Signor Presidente dell’Alta Corte di Giustizia dell’Iraq,
Signori membri della Giuria,
Signori Capi di Stato,
Signori Capi di Governo,
rivolgo a Voi queste parole, nella speranza di poter ottenere qualche minuto della Vostra attenzione.
È oramai di pubblico dominio la notizia della condanna a morte dell’ex Presidente iracheno, Saddam Hussein, e la sua esecuzione pare ora davvero imminente. Apprendo ciò dalla stampa, assieme alle tante voci che da ogni angolo del mondo si levano a difesa della vita di Saddam Hussein e, in maniera speculare, a difesa della sentenza di morte.
Mi rendo perfettamente conto che non è un appello, non è un insieme di poche righe, magari inadeguate e certamente non provviste di adeguate referenze, che potrà far cambiare il corso degli eventi e potrà impedire alla sentenza di arrivare alla propria esecuzione.
Credo, però, che sia mio dovere intervenire sull’argomento. E intervengo rivolgendomi proprio a Voi, Signori dell’Alta Corte di Giustizia, che per primi siete chiamati a pronunciare la parola definitiva sulla sorte dell’ex Presidente iracheno. E nello stesso tempo mi rivolgo a Voi, Signori Capi di Stato e di Governo, che più di ogni altro avete ora la possibilità di intervenire, in varie maniere e a vario titolo naturalmente, perché il criterio di una giustizia tecnicistica ceda il passo ad un criterio di giustizia umana.
Mi rivolgo a tutti Voi, Signori, perché Voi avete voce in capitolo. E perché siete certamente più importanti di me. E le Vostre parole sono più forti e in grado di volare più in alto delle mie. Vi chiedo solamente di ascoltare questi miei pochi pensieri che descrivo nelle righe che seguono.
È mio dovere dire ciò che sto per dire. Ed è mio dovere perché sono un uomo. È mio dovere civile, prima ancora che civico. Ma è innanzitutto mio dovere morale e mio dovere religioso. Sto per assistere alla morte di una persona e credo sia dovere di ciascuno di noi prendere posizione sull’argomento e usare gli strumenti che ha a disposizione perché la vita di una persona, pur colpevole, sia risparmiata. Io non ho a disposizione che queste poche parole. Cercherò di servirmene perché credo nella sacralità della vita umana.
Non entro nel merito del processo a Saddam Hussein. Non è mio dovere e non ne ho gli elementi. Prendo atto della decisione dell’Alta Corte di Giustizia e rispetto la sentenza di colpevolezza. Sono anche cosciente del fatto che in questo nostro mondo le esecuzioni, le violenze, la barbarie sono ormai elementi con i quali condividiamo la nostra esistenza. E magari non ci indignano poi più di tanto.
So che Saddam Hussein è solamente un caso fra milioni di casi. Un uomo che è stato condannato a morte fra milioni di condannati a morte. È vero. Prendo però posizione su questo specifico caso perché Saddam Hussein è un personaggio noto ed è stato, piaccia o non piaccia, un Capo di Stato. A questo caso faccio pertanto riferimento, ma va da sé che le mie parole sono valide per tutti i casi nei quali sia stato condannato a morte un essere umano.
Non ho personali simpatie verso Saddam Hussein. Io per primo non ho difficoltà alcuna a denunciare gli immensi crimini che durante la sua dittatura sono stati commessi nella Nazione irachena, a danno della popolazione e a danno dei suoi stessi familiari. Sostengo, anzi, che mi ha personalmente fatto piacere la notizia della condanna dell’ex Presidente. È stato riconosciuto colpevole di tanti e tanti reati. Credo sia stata un’azione doverosa.
Quello che però non ho capito è ciò che è seguìto alla condanna. Se da una parte mi ha fatto piacere la constatazione della colpevolezza di Saddam Hussein, d’altro canto mi ha rattristato profondamente il dover assistere alla proclamazione dell’entità della condanna. La morte, appunto. L’ex Presidente è stato riconosciuto colpevole, ma per questo ora deve morire. Perdonatemi, ma non riesco ad accettare questo principio.
Non riesco ad accettare che una Alta Corte di Giustizia, legittimamente chiamata a pronunciarsi su presunti crimini contro l’umanità commessi da Saddam Hussein, possa essere essa stessa, ora, a decidere che il condannato debba avere la stessa sorte.
Signori, non si combatte l’ingiustizia uccidendo chi di quell’ingiustizia è stato artefice. Non si combatte il crimine con il crimine di Stato. Saddam Hussein è stato un criminale. Condanniamolo, arrestiamolo, manteniamolo in detenzione per anni, comminiamogli l’ergastolo, manteniamolo in isolamento e magari buttiamo via la chiave della sua cella. Ma non uccidiamolo.
Vi rivolgo questo accorato appello, Signori, non per le conseguenze politiche che l’esecuzione dell’ex Presidente dell’Iraq potrebbe comportare. Non è questo il piano sul quale intendo collocarmi. Vi parlo su un piano che va al di là della politica, va al di là dell’immagine che la giustizia dà di sé, va al di là delle questioni di tecnica e strategica opportunità. Vi parlo, cioè, sul piano della dignità umana. Vi parlo sul piano della giustezza della giustizia. Vi chiedo un gesto concreto, forte, nobile perché a Saddam Hussein venga evitata l’esecuzione capitale.
Signori dell’Alta Corte di Giustizia, Signori Capi di Stato e di Governo, tutti noi conosciamo la storia. E tutti noi, suppongo, siamo pronti a definire barbara la condanna e l’esecuzione che il 21 gennaio 1793 ebbe come oggetto il Re Luigi XVI. Non voglio parlare del processo al Re. Prendo in esame l’esecuzione della sentenza. Un’esecuzione avvenuta in piazza, con la solennità delle grandi occasioni e con la falsa consapevolezza che la morte di un Re avrebbe cambiato le sorti di una Nazione. Ma sappiamo tutti che non è così, Signori.
Secoli di storia, secoli di civiltà e di progresso credo ci abbiano insegnato qualcosa. Sono certo che nessuno di noi, e io con Voi, avrà dubbi nel definire quell’episodio della storia occidentale un episodio sbagliato. Se però noi oggi, alla luce dell’insegnamento della storia, giustiziamo Saddam Hussein, non faremo altro che ripetere quell’episodio. E dimostreremo al mondo che dalla storia non abbiamo imparato nulla.
Dimostrate al mondo, Signori, che la giustizia, quella vera, non è la giustizia che nelle proprie condanne applica le stesse tecniche e commette gli stessi errori che essa stessa ha definito «crimini». Dimostrate al mondo che la vita umana, nella sua più alta accezione, è sacra. Dimostrate al mondo che la battaglia per la tutela della vita, al di là dei trattati e delle convenzioni internazionali, sapete condurla anche nella concretezza dei singoli casi. Magari piccoli, magari grandi, magari clamorosi e magari politicamente scomodi. Ma è proprio questo ciò che saprà elevare il Vostro operato.
Dimostrate al mondo, Signori, che il terrorismo si combatte anche non cadendo negli stessi errori che nel terrorismo sono insiti e del terrorismo sono figli. Dimostrate al mondo la nobiltà della politica, la nobiltà della giustizia e la nobiltà dell’umana dignità.
Dimostrate al mondo che non si uccide per emendare uno o mille errori del passato. Dimostrate al mondo che la più grande condanna che possa infliggersi ad un delinquente può essere la privazione di quel bene straordinario e meraviglioso che è la libertà. Dimostrate al mondo che le sbarre di una cella possono essere più dure di una morte inflitta con la macabra solennità delle cerimonie di Stato.
Dimostrate al mondo, Signori, la dignità che avete. La dignità delle istituzioni che rappresentate e del ruolo che rivestite. Vi chiedo un gesto di grandezza. Un gesto scomodo, difficile e forse anche, a parere di qualcuno, inopportuno. Ma è un gesto che Vi farà onore. Un gesto che spetta a Voi e che solo Voi avete la possibilità di compiere.
La morte di Saddam Hussein non risolverà i problemi della martoriata Nazione irachena e non riconsegnerà alle tante, troppe vittime dei crimini dell’ex Presidente la propria vita e la vicinanza alle proprie famiglie. Sarà solo una ennesima vittima, pur colpevole, che si aggiungerà all’elenco degli esseri umani che in quella Nazione hanno chiuso tragicamente la propria esistenza.
Sono certo che non saranno i principi fondamentali a dividere, su questo specifico argomento, gli uomini d’occidente e gli uomini d’oriente. Sono certo che non è su questo che il Presidente Bush e il Presidente Ahmadinejad discorderanno.
Non Vi chiedo di ascoltare necessariamente le mie personali parole, che peraltro hanno assai poco valore. Vi chiedo di ascoltare la voce della Vostra coscienza ed essere coerenti con i princìpi nei quali tutti Voi Vi riconoscete. Perché sono certo che fra questi princìpi un posto d’onore spetta alla giustizia. E la giustizia, Signori, non è quella che uccide.
La giustizia è quella che ha la fermezza del saper decidere in tempi rapidi e con la dovuta imparzialità. La giustizia è quella che sa condannare anche se intimidita, insultata e vessata. La giustizia che sa giudicare allo stesso modo il ladro comune e un ex Presidente. La giustizia che condanna ma non uccide in nome di una condanna. La giustizia, insomma, che non firma le proprie sentenze con il sangue di un uomo che di fronte ad essa è stato condotto.
Siate grandi, Signori. È questo che il mondo Vi chiede. Dimostrate che la vendetta non coincide con la giustizia e la commutazione di una pena può essere efficace forse più che un decesso.
Se lasceremo che Saddam Hussein segua la sua sorte, avremo dimostrato al mondo la nostra pochezza. E avremo soprattutto dimostrato al mondo che del sangue di un altro uomo, in fondo, ancora non abbiamo imparato a far a meno.
Così non morirà un dittatore, Signori. Così, forse, non morirà neppure solamente un uomo. Così morirà la giustizia. E la nostra dignità subito dopo.
Fabrizio Primoli




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