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Discussione: La legge "statutaria".

  1. #21
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    Predefinito Dal sito della RAS

    CONSIGLIO REGIONALE DELLA SARDEGNA
    XIII LEGISLATURA
    ————————————————————————————————————
    Nota stampa
    della seduta n. 312 del 7 marzo 2007


    Il Consiglio regionale approva la legge Statutaria.

    Cagliari, 7 marzo 2007 – Il Consiglio regionale ha approvato la legge Statutaria. L’Aula ha dato il via libera al testo (era necessaria la maggioranza assoluta) con 50 sì, 18, no e 1 astenuto. Per dichiarazione di voto sono intervenuti:

    Per l’on. Atzeri (Psd’az) con la legge statutaria si sta scrivendo una delle pagine più buie dell’autonomia della Sardegna. E’ una legge nata dalla collusione dei partiti italianisti che sostengono la maggioranza. E’ una legge ignobile perché uccide la specialità ed è una copiatura dalle regioni a statuto ordinario.



    Testo del Disegno di legge, con a fronte gli emendamenti approvati:


  2. #22
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    Predefinito L’UNIONE SARDA, 16 marzo 2007

    La Statutaria regionale

    Quella legge passata senza passione


    DI SALVATORE CUBEDDU

    La legge statutaria è stata approvata. Così aveva deciso la maggioranza di centro-sinistra, così è stato. Alla fine del dibattito anche i cittadini si pongono la domanda: “si è scritta una delle pagine più brutte della storia della Sardegna” o “si è partecipato ad uno dei momenti più alti di questa legislatura”? Le virgolette sono d’obbligo visto che parlano il rappresentante sardista e, dall’altra parte, il capogruppo del maggior partito di governo.
    Quindi: “si è uccisa la specialità” o “è stata scritta la legge che serve a riformare la Sardegna”?

    Tentiamo una valutazione serena. Che ci fa avvertiti che anche i momenti storici fanno i conti con le passioni del momento e che è normale che gli schieramenti delle assemblee legislative competano per il potere.
    Di fronte a questi trentotto articoli si prende atto che l’esecutivo regionale ha raggiunto lo scopo di portare a termine la prima delle leggi di riforma ed ha riaffermato in Sardegna la forma di governo presidenzialista prima arrivata solo tramite una legge dello Stato. Al risultato hanno contribuito, nonostante le prese di posizione in aula, sia il convincimento presidenzialista di tutti i grandi partiti e sia la crisi che si recitava al Senato della Repubblica per responsabilità di un modello esasperatamente parlamentarista.

    Però l’approvazione della legge significa che ha ricevuto un avallo anche la presente pratica del governo? Quella che un’opposizione, dimostratasi più capace e convinta del solito, ha denunciato come subalternità delle istituzioni legislative all’esecutivo ed al suo presidente? Non si direbbe, sentendo i mugugni ed i malumori che ribollono nella stessa maggioranza verso una concezione delle istituzioni ed un modello di gestione del potere che caratterizza il tempo presente della Sardegna.

    Di sicuro una ragione c’è: tolto il presidenzialismo, tutto il resto non ha sollevato le passioni dell’aula.
    Le troppe e reiterate assenze del numero legale vanno rimproverate alla maggioranza come all’opposizione. Le giuste correzioni apportate ai numeri ed alle condizioni del referendum non recuperano la sostanziale sottovalutazione nei confronti degli organismi di garanzia. La trascuratezza verso il Consiglio delle Autonomie dimostra che non è solo l’esecutivo a sopportare un organismo dei cui consigli fa abbondantemente a meno, ma che anche nel nostro Parlamento regionale spesso prevale l’autoreferenzialità.
    Fino al cattivo gusto di impedire che un referendum in corso d’opera, quale quello sugli stipendi dei consiglieri, non possa aver luogo per decisione di coloro che potrebbero venirne danneggiati.

    Il Consiglio ha comunque lavorato, ha deliberato, ha iniziato un cammino.
    Se una decisione dei cittadini non lo interromperà, toccherà a lui continuare il percorso verso lo Statuto vero e proprio.
    Dovrà dirci e definire quale Sardegna ha in mente, e quale prospettiva assegna ai Sardi in questa fase della loro storia.

    Infine, ed è una nota positiva: poteva essere compiuto un grave errore, che invece è stato evitato.
    La stessa Giunta, che in un primo tempo ci aveva individuati quale “comunità sarda”, ha accettato la definizione di “popolo sardo”. È stato il comma votato dall’unanimità dei consiglieri.
    Un vero fondamento per il futuro.

  3. #23
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    Predefinito LA NUOVA (Nuova Sardegna), 16 marzo 2007

    LA LEGGE STATUTARIA
    Una nuova Regione, serve un dibattito
    che punti a coinvolgere la società civile


    di Giovanni Lobrano *

    Ogni Statuto (anche “speciale” e la stessa Costituzione) è il documento contenente la forma di governo. Con la legge regionale di “istituzione, attribuzione e disciplina della Consulta per il nuovo statuto di autonomia e sovranità del popolo sardo” (approvata il 23 maggio 2006) e la Legge statutaria della Regione Autonoma della Sardegna (approvata il 7 marzo 2007) l’apparato sardo di governo (Presidente/ Governatore e Consiglio) sembra non sapere cosa è lo Statuto. Il nostro apparato non soltanto chiama “legge statutaria” anziché “Statuto” la legge con cui esso stesso definisce la forma di governo regionale, ma riserva nome e rango di “Statuto” alla legge con la quale lo Stato italiano definisce l’àmbito di governo regionale.
    Pure accettando la tesi che il nostro Statuto (in quanto speciale) debba comprendere la definizione dell’àmbito di governo, è contro logica, dottrina e diritto negare natura di Statuto alla legge di definizione della forma di governo.

    Scopo e risultato della terminologia ingannevole usata dall’apparato sono evidenti. Essi sono serviti a disinteressare il popolo dei cittadini sardi alla redazione della cosiddetta legge statutaria e, quindi, ad escluderli in ogni senso dalla forma di governo regionale, che viene ridotta in ogni senso a questione interna allo stesso apparato. La discussione consiliare è stata una diatriba tra parlamentaristi e presidenzialisti: nel disinteresse per la società civile, altrettanto disinteressata.
    Una fine deplorevole per la riforma dello Statuto dell’Autonomia, cui, in Sardegna, si è guardato con grandi speranze fin dalla Commissione Medici.

    E’ esigenza primaria — di noi cittadini sardi — non farci confondere dalla terminologia dell’apparato, ma ricordare che lo Statuto è, innanzi tutto, definizione della nostra forma di governo, e impegnarci attivamente in tale definizione: la quale determina i nostri poteri di partecipazione.

    La “parte interna” dello Statuto (la forma di governo) predetermina anche la “parte esterna” (l’àmbito di governo).La mera “proposta/rivendicazione” di democrazia contro l’accentramento statale neppure è credibile se non avremo dimostrato possibilità e capacità/volontà di realizzare tale democrazia laddove disponiamo del potere decisionale pieno: contro l’accentramento regionale, peggiore di quello statale.

    L’obiettivo indicato dal legislatore regionale nella legge istitutiva della Consulta, “autonomia e sovranità del popolo sardo”, va applicato anche e prioritariamente alla definizione della forma di governo regionale.
    L’antagonista primo delle autonomia e sovranità di ogni popolo è il suo apparato di governo: o è sovrano chi governa e il popolo gli ubbidisce o è sovrano il popolo e chi governa gli ubbidisce. In Sardegna, ciò vale sia per l’apparato di governo che sta a Cagliari sia per quello che sta a Roma (ma anche a Bruxelles e/o altrove): sempre ad iniziare da Cagliari. Soltanto l’accettazione coerente di questa verità coniuga il diritto alla “autonomia/ sovranità” di ogni popolo con la esigenza del suo “buon governo” e smonta la obiezione del governo italiano alla “sovranità del popolo sardo”, in quanto orienta questa ultima non contro ma in sinergia con la “sovranità del popolo italiano”. I popoli mai sono tra loro naturalmente avversari.
    Ciò , senza rinunciare alla riforma costituzionale a partire dalla rivendicazione della autonomia/ sovranità regionale, ma in modo autenticamente federativo (non devoluzionista/ leghista) e del quale la Sardegna dovrebbe essere avanguardia.

    “Che fare” per realizzare l’obiettivo statutario unico delle “autonomia e sovranità del popolo sardo” oggi disatteso?
    Sul piano del contenuto, la risposta evidente e, in definitiva, semplice è restituire il potere di comando dall’apparato di governo regionale al popolo dei cittadini sardi, organizzati nel sistema ascendente delle Autonomie: comunali, provinciali e regionale. Questo orientamento, del resto, è già emerso a livello di riforma costituzionale, da ultimo nel corso del referendum del 2006, con la evocazione del modello del Senato federale tedesco, il quale viene dalla esperienza secolare di una lega di Comuni e nel quale le decisioni sono prese attraverso un iter in cui i livelli “inferiori” di autonomia concorrono in maniera determinante.

    Anche sul piano del metodo, la risposta è evidente e, in definitiva, semplice: per restituire il potere di comando dall’apparato di governo ai cittadini occorre affidare la redazione della riforma dello Statuto (nella sua interezza) non all’apparato ma ai cittadini. Con la sottrazione al voto popolare della nomina della Consulta è stato commesso il primo errore grave, pregiudicando gran parte delle chances di democrazia e di efficacia della riforma. Con la sottrazione alla Consulta (condannata alla formulazione di”proposte di proposte irricevibili” di “devolution”) della redazione della cosiddetta legge statutaria sulla forma di governo regionale è stato commesso il secondo errore grave, pregiudicando anche il resto della riforma. Entrambi questi errori sono stati commessi dal e “a vantaggio” dell’apparato di governo regionale, contro il — e a danno — dei cittadini sardi. Le speranze residue di una riforma statutaria democratica ed efficace dipendono dalla capacità e dalla volontà dei cittadini sardi (e delle loro organizzazioni locali e funzionali) di correggere questi errori: con il referendum.

    *Preside Giurisprudenza Università di Sassari

 

 
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