" (ottobre 1994); "Dono e mistero: nel cinquantesimo anniversario del mio sacerdozio" (novembre 1996); "Trittico romano", meditazioni in forma di poesia (marzo 2003); "Alzatevi, andiamo!" (maggio 2004) e "Memoria e Identità" (febbraio 2005).
Il Santo Padre ha celebrato 147 cerimonie di beatificazione - nelle quali ha proclamato 1338 beati - e 51 canonizzazioni , per un totale di 482 santi . Ha tenuto 9 concistori , in cui ha creato 231 (+ 1 in pectore) Cardinali . Ha presieduto anche 6 riunioni plenarie del Collegio Cardinalizio.
Dal 1978 fino ad oggi, ha convocato 15 assemblee del Sinodo dei Vescovi: 6 generali ordinarie (1980, 1983, 1987, 1990; 1994 e 2001), 1 assemblea generale straordinaria (1985) e 8 assemblee speciali (1980, 1991, 1994, 1995, 1997, 1998 [2] e 1999).
Nessun Papa ha incontrato tante persone come Giovanni Paolo II: alle Udienze Generali del mercoledì (oltre 1160) hanno partecipato più di 17 milioni e 600 mila pellegrini, senza contare tutte le altre udienze speciali e le cerimonie religiose [più di 8 milioni di pellegrini solo nel corso del Grande Giubileo dell’anno 2000], nonché i milioni di fedeli incontrati nel corso delle visite pastorali in Italia e nel mondo; numerose anche le personalità governative ricevute in udienza: basti ricordare le 38 visite ufficiali e le altre 738 udienze o incontri con Capi di Stato, come pure le 246 udienze e incontri con Primi Ministri.


La stanza del peccato
Mili San Pietro (ME). Don Maurizio Colbacchini denuncia l'ex in Procura, lei al vescovo
Malfa, Eolie. "Non merita di rimanere prete". Indaga il Vaticano
Malfa, Eolie. "Non merita di rimanere prete". Indaga il Vaticano
www.diocesimessina.it/Annuario/sacerdoti.htm
COLBACCHINI Maurizio
nato a Venezia il 6 febbraio 1962
ordinato a Venezia il 10 luglio 1999
amministratore parrocchiale di
recapito:
telefono abitazione:
www.notiziarioeolie.it/video-e-vide...arabinieri.html
LE NOTIZIE DEL NOSTRO GIORNALE ONLINE FANNO IL GIRO D'ITALIA. LE INTERVISTE DE "IL NOTIZIARIO". Messina, sesso con il prete di Malfa. Donna denuncia “quel sacerdote non merita di rimanere in chiesa”. Esposti al Vaticano e all’arcivescovo
malfachiesaLIPARI - La relazione clandestina tra un parroco e una fedele, finitaansa2 male, è sfociata in una "guerra" a colpi di denunce, esposti e interviste. I protagonisti sono un sacerdote originario del veneto, 53 anni, e una messinese di 47 anni, impiegata in uno studio professionale, nubile, che non si è voluta rassegnare alla chiusura del rapporto. La storia d'amore sarebbe cominciata nel luglio scorso, con i primi incontri tra il parroco della chiesa di San Pietro apostolo, nella frazione di Milì San Pietro, e la donna, in cerca di conforto spirituale. Ben presto però il rapporto si sarebbe trasformato in qualcosa di più, finendo sulla bocca di tutti i fedeli e convincendo il prete a troncare la relazione. Quando lo scandalo a luci rosse esplode il religioso viene trasferito a Malfa, un piccolo Comune di 800 anime sull'isola di Salina. Ma anche nel piccolo borgo delle Eolie il parroco è inseguito dalle invettive dell'ex innamorata, che avrebbe danneggiato la sua auto a colpi di pietra, tanto da costringerlo a presentare una denuncia ai carabinieri. Lei, per tutta risposta, invia una serie di esposti al Vaticano e all'arcivescovo di Messina, ricostruendo nei dettagli la tormentata storia d'amore. La donna, assistita da un legale, esibisce tanto di prove, comprese le e mail tra i due innamorati e due registrazioni audio che confermerebbero i sentimenti che il sacerdote nutriva per quella che lui stesso definiva una "pecorella smarrita". Non paga del clamore suscitato la donna si è decisa ad uscire allo scoperto raccontando anche i particolari più piccanti della storia in una intervista rilasciata al giornale online "notiziarioeolie.it". "La mia non è una vendetta - spiega - ma voglio evitare che questo uomo possa fare del male ad altre donne fragili, cosi' come è accaduto a me". (ANSA).
---Sesso con un prete. Nativo di Venezia, in missione a Messina e dopo lo scandalo a luci rosse trasferito a Malfa, piccolo Comune eoliano di 800 anime dell’isola di Salina.
Il sacerdote, 53 anni, lei, 47 anni, nubile, della Città dello Stretto. L’appassionante storia d’amore iniziata con i primi “approcci” lo scorso luglio si è conclusa nei primi di novembre e ora sono esplosi i "veleni". A suon di denunce. Il parroco ha presentato un esposto ai carabinieri, lei al Vaticano, all’arcivescovo di Messina, al vicario di Salina. C’è di piu’: la donna, seguita da un legale di Messina, ha tanto di prove: email tra gli “innamorati” e due registrazioni audio con il sacerdote, che confermano i sentimenti che il prelato aveva per la “pecorella smarrita”. La signora si è decisa ad uscire allo scoperto e ha raccontato tutto in una intervista-video rilasciata al "Notiziario delle Eolie online". Anche i particolari piu’ piccanti vengono a galla fra una preghiera ed un abbraccio.
www.notiziarioeolie.it/images/docum...onna-prete1.pdf


Signori, buongiorno.
Questo è un anticlericale allo stadio terminale.
Che passa più tempo a parlare di Dio e di Chiesa che il più beghino dei bigotti, e a renderci edotti di questa sua personalissima ossessione in ogni ambito del forum.
Ovviamente attivista del partito radicale, ove la tolleranza pare sia dogma solo a senso unico.
Notorio conoscitore di tutta la cronaca nera (vera o presunta , poco importa, diffamate diffamate qualcosa resterà) riguardante ogni prete degli ultimi duemila anni.
Complimenti per la memoria (o per l'impegno a googlare) visto che sei riuscito a riesumare un vecchio thread di 7 anni orsono.
Il cazzeggio è finito, puoi pure tornare a bruciarti gli occhi su internet a cercare "prete + sefamoro + autovelox + multa" su qualche motore di ricerca per dare sfogo alle tue ossessioni compulsive.
Ovviamente coi risultati puoi farci quello che vuoi, entrando nell'ottica (che dovrebbe essere immediata per chiunque abbia passato con successo l'esame di quinta elementare) che le tue personali ossessioni appunto, non è che sono di interesse per tutti.
Ciao.
Ultima modifica di Miles; 13-04-15 alle 10:12
Preferisco di no.