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  1. #51
    Rosso è bello
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    INCHIESTA ITALTEL: PROCURA, PRODI NON E' INDAGATO

    BOLZANO - "Escludiamo che il Presidente del Consiglio dei Ministri sia indagato nella nostra indagine.Vero è che da anni stiamo indagando sulle modalità di acquisizione da parte della Siemens di una quota significativa dell'Italtel quando questa, a metà degli anni '90, era in fase di privatizzazione'': lo dicono il procuratore capo della Repubblica di Bolzano, Cuno Tarfusser, ed il sostituto Guido Rispoli che conduce l'inchiesta. Il riferimento è a quanto pubblicato oggi da Il giornale con il titolo in prima pagina 'Una procura setaccia gli affari di Prodi''.

  2. #52
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    Affare Italtel, ecco le carte che tirano in ballo Prodi

    di Gianmarco Chiocci e Gianluigi Nuzzi

    Vi sono documenti acquisiti nelle indagini per corruzione e concussione sulla vendita di Italtel ai tedeschi di Siemens, avvenuta con protocollo d’intesa del 12 maggio 1994, che sembrano smentire la precisazione stilata ieri da palazzo Chigi. Lo staff di Prodi si è infatti affrettato a dire che «la valutazione e la decisione in merito (alla vendita, ndr) rientravano nella esclusiva sfera di competenza della società interessata (Italtel Spa) e della controllante (Stet Spa), in considerazione anche della struttura organizzativa e del sistema dei rapporti esistenti nell’ambito del gruppo Iri». Che all’epoca vedeva Romano Prodi presidente.

    In realtà, questa vicenda rischia di imbarazzare l’inquilino di Palazzo Chigi. Tra le numerose carte acquisite sia dall’autorità giudiziaria di Monaco che sta conducendo una maxi inchiesta sulle tangenti pagate da Siemens nel mondo, sia, almeno in parte, dai pm di Bolzano, vi sono parecchi documenti in cui si fanno riferimenti diretti al Professore. E che sicuramente hanno indotto i magistrati a spedire la Guardia di finanza, il 19 febbraio, nella sede milanese di Goldman Sachs, la banca d’affari investita da Siemens per portare Italtel sotto l’ombrello tedesco. E acquisire documenti. Negli uffici della banca è spuntato anche un file intestato «MTononi/memo_Prodi 02.doc» che evidentemente andrà sviluppato. «MTononi», per esempio, potrebbe trattarsi di Massimo Tononi, 41 anni, attuale sottosegretario all’Economia. Si tratta di un manager di primo piano di Goldman Sachs: nel periodo 1988-1993 ha lavorato presso l’ufficio di Londra, occupandosi soprattutto di fusioni e acquisizioni tra imprese. Dal 1993 venne scelto come assistente personale proprio da Prodi, quando il Professore nel maggio di quell’anno interruppe le sue consulenze con la stessa Goldman Sachs per diventare presidente dell’Iri. Nel 1994 Tononi tornò in Goldman Sachs dove vi rimase fino allo scorso anno. Ovviamente anche Tononi non è indagato nell’inchiesta di Bolzano ma è uno dei personaggi che ritroviamo nel 1999, nel gruppo di lavoro per il progetto «Salomon» (dividere le attività mobili della telefonia da quelle fisse, trasferendo le prime a Siemens e lasciando le seconde alla futura Telecom). Alla squadra partecipava anche Claudio Costamagna, già uomo Italia per Goldman Sachs, amico di Angelo Rovati e considerato storicamente vicino al gruppo prodiano. Sino a cercare di fondere la sua società di consulenza con la Mittel del banchiere Giovanni Bazoli. Il quadro si può chiudere con qualche curiosità: in quegli anni il capufficio stampa di Italtel era Silvio Sircana, attuale portavoce del governo. Mentre il capo dell’ufficio legale era quella Patrizia Grieco, accreditato manager della piazza lombarda. I due vennero poi immortalati nello scorso settembre al ristorante Bolognese di Roma (vedi fotonotizia in fondo alla pagina).
    Tornando ai mesi prima dell’accordo tra Italtel (Iri) e Siemens può offrire qualche chiave di lettura la lettera protocollata riservata con la quale il 3/2/93 il responsabile di Goldman Sachs Francoforte, Arthur Walter, caldeggiava la propria banca d’affari al capo delle fusioni e acquisizioni di Siemens Germania per l’affare Italtel. «Sottolineiamo la conoscenza di Goldman Sachs del gruppo Iri - si legge - e del suo management... circostanza che potrebbe essere estremamente importante per una potenziale negoziazione (di Italtel, ndr)... Tra le operazioni eseguite in Italia da Goldman Sachs ci preme indicare l'acquisizione dell’Eni del controllo su Enimont... mentre come “Capital Markets/Corporate” sottolineiamo l’offerta per la privatizzazione del Credito Italiano seguita a favore dell’Iri nel 1991 (con Prodi presidente, ndr)... e Goldman Sachs quale manager per l’offerta Stet a favore dell’Iri nel giugno del ’92». Nel documento Walter enfatizza che «a partire dal mese del marzo del 1990 il nostro “senior advisor” per la Goldman Sachs in Italia è il professor Romano Prodi». E qui dedica diversi capoversi rievocando i punti salienti delle precedenti esperienze professionali, «che è già stato all’Iri, è stato ministro dell’Industria, nel comitato scientifico di Nomisma». E conclude osservando che «sarebbe quindi un pregio e di grande valore la possibilità di presentarLe i nostri colleghi ed esperti industriali italiani per discutere le alternative concernenti Italtel».

    Post scriptum non afferente le indagini: negli anni caldi di Italtel il responsabile sicurezza dell’azienda era un giovane e rampante Giuliano Tavaroli, che dieci anni più tardi, diventato capo della security di Telecom, verrà coinvolto nell’inchiesta milanese sui dossier illegali.

    giovedì 19 aprile 2007, 09:14 - tratto da http://www.ilgiornale.it/

  3. #53
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    Il pm: "sospetto di tangenti"

    di Gianmarco Chiocci e Gianluigi Nuzzi

    Procuratore Cuno Tarfusser, alcune agenzie di stampa le attribuiscono questa frase: «Escludiamo di avere in atto un qualsiasi tipo di indagine a carico del presidente del Consiglio dei ministri. L’indagine riguarda possibili pagamenti illeciti da parte della Siemens nell’ambito dell’acquisizione di una quota dell’Italtel, vicenda che risale alla metà degli anni ’90. Tutto il resto è speculazione politica alla quale noi ci sottraiamo».

    «Ma io questa frase non l’ho mai detta così. Io ho detto: “Escludiamo che il presidente del Consiglio dei ministri sia indagato nella nostra indagine”.
    Mai parlato di speculazioni. Il Giornale ha compiuto, per la parte che conosco delle indagini, una ricostruzione sostanzialmente corretta».

    -Le frasi a lei attribuite se le sono inventate?
    «Guardi, da anni stiamo indagando sulle modalità di acquisizione da parte della Siemens di una quota significativa dell’Italtel. Non si tratta di un’indagine di questi giorni... ».

    -Quindi indagate per corruzione sulla vendita di Italtel (gruppo Iri) a Siemens?
    «Sì certo, è corretto. Siamo partiti dall’accertato pagamento di Siemens, tramite fondi neri, a Giuseppe Parrella di circa 10 miliardi di lire a titolo di “mediazione”. Ora verifichiamo doverosamente se gli organi che controllavano Italtel abbiano ottenuto illeciti pagamenti dalla Siemens per avvantaggiarla rispetto agli altri acquirenti, ovvero At&t, Alcatel, Ericsson...».

    -E perché avete acquisite le fatture fatte dal presidente Prodi alla Goldman Sachs, advisor di Siemens?
    «Su questo e sulle altre acquisizioni compiute in Italia non posso risponderle per un ovvio dovere di riservatezza investigativa».

    -Insisto, perché avete delegato anche accertamenti patrimoniali sui Prodi e le loro società?
    «Anche questo è argomento coperto dal segreto. Stiamo verificando anche tramite rogatorie se ci sono stati pagamenti illeciti della Siemens verso l’Italia e chi siano stati gli eventuali percettori di dette somme».

    A Bloomberg dichiarò che vi sono «alcune indicazioni che fondi di Siemens furono utilizzati per corrompere esponenti italiani». Avete delle idee precise?
    «Noi guardiamo ai fatti e questi sono che Parrella ha ottenuto 10 miliardi tramite società off shore affinché un certo affare nell’ambito della telefonia che si stava privatizzando si orientasse nell’interesse di Siemens vista anche la concorrenza. L’ipotesi è che ci sia un illecito, una corruzione sottostante. Se in una gara per la telefonia mobile ci sono più concorrenti se uno vuole essere preferito non è lecito. Se lui vince ha avuto una corsia preferenziale per effetto di qualche intervento oleoso... è un’ipotesi investigativa».

    Qual è il ruolo di Goldman Sachs?
    «È una domanda da un lato pertinente, dall’altro molto delicata perché fa parte dell’indagine».

    E il ruolo di Prodi?
    «Il “non poteva non sapere” è lontano mille miglia dalla nostra forma mentis. Se anche dovessimo accertare che sapeva dell’operazione Italtel-Siemens bisognerà vedere se c’è stato un suo interesse personale... magari era per il sì perché pensava che la vendita fosse nell’interesse del Paese».

    Dalle indagini più recenti dei tedeschi è emerso un nuovo conto segreto a Salisburgo sul quale sarebbero transitate tangenti Siemens per centinaia di migliaia di euro versate in tutto il mondo... potrebbe essere rilevante anche per la vostra inchiesta?
    «Ci interessa particolarmente, stiamo già dialogando per avere gli estratti fino al 2002».

    tratto da http://www.ilgiornale.it/

  4. #54
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    Ecco gli accertamenti compiuti dagli inquirenti ... sul conto del Professore

    In relazione alle precisazioni della presidenza del Consiglio Il Giornale conferma che la procura di Bolzano ha disposto degli accertamenti su Romano Prodi sebbene il premier non sia indagato come risulta già dagli articoli pubblicati ieri.
    La polizia giudiziaria su delega del Pm Guido Rispoli ha infatti acquisito:
    - il 5/10/2006 presso lo studio del dottor Piero Gnudi, commercialista di Prodi, documenti e fatture emesse dalla società di consulenza Ase dei Prodi alla Goldman Sachs International, advisor di Siemens per Italtel;
    - il 19/10/2006 presso il nucleo di polizia tributaria di Bologna il fascicolo con fatture, documenti, rapporti della GdF datati 1° ottobre 1999 sempre relativi alla società Ase dei Prodi. E, quindi, tutte le fatture della Ase pagate da Goldman Sachs dal ’90 al ’95;
    - il 19/02/2007 presso la sede milanese della Goldman Sachs documenti sui rapporti Iri/Goldman Sachs sequestrando atti e anche file intestati anche all’attuale presidente del Consiglio dei ministri.
    Inoltre sono stati compiuti accessi all’anagrafe tributaria sui coniugi Prodi, su immobiliari a loro riconducibili, sulla società Ase e altri, con analisi delle compravendite immobiliari e delle relative operazioni finanziarie riportate.

    tratto da http://www.ilgiornale.it/

  5. #55
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    Gino Strada: Interpellanza del sen. Antonio Del Pennino

    Riproduciamo il testo dell'interpellanza a risposta urgente al presidente del Consiglio e al ministro degli Esteri che reca le firme di Del Pennino, Quagliariello, Saro, Pastore, Biondi, Pitelli e altri.

    Premesso che:

    - nell'intervista rilasciata a Guido Ruotolo, apparsa sulla "Stampa" del 2 aprile, alla domanda del giornalista: "nel corso dei suoi tre contatti telefonici con Dadullah, era chiaro che l'oggetto dello scambio erano i due ostaggi?", il dott. Gino Strada ha risposto: "Sì. Non voglio fare commenti, ma il governo italiano nei colloqui con me non ha mai neanche nominato Adjamal. Però immagino che fossero d'accordo sul fatto che noi l'avessimo chiesto. Su questo non voglio aprire una polemica";

    - tale affermazione appare in assoluto contrasto con quanto ripetutamente dichiarato dal governo di essersi mosso per la liberazione di entrambi gli ostaggi e in particolare con quanto dichiarato dall'On. D'Alema alla Camera nella seduta del 16 Aprile 2007, in cui aveva affermato che "il Governo italiano chiedeva a Gino Strada che la consegna effettiva dei tre rilasciati avenisse in cambio della liberazione effettiva e contestuale dei due ostaggi – di entrambi, lo ripeto – ancora nelle mani dei rapitori";

    si chiede di sapere quali siano state le effettive indicazioni date dal Presidente del Consiglio e dal Ministro degli Esteri, sia direttamente, sia tramite l'ambasciatore italiano a Kabul, al dott. Gino Strada in relazione alle trattative per la liberazione del giornalista Daniele Mastrogiacomo e del suo interprete Adjamal Nashkbandi, conclusesi con il salvataggio del giornalista di "Repubblica", ma con la decapitazione del cittadino afgano.

    tratto da http://www.pri.it

  6. #56
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    Predefinito Fiamma Nirenstein su "Il Giornale"

    Dal GIORNALE del 17 maggio 2007:

    Per me, un ministro degli Esteri europeo oggi deve avere una missione prioritaria: essere uno scudo delle democrazie occidentali, promanare un messaggio di coraggio e di audacia concettuale di fronte al grande attacco terrorista mondiale, di autentica ricerca della pace contro il massimalismo, insomma, di innovazione perché la situazione mondiale è nuova. Un ministro degli Esteri deve dare il senso di appartenere anima e corpo a una civiltà, a un pensiero, all’alleanza delle democrazie. La destra e la sinistra non c’entrano, c’entra la capacità innovativa di fronte all’eruzione di nuovi problemi internazionali.
    Ma D’Alema non è nato per questo, perché è un conservatore di sinistra. Un militante. Era davvero meglio che facesse il presidente della Repubblica, un ruolo fatto per esplicitare buoni sentimenti, come sostenne Giuliano Ferrara con atteggiamento un po’ paradossale. Come ministro degli Esteri ha un problema fondamentale: i suoi sentimenti «antimperialisti» sotto una sottile superficie bollono e quindi ben presto eruttano come lava, D’Alema aspetta sempre D’Alema all’angolo. Ha cercato di avere un buon rapporto con gli americani, si è inventato la formula dell’equivicinanza nel conflitto Medio Orientale (mentre è evidente che una democrazia che ha offerto tutto e ha ricevuto in cambio terrore, non può avere lo stesso atteggiamento verso un mondo autoritario, terrorista e teocratico); ha dedicato le sue migliori energie all’Unifil, sostenendo che avrebbero salvato il Libano e Israele dal riarmo degli Hezbollah; si è arrabbiato contro i due disgraziati comunisti che gli hanno mandato in crisi il governo sul rifinanziamento della missione in Afghanistan... Ma non ce l’ha fatta proprio a sostenere quella parte liberal clintoniana; il suo cuore e la sua mente appartengono al tempo e allo schieramento in cui gli Usa come Israele sono sinonimo di oppressione, prepotenza, imperialismo.
    Il rapporto con Condi Rice è saltato sulla vicenda Mastrogiacomo, sulla pretesa acquiescenza Usa che non c’era, sulla scelta italiana delle mediazioni movimentistiche. Senza scordarci che comunque, anche con le dovute cerimonie, l’Italia ha lasciato l’Irak come primo gesto di politica estera.
    In Libano, mentre continua l’assedio degli Hezbollah al governo di Seniora e a Israele, è noto che Nasrallah è già pronto con nuove armi iraniane, passate dal confine siriano, alla prossima guerra. L’Unifil è stata una delusione. E resterà indimenticabile l’immagine di D’Alema il 14 agosto a braccetto con gli Hezbollah in un corteo che ispeziona le rovine della guerra nel quartiere di Beirut che più che Libano è da tempo Nasrallahland.
    Per Israele, è stato un continuo rimprovero: ricordiamo solo la condanna per l’uso eccessivo della violenza durante la guerra in Libano in cui gli Hezbollah attaccavano con i missili i civili di Haifa e di Kiriat Shmone e si facevano scudo dei loro civili (mai una parola italiana su questo pur cruciale tema che vanifica la convenzione di Ginevra); e l’affermazione irrazionale per cui la strage di Beit Hanoun (a Gaza, un edifico in cui per errore furono uccisi dei cittadini fra cui otto bambini) è non un caso, ma il «frutto di una politica, di una scelta sbagliata... c’è chi di fronte a questa scelta parla di un errore! Come un errore!», disse D’Alema. Il ministro degli Esteri italiano crede nel suo retaggio ideale: seguita a pensare che gli Usa abbiano posto una sorta di veto sulla politica mediorientale; che sia per l’Irak che per le altre questioni dell’Islam questo vada contrastato; ed ha anche la convinzione, ormai obsoleta, che Israele resti il motore, alimentato dagli Usa dei conflitti del Medio Oriente; e che il terrorismo, come ha detto più volte, non vada visto «in maniera semplificata». Sull’Iran siamo ambigui, su Hamas possibilisti, sull’Afghanistan perplessi e dubitosi, sull’Irak ci piace considerarlo un sintomo delle insufficienze di Bush, non diamo segno di sostenere in maniera consistente i dissidenti che vengono condannati, torturati, uccisi. La nostra lodevole battaglia contro la pena di morte dovrebbe tenerne più conto.
    In poche parole, D’Alema non ha un messaggio morale chiaro, non consegna alla gente nessuna arma concettuale perché insegnino ai propri figli a difendere la nostra vita e la nostra cultura,non spinge il mondo islamico a prendere responsabilità, non insegna a lottare contro il terrorismo per amore della libertà.
    omar proietti

  7. #57
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    Un caso "speciale"
    La crisi della politica e le preoccupazioni del partito di D'Alema

    Al termine di una giornata piuttosto convulsa per la pubblicazione dei verbali dell'interrogatorio del comandante generale della Guardia di Finanza, Roberto Speciale, la "Velina Rossa" di Pasquale Laurito "diffidava" dallo stabilire collegamenti tra la vicenda concernente il viceministro Visco e l'intervista rilasciata dal vicepremier Massimo D'Alema al "Corriere della Sera" sulla crisi della politica.



    Secondo la "Velina Rossa", infatti, si sarebbe voluto "addirittura far credere che tale intervista sia stata rilasciata per rispondere alla canea montante", quando, sostiene, "tutto si può dire di D'Alema, ma immaginare che possa ricorrere a questi mezzucci per interesse personale significa non conoscere la razionalità del personaggio".

    Ma è proprio perché noi conosciamo la proverbiale e comprovata razionalità del personaggio, che restammo colpiti dal fatto che, nel momento nel quale il governo, a sentire lui, aveva avuto ottimi risultati (la politica estera era la migliore possibile, il Partito democratico, voluto sempre da D'Alema, appariva come la risposta ai problemi futuri del paese, etc.), ecco che la Repubblica – nonostante tutto - rischiava il tracollo. E perché mai, ci siamo chiesti, un quadro così roseo e felice si dovrebbe accompagnare ad un collasso di fiducia dei cittadini italiani, nemmeno si ignorassero i meravigliosi e progressivi risultati di una politica cotanto capace? Dov'è la ratio?

    In fondo, quando nel 1992 implose un sistema, c'era delusione verso il governo, malcontento verso la classe politica, inchieste giudiziarie ovunque.

    Adesso invece, a leggere D'Alema, tutto va benissimo eppure la politica è in crisi. Forse i cittadini italiani sono impazziti? "Sono dei matti", per dirla con Prodi? Allora, quando abbiamo letto i verbali di Speciale, che muovevano un'accusa gravissima ad un viceministro dell'attuale governo, abbiamo pensato che forse davvero avesse ragione D'Alema, ma per quello che ancora non si era visto e non si sapeva, e cioè un'ingerenza della politica su un corpo dello Stato, legata ad un interesse di parte. Non è detto che tale accusa sia vera - anche noi conosciamo Visco come un galantuomo e quindi siamo oltremodo stupiti di quanto abbiamo letto - ma è altrettanto vero che il generale Speciale è un servitore dello Stato di comprovata affidabilità.

    Temiamo che prima di dipanare una tale matassa ci vorrà tempo e la tela potrebbe anche disfarsi irrimediabilmente. Tanto è vero che vediamo un certo nervosismo affiorare nei Ds perché collegato alla vicenda Unipol, per loro ben poco gratificante. Ma quando leggiamo che un deputato molto vicino all'onorevole D'Alema, l'onorevole La Torre, avverte: "non faremo la fine di Craxi", strabiliamo! Sono già a questo punto? Se è così ci dispiace, anche perché l'onorevole Craxi aveva dei meriti politici indiscutibili. Innanzitutto il braccio di ferro intrapreso con il Partito comunista per modernizzare la sinistra italiana. E quali che fossero i mezzi usati, il braccio di ferro Craxi lo aveva vinto. Semmai la fine ingloriosa di Craxi, vilipeso e braccato, ha compromesso i risultati conseguiti. Dai Ds invece, dal loro alto senso morale berlingueriano, ci si aspettava molto.

    E sarebbe davvero tragico scoprire che invece si sarebbero preoccupati di salvaguardare i loro affari dalla posizione di governo, a costo di inibire l'azione dei corpi dello Stato. Ci rifiutiamo di credere ad una tale ignominia. Ma proprio perché l'accusa tratta di questo, su questo serve una chiarezza assoluta, una trasparenza cristallina, una certezza a prova di bomba. Perché altrimenti, senza possedere i meriti di Craxi, la loro fine sarà peggiore.

    Veniamo allora alla crisi della politica. Di ragioni ce ne sono infinite, e anzi potremmo dire che la stessa vita democratica di un paese prevede di per se stessa una crisi, perché la democrazia pretende sempre un superamento, un aggiornamento, un'evoluzione. La politica italiana appare invece ingessata. Basta pensare che in Inghilterra si è ritirato un leader giovane e brillante come Blair nell'età in cui più o meno in Italia si entra in Parlamento per la prima volta. E che sempre in Italia il presidente del Consiglio attuale era uomo di governo nella prima metà degli anni '70. Questo tanto per capire quali siano i nostri tempi. E' chiaro che in queste condizioni c'è un distacco inevitabile, perché non c'è rinnovamento. Ma se il problema fosse solo questo, non ci sarebbe di che preoccuparsi. In fondo, il ricambio generazionale, ad un dato momento, diventa sintomatico. Purtroppo ci pare di capire che le preoccupazioni siano, almeno in casa Ds, ben più gravi.

    Roma, 23 maggio 2007

    tratto da http://www.pri.it

  8. #58
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    "hai ragione, ma non c'è un premier. A volte quando gli parlo non sai se è sveglio o se sonnecchia".

  9. #59
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    D'Alema, i veleni delle spie Telecom
    e i conti segreti in Sud America





    Spunta un dossier per incastrare il ministro: «Fondi movimentati al capo della Farnesina»
    PAOLO COLONNELLO
    Sono due righe scritte in inglese all’interno di un voluminoso rapporto «privilegiato e strettamente confidenziale» intitolato «Project Tokyo» e redatto dagli uomini della Kroll, l’agenzia di investigazioni private americana più importante del mondo. Due righe che si ritrovano anche in alcune e-mail intercettate dagli uomini della Security Telecom di Giuliano Tavaroli sul computer di un agente della Kroll, tale Erginsoy, e che finiscono in un gigantesco file che racconta la guerra tra Marco Tronchetti Provera e Daniel Dantas (titolare del fondo brasiliano CvC-Opportunity) per il controllo di Brasil Telecom: il rapporto «K».

    Una storia di anni fa ma resa attuale dal caso Visco-Speciale
    Due righe che però riguardano anche la politica italiana e ne sono forse il cuore avvelenato delle polemiche di questi giorni che, dietro il caso Visco-Speciale, il caso Antonveneta-Unipol, e il caso Telecom, puntano in un’unica direzione, rivelare ciò che nei chiacchiericci romani si mormora da tempo e che lega in fondo, e vedremo il perché, tutte queste storie: l’esistenza di conti segreti di alcuni esponenti della maggioranza, in particolare del ministro degli Esteri Massimo D’Alema. Esistono questi conti? Negli atti in mano alla Procura milanese delle varie inchieste condotte negli ultimi due anni, c’è un solo riferimento a questa circostanza ed è contenuto in quel file dell’indagine Telecom. Due righe, non di più, di cui La Stampa è in grado di rivelare il contenuto. Eccole: «Source intelligence in Italy indicates that Inepar (un fondo brasiliano, ndr) was the company that moved funds for the then Prime Minister D’Alema, which involved Tl activities». Tradotto in italiano significa che «fonti d’intelligence in Italia indicano che Inepar era la società che ha movimentato i fondi per l’allora primo ministro D’Alema, che ha coinvolto le attività di Telecom».

    L’origine: è il rapporto della Kroll stilato ai tempi dello scontro su Brasil Telecom
    In una e-mail datata 29 marzo 2004, tale Charles della Kroll scrive anche: «Mi piace questo angolo di Inepar... Ho saputo qui in Italia che Inepar era la società che ha movimentato i soldi per D’Alema, coinvolto nelle attività di Telecom...». Nello stesso rapporto si ricostruiscono anche le varie scalate Telecom, attribuendo quella «dell’era Colaninno», ma è cosa nota, sempre alla benevolenza di D’Alema. Sono accuse gravi che però si fermano qui, non trovano cioè altri riscontri, pezze d’appoggio, documenti per dimostrare un’affermazione tanto pesante quanto palesemente, almeno in quei rapporti «confidenziali», non dimostrata. Eppure questa storia di un presunto conto in Brasile dell’attuale ministro degli Esteri viene scritta nero su bianco e viene da una parte consegnata dalla Kroll ai suoi committenti brasiliani, dall’altra intercettata dagli uomini del «Tiger Team» di Fabio Ghioni che la ritrasmette a Tavaroli insieme al dossier completo delle attività Kroll in Brasile, spionaggio su Tronchetti e famigliari compreso. Diventa cioè uno dei tasselli del gigantesco puzzle di misteri e dossier che da mesi sta avvelenando la vita politica italiana.

    Telecom e Unipol
    Per capire infatti il duro scontro in atto in questi giorni tra maggioranza e opposizione sul caso Visco-Speciale, bisogna allargare il campo anche alla vicenda Telecom e al giro di spioni pubblici e privati che la animano, nonché interpretare correttamente i risvolti della vicenda Unipol, contestualizzando il tutto in uno scenario più generale. Non si tratta necessariamente di descrivere un gigantesco complotto, ma di seguire le tracce di una serie di avvenimenti che si concatenano tra loro e che offrono, a chi le sa sfruttare, opportunità di ricatto o di scambi silenziosi. Ma non limpidi. Dunque: il «Progetto Tokyo» e i suoi inquietanti contenuti (dentro e in alcuni allegati si trovano anche riferimenti a Berlusconi e al suo ruolo nella partita Telecom) vengono intercettati nel 2004.

    Gli spioni
    La prima domanda è: chi sarà mai la fonte «d’intelligence» in Italia che fa sapere agli uomini della Kroll dell’esistenza di soldi di Massimo D’Alema movimentati in un fondo brasiliano? Mistero. Impossibile non notare però un verbale del 14 dicembre scorso davanti al gip Gennari e ai pm dell’inchiesta Telecom reso dal dirigente del Sismi Marco Mancini, accusato di aver passato informazioni riservate del servizio alla premiata ditta Tavaroli & Co. Ebbene, Mancini racconta di aver ricevuto «dopo il 2003» dei dossier sui conti esteri di alcuni politici della Quercia e dell’Udc che gli sono stati consegnati da Emanuele Cipriani, investigatore fiorentino legato ad ambienti massonici (è buon amico della famiglia Gelli), nonché principale fornitore dei dossier ordinati da Telecom e animatore di un network di investigatori e uomini delle Forze dell’Ordine che arrotondano i loro stipendi trafugando informazioni dalle banche dati riservate dello Stato.

    Laziogate
    Cipriani è anche legato ad ambienti della destra, visto che si arriva a lui indagando sull’oscura vicenda del Laziogate, dove, secondo le accuse, l’ex presidente della Regione Lazio, Francesco Storace, si avvale di alcuni uomini del network di Cipriani per far spiare e fabbricare falsi dossier su Alessandra Mussolini e Piero Marrazzo, entrambi suoi concorrenti alla poltrona della presidenza della Regione Lazio. Non si capisce a che titolo e con quali mezzi Cipriani abbia indagato su presunti conti esteri della Quercia («dossier Oak») e del segretario Udc Lorenzo Cesa. Fatto sta che un bel giorno Cipriani consegna queste carte a Mancini. Il quale le porta all’allora capo del Sismi Nicolò Pollari. E qui iniziano i problemi. Mancini spiega infatti ai magistrati che Pollari gli consigliò di contattare i diretti interessati per sottoporre loro quel materiale. Procedura davvero singolare: un alto dirigente delle istituzioni viene a conoscenza di fondi segreti di esponenti di spicco della politica italiana e invece di rivolgersi alla magistratura o di ordinare indagini più approfondite, ritiene di doverli sottoporre, o almeno così sostiene un suo subordinato, ai diretti interessati. I quali, afferma Mancini, definirono quelle carte delle «fesserie». I diretti interessati, ovvero il senatore diessino e braccio destro di D’Alema, Nicola La Torre, e il segretario Udc, Lorenzo Cesa, smentiscono però questa versione dicendo di non avere mai saputo niente di dossier sui conti esteri fatti vedere da Mancini. La cosa sembra finire lì.

    Unipol e Abu Omar
    Nel frattempo, tra il 2003 e il 2005, succedono cose straordinarie. La magistratura milanese apre un’inchiesta sulla scalata Antonveneta scoprendo anche risvolti sulla scalata Unipol Bnl, con intercettazioni che vengono definite «politicamente imbarazzanti» per alti esponenti diessini. Quasi contemporaneamente si scopre anche che un cittadino egiziano sospettato di terrorismo, Abu Omar, è stato rapito nel marzo del 2003 in una strada di Milano da un commando di agenti della Cia con la complicità di agenti italiani (e forse di uomini che hanno operato con la Security Telecom) e che del sequestro era informato l’ex capo del Sismi Pollari, nonché lo stesso Marco Mancini - che pure per questa vicenda verrà arrestato - ed esponenti del governo Berlusconi. Dunque, ci sono a questo punto due storie che si muovono parallelamente e che tra la primavera e l’estate scorsa sembrano raggiungere lo zenith: l’inchiesta Antonveneta-Unipol-Bnl, che porta a scoprire il pagamento da parte di Emilio Gnutti di una consulenza di 50 miliardi di lire a Giovanni Consorte (presidente Unipol) e Ivano Sacchetti (il vice) per la rinegoziazione della vendita Telecom a Tronchetti Provera; dall’altra l’inchiesta sul sequestro Abu Omar che fa finire sotto accusa lo stesso Pollari per il quale la procura chiede il rinvio a giudizio con l’accusa di concorso in sequestro di persona. Sullo sfondo intanto inizia a muoversi l’indagine sui dossier Telecom.

    Il caso Visco
    È in questo momento caldissimo, luglio 2006, che s’inserisce la decisione del vice ministro Visco di rimuovere da Milano la catena di comando della Gdf. Una decisione che subito, nonostante le decise smentite del viceministro, qualcuno accredita come determinata dall’indagine condotta dalla Gdf sulla scalata Unipol-Bnl. Perché? Perché da quell’indagine sono scaturite alcune intercettazioni su vari uomini politici che solo in questi giorni un perito incaricato dal gip Clementina Forleo sta trascrivendo in vista di un’udienza peritale prevista per lunedì prossimo. Eppure una di queste intercettazioni, nemmeno trascritta ma conservata in un file a disposizione di almeno una decina di computer di inquirenti e investigatori, finisce sulle pagine de «Il Giornale». È la famosa conversazione tra il segretario dei Ds Piero Fassino e l’allora presidente di Unipol Giovanni Consorte («Allora abbiamo una banca?»). Nulla di penalmente rilevante eppure, squadernata verso il finire della campagna elettorale (era aprile) deflagra come una bomba e ingenera nuovi sospetti sulla possibilità che esistano ben altre conversazioni e maggiori compromissioni. Il fatto poi che Gnutti abbia pagato una cifra esorbitante, 50 miliardi, allo stesso Consorte per una consulenza sulla vendita Telecom tuttora all’attenzione della Procura milanese e che questi soldi, prima di rientrare in Italia per essere sequestrati, abbiano preso aria su dei conti esteri, ingigantisce ipotesi e presunti misteri. Chi ha passato quella intercettazione al Giornale? Fonti autorevoli sostengono che quell’intercettazione sia giunta da ambienti romani e non da via Fabio Filzi, sede della Gdf milanese. Eppure fare credere il contrario conviene a chi vuole accreditare l’idea di una vendetta politica del viceministro nei confronti dei quattro ufficiali milanesi da trasferire. Nel frattempo si consuma, lontano dai riflettori, lo scontro tra Visco e Speciale. Gli ufficiali alla fine non verranno rimossi e anche questa storia cade nell’oblio. In realtà diventerà il detonatore di una bomba ad orologeria che un anno più tardi, cioè ai giorni nostri, verrà fatta esplodere rianimando gli spettri dei conti esteri della Quercia. Per giunta proprio a ridosso dell’udienza davanti al gip che dovrà finalmente rendere conto delle intercettazioni Unipol-Bnl, un centinaio, non di più.

    E il Sismi tace
    Sono davvero così esplosive queste intercettazioni? Chi le ha potute ascoltare, sostiene che non vi sia nulla di più di qualche affermazione che potrebbe provocare degli imbarazzi politici. E allora? Perché tutta questa inquietudine? Perché in realtà qualcosa che porta a dei conti esteri della Quercia esiste, si trova invece agli atti dell’inchiesta Telecom ed è, al momento, la frase che abbiamo pubblicato. Lo intuiscono perfettamente anche alla segreteria dei Ds che, non a caso, due settimane fa si presentano in Procura con il tesoriere Sposetti costituendosi parte offesa e facendo riferimento proprio ai dossier di cui ha parlato l’ex capo del controspionaggio Marco Mancini. Manca infine ancora una versione, quella dell’ex capo del Sismi Niccolò Pollari, per il quale il governo Prodi, a differenza di Berlusconi, si spende fino ad entrare in conflitto aperto con la Procura di Milano opponendo sul caso Abu Omar il segreto di Stato e rivolgendosi alla Consulta per scaricare sui pm milanesi accuse da galera. E’ Pollari, stando a Marco Mancini, che ha potuto vedere bene questi dossier sui conti della Quercia e di Massimo D’Alema. E che forse potrebbe avere un’idea a quale fonte d’intelligence italiana si siano abbeverati gli spioni privati della Kroll per scrivere il loro rapporto «Tokyo».

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