



Lunedì, 18 Settembre 2006
LA FESTA DELLA LEGA
Il Senatur sotto una pioggia torrenziale: «La secessione? È andata così... Ora l’autonomia passa per le Regioni»
Bossi a Venezia lancia il "federalismo solidale"
Il leader: «Lombardia e Veneto pronte a partire. Riapriamo il Parlamento del Nord». Maroni: «Sciolto il patto Cdl»
Venezia
La linea l'han messa subito in chiaro, i colonnelli - Calderoli, Borghezio, Castelli, Maroni - parlando uno dopo l'altro dal palco di Riva sette martiri: «Bossi ha sempre ragione». La sua strategia è quella giusta «anche se a volte l'abbiamo capito un po' tardi». Punto. "Ma adesso qual è 'sta linea? Cosa abbiamo portato a casa in cinque anni di governo?", è l'enigma di cui migliaia di militanti - 10mila secondo la Questura, 40mila per gli organizzatori - attendevano la soluzione sotto la pioggia torrenziale e ininterrotta che ieri ha battuto la laguna nel decennale della Festa dei popoli padani. La prima volta fu nel '96 e Bossi arringava le folle al grido di «Indipendenza della Padania: Roma ti diamo un anno di tempo». Ora che si fa, nel settembre 2006, dopo aver incassato il ko elettorale e a ruota il no al referendum che ha seppellito la devolution e con lei il sogno di una lunga stagione politica? «Federalismo dentro le istituzioni» è «la grande novità», il rimedio trovato dal capo contro la delusione, perfino la «depressione» (Calderoli) post-legnata. Eccolo il nuovo traguardo «democratico» indicato da Umberto Bossi, nell'atteso intervento durato minuti undici (anche se poi ha parlato e scherzato per una mezz'oretta fino a versare in laguna la famosa ampolla con l'acqua del Po raccolta sul Monviso). Un Bossi converve, dalla voce roca, a tratti non chiara, ha preso atto del tramonto del sogno secessionista: «Le cose sono andate così, abbiamo la coscienza di aver fatto tutto il possibile. Lo Stato è stato cauto, non si è scatenato contro i patrioti padani - ha scandito - Sì ci sono state le ispezioni ordinate da Papalia, Maroni è volato giù dalle scale in via Bellerio, forse speravano che qualcuno di noi diventasse un nuovo Silvio Pellico. Ma lo Stato non è stato così stupido, non è partito a tesa bassa...».Quanto alle alleanze, tocca al capogruppo alla Camera, Roberto Maroni, far sapere che il patto con la Casa delle Libertà «è di fatto sciolto», d'ora in poi il Carroccio avrà «le mani libere», con «alleati che fanno l'occhiolino al governo di sinistra in cambio di posti, prebende e vantaggi». La Lega proclama il «ritorno alle origini»: l'ex ministro Castelli, ribadendo «la fine di un ciclo iniziato sei anni fa», annuncia l'inizio di «una campagna d'autunno dove porteremo in piazza milioni di persone». Almeno quattro o cinque milioni - avrebbe garantito Bossi a Berlusconi - se il governo oserà toccare le pensioni. Numeri da spallata politica, per una centrosinistra in bilico perenne. Un Bossi che, parlando ad alcune televisioni nel dopo festa, avrebbe comunque confermato la fiducia in Berlusconi «unico leader possibile del centrodestra» e la saldezza dell'asse con Forza Italia. Anzi, il patto tra i due non sarebbe mai stato forte come oggi.
Dunque, il Carroccio riprova con il primo amore, il federalismo, a scaldare i cuori. Sì certo, Calderoli e Borghezio tuonano contro gli immigrati (il primo: «Siamo matti a dare la cittadinanza a chi cinque anni fa era nella jungla a parlare con Tarzan e Cita? No, raccoglieremo le firme contro una legge nata morta»), si vestono da paladini di Benedetto XVI e difensori della Cristianità minacciata dall'Islam, citano e rendono onore ad Oriana Fallaci, applaudono perfino il premier spagnolo Zapatero «che ha deciso di mandare a casa 800mila immigrati, ma lui è di sinistra e tutto va bene, a noi invece ci danno dei razzisti») ma non sono certamente novità. Il Senatur sorvola su tutto questo e sulle questioni d'attualità: nessun passaggio sulla tenuta di strada del governo Prodi, caso Telecom, Finanziaria e quant'altro. In altri tempi ci si sarebbe gettato a corpo morto.«Sono le Regioni, in maniera giusta e attraverso la via democratica a chiedere allo stato centrale il loro diritto all'autonomia - ha detto invece il Senatur - Noi oggi portiamo a Venezia questo anticipo del federalismo che non è cosa da poco. Vuol dire tornare padroni a casa nostra». Il percorso è quello indicato a Treviso otto giorni fa: chiedere l'applicazione della riforma, targata centrosinistra, del titolo quinto della Costituzione per ottenere maggiore autonomia e maggiori competenze. «Andrà avanti la Lombardia, poi c'è il Veneto del mio amico Galan», le due regioni del Nord, tra l'altro, dove ha vinto il Sì al referendum. La giunta lombarda, ha precisato Calderoli, ha approvato la piattaforma che contiene il trasferimento di un lungo elenco di competenze: sanità, istruzione, ambiente, energia, commercio estero, lavoro, welfare, pensioni e poi ancora altre. Per forza di cose, comunque, con lo Stato e con la maggioranza di centrosinistra la Lega dovrà intavolare una trattativa per portare a casa almeno questo obiettivo e non buttare definitivamente alle ortiche anni di battaglie. «Voglio vederli dire no alla loro stessa riforma - ha aggiunto Calderoli - E sia chiara anche un'altra cosa: dopo le competenze ci devono dare le risorse». E sempre in tema di denari, l'ex ministro delle riforme rassicura il Sud: «Il presidente Napolitano parla di federalismo fiscale solidale, il Nord ha da sempre un cuore grande così, aiuta sempre chi ha bisogno, ma vuole sapere che fine fanno i suoi soldi, e da oggi li vuole». Siamo al federalismo buonista?
Sul versante interno, ad una base apparsa negli ultimi tempi un po' disorientata, il capo della Lega propone la riapertura del Parlamento del Nord. «Qualcuno mi ha scritto in tal senso, lo penso anch'io - ha detto Bossi - Deve essere un organismo collegiale, approvato da tutti, che faccia da trait d'union con le istituzioni, i nostri parlamentari e consiglieri regionali. Ma sarà il nostro Consiglio federale a decidere». Il saluto finale è un invito a non mollare e insieme una tirata d'orecchi, soprattutto ai giovani: «Vi vedo un po' pochi...da questo momento dovrete partecipare molto di più. Ma fino a quando c'è questa partecipazione popolare non c'è forza che possa opporsi alla spinta del Nord. Restiamo insieme fino alla libertà». Paolo Francesconi


I modi di reagire sono due:
Il primo é a colpi di carte bollate, ma mi sembra alquanto impraticabile se non facendo leva sulle disgrazie della credieuronord, che comunque, essendo un'altra vicenda non ti garantisce il controllo del "marchio" Lega Nord;
Il secondo é politico, ma se non avete la forza di mettere Bossi in minoranza ad un congresso, e se lui non ci stà, non vi resta che prendere la vostra strada sperando di convincere gli elettori italiani, o padani a darvi la loro fiducia al vostro programma e alle facce che andrete a presentare, in percentuale ben più alta di quella del ottenuta dalla Lega, obbligata ad alleanze scorcentanti per i secessionisti anche a causa degli sbagli politici commessi.
Rendetevi conto che non potete pretendere un suicidio politico che nessuno vi concederà;
tantomeno potrete lagnarvi a vuoto ancora per molto perché senza un programma, ed un movimento a cui fare riferimento perdereste ogni giorno di credibilità annacquando le aspettative dei potenziali simpatizzanti.




Sono stati circa 10 mila i militanti della Lega Nord che hanno preso parte
oggi, in una giornata di pioggia scrosciante, alla decima 'Festa dei popoli
padani', a Venezia. Questa è la stima fornita dalla questura di Venezia.


alberto statera
quando finalmente cessa l´ossessivo rimbombo del Rondò Veneziano, sparato dagli altoparlanti a milioni di "gigawatt", e parte Va´ pensiero, gli elementi si scatenano con una furia inconsueta su Riva dei Sette Martiri. Il Dio Po, inclemente, manda giù tonnellate di acqua per centimetro quadrato. Nella notte, qui vicino, sono straripati i fiumi Dese e Marzenego, la Laguna si gonfia, la flotta padana rinforza gli ormeggi, il popolo leghista, soprattutto di accento lombardo e piemontese, oscilla fradicio, i 6 mila panini preparati per gli affamati padani giacciono inzuppati e invenduti sotto i settanta gazebo.
Il Sole delle Alpi, simbolo protocristiano che Umberto Bossi vide a Roma vicino a casa sua, nella Chiesa di Sant´Antonio dei Portoghesi, e che volle a simboleggiare la secessione, è definitivamente ammainato sotto al diluvio, insieme alla secessione.
Quel 15 settembre 1996 erano in settantamila a Venezia e piansero e giurarono con Bossi: federalismo entro un anno o indipendenza della Padania. Dieci anni dopo, 17 settembre, mille o duemila persone trasportate di notte dai pullman padani fino a Piazzale Roma, vagano implasticate di verde e sconcertate sotto l´alluvione: «Bisogna aver fede nella devolusciòn», sospira una donna lombarda.
E un uomo con zaino: «Sì ma l´anno scorso eravamo come i capelli in testa, quest´anno sembriamo la pelata del tenente Kojak».
Tra tanto sconforto, se la ride la signora Lucia Massarotto dietro lo stesso tricolore, esposto alla sua finestra di fronte al palco, che Bossi la invitò ad andare a riporre nel cesso, se la ridono i venetisti del tanko e i secessionisti del padovano, che fanno nuovi proseliti.
C´era a Treviso Bertilla, una pasionaria padana, un´icona leghista, forse meno popolare soltanto del sindaco - sceriffo Giancarlo Gentilini, quello che sparerebbe agli immigrati come ai leprotti: se ne è andata anche lei. Non se la ride affatto, invece, Fabrizio Comencini, che nel 1998 era stato estromesso da Bossi e si era portato via otto consiglieri regionali veneti su nove. Aveva fatto affiggere ieri decine di manifesti per la convocazione degli "Stati generali dei Veneti", l´inizio della vera secessione veneta dalla Lega di Bossi, per il 15 ottobre prossimo. Strappati nella notte. Come lo striscione di protesta che il servizio di sicurezza ha portato via con la forza dalle mani dei leghisti fregati da Credieuronord, la banca del politburo bossiano, fallita in una girandola di riciclaggi e ruberie.
Per non dire del pessimismo cosmico di Franco Rocchetta, storico fondatore della Liga Veneta: «Avevano in mano tutto, un potere immenso, possibilità infinite, sono stati al governo per cinque anni e guardate i risultati».Dov´è la River Queen? È arrivato Bossi? Parlano gli ex ministri, prima Castelli, che inneggia alla pioggia: ci sta benedicendo, perché è segno di fertilità. Poi Bobo Maroni, forse l´unico che esprime un concetto politico significativo: con la Casa delle Libertà è finita. Senza storia, come sempre, gli altri discorsi, se non per la statistica venetista: dieci interventi, di cui otto lombardi e soltanto due veneti, il segretario regionale Fabio Gobbo e il vicepresidente della Regione Luca Zaia, accolti con umido gelo. Quanti erano i veneti in Riva dei Sette Martiri? Ben pochi, valuta Rocchetta, che nella sua ansia storicistica non smette di raccontare come il Sole delle Alpi sia stato inventato da Bossi solo per scalzare il Leone di Venezia.
Bossi finalmente arriva sul palco quando già le osterie traboccano di padani infreddoliti. E Giove Pluvio pare che se ne accorga. Cresce la "fertilità" bagnata osannata da Castelli, scoppiano i tombini, irrompe un fiume d´acqua. Ma, nonostante tutto, al vecchio leader malato scappa, con la voce roca e affannata che gratta nei mega-altoparlanti, la battuta migliore della giornata: «In Scozia quando piove come ora si dice che c´è bel tempo». Per il resto, niente secessione, federalismo fatto all´interno delle istituzioni, conquista dell´autonomia delle regioni, come ha capito il caro amico Giancarlo Galan, riapertura del parlamento del Nord, una riesumazione esangue, quasi da ultima spiaggia. Non più sfide eversive, non più la rivoluzione, come dieci anni fa, ma progetti minimali, in cravatta verde, al solicello romano, le cose normali di un partito normale di un milione e ottocentomila voti che deve pur vivere. Il partito eversivo e montante nelle urne che due lustri fa avrebbe dovuto marciare su Roma per fare la secessione, che aveva nelle valli trecentomila doppiette pronte a far fuoco, adesso si accontenta di fare la devolution con la Costituzione modificata nel 2001 dal centrosinistra. Un deficit di missione, come lo chiama Ilvo Diamanti, che indigna i venetisti duri e puri. Ma anche i leghisti veneti ragionevoli, che non avevano mai apprezzato l´apparato simbolico bossiano, quelli che, via via, Bossi ha espunto negli anni dal partito e che preconizzavano il disastro fin dal lancio del verbo secessionista.
La secessione, la devolution? Tutti falsi obiettivi, perché Bossi, secondo Rocchetta, è stato sempre un "riduttore" della Lega, fin da quando - e sono tanti anni - è nelle mani di Berlusconi, che ora, attraverso Brancher e altri "consulenti", gestisce la "ritualizzazione" della sua malattia.
Tutti gli oratori, pure i più timidi come Zaia, sotto l´alluvione di Riva dei Sette Martiri, intercalano i loro interventi con: «Bossi, Bossi, Bossi..». Lui usa il solito armamentario lessicale, ma questa volta di più, rivolto ai padani, la parola «fratelli».
Finché, in un empito di commozione, esclama: «Vieni qui figlio mio!», e compare sul palco il figlioletto Sirio, il ragazzo che gli ex leghisti veneti, i Comencini, i Covre, i Rocchetta sembrano considerare il delfino designato di una progettata successione monarchica. Berlusconi - disse una volta Bossi, che dalla monarchia è stato sempre affascinato - è come Vittorio Emanuele, io come Garibaldi.Garibaldi?
Domani il leader malato e in «deficit di missione» compie sessantacinque anni e il bravo direttore della Padania, quel giovanotto esangue che imperversa in tutte le trasmissioni televisive e che è il prototipo del perfetto democristiano di qualche decennio fa, gli ha dedicato un ditirambo con questo incipit: «Dieci anni. Auguri, Padania. E auguri anche a te, Umberto, che martedì di anni ne fai un po´ di più. Sessantacinque e sarebbe ora che i leghisti ti dicessero bravo e grazie».


io c'ero.
Del mio pullman la metà della gente non so che fine abbia fatto...alcuni non sono scesi aspettando che la pioggia diminuisse (siamo arrivati sotto un vero temporale...) altri si sono dispersi in zona parcheggio del tronchetto...
Sotto al palco verso le 13 la metà della gente dell'anno scorso.
Comunque è stata una giornata pesante per la pioggi e il vento.


Il Sole delle Alpi, simbolo protocristiano che Umberto Bossi vide a Roma vicino a casa sua, nella Chiesa di Sant´Antonio dei Portoghesi, e che volle a simboleggiare la secessione, è definitivamente ammainato sotto al diluvio, insieme alla secessione.
i giornalisti scrivono senza sapere proprio nulla...
Il sole è stato proposto come stemma della padania da Gilberto Oneto in un suo libro del 1992...altro che chiese e bossi...


Mi sa che, se non ci fossero stati gli sbandati di tangentopoli, gli orfani di Craxi, della balena bianca e del PCI, con i soli "uomini desiderosi di far sentire la propria voce" col cavolo che la Lega raggiungeva il 10%!
Poi tutto e tornato alla normalità, anche i voti dei figlioli prodighi...
La panza rotonda dell'italiano medio é li a testimoniare che hanno avuto ragione.
Probabilmente non saranno dello stesso avviso i loro figli, "ma noi non ci saremo", cantavano i Nomadi

