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  1. #11
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    Invito tutti voi a leggere molto bene quanto riportato qui sopra dalla compagna Aurora perchè quanto sta accadendo ai compagni Maj, Czeppel, D'Arcangeli è davvero molto grave e merita tutta la nostra attenzione oltre che la nostra solidarietà.
    Diffondete quanto letto qui dentro il più possibile tra la gente, perchè il silenzio è l'arma migliore del sistema borghese repressivo per perpetrare questo genere di violenze impunemente.

    A luta continua

  2. #12
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    Il 27/12/2006 a Roccasecca dei Volsci presso la sezione Roccasecca dei Volsci/Priverno del Partito dei CARC (Comitati d’Appoggio alla Resistenza-per il Comunismo), si è tenuta la riunione costituente del Comitato contro l’Ottavo procedimento - per la difesa dei diritti politici.

    Questo nuovo organismo nasce dalla necessità di riavviare sul territorio della provincia di Latina la lotta contro la persecuzione dei comunisti, lotta portata avanti già un anno fa (e con successo) nel periodo della carcerazione in Francia (sotto false accuse di terrorismo) del simpatizzante del (nuovo)PCI nativo di Priverno, Angelo D’Arcangeli.
    Ad un anno dalla vittoriosa lotta per la liberazione del nostro fratello, amico e compagno Angelo, denunciamo che nuovamente le Autorità Italiane con la complicità delle Autorità Francesi, si preparano a sferrare un altro duro attacco alle libertà politiche dei comunisti nel nostro paese, un attacco che pertanto colpisce e lede i diritti fondamentali di ogni cittadino italiano.

    GIOVEDI’ 18 GENNAIO 2006 ALLE ORE 16.30
    Aula Consiliare del palazzo della Comunità Montana
    -Priverno, Piazza Tacconi, 2-
    ASSEMBLEA PUBBLICA DI DENUNCIA E SOLIDARIETA’
    -CONTRO LA PERSECUZIONE DEI COMUNISTI
    -CONTRO L’ESTRADIZIONE DEI COMPAGNI D’ARCANGELI, MAJ E CZEPPEL
    -CONTRO L’OTTAVO PROCEDIMENTO FARSA PER TERRORISMO NEI CONFRONTI DEI MEMBRI E SIMPATIZZANTI DEL (NUOVO) PARTITO COMUNISTA ITALIANO


    A luta continua

  3. #13
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    Predefinito Una intervista a Giuseppe Maj

    Intervista
    Perché il (nuovo)Partito comunista italiano è
    perseguitato dalle Autorità Italiane?

    Di fatto, da più di 25 anni le Autorità Italiane si
    accaniscono contro la “carovana” del (n)PCI. Con questa
    espressione noi indichiamo sia l’insieme di organismi e
    individui che dalla fine degli anni ’70 hanno contribuito
    con il loro lavoro almeno in qualche modo alla costruzione
    del (n)PCI fondato nel 2004, sia l’insieme di organismi e
    individui che oggi nella loro attività si ispirano almeno in
    qualche misura alla concezione e alla linea propagandate
    dal (n)PCI. Le AI hanno ostacolato l’attività di questi
    organismi e di questi individui in mille modi. In
    particolare con ripetuti procedimenti giudiziari basati tutti
    sull’accusa di terrorismo: l’accusa classica con cui la
    borghesia cerca di infangare i propri nemici e che le serve
    per giustificare che nella lotta contro di loro essa viola
    ogni legge e ogni limite, come oggi gli israeliani in
    Palestina e in Libano o gli americani in Iraq.
    Attualmente in Italia siamo all’ottavo procedimento
    giudiziario, anch’esso basato sull’accusa di terrorismo e
    condotto dalla Procura di Bologna. Inoltre nel 2003 le AI
    hanno anche indotto le Autorità Francesi ad aprire
    anch’esse un procedimento giudiziario per terrorismo
    contro membri e simpatizzanti del (n)PCI residenti in
    Francia: un procedimento che è ancora in corso e per il
    quale il compagno Giuseppe Czeppel e io abbiamo già
    subito un anno e mezzo e il compagno Angelo
    D’Arcangeli 4 mesi di prigione e ancora subiamo le
    restrizioni del controllo giudiziario.
    Questi sono i fatti, ma perché questa persecuzione,
    perché tanto accanimento proprio contro di voi?
    In primo luogo in Italia come in tutti gli altri paesi
    imperialisti le Autorità da vari anni a questa parte
    restringono continuamente, di fatto ancora prima che per
    legge, le libertà e i diritti democratici che le masse
    popolari avevano conquistato durante la prima ondata della
    rivoluzione proletaria. La borghesia elimina, rosicchia o
    stravolge le conquiste di civiltà e di benessere che le masse
    popolari avevano strappato alla borghesia. Di conseguenza
    e in parallelo le sue Autorità reprimono quelli che
    resistono e ancora più quelli che sono, o esse credono
    possano diventare centri che promuovono, mobilitano,
    organizzano e dirigono la resistenza delle masse popolari
    alla liquidazione delle conquiste. La persecuzione della
    “carovana” del (n)PCI rientra pienamente in questo
    contesto. Siamo perseguitati come lo sono molti lavoratori
    avanzati, sindacalisti onesti e combattivi, giovani ribelli,
    donne non rassegnate, immigrati combattivi, ecc.
    Certamente però c’è un accanimento particolare contro
    la “carovana” del (n)PCI quale non c’è stato contro
    nessuna altra organizzazione o area politica negli ultimi
    trent’anni, neanche contro quelle che si dicono anch’esse
    comuniste. Questo è a causa della concezione e della linea
    che fin dall’inizio degli anni ’80 ha caratterizzato la
    “carovana” del (n)PCI. Detto in breve, si tratta della nostra
    concezione e della nostra linea di assoluta indipendenza
    organizzativa dalla borghesia e di non accettazione delle
    condizioni ideologiche e politiche che essa di fase in fase
    pone come discriminanti per accettare che una
    organizzazione partecipi alla “vita politica” del suo
    regime. La magistratura per perseguitarci ha usato l’accusa
    di terrorismo, cioè di compiere o progettare attentati o
    attività affini: queste accuse non hanno mai retto alla prova
    di un processo. Per sette volte i compagni incriminati sono
    stati assolti o l’accusa è stata archiviata. Beninteso, i danni
    che la borghesia ci ha inflitto (perquisizioni, sequestri,
    arresti, detenzione, processi, intimidazioni, oscuramento di
    ben due siti) sono stati comunque rilevanti. Questo spiega
    perché continui a sollevare quest’accusa, siamo infatti
    all’ottavo procedimento giudiziario in 25 anni, ma non è la
    causa della persecuzione e dell’accanimento. Non si tratta
    neanche della clandestinità del (n)PCI: la persecuzione è
    incominciata all’inizio degli anni ’80, molto prima che la
    Commissione Preparatoria del congresso di fondazione del
    (n)PCI si costituisse nella clandestinità e che adottasse la
    linea di “costruire il Partito a partire dalla clandestinità”,
    cosa che è avvenuta solo nel 1998. A differenza di quello
    che fece il fascismo, che vietò espressamente di essere
    comunisti, la borghesia usa un’accusa strumentale per
    ostacolare i comunisti. Infatti non esistono le condizioni
    politiche per vietare di essere comunisti. Con l’accusa
    strumentale e altre misure amministrative la borghesia
    rende la vita difficile ai comunisti e ostacola la loro
    attività.

    Cosa intendi per “assoluta indipendenza organizzativa
    dalla borghesia”?
    In che senso la “carovana” del (n)PCI
    sarebbe più indipendente dalla borghesia di altre
    organizzazioni che pur si dicono comuniste o
    rivoluzionarie ma che la borghesia non perseguita o
    almeno non perseguita con l’accanimento che mostra
    nei vostri confronti?

    Legalmente in Italia come in quasi tutti i paesi
    imperialisti la Costituzione e le leggi consentono l’attività
    politica, come consentono l’attività sindacale e come
    riconoscono altri diritti. Anzi le leggi affermano e tutelano
    il diritto di svolgere attività politica, come diritto di ogni
    cittadino, salvo restrizioni ben circoscritte. In questo la
    Costituzione e le leggi risentono ancora dei risultati delle
    lotte condotte nel passato, in particolare della Resistenza
    vittoriosa contro il nazifascismo. Di fatto, in nome della
    difesa dell’ordine pubblico o della “sicurezza nazionale” o
    della prevenzione dei reati, la borghesia, tramite organi
    del suo Stato e agenzie private, tiene sotto controllo
    (scheda, spia, registra, ecc.) chiunque svolge attività
    politica, sindacale e altre attività che comportano la
    possibilità di mobilitare le masse. In particolare di ogni
    organizzazione comunista la borghesia vuole che le sue
    agenzie conoscano composizione e struttura, fonti di
    finanziamento, relazioni interne ed esterne. Il piano Solo
    che il gen. De Lorenzo voleva mettere in atto nel 1964 e le
    schedature SISMI emerse in questi giorni (estate 2006)
    sono solo due tra i mille fatti che confermano quello che
    ho detto. Noi non ci siamo mai prestati a questa “libertà
    vigilata”, abbiamo cercato di sfuggire a questo controllo.
    Non solo. Quello che ho detto è solo l’aspetto
    organizzativo, mentre vi è anche un aspetto politico e
    ideologico. Di fase in fase la borghesia pone determinati
    limiti all’attività politica, come all’attività sindacale. Ad
    esempio quando è nata la carovana, a cavallo tra gli anni
    70 e gli anni 80, chi stava al gioco doveva partecipare alla
    lotta contro le Brigate Rosse e le altre Organizzazioni
    Comuniste Combattenti, doveva contribuire a
    criminalizzarle e isolarle e doveva fornire informazioni.
    Noi al contrario abbiamo addirittura assicurato (con Il
    Bollettino del Coordinamento Nazionale dei Comitati
    contro la Repressione) ai detenuti delle BR e delle altre
    OCC l’esercizio del diritto alla parola che la legge
    riconosceva ma che di fatto veniva loro tolto: erano anche
    loro perseguitati politici, quali che fossero i reati di diritto
    comune a ragione o a torto addebitati ad alcuni di loro.
    Altro esempio: la concertazione e la compatibilità sono
    diventate negli anni ’90 obblighi a cui doveva sottostare
    ogni movimento rivendicativo dei lavoratori. Noi abbiamo
    al contrario sostenuto ogni lotta rivendicativa e fatto
    quanto le nostre forze consentivano, con determinazione e
    onestà, perché arrivasse alla vittoria.
    Insomma, fin dall’inizio siamo stati una variabile
    incontrollabile, una “cellula impazzita” che la borghesia
    non controllava e tanto meno guidava, un organismo che
    non rispettava le regole del gioco che la borghesia dettava.
    Così facendo quest’organismo infastidiva e condizionava
    tutti quelli che volevano apparire anche loro “amici dei
    lavoratori”. È il principio di essere un potere alternativo a
    quello della borghesia, seppure per il momento molto
    meno potente del suo, molto molto piccolo. Non è che noi
    facessimo i “disobbedienti” prima di José Bové o di Luca
    Casarini né come lo fanno loro. Non ostentavamo la
    disobbedienza a questa o quella legge, ma neanche ci
    limitavamo a violare
    singole leggi, non ci
    limitavamo alla nostra
    personale disobbedienza o
    violazione. Indicavamo
    come obiettivo necessario
    la creazione di un nuovo
    ordinamento sociale,
    dicevamo che per dare
    soluzione duratura e
    costruttiva ai mali
    presenti gli operai e gli
    altri lavoratori dovevano
    fare dell’Italia un nuovo paese socialista e che il primo
    passo era ricostruire il partito comunista. Nella misura
    delle nostra comprensione delle cose dicevamo ai
    lavoratori la verità, non cedevamo silenziosamente a
    nessuna minaccia, non venivamo a patti con la borghesia,
    in ogni caso e circostanza indicavamo ai lavoratori quello
    che nella misura delle loro forze potevano fare per vincere,
    smascheravamo senza pietà e compiacenza i trucchi dei
    finti “amici del popolo”, usavamo la lettera e lo spirito
    della legge per smascherare la classe dominante che molto
    spesso aggira, ignora, viola le leggi che disturbano i suoi
    interessi, ecc. Benché le nostre forze fossero ridotte,
    essendo un gruppo organizzato, compivamo tutto ciò a un
    livello che nessun individuo singolo delle masse popolari
    può raggiungere. Insomma eravamo incompatibili con
    l’ordine pubblico (cioè con la soggezione e la
    rassegnazione delle masse agli interessi della borghesia) e
    intollerabili da parte di chi lo doveva tutelare.
    Costituivamo nel nostro piccolo un nuovo potere, opposto
    a quello della borghesia. Più questo potere si fosse
    ingrandito, più avrebbe creato problemi alla borghesia. È il
    principio che è alla base della concezione della guerra
    popolare rivoluzionaria di lunga durata: creare nel paese
    un potere opposto a quello della borghesia e compiere
    quanto necessario, le mille operazioni necessarie per
    aggregare e mobilitare in misura crescente attorno ad esso
    le masse contro la borghesia. Un processo che per forza di
    cose avviene gradualmente ma che man mano che si
    sviluppa, rafforza il nuovo potere e indebolisce quello
    della borghesia. Ad adottare consapevolmente come nostra
    strategia la concezione della guerra popolare
    rivoluzionaria di lunga durata siamo arrivati solo molto più
    tardi. Ma in piccolo, in miniatura eravamo un potere
    autonomo dal potere della borghesia e questo
    scompaginava i suoi modi di fare, rompevamo le uova nel
    paniere. La clandestinità, che adottammo più tardi, era solo
    la traduzione organizzativa di quel principio,
    un’applicazione dello stesso principio a un livello
    superiore. Alcuni operai ci dicevano: “Quello che dite è
    giusto, ma se vogliono, con una retata vi cancellano dalla
    faccia della terra e tutto ritorna come prima”. E avevano
    ragione. Abbiamo tirato le conseguenze pratiche della loro
    osservazione. Ora la borghesia non riesce più a far tornare
    le cose come prima, qualunque cosa faccia. La
    clandestinità del Partito è diventata un punto di forza per
    tutto il movimento delle masse popolari, di cui questo si
    avvarrà sempre di più. Ma non è la causa della
    persecuzione e dell’accanimento della borghesia contro la
    “carovana” del (n)PCI.

    Tutta la “carovana” del (n)PCI è clandestina?
    No, solo il (n)PCI è clandestino. Le altre
    organizzazioni della “carovana” si ispirano nella loro
    attività in misura più o meno ampia alla concezione e alla
    linea del (n)PCI. Alcune sono solo influenzate da quello
    che il (n)PCI dice o fa. Immaginate una classe dirigente
    che mantiene il suo potere sulla massa della popolazione
    facendo paura ad alcuni, ricattando altri, imbrogliando e
    menando per il naso altri, mettendo gli uni contro gli altri.
    Se si forma un’organizzazione che non sta al gioco ed è
    capace di non starci, o il vecchio potere la soffoca o prima
    o poi non riuscirà più a stare in piedi alla vecchia maniera.
    Tutti quelli che più o meno consapevolmente, con
    maggiore o minore determinazione cercano di resistere al
    vecchio potere, sono influenzati e catalizzati da questa
    organizzazione. Questa organizzazione è come il retroterra
    e l’avanguardia di ognuna di loro. Arriva dove loro non
    arrivano, dice quello che loro ancora neanche pensano,
    vede quello che loro ancora neanche sanno che esiste.
    Perché la clandestinità non è solo autonomia e libertà
    organizzativa: la borghesia non conosce chi intimidire, chi
    ricattare, chi arrestare, non riesce più a “spazzarci via basta
    che lo decida”. La clandestinità è anche autonomia e
    libertà di pensare, di ricerca, di discutere, di elaborare, di
    propagandare verità che fanno male alla borghesia. Sia per
    elaborare, sia per
    propagandare occorrono
    condizioni che la borghesia
    non consente alle
    organizzazioni comuniste e
    in generale rivoluzionarie.
    Il (n)PCI si è creato queste
    condizioni. Ovviamente un
    numero crescente di
    organizzazioni che non sono clandestine useranno le idee
    che noi propagandiamo o si ispireranno liberamente ad
    esse, a loro modo. È una cosa che avverrà sempre più
    spesso, su scala crescente man mano che noi diventeremo
    più capaci di elaborare e di propagandare idee giuste e utili
    alla resistenza delle masse popolari contro la borghesia e
    man mano che le organizzazioni legali diventeranno più
    capaci di usarle e più determinate a usarle. Ovviamente le
    nostre idee non le ricaviamo da noi stessi, le ricaviamo
    elaborando l’esperienza delle masse popolari, quindi anche
    l’esperienza delle organizzazioni legali. Anche loro
    aiutano noi, consapevolmente o senza rendersene conto.
    Con la loro esperienza, ma anche con la loro attività. I
    lavoratori che esse mobilitano, i loro stessi membri
    sperimentano i limiti delle loro organizzazioni e le catene
    della borghesia, del suo sistema sociale e politico e
    sentono la nostra propaganda e vedono la nostra attività.
    Per questo, sia detto di passaggio, noi non ci limitiamo a
    “essere clandestini”, ma propagandiamo la necessità che le
    masse popolari e la classe operaia abbia un partito
    comunista clandestino. Perché da lì ci vengono aiuti,
    collaborazione, risorse, reclute, appoggio. È lì che il
    Partito deve radicarsi e esercitare la sua influenza e
    stabilire la sua direzione.
    Mi restano due domande a cui vorrei una risposta
    precisa: perché oltre che essere clandestini, addirittura
    propagandate la cosa? Come valutate voi le altre
    organizzazioni che pur si dicono comuniste e che la
    borghesia lascia sostanzialmente tranquille?
    Bisogna assolutamente propagandare la clandestinità,
    in particolare tra gli operai avanzati. Bisogna fare quanto
    possiamo per far capire che è necessaria e in cosa consiste,
    per creare un clima favorevole che incoraggia il
    reclutamento, per creare solidarietà attorno ai clandestini,
    per porre premesse favorevoli alla loro difesa nel caso
    dovessero cadere nelle mani del nemico. Ma anche per
    creare una comprensione giusta e una gestione giusta della
    clandestinità, come per ogni altro punto della nostra linea
    politica. Il Partito non è una setta segreta. Siamo
    clandestini perché la classe operaia ha bisogno di un
    partito clandestino per condurre in porto vittoriosamente la
    sua lotta. Non è un problema nostro, ma un problema della
    classe operaia e delle masse popolari. Noi siamo solo
    l’incarnazione della soluzione che esse danno ai loro
    problemi. Chi pensa a una clandestinità praticata
    nascondendo la cosa alle masse, pensa a una cosa diversa
    da quella di cui parliamo noi, ad un “servizio segreto” la
    cui esistenza sarebbe noto alla controrivoluzione
    preventiva e ignota alle masse o nota solo come la
    borghesia gliela vuole presentare.
    Quanto alle forze che la borghesia lascia in pace
    benché si dicano comuniste, ognuna di esse è in grado di
    misurare i suoi limiti, che derivano dal controllo che la
    borghesia esercita su di loro e dal fatto che esse accettano
    di vivere sotto controllo. Questo non esclude che il
    movimento comunista possa tirare dei vantaggi dalla loro
    attività. Quindi che in definitiva svolgano una funzione
    utile per il movimento comunista. Più questa funzione utile
    diventerà grande, meno la borghesia le lascerà in pace.
    Insomma, saranno gli avvenimenti e non le nostre opinioni
    a farle evolvere in senso positivo o negativo. Noi, la nostra
    attività e la nostra propaganda favoriranno una evoluzione
    positiva.

    Nota di Sandinista:Ognuno tragga da questa intervista le conclusioni che ritiene più opportune.

    A luta continua

  4. #14
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    Comunicato della Direzione Nazionale 23.1.07
    Resoconto del presidio del 20.1.2007 a Bologna.




    Il 20.1.2007 si è svolto un presidio per fermare l’inquisitore e sceriffo Giovagnoli, contro la persecuzione dei Comunisti e in appoggio alla campagna contro l’estradizione dei compagni del (n)PCI Maj, Czeppel e del simpatizzante D’Arcangeli.
    Il Presidio si è tenuto in Piazza Nettuno, una piazza nel centro di Bologna (praticamente è la piazza adiacente a Piazza Maggiore, la più importane della città) ed è stato organizzato dal Partito dei CARC e promosso assieme all’ASP (Associazione Solidarietà Proletaria) e il SLL (Sindacato Lavoratori in Lotta). All’appello lanciato da queste organizzazioni hanno aderito diversi singoli e organismi: Alessandro Leoni - Comitato Politico Nazionale e Segreteria regionale toscana Partito della Rifondazione Comunista (PRC), L’Altra Lombardia - Su La Testa – Milano, Campo Antimperialista, Assemblea permanente dello spazio sociale Mario Lupo – Parma, G.A.MA.DI. – Roma, LaVOCE (mensile G.A.MA.DI.) – Roma, Miriam Pellegrini Ferri - già partigiana di Giustizia e Libertà e Presidente G.A.MA.DI. – Roma, Spartaco Ferri - partigiano della Divisione Garibaldi – Roma, CSO Ricomincio dal Faro – Roma, Rete dei Comunisti, Collettivo Iqbal Masih – Lecce, Andrea Vecchi - Comitato Politico regionale Emilia - Romagna Partito della Rifondazione Comunista, Antifascismo Militante - Agliana (Pistoia).
    La centralità del luogo ci ha dato una grossa visibilità, alla quale hanno contribuito la musica, le canzoni di lotta, gli slogans, e le tante bandiere rosse del partito dei CARC che i compagni hanno sventolato per tutta la durata del presidio.
    I partecipanti sono stati circa 70-80, più molti di passaggio. Molte le persone che si sono fermate per firmare il nostro appello NO alla persecuzione dei comunisti! (116 le firme raccolte), per leggere qualche documento per approfondire la conoscenza sull’8° procedimento di Giovagnoli, per intonare qualche canto con noi, per rispondere al nostro pugno chiuso, per comprare il nostro foglio mensile Resistenza (108 copie vendute).
    Al presidio erano presenti oltre i CARC, l’ASP e il SLL, un rappresentante dell’Altra Lombardia, un paio di simpatizzanti bolognesi di Unità Comunista (NA), tre rappresentanti del Campo Antimperialista; sono passati vari compagni bolognesi, come quelli della Rete dei Comunisti e di Senza Censura, i compagni dell’Olga di Milano, l’ex Centro sociale Mariano Lupo di Parma, un rappresentante dello Slai Cobas. Nella piazza accanto, piazza Re Enzo, si è svolto, più o meno in contemporanea, un presidio contro l’allargamento della base NATO di Vicenza, quindi c’è stata molta migrazione dei compagni da un banchetto all’altro, per salutare e scambiarsi la solidarietà.
    Una nostra piccola delegazione si è staccata dal presidio ed ha partecipato al breve corteo che ha sfilato dalla piazza Re Enzo fino a sotto casa di Prodi.
    Durante il presidio ha preso la parola il Segretario Nazionale del partito dei CARC che ha ringraziato tutti i presenti, tutti i bolognesi che sono stati con noi, ed ha ribadito l’importanza della mobilitazione contro la persecuzione dei comunisti. La borghesia (sia di destra che di sinistra) dà un’unica risposta alle aspirazioni delle masse (la destra e la sinistra hanno uno stesso programma) ed è l’eliminazione delle conquiste e la repressione delle avanguardie delle masse popolari. Alla soluzione della borghesia, l’unica alternativa possibile è lottare per fare dell’Italia un paese socialista. A seguire hanno fatto un breve saluto anche il segretario generale del SLL e un rappresentante dell’ASP.
    Malgrado siano passati alcuni giornalisti con cui abbiamo anche parlato brevemente non è uscito, come sempre, nessun articolo sul nostro presidio se non un accenno sugli articoli che parlavano del presidio contro la base, a conferma che alla persecuzione giudiziaria la borghesia unisce la tattica del silenzio stampa, o censura di regime.
    La mobilitazione dei comunisti e delle masse popolari è l’unica risposta alla repressione.
    Questo presidio è stata una tappa importante della mobilitazione che il nostro partito sta creando contro la repressione e in particolare contro l’8° procedimento e che si rafforza e rafforza la mobilitazione che si sta avendo in Francia in solidarietà ai compagni del (n)PCI e contro la loro estradizione. Il presidio è stato un successo dal punto di vista della mobilitazione e della denuncia della vera natura del regime borghese tra le masse popolari.











    A luta continua

 

 
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