
Originariamente Scritto da
Antonio Martino
Il suo predecessore, Jimmy Carter, aveva inventato il "misery index" - l'indice del disagio, costituito dalla somma dei tassi di disoccupazione e d'inflazione in un dato anno. Nel 1980, ultimo anno della presidenza Carter, questa bizzarra somma di capre e cavoli, superava il 20% - un record nella storia recente degli Stati Uniti. Sembrava la fine del "sogno americano". Alla fine degli otto anni di presidenza di Reagan, l'indice era sceso al 9,6%, il valore più basso dal 1970.
Il messaggio di Reagan era semplice: il "sogno americano" non era finito, era sempre valido anche se i suoi principi erano stati abbandonati; per uscire dalla crisi bisognava soltanto riscoprirli. Grazie a questa sua fede in alcuni basilari principi, Reagan ha conseguito risultati spettacolari. In politica estera, il programma SDI ("strategic defense initiative", iniziativa di difesa strategica) ha fatto precipitare l'Unione Sovietica in una spirale irreversibile di crisi che ha decretato la fine dell'impero del male. Grazie a questo "ingenuo cowboy", il mondo non è più lo stesso.
Quanto poi all'eredità della sua rivoluzione in economia, il tempo è stato galantuomo: ora sappiamo di quale portata e di quale importanza sia stata quella svolta: il successo dell'economia americana, che continua quasi ininterrotto dal 1982 (quando finì la recessione lasciata in eredità a Reagan dal suo predecessore), è certamente dovuto alla profonda trasformazione prodotta dalla "rivoluzione reaganiana".
Le riforme fiscali di Reagan hanno, per usare un'espressione che gli era cara, "rimesso l'America al lavoro". Aveva ereditato un'aliquota marginale di imposta sul reddito del 70 per cento; grazie a due riforme radicali - realizzate mediante un accordo con una parte considerevole dei democratici in Congresso - l'aliquota scese al 28 per cento. La conseguenza non fu, come qualche disinformato vuole fare credere, una diminuzione del gettito, ma un suo enorme aumento: nel 1980 l'imposta sul reddito fruttò 517 miliardi di dollari, nel 1990 ben 1.253 - un incremento pari al 26 per cento in termini reali (al netto dell'inflazione).
Ma - potrebbe obiettare il solito male informato - le riforme fiscali di Reagan non hanno fatto aumentare il deficit? Vero: il disavanzo pubblico passò dal 2,7% del pil nel 1980 al 2,9% nel 1990 - un pò poco per stracciarsi le vesti. Ma, potrebbe continuare il solito interlocutore, quelle riforme non furono un regalo per i ricchi? Nemmeno per sogno: nel 1980 il 5% più ricco dei contribuenti pagava il 35% del gettito totale dell'imposta sul reddito, nel 1990 quella percentuale era salita al 49%.
La riduzione delle aliquote di Reagan è stata la più straordinaria rivoluzione fiscale del nostro tempo: ha prodotto un aumento enorme del gettito, che ha gravato soprattutto sui contribuenti più ricchi - meditino i facili critici. Fra l'altro, è stata realizzata col consenso di una parte dei democratici, il che dimostra che è possibile fare assieme grandi riforme ma solo a condizione che non si scenda a compromessi sui principi. Alla riduzione delle aliquote dell'imposta sul reddito va aggiunta la riforma del trattamento fiscale degli ammortamenti, che determinò un considerevole boom degli investimenti.
Dal punto di vista reale poi, la reaganomics è stata un trionfo. Reagan, una volta superata la recessione ereditata dal suo predecessore, ha rimesso in moto l'economia americana, dando vita alla più lunga fase di espansione ininterrotta nella storia degli Stati Uniti in tempo di pace: 92 mesi, dal novembre 1982 al luglio 1990, un periodo in cui l'economia americana è aumentata, in termini reali, di circa un terzo. Quell'incremento è pari all'intera economia della Germania, o a due terzi dell'economia del Giappone! Nel 1992 Clinton ha avuto la fortuna di ereditare uno sviluppo reale del 4% all'anno, un'inflazione del 3%, una crescita degli investimenti dell'8% ed una disoccupazione nell'intorno del 5%.