…Occhio al trucco
Molto meglio la soluzione Zapatero. Almeno il modello spagnolo - si tratti di maschi o di femmine, di etero o di omosessuali - pretende un certificato di matrimonio, che non è un banale pezzo di carta, ma un atto di valore giuridico dal quale deriva un rapporto intessuto di diritti e di doveri in capo ad ambedue i coniugi. E solo da tale atto, compiuto in modo pubblico e trasparente, la legge spagnola fa discendere il riconoscimento di diritti (dei cittadini nei confronti dello Stato) e di obblighi reciproci tra i soggetti del rapporto. In sostanza, si potrà criticare all'infinito - sul piano etico, politico, sociale e quant'altro - un matrimonio che ha superato il principio del diritto naturale, consentendo a persone del medesimo sesso di sposarsi, ma non si può non constatare che, dal punto di vista del diritto positivo, pur sempre di un matrimonio si tratta.
In altri termini nelle moderne organizzazioni sociali solo da legami forti, come il matrimonio, tanto in termini di reciprocità tra coniugi, quanto in termini di responsabilità di natura pubblicistica, nei confronti della società, si fa discendere la tutela del welfare (pagato con i soldi di tutti noi) nei confronti di "beni meritevoli", come la salute, la casa, oppure per il "mantenimento del reddito", come la pensione, l'indennità di malattia, i sussidi alle famiglie... Solo se i legami sono forti vengono riconosciuti dalla collettività e opportunamente tutelati i relativi "beni meritevoli".
Insomma, la famiglia come un "bene pubblico" da tutelare in tutte le sue manifestazioni e in tutti i suoi beni relazionali (con le opportune distinzioni già esistenti tra famiglia, frutto di matrimonio, e "famiglia" di fatto, ma con figli...)
Nel disegno di legge del governo Prodi, invece, (è sufficiente fermarsi alla lettura dell'articolo 1) i requisiti richiesti per riconoscere lo status di conviventi sono talmente laschi e generici, che daranno luogo ad una pratica estesa di abusi, elusioni, truffe e contenzioso, mentre produrranno effetti di natura economica devastanti (per ora sospesi in quanto non sono definite le regole riguardanti la (già) prevista estensione della pensione di reversibilità ai conviventi, che rappresenta il vero «salto nel buio» del progetto).
La mediazione interna alla maggioranza ha portato, infatti, ad un inaccettabile compromesso basato sullo scambio tra rapporti leggeri e tutele pesanti: ciò significa che basterà un legame molto esile (e facilmente "truccabile") per entrare nel novero dei primi ed accedere alle seconde.
Altrettanto "leggera" è la certificazione di un rapporto di convivenza (basta, a quanto sembra, lo stato di famiglia), che può essere basato anche su aspetti amicali e di solidarietà, purché al di fuori di vincoli di stretta parentela.
Non a caso Rosy Bindi ha fatto l'esempio della nipote che assiste una vecchia zia.
Sarà certamente importante considerare come evolverà la legislazione nel campo del welfare per valutare gli effetti dei Dico.
Per quanto riguarda i profili di carattere patrimoniale, pur in presenza della discutibile scelta di riconoscere al convivente lo status di erede necessario, con diritto agli alimenti in caso di separazione, c'è da dire che le modifiche appaiono, nel complesso, pleonastiche, in quanto già adesso vi sono strumenti nell'ordinamento che potrebbero consentire di realizzare i medesimi obiettivi di tutela per il convivente.
La "fortezza" da espugnare invece è quella che racchiude le prestazioni sociali (a partire dalla problematica della reversibilità, che è comunque destinata a trascinare con sé altre protezioni), saldamente presidiata dalla famiglia fondata sul matrimonio.
La reversibilità è una componente essenziale della tutela previdenziale, come è testimoniato dalla sigla Ivs (invalidità, vecchiaia e superstiti) che riassume in sé la problematica pensionistica. Si tratta di un comparto importante del welfare: sono almeno 4,5 milioni le pensioni ai superstiti vigenti per un onere complessivo superiore a 30 miliardi di euro; ogni anno le nuove pensioni sono più di 200mila; il 93% dei trattamenti è erogato a donne.
È difficile calcolare - in mancanza di regole ancora da definire - quale potrebbe essere l'onere aggiuntivo.
Fino ad ora, quanti si sono cimentati con questo problema hanno ragionato prendendo a riferimento le coppie omosessuali. In questo caso gli oneri aggiuntivi, probabilmente, non sarebbero molto rilevanti, per banali motivi demografici che limiterebbero, in ambedue i casi, la sopravvivenza di un convivente rispetto all'altro. Ma è proprio l'allargamento a tutte le forme di convivenza extra familiari (prevista dall'articolo 1) a creare dei grossi problemi.
E ad incentivare la formazione di questi nuclei di convivenza al solo scopo opportunistico di fruire dei vantaggi pensionistici riconosciuti, senza dover esibire la propria omosessualità.
Ci sarebbero aree nel Paese in cui l'attitudine, vera o presunta, alla convivenza esploderebbe, traducendosi in un nuovo accorgimento per accedere al welfare pubblico.
Il legislatore è sempre stato molto attento a contrastare persino i matrimoni finalizzati a riscuotere l'assegno di reversibilità.
Una legge del '75 (poi ampiamente rivisitata dalla Corte Costituzionale) aveva stabilito che non aveva diritto alla pensione il coniuge quando, dopo la decorrenza della pensione, avesse contratto matrimonio con un pensionato in età superiore ai 72 anni e il matrimonio fosse durato meno di 2 anni.
Ecco perché chi scrive - pur non avendo pregiudizi di ordine etico - pensa che il disegno di legge sia solo un pasticcio ipocrita, furbesco e opportunistico, senza principi, senza valori, sostanzialmente cattocomunista, potenzialmente distruttivo nei confronti del welfare, e per questa via, delle già scarse tutele e risorse destinate alle famiglie.
P.S: Controprova. E se i Dico fossero esplicitamente previsti, nero su bianco nella legge, solo come diritti individuali, "senza oneri per lo Stato"?
R.Brunetta e G.Cazzola su Libero
saluti




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