







RISCRITTURA DELLO STATUTO SARDO
In primo piano il recupero dell’identità
Di GIANFRANCO SABATTINI
Nei giorni scorsi, a Cagliari, si è svolto il convegno Un nuovo Statuto per una nuova autonomia .
Sull’argomento si discute da tempo, da quando attraverso la legge costituzionale numero 2/2001 è stato modificato il Titolo V della Costituzione, con la conseguente “crisi” della specialità della quale la Sardegna, almeno sul piano formale, ha sempre goduto fin dal 1949.
I convegni che si sono sinora succeduti sono stati sempre parziali, nel senso che l’unica preoccupazione che ha animato i partecipanti, per lo più politici regionali, è stata recuperare la specialità perduta e la necessaria autonomia finanziaria. Tuttavia, l’intento di focalizzare il dibattito prevalentemente sugli aspetti giuridico-formali appare riduttivo.
Ciò non solo perché manca di cogliere le implicazioni più positive della riforma costituzionale, ma soprattutto perché ripropone, riguardo ai rapporti Stato-Regione, un atteggiamento “rivendicazionista” della classe politica regionale che vale a riaffermare un’“autonomia querula”, sempre fondata sulla pretesa di rinvenire nello Stato il soggetto istituzionale “in ritardo” sul piano dei propri impegni nei confronti della Regione; in realtà, un dibattito approfondito sulla riscrittura dello Statuto non dovrebbe essere disgiunto dalla necessità che, nel medio-lungo periodo, alla nostra Isola sia assicurato di provvedere gradualmente in modo autonomo ai propri bisogni.
Occorre però tenere presente che alla trasformazione in senso federale dello Stato non ha fatto seguito una adeguata modifica delle dotazioni finanziarie, per cui si rendono necessari meccanismi “evolutivi e graduali” che consentano una soluzione fondata sugli standard dei costi storici dei servizi e della prestazioni sociali decentrate.
È questa esigenza di realizzar una graduale autosufficienza che sottende la necessità che siano adottate, a livello di politica pubblica regionale, le decisioni per impostare le linee della futura crescita endogena della Sardegna; ciò, al fine di allargare la base imponibile regionale e garantire per questa via una crescente autonomia finanziaria della Regione, sottraendosi al vincolo di fare “quadrare i conti” con il “rivendicazionismo querulo”, il quale, sia pure in presenza di un miglioramento degli standard di vita, è valso a perpetuare lo stato di dipendenza economico finanziaria della società sarda.
Leggendo le relazioni presentate al convegno, si ha la percezione che le forze politiche non siano disposte al gradualismo e tendano a “voler tutto e subito”; e per quanto l’equilibrio finanziario dello Stato sia considerato auspicabile, esso tuttavia non dovrà sovrapporsi all’autonomia costituzionale garantita, per evitare che il paventato gradualismo condizioni il livello di autonomia speciale delle diverse istituzioni.
Affrontare il problema della riscrittura dello Statuto regionale nella prospettiva di fare affidamento unicamente sulla logica dei trasferimenti pubblici, oltre che riduttivo, appare decisamente velleitario, a meno che la riscrittura non sia contemporaneamente collegata, da un lato, alla consultazione reale ed effettiva del popolo isolano e, dall’altro, a un’ipotesi di mediolungo periodo riguardo alla crescita della base produttiva della Sardegna.
Insistere, invece, su una pretesa di fondo velleitaria fa correre ai sardi il rischio di subire le conseguenze negative della mancata valorizzazione dei benefici attesi dalla competizione tra territori, propria dei sistemi federali.
Quale dovrebbe essere, allo stato attuale, la procedura più conveniente per il recupero della autonomia speciale in funzione del rilancio di una futura politica di sviluppo e di crescita? L’approccio al nuovo Statuto presupporrebbe che fossero affrontate insieme la riscrittura dei contenuti e il recupero dell’identità storico-culturale dei sardi.
La contemporaneità dei momenti istituzionale, economico e identitario, tuttavia, non dovrebbe fare velo sulla necessità che tra essi debba correre una relazione ordinatrice.
Il momento identitario dovrebbe costituire la fonte dalla quale derivare gli obiettivi socio-economici da adottare, mentre lo Statuto potrebbe essere riscritto solo in funzione della riformulazione del modello di sviluppo e di crescita.
Altro elemento importante, un processo di profonda riorganizzazione della struttura giuridico-formale della Regione, per renderla più idonea a garantire l’autonomia decisionale delle sue diverse articolazioni, ma anche per realizzare le condizioni necessarie per la costituzione della società civile regionale. Al riguardo, se la capacità progettuale e quella propositiva non saranno adeguate al miglioramento delle aspirazioni sociali dei sardi, sarà inevitabile il maggior radicamento del convincimento che le forze politiche regionali siano unicamente interessate, come per il passato, a perpetuare quel primato della politica sulla società civile regionale dal quale, sole esse, hanno sinora tratto vantaggio.
Articolo interessante, sebbene si muova entro una logica regionalista.




La legge statutaria in discussione:






Consiglio. Approvate dopo due mesi di lavori le nuove regole sul governo della Regione
Via libera alla legge Statutaria
ora c'è l'incubo del referendum
Nella consultazione anche alcuni partiti dell'Unione potrebbero scendere in campo
Alessandro Zorco
No alle quote rosa per le cariche negli enti strumentali della Regione (pur con la solidarietà dei colleghi maschi). Sì all'emendamento anti-massone presentato dal Fas e dai sardisti (l'Udeur all'ultimo momento ha ritirato la firma) per garantire la trasparenza in Consiglio.
Non solo: no alla norma salva-Biancareddu che avrebbe reintegrato nella loro carica i consiglieri dichiarati decaduti in base alla legge elettorale nazionale e sì all'emendamento che congela le norme sulle incompatibilità previste dallo Statuto sardo e, in pratica, blinda la poltrona dei consiglieri attualmentea rischio di ricorso.
Sono questi i punti salienti della giornata che - dopo interminabili discussioni e dissidi anche all'interno della maggioranza - ha visto il varo della legge Statutaria davanti alla Giunta schierata al completo.
Il provvedimento che stabilisce gli aspetti essenziali del governo della Regione entrerà in vigore solo nella prossima legislatura. A meno di un'eventuale bocciatura nel referendum confermativo che entro tre mesi potrebbe essere richiesto da un cinquantesimo degli elettori o un quinto dei consiglieri regionali. Ipotesi, quella di una consultazione, abbastanza plausibile visto che oltre la Cdl si apprestano a scendere in campo anche i alcuni partiti del centrosinistra.
BOCCIATA LA NORMA presentata dal centrodestra che chiedeva il reintegro dei decaduti (primo firmatario Nello Cappai dell'Udc), maggioranza e opposizione hanno trovato un accordo per tutelare gli altri consiglieri a rischio di ricorso approvando un emendamento che ha ripristinato per la legislatura in corso, i casi di incompatibilità previsti dallo Statuto (parlamentari nazionali ed europei, consiglieri regionali di altre Regioni e di sindaci di paesi con più di 10 mila abitanti). Una sanatoria per eventuali ipotesi di incompatibilità stabilite dalla legge che ha condannato Biancareddu.
Ma il dibattito si è acceso sui due temi caldi lasciati in sospeso.
Prima della bocciatura delle quote rosa nei posti che contano negli enti regionali, l'Aula si è infiammata sull'emendamento (approvato) che chiede ai consiglieri di fare outing e dichiarare (oltre i dati relativi al reddito) l'appartenenza a eventuali associazioni. Anche segrete.
«Si vogliono introdurre limiti sulla libertà di associazione, compresa la massoneria», ha detto Maria Grazia Caligaris (Sdi) annunciando il voto contrario.
«Voto anch’io contro un a norma assolutamente lesiva della libertà di qualsiasi cittadino», ha detto Pierpaolo Vargiu dei Riformatori, ipotizzando un «fumus persecutionis» contro la massoneria.
A quel punto il dibattito è salito di tono.
Peppino Balia, Paolo Maninchedda e gli altri firmatari dell'emendamento hanno ribadito che lo scopo era quello di garantire maggiore trasparenza all'Aula (in particolare sulle risorse destinate al mondo delle associazioni).
Maggioranza e opposizione si sono spaccate come mele. Alla fine la norma è passata.
Ma monca: pilatescamente l'Aula, pur accettando l'obbligo, non ha previsto sanzioni per chi non lo adempie.


La conclusione della Statutaria
di Paolo Maninchedda
Ieri, al voto finale sulla Legge statutaria, ho abbandonato l’aula.
La scelta nasce dalla necessità di non votare contro la Giunta, ma neanche di sostenere i contenuti di una legge non condivisibile.
Riepilogo i motivi di dissenso.
Sul merito: la legge determina una concentrazione di potere nelle mani del Presidente della Giunta mai vista prima; è debolissima nel sistema delle incompatibilità tra interessi economici e politici (si pensi che le società della persona eletta alla carica di Presidente, possono intrattenere rapporti con la Regione purché questi avvengano attraverso la forma delle gare d’appalto, non considerando che chi nominerà le commissioni delle gare sarà lo stesso presidente); subordina notevolmente l’amministrazione regionale ai voleri dell’esecutivo; penalizza fortemente i sindaci dei comuni con più di 3000 abitanti che volessero candidarsi alle regionali, perché se eletti li costringe a dimettersi e quindi a mandare a casa il prprio consiglio comunale (è in sostanza una norma di protezione dell’attuale consiglio regionale, a cui, va detto onestamente, si sono opposti anche i Ds, accettando però alla fine la posizione anti-sindaco della Margherita); non prevede alcuna valutazione politica della competenza, della cultura e della capacità politica degli assessori nominati dal Presidente, mentre prevede che sui direttori generali degli assessorati, sui presidenti degli enti, sui manager delle Asl si pronuncino le commissioni consiliari competenti, esaminando i candidati (è la prima istituzionalizzazione della lottizzazione che si conosca).
Sul metodo: è la legge dei Ds, della Margherita e di Progetto Sardegna. Nessuna delle proposte delle altre forze politiche è stata accolta.
Adesso inizia un nuovo percorso. Più volte, anche negli anni scorsi, le forze democratiche esterne alle logiche di partito hanno tentato di rinnovare la politica e poi, arrivate al momento del voto, si sono scoperte deboli per non aver preparato per tempo una lista riconoscibile. Questa volta non andrà così. Il lento e sotterraneo lavoro che punta a mettere insieme forze diverse ma affini, porterà all’individuazione a breve di un contenitore delle diverse esperienze politiche che sia capace di condurle alle elezioni.
Non è necessario inventarsi niente: è necessario avere la pazienza di tessere la tela, di mettere insieme la forza e la novità di S & L e l’esperienza e la struttura di altre forze democratiche (come il Psd’az per esempio) e poi di girare la Sardegna, da oggi, per farsi capire, per accogliere, per candidare. Il centro della vita politica non è più il Consiglio regionale, ma il prossimo appuntamento elettorale.