Il nostro Dio è diverso da Allah
Che il Papa predichi un “asse del sacro” con l’islam è un equivoco
Milano. L’omelia pronunciata domenica a Monaco di Baviera, in cui Benedetto XVI ha detto – tra le altre cose – che “le popolazioni dell’Asia e dell’Africa” vedono una minaccia non “nella fede cristiana, ma invece nel disprezzo di Dio e nel cinismo che considera il dileggio del sacro un diritto alla libertà”, ha suscitato un inusuale fuoco di fila critico.
Ad esempio, il Corriere della Sera ha infilato ben tre articoli contro il Papa.
Magdi Allam, in pratica, lo ha accusato di non aver capito l’11 settembre, affermando che le parole del Pontefice rischiano di essere strumentalizzate dai “predicatori dell’odio”.
Vittorio Messori, in pratica, lo ha accusato di non aver capito l’islam e la radice della sua “ostilità anticristiana”, che “fu tanto più viva, quanto più l’occidente si ispirava al Vangelo”.
Infine Lucio Villari lo ha accusato, in pratica, di non aver capito l’illuminismo e di negarne il valore per la cultura occidentale.
Su Repubblica, invece, Gad Lerner ha addirittura accusato Joseph Ratzinger di voler “quasi prefigurare un nuovo asse globale del sacro” e di volere “negare così disperatamente i valori - e sì, diciamolo anche i bisogni e i desideri – che contraddistinguono il nostro vivere”.
In realtà, le parole del Papa sono state ampiamente equivocate.
Innanzitutto, il suo non era un discorso di natura politica, o rivolto a diplomatici.
Era l’omelia domenicale a commento dell’episodio evangelico del sordomuto che Gesù guarisce con la parola “Effatà”, apriti, e il richiamo ad “aprirsi a Dio” era rivolto innanzitutto ai fedeli tedeschi e ai loro pastori.
Richiamo molto concreto: “Qualche vescovo africano mi dice: ‘Se presento in Germania progetti sociali, trovo subito le porte aperte. Ma se vengo con un progetto di evangelizzazione, incontro piuttosto riserve’”.
Insomma Ratzinger stava criticando i vescovi tedeschi forti e anzi grandiosi nelle politiche sociali ma sordastri al primato dell’evangelizzazione:
“L’evangelizzazione deve avere la precedenza, il Dio di Gesù Cristo deve essere conosciuto, creduto e amato, deve convertire i cuori… Dove portiamo agli uomini soltanto conoscenze, abilità, capacità tecniche, là portiamo troppo poco”.
In questo contesto si inserisce la puntualizzazione “sulle popolazioni dell’Asia e dell’Africa” (l’islam non è citato) . Critiche così fitte e provenienti da posizioni tanto diversificate lasciano intuire che Benedetto XVI ha toccato con il suo richiamo contro il “disprezzo di Dio” qualche nervo scoperto. E ovviamente un’omelia papale pronunciata durante una visita ufficiale è pur sempre un discorso sensibile e importante per tutti, non solo per i cattolici, tanto più se affronta temi di rilevanza culturale e politica generali e drammatici, come in questo caso. Non va infatti dimenticato che già in altre occasioni Papa Ratzinger ha scelto di affidare i suoi giudizi – sulla vita della chiesa ma anche sui fatti del mondo contemporaneo – al commento delle Scritture.
E lo spirito di Assisi?
Ma anche in questo caso si può sbagliare nell’interpretazione.
Colpisce ad esempio che chi ha sempre invocato di fronte allo scontro con l’islam lo “spirito di Assisi”, chiamando a testimone il Wojtyla “ecumenico” e “pacificatore” del dialogo tra le fedi, oggi paventi un “asse teocratico” nelle parole di un Ratzinger che ricorda l’urgenza del rispetto del sacro comune anche alle altre religioni. Evidentemente il Papa, quando afferma che il “cinismo non è il tipo di tolleranza e di apertura culturale che i popoli aspettano”, convince meno.
Sembra difficile accusare, o anche solo sospettare, Benedetto XVI di voler anche lontanamente giustificare l’ostilità di altre religioni contro l’occidente cristiano.
Si tratta infatti dello stesso Papa che, come il suo predecessore, ha condannato la violenza perpetrata in nome di Dio e che solo una settimana fa – nella lettera inviata al vescovo di Assisi in occasione delle celebrazioni per il ventesimo anniversario della Giornata mondiale della preghiera per la pace – aveva rimarcato con forza alcuni punti chiave.
Ad esempio, sottolineando che per i cristiani non è possibile nessun
“cedimento al relativismo”.
A Monaco, Benedetto XVI ha anche pronunciato una frase che può essere letta come una critica sia all’islam che all’induismo fondamentalista:
“La nostra fede non la imponiamo a nessuno. Un simile genere di proselitismo è contrario al cristianesimo”. E infine ha detto:
“Non veniamo meno al rispetto per le altre culture, non veniamo meno al profondo rispetto per la loro fede, se confessiamo ad alta voce e senza mezzi termini quel Dio che alla violenza ha opposto la sua sofferenza”.
La confessione cattolica dell’autore della “Dominus Jesus” non è compatibile con il cosiddetto “asse del sacro”.
Da il Foglio del 12 settembre 2006
saluti




Rispondi Citando

