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  1. #1
    FuoriTempo
    Ospite

    Predefinito Prodi non è all'altezza

    prodi lo conosciamo benissimo. sapevamo ce personaggio fosse.
    ma con l'età è peggiorato parecchio.
    anche la situazione internazionale è cambiata molto rispetto ai tempi del suo precedente governo.
    quando in campagna elettorale si rifiutava di incontrare berlusconi pensavo che fosseper strategia. ora capisco che piccolo personaggio sia.
    prodi non era all'aletazza di incontrare belusconi in un dibattito, come poteva essere all'altezza di fare il presindete del consiglio?
    prodi è riuscito in un'unica impresa: dimostrarsi più basso e piccolo di berlusconi ch eresta l'unico gigante della politica italiana!

  2. #2
    Mulino Bianco
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    Quanto hai ragione...


  3. #3
    Sospeso/a
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    State Rosicando Perchè Prodi Ha Vonto La Coppa Del Mondo, Ha Rispolto Il Problema Berlusconi, Ha Risolto Il Problema Libano, Sta Risolvendo Il Problema Iran E Tra Poco Ci Aumenta La Busta Paga Di 30 Euro A Testa.

  4. #4
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    Prodi è un inetto, ma lo sapevano anche i vari capoccia delle sinistre, ancora prima di candidarlo...
    Ha preso cantonate su cantonate a Bruxelles, è un debole e non ha la stoffa del politico, ma l'hanno scelto apposta per quello. Altrimenti non avrebbero mai potuto pensare di governare assieme.

    Ovviamente chi ci perde è il Paese.

  5. #5
    Sospeso/a
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    evidentemente il Patacca era ancora più inetto., perchè l'ha presa nel culo 5 volte su 5 da Prodi.

  6. #6
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    Citazione Originariamente Scritto da brunik Visualizza Messaggio
    evidentemente il Patacca era ancora più inetto., perchè l'ha presa nel culo 5 volte su 5 da Prodi.
    L'Italia è un grande paese

  7. #7
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    La solitudine di Prodi

    di Fausto Carioti

    Il Romano Prodi über alles, sotto il cui sguardo compiacente si annunciava la fusione tra Banca Intesa e Sanpaolo (sfidando così i Ds sul terreno loro più congeniale, quello dell'alta finanza), il Prodi decisionista con la mascella volitiva, che portava i soldati italiani in Libano e costringeva tre quarti della Casa delle libertà a dire sì alla "sua" missione, non c'è più. Si è sgonfiato nel giro di poche ore, come un soufflé riuscito male. Al suo posto è riapparso il Prodi debole e nervoso dei momenti peggiori, un po' Tafazzi e un po' Fantozzi, con la fronte sudata e lo sguardo da talpa. Irriso dagli avversari e sopportato con sempre più malcelato fastidio dai suoi alleati. Un uomo solo al comando, molto solo e con poco comando, vista l'irruenza con cui il mondo che lo circonda gli si è rivoltato contro. Un leader di coalizione che sta pagando a caro prezzo il suo peccato originale: quello di non essere il leader di alcun partito. Hai voglia a dire che il suo partito è l'Ulivo e altre amenità del genere. Balle. Nell'ora del pericolo un premier ha bisogno di qualcuno disposto a fargli scudo col corpo, ha bisogno di senatori e deputati e capigruppo e ministri che impongano la sua linea agli alleati. Prodi, al massimo, può contare sul silenzio di un factotum pasticcione come Angelo Rovati, sull'amicizia di Silvio Sircana e sulle profonde elucubrazioni di Arturo Parisi. Col risultato che adesso si trova in prima linea da solo. Ne uscirà vivo, ma con addosso tante di quelle ferite che è in dubbio sin d'ora se a fine dicembre, al termine di quella via crucis chiamata legge Finanziaria, potrà ancora reggersi in piedi.

    Gli schiaffi peggiori Prodi li ha ricevuti da sinistra. Il primo segnale, molto chiaro, gli è arrivato il 15 settembre da Ezio Mauro: «Il prossimo incontro tra un grande imprenditore e un capo di governo», ha scritto il direttore di Repubblica, «avvenga a palazzo Chigi o almeno in una prefettura, dove non ci sono consiglieri ma c’è una bandiera della Repubblica». In aperta polemica con Prodi, Gianfranco Pasquino, sull’Unità, il 19 settembre gli ha impartito la lezioncina di democrazia: «Non è mai “una cosa da matti” per il governo accettare il confronto (e, eventualmente, lo scontro) con l’opposizione in Parlamento. Anzi, è il comportamento più raccomandabile dal punto di vista democratico». Lo stesso giorno, il Manifesto lo paragonava nientemeno che al Babau di Arcore, denunciandone «dichiarazioni e gesti che se fossero stati di Berlusconi avrebbero fatto gridare allo scandalo».

    Ancora più male, però, ha fatto a Prodi il fuoco amico dei partiti che lo sostengono. I Ds, la Margherita, i radicali e persino Fausto Bertinotti, in pubblico (con toni comprensivi) e soprattutto in privato (con toni spesso ultimativi) lo hanno invitato ad assumersi le sue responsabilità. Rovati, l’uomo che ha dato origine a tutti i guai inviando a Tronchetti Provera un piano di riassetto del gruppo Telecom scritto su carta intestata della presidenza del Consiglio, era il suo più stretto collaboratore: sta a Prodi, dunque, giocarsi la faccia in Parlamento per spiegare una simile ingerenza negli affari di un gruppo privato quotato in Borsa.

    È con loro che Prodi ce l’ha più che con chiunque altro: con gli alleati inaffidabili, i quali non hanno capito che se va a fondo lui vanno a fondo anche loro (ma sarà vero? O non sarà, piuttosto, che l’unico che rischia di andare a fondo con Prodi è il futuribile partito democratico, del quale non frega niente a nessuno?). Cornuto e mazziato, il premier è in piena crisi di nervi. Solo una satira militante quale quella italiana potrà farsi sfuggire perle come l’uscita che Prodi, rifiutandosi di andare in Senato, ha dedicato ieri agli alleati, definendosi «per metà primo ministro e per metà assistente sociale», e la gaffe sulla sicurezza di papa Ratzinger: a domanda su chi difenderà il pontefice dalle minacce che arrivano dalla Turchia, il premier ha risposto isterico: «Alla sicurezza del papa ci penseranno le sue guardie, cosa volete che vi dica...». L’incontro che Prodi ha poi avuto con il dittatore iraniano Mahmoud Ahmadinejad non è certo servito a risollevare l’immagine del premier italiano. Normale che nessuno, tra gli alleati, ma anche tra i più stretti collaboratori del presidente del Consiglio, riesca a perdonargli la colossale sequela di errori di comunicazione messi in fila nell’ultima settimana.

    Parte dei Ds e della Margherita, oltre ai radicali, guardano poi con orrore all’ipotesi prodiana di trasformare la Cassa depositi e prestiti in una nuova Iri, grazie alla quale saldare le fortune del premier a quelle di Comunisti italiani, rifondaroli e Verdi. L’ipotesi neodirigista vede contraria anche la Confindustria, col risultato che il Sole-24 Ore si è aggiunto alla lista dei quotidiani che ogni giorno esprimono la loro delusione per chi aveva promesso di portare la serietà al governo.

    Il risultato è che l’indice di fiducia dell’elettorato nei confronti di Prodi è sceso ai minimi storici: dal 45 per cento di inizio legislatura al 38 per cento. Si tratta di monitoraggi realizzati da Euromedia Research, vicina a Silvio Berlusconi, ma i risultati coincidono, nella sostanza, con le rilevazioni di cui dispone l’Unione. Nei giorni scorsi il quotidiano della Margherita avvertiva Prodi e la maggioranza: «Per la prima volta da almeno tre anni» l’indice che registra la “profezia” degli elettori su chi vincerà le elezioni vede in vantaggio il centrodestra, e anche l’indicatore che registra a chi gli italiani danno la loro fiducia premia la Cdl. La quale, per parlare chiaro, in tutta questa storia sta campando di rendita sugli errori altrui. L’unico impegno che dovrebbe rispettare, e cioè presentarsi a ranghi completi al Senato ogni volta che si vota, riesce puntualmente a disattenderlo. Anche ieri mancavano all’appello cinque senatori: fossero stati presenti, avrebbero garantito la sconfitta dell’Unione per il secondo giorno consecutivo.

  8. #8
    FuoriTempo
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    è inutilt... non è all'altezza. la presidenza del consiglionon è per lui. ma credo che sia così malconcio che non isa in grado nemmeno di fare il professore.
    potrebbe provare a fare la mestrina delle elementari, o il don abbondio di un paesino di provincia.

  9. #9
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    Ma il Professore vive in un mondo che non c’è più


    di Massimo Introvigne da Il Giornale

    Prodi torna da New York con un bilancio fallimentare, inseguito dagli sberleffi della stampa di tutto il mondo, che si chiede come un uomo simile possa guidare una delle grandi democrazie europee. Il Professore irride il Papa affidandolo alle Guardie Svizzere, sdogana Ahmadinejad mentre il resto dell'Occidente lo tratta come un appestato, dispensa sorrisi ad Hamas e alla Siria: il tutto nella settimana in cui i fondamentalisti islamici minacciano la vita di Benedetto XVI, distruggono chiese e ammazzano suore. Sbaglia chi parla di semplici gaffe di un premier innervosito dalla vicenda Telecom. Purtroppo per gli italiani, a New York è emerso il vero Prodi: un uomo che vive in un mondo che non c'è più, il mondo della Democrazia cristiana di trent'anni fa che si comprava l'immunità dell'Italia dagli attentati lisciando il pelo ai dittatori arabi e criticando l'America, e ne approfittava per sostituire l'Iri agli «ingenui» yankee dovunque ci fossero da fare buoni affari con le dittature medio-orientali di turno.

    Per nostalgia di quello stesso mondo, Andreotti ha affossato in Senato con il suo voto decisivo una risoluzione di solidarietà al Papa proposta dalla Casa delle Libertà. Il mondo di Andreotti e dell'Iri prodiana - in cui sembra talora vivere ancora lo stesso Chirac - è morto l'11 settembre 2001, e ha avuto i suoi funerali quando Ahmadinejad, mettendo all'ordine del giorno del fondamentalismo islamico l'Olocausto nucleare di Israele, ha dichiarato ufficialmente aperta la seconda fase della rivoluzione khomeinista.

    Da allora, è in corso - piaccia o no - uno «scontro di civiltà», certo non fra tutto l'islam e l'Occidente (dal momento che esiste una minoranza di musulmani filo-occidentale e moderata) ma fra il fondamentalismo islamico e il mondo libero. Prodi non può capire il Papa perché vive in un passato che non vuole passare. A New York ha detto testualmente: «Mi rifiuto di pensare che esista uno scontro di civiltà». Il 9 gennaio 2006, nell'annuale discorso ai membri del Corpo diplomatico accreditati presso la Santa Sede,

    Benedetto XVI aveva affermato esattamente il contrario: nell'aggressione terroristica all'Occidente «non a torto si è ravvisato il pericolo di uno scontro delle civiltà». Prodi è in grado di capire Gheddafi, il dittatore tunisino Ben Ali e anche Abu Mazen, al cui proposito D'Alema ha ingiunto di smettere di dire la verità, cioè che non conta più nulla, perché sono le ultime raffiche del vecchio mondo dei rais, dittatori nazionalisti e laici lesti di mano nel rapinare le casse degli Stati e nel far sparire gli oppositori.

    Capiva bene anche Saddam Hussein e Arafat. Gli mancano completamente le categorie per capire Bin Laden, Ahmadinejad o chi attualmente controlla Hamas, cioè la leadership leale all'Iran che vive a Damasco o a Teheran. Costoro infatti non ragionano in termini di affari o di nazionalismo, ma deducono la politica da una religiosità apocalittica. Benedetto XVI va spiegando con pazienza all'Occidente che i nodi da sciogliere sono teologici, non economici o politici. È una lezione che avevano bene inteso Bush,Blair e Berlusconi, politici più «giovani» di Prodi non per questioni anagrafiche ma perché trent'anni fa non facevano né politica né sottogoverno. La intendono leader di nuova generazione, come Sarkozy o Angela Merkel. Che Prodi viva in un mondo che non c'è più non è un suo problema personale, ma un rischio per la credibilità e la sicurezza dell'Italia. Nella sua stessa coalizione, qualcuno comincia a preoccuparsi.

  10. #10
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    Fantapolitica, fantascienza o più semplicemente ... Roipnol?


 

 
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