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  1. #41
    Viva la piadina!!!
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    Citazione Originariamente Scritto da Nelson Visualizza Messaggio
    Stavo per scriverlo io. Sembra che tutti, in Italia, abbiano dimenticato il flop della teoria, basata appunto su un atto di fede, durante i primi 2 anni della prima amministrazione Reagan. Lo stesso Reagan la abbandonò prima che fosse troppo tardi per recuperare i danni prima delle successive elezioni presidenziali.
    Peccato che come indicano i dati (dati che propio a te sono stati fatti presente molte volte) indicano il contrario di quanto sostente (sai quelli di allroa sia qeulli del presente, sia quellidegli anni 20 che quelli delgi anni 60), questo come lo spieghi?

  2. #42
    Silvioleo
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    Citazione Originariamente Scritto da beppe2 Visualizza Messaggio
    Secondo la teoria di Laffer una riduzione delle aliquote porta a un'aumento delle entrate dello Stato. Peccato che i suoi tantativi di applicazione (vedi "reaganomics") non abbiano confermato la "teoria". Se fosse così semplice l'avrebbero già fatto tutti. Peccato che la realtà sia un po' diversa dalle favole...
    so già chje il secondo argomento bufala è che i paesi che sto per citare non si possono confrontare con l'italia, ma quel che dici è stato smentito in Usa,Estonia,Georgia (12%), Grecia (25%), Hong Kong, Lettonia, Lituania, Romania, Russia, Serbia, Slovacchia e Ucraina.

  3. #43
    Viva la piadina!!!
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    Citazione Originariamente Scritto da Nelson Visualizza Messaggio
    Strano, nel mondo reale risulta che le entrate tornarono ad aumentare in corrispondenza all'aumento della pressione fiscale, ma in misura inferiore al deficit provocato dall'approccio Keynesiano (massicce e crescenti commesse pubbliche) della seconda parte della prima amministrazione Reagan e di tutto il suo secondo mandato.
    Il mondo delle leggende è sicuramente meglio di quello reale, tanto squallido, dove la curva di laffer è una bufala.

    Falso... del resto lo dimostra anche il recente taglio fiscale in USA.

    Come mai si deve perforza di cose parlare contro l' evidenza dei fatti?


  4. #44
    Silvioleo
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    Negli Stati Uniti, le sforbiciate di John F. Kennedy misero benzina nel motore dell’economia, favorendo una crescita economica media del 5 per cento annuo tra il 1961 e il 1968: gli introiti fiscali crebbero del 62 per cento. L’aliquota marginale sul reddito, che Kennedy aveva piegato dal 90 al 70 per cento, fu drasticamente ridotta da Ronald Reagan, che la portò al 28 per cento, grazie anche al supporto di una nutrita pattuglia di parlamentari democratici. Una manovra tanto spregiudicata non produsse, come temevano i Bertinotti dell’epoca, una contrazione delle entrate: nel 1990 l’imposta sul reddito fruttò 1253 miliardi di dollari, contro i 517 di dieci anni prima, segnando un incremento, in termini reali, del 26 per cento. Non solo: il 5 per cento più ricco dei contribuenti, che nel 1980 pagava il 35 per cento del gettito dell’imposta sul reddito, nel 1990 ne sborsava il 49 per cento.
    Non solo paesi dell'Est, insomma.
    Nella Gran Bretagna di Margaret Thatcher le cose non andarono diversamente: nel 1979 il Cancelliere dello Scacchiere Sir Geoffrey Howe ridusse l’aliquota marginale dall’83 al 60 per cento; nel 1986 il suo successore Nigel Lawson la abbassò al 40 per cento. Nell’arco degli anni Ottanta il Pil pro capite crebbe del 24 per cento in termini reali. Il contributo dell’imposta sul reddito alle entrate fiscali complessive passò dal 55,9 al 58,2 per cento, mentre il contributo del 10 per cento più ricco della popolazione s’impennò dal 35 al 42 per cento del totale.

    L’esempio inglese è all’origine della riforma fiscale irlandese. Ha scritto il Commissario europeo al Mercato interno Charlie McCreevy: “quando all’inizio degli anni ’90, da ministro delle Finanze in Irlanda, cominciai a tagliare le tasse, molti temevano che la perdita di entrate sarebbe stata così massiccia da costringerci a fare marcia indietro. Accadde il contrario. La riduzione delle aliquote generò una più intensa attività economica, una maggiore lealtà da parte dei contribuenti, e un aumento dei proventi del fisco”. La riduzione dell’imposta sul reddito d’impresa dal 38 al 12,5 per cento causò un aumento delle entrate, tra il 1996 e il 2002, del 24,3 per cento all’anno.
    Non solo paesi dell'est, insomma

  5. #45
    Viva la piadina!!!
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    Alcuni dati :

    Alcuni dati sull' aumento del gettito:

    ANNO PERCENTUALE SU ANNO PRECEDENTE
    1982 3,2868
    1983 -2,9738
    1984 10,9721
    1985 10,142
    1986 4,7739
    1987 11,0586
    1988 6,35
    1989 9,06
    1990 4,098


    ANNO PERCENTUALE
    2003 -3,81
    2004 5,45
    2005 14,602
    2006 11,656 (Ago 06 vs Ago 05)


    Dal sito del Tesoro USA

    Oppure questa interessante conclusione di uno studio della Casa dei rappresentanti USA del 1996:

    "Conclusion

    The Reagan tax cuts, like similar measures enacted in the 1920s and 1960s, showed that reducing excessive tax rates stimulates growth, reduces tax avoidance, and can increase the amount and share of tax payments generated by the rich. High top tax rates can induce counterproductive behavior and suppress revenues, factors that are usually missed or understated in government static revenue analysis. Furthermore, the key assumption of static revenue analysis that economic growth is not affected by tax changes is di sproved by the experience of previous tax reduction programs. There is little reason to expect static revenue analysis to evaluate the economic or distributional effects of current tax reform proposals much better than it evaluated the Reagan tax program 15 years ago.


    Christopher Frenze
    Chief Economist to the Vice-Chairman"

    Relazione completa al link:

    http://www.house.gov/jec/fiscal/tx-g...t/reagtxct.htm

  6. #46
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    Citazione Originariamente Scritto da Silvioleo Visualizza Messaggio
    Negli Stati Uniti, le sforbiciate di John F. Kennedy misero benzina nel motore dell’economia, favorendo una crescita economica media del 5 per cento annuo tra il 1961 e il 1968: gli introiti fiscali crebbero del 62 per cento. L’aliquota marginale sul reddito, che Kennedy aveva piegato dal 90 al 70 per cento, fu drasticamente ridotta da Ronald Reagan, che la portò al 28 per cento, grazie anche al supporto di una nutrita pattuglia di parlamentari democratici. Una manovra tanto spregiudicata non produsse, come temevano i Bertinotti dell’epoca, una contrazione delle entrate: nel 1990 l’imposta sul reddito fruttò 1253 miliardi di dollari, contro i 517 di dieci anni prima, segnando un incremento, in termini reali, del 26 per cento. Non solo: il 5 per cento più ricco dei contribuenti, che nel 1980 pagava il 35 per cento del gettito dell’imposta sul reddito, nel 1990 ne sborsava il 49 per cento.
    Non solo paesi dell'Est, insomma.
    Nella Gran Bretagna di Margaret Thatcher le cose non andarono diversamente: nel 1979 il Cancelliere dello Scacchiere Sir Geoffrey Howe ridusse l’aliquota marginale dall’83 al 60 per cento; nel 1986 il suo successore Nigel Lawson la abbassò al 40 per cento. Nell’arco degli anni Ottanta il Pil pro capite crebbe del 24 per cento in termini reali. Il contributo dell’imposta sul reddito alle entrate fiscali complessive passò dal 55,9 al 58,2 per cento, mentre il contributo del 10 per cento più ricco della popolazione s’impennò dal 35 al 42 per cento del totale.

    L’esempio inglese è all’origine della riforma fiscale irlandese. Ha scritto il Commissario europeo al Mercato interno Charlie McCreevy: “quando all’inizio degli anni ’90, da ministro delle Finanze in Irlanda, cominciai a tagliare le tasse, molti temevano che la perdita di entrate sarebbe stata così massiccia da costringerci a fare marcia indietro. Accadde il contrario. La riduzione delle aliquote generò una più intensa attività economica, una maggiore lealtà da parte dei contribuenti, e un aumento dei proventi del fisco”. La riduzione dell’imposta sul reddito d’impresa dal 38 al 12,5 per cento causò un aumento delle entrate, tra il 1996 e il 2002, del 24,3 per cento all’anno.
    questo dovrebbe chiudere il discorso per qualunque persona di media intelligenza (quindi non i cogliones).

  7. #47
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    so già chje il secondo argomento bufala è che i paesi che sto per citare non si possono confrontare con l'italia, ma quel che dici è stato smentito in Usa,Estonia,Georgia (12%), Grecia (25%), Hong Kong, Lettonia, Lituania, Romania, Russia, Serbia, Slovacchia e Ucraina.
    USA e Hong Kong a parte, gli altri paesi sono certamente poco confrontabili in quanto già in forte crescita economica. Non puoi prendere come esempio una situazione in cui il gettito salirebbe anche se il governo non facesse nulla, non arrivi a conclusioni valide.
    There is no calamity greater than lavish desires.
    There is no greater guilt than discontentment.
    And there is no disaster greater than greed.

    Lao-Tzu

  8. #48
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    Negli Stati Uniti, le sforbiciate di John F. Kennedy misero benzina nel motore dell’economia, favorendo una crescita economica media del 5 per cento annuo tra il 1961 e il 1968: gli introiti fiscali crebbero del 62 per cento. L’aliquota marginale sul reddito, che Kennedy aveva piegato dal 90 al 70 per cento, fu drasticamente ridotta da Ronald Reagan, che la portò al 28 per cento, grazie anche al supporto di una nutrita pattuglia di parlamentari democratici. Una manovra tanto spregiudicata non produsse, come temevano i Bertinotti dell’epoca, una contrazione delle entrate: nel 1990 l’imposta sul reddito fruttò 1253 miliardi di dollari, contro i 517 di dieci anni prima, segnando un incremento, in termini reali, del 26 per cento. Non solo: il 5 per cento più ricco dei contribuenti, che nel 1980 pagava il 35 per cento del gettito dell’imposta sul reddito, nel 1990 ne sborsava il 49 per cento.
    Non solo paesi dell'Est, insomma.
    Nella Gran Bretagna di Margaret Thatcher le cose non andarono diversamente: nel 1979 il Cancelliere dello Scacchiere Sir Geoffrey Howe ridusse l’aliquota marginale dall’83 al 60 per cento; nel 1986 il suo successore Nigel Lawson la abbassò al 40 per cento. Nell’arco degli anni Ottanta il Pil pro capite crebbe del 24 per cento in termini reali. Il contributo dell’imposta sul reddito alle entrate fiscali complessive passò dal 55,9 al 58,2 per cento, mentre il contributo del 10 per cento più ricco della popolazione s’impennò dal 35 al 42 per cento del totale.

    L’esempio inglese è all’origine della riforma fiscale irlandese. Ha scritto il Commissario europeo al Mercato interno Charlie McCreevy: “quando all’inizio degli anni ’90, da ministro delle Finanze in Irlanda, cominciai a tagliare le tasse, molti temevano che la perdita di entrate sarebbe stata così massiccia da costringerci a fare marcia indietro. Accadde il contrario. La riduzione delle aliquote generò una più intensa attività economica, una maggiore lealtà da parte dei contribuenti, e un aumento dei proventi del fisco”. La riduzione dell’imposta sul reddito d’impresa dal 38 al 12,5 per cento causò un aumento delle entrate, tra il 1996 e il 2002, del 24,3 per cento all’anno.
    Non solo paesi dell'est, insomma

    Purtroppo quando certi temi sono affronati ideologicamente e non sulla base dei fatti, succede che questi ultimi siano lasciati da parte.

  9. #49
    Silvioleo
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    Citazione Originariamente Scritto da Skepto Visualizza Messaggio
    USA e Hong Kong a parte, gli altri paesi sono certamente poco confrontabili in quanto già in forte crescita economica. Non puoi prendere come esempio una situazione in cui il gettito salirebbe anche se il governo non facesse nulla, non arrivi a conclusioni valide.
    Ho aggiunto pure Inghilterra e Irlanda, il gettito aumenta, c'è poca da fare. E a quanti parlano di Reagan è bene ricordare che, se negli anni immediatamente successivi ai tagli fiscali il bilancio regsitro0' forti passivi, nel medio-lungo termine ha beneficiato di entrate cospicue dovute alla crescita generata dai tagli fiscali di cui sopra.

  10. #50
    Silvioleo
    Ospite

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    il problema della fattibilità di una flat tax non sono i soldi, e nemmeno la costituzione...il problema è che un cittadino più libero, alle prese con un sistema semplicissimo che rende + difficile ai politici controllare le nostre vite, non piace ai politici stessi.

 

 
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