Carlo Lottieri.
http://www.univ.trieste.it/~etica/2003_2/lottieri.htm
3. Il radicalismo libertario nega ogni ordine giuridico?
Il libertarismo è una teoria della giustizia e come tale ha un suo innegabile radicalismo. Ma l’accusa d’utopia indirizzata alle elaborazioni libertarie potrebbe essere rivolta, con i medesimi argomenti e per l’identico motivo, all’idea stessa di diritto. Proprio per questa ragione è del tutto infondata la tesi di quanti ritengono che il libertarismo (essendo teoria radicalmente avversa allo Stato) sarebbe anche una concezione nemica del diritto e di ogni ordine legale.
Gli autori libertari, al contrario, reputano che in ragione delle sue insuperabili imperfezioni l’umanità abbia bisogno di un quadro giuridico e anzi sostengono che tale contesto legale – per essere davvero tale – debba lasciarsi alle spalle la statualità ed il carattere del tutto arbitrario che la legge finisce per assumere al suo interno. Il libertarismo è contro lo Stato, ma non è affatto contro il diritto.Al contrario, è lo Stato che per sua natura è antigiuridico ed incompatibile con la tradizione civile del rule of law.
A tale proposito, in Bruno Leoni vi è un’interessante rielaborazione delle tesi liberali sull’opposizione tra le società caratterizzate dal diritto e quelle dominate dalla violenza. Egli usa le espressioni stato di società e stato di guerra, che nella sua analisi diventano categorie fondamentali a cogliere l’intimo legame tra la guerra (quale contrasto tra le comunità politiche) e lo Stato (quale forma conflittuale all’interno di una comunità). Per il pensatore torinese, ciò che differenzia «uno stato di società da uno stato di guerra è, in sostanza, il fatto che nello stato di società esiste una compatibilità fondamentale tra i fini e rispettivamente tra le condotte degli individui, mentre nello stato di guerra tale compatibilità non esiste. Nello stato di guerra ciascuno dei contendenti vuole eliminare l’altro, o vuole prevalere sull’altro, o vuole fare accettare all’altro una situazione che l’altro non vorrebbe accettare se non vi fosse costretto dall’azione diretta del contendente. Nello stato sociale, invece, abbiamo esattamente il contrario» (13).
Sulla base di tali considerazioni elementari, un’analisi realista che muova dall’uomo e anche dalle logiche dell’interazione sociale può portarci a ritenere molto improbabile (se non proprio impossibile) uno stato di società compiutamente affrancato dalla prepotenza del più forte. In altre parole, la pace è sempre precaria ed il diritto è sempre imperfettamente tutelato.
In questo senso, al pari d’ogni altra teoria politica, il libertarismo non appare in grado di assicurare al genere umano un futuro di pace: liberato dai conflitti e dalle prevaricazioni. Ma questa considerazione di buon senso non può autorizzare a rigettare gli obiettivi della pace e del diritto, che il libertarismo considera certamente centrali.
Per giunta, la riflessione di Leoni sul nesso tra diritto, pace e libertà ci permette di cogliere un altro aspetto del problema. Lo stato di società in cui gli obiettivi ed i comportamenti dei singoli trovano una loro composizione è esattamente la società retta dal diritto. È proprio l’ordine giuridico emerso storicamente grazie all’interazione sociale e volto sostanzialmente alla tutela dei diritti di proprietà che è in grado di permettere la coesistenza di progetti esistenziali differenti, i quali convivono senza scatenare conflitti. Secondo Leoni, d’altra parte, diritto è – solo ed esclusivamente – il diritto privato, inteso come protezione della libertà del singolo.
In questo senso, ricercare la pace significa porsi entro una prospettiva libertaria, che definisca i titoli di proprietà di ogni individuo (condizione per una compatibilità d’azione con gli altri) ed affermi la centralità dell’assioma di non aggressione. La stretta relazione che collega l’interventismo interno (socialismo) all’interventismo internazionale (imperialismo) è parallela al rapporto tanto stretto che collega gli ideali della pace, del diritto e della libertà individuale.
Non a caso, sempre in Leoni è affermata la tesi secondo cui entro l’ordine statuale è inevitabile «la guerra legale di tutti contro tutti» (14). Un ordine sociale che accetti la presenza del potere statale e neghi i diritti di proprietà trasforma i diritti in attribuzioni legali e mette in moto un processo conflittuale che spinge singoli e gruppi ad ottenere ogni genere di privilegi dall’aristocrazia politica e, come avviene all’interno dei sistemi politici occidentali, dalle dinamiche redistributrici della rappresentazione democratica.
Perseguire un ordine giuridico libertario (basato sulla proprietà e sul tipo di coesistenza che da essa deriva) è quindi l’unica prospettiva realista che possa adottare chi intende ricercare un futuro che riduca al minimo il ricorso alla guerra.
Per tali ragioni, bisogna riconoscere nell’idea stessa di diritto il criterio necessario, da cui è impossibile prescindere, di un processo che per sua natura resta sempre imperfetto ed incompiuto. Quanti accusano d’utopismo la riflessione libertaria, allora, sono costretti a rigettare l’idea stessa di diritto: che è criterio euristico per eccellenza e quindi anch’esso destinato a non trovare mai ed in nessun luogo una sua definitiva realizzazione.
Come già si è detto, nella riflessione di Leoni lo stato di società è semplicemente la società liberale, l’ordine libertario, la rete delle relazioni umane che non fanno ricorso alla coercizione e all’aggressione. Per contro, con stato di guerra egli definisce quell’ordine sociale di tipo statale in cui alcuni uomini s’impongono su altri, la proprietà privata è ripetutamente negata e la collettivizzazione progressiva della società (come della cultura, dell’economia e così via) è solo l’esito fatale di una crescente politicizzazione dei rapporti umani, la quale vede trionfare i più forti e meglio organizzati.
Diritto e pace, insomma, sono difficilmente disgiungibili, tanto che i conflitti internazionali rappresentano l’inevitabile punto d’arrivo di quella conquista “interna” operata da classi politiche sempre più desiderose di ampliare le loro conquiste e, quindi, pronte a manifestare anche al di fuori dei confini nazionali la loro volontà di dominio (15).
Alla luce di tali considerazioni, è chiaro che il libertario Leoni si propone di difendere unicamente l’esistenza stessa del diritto, quale ordine di pace e convivenza. In questo senso, giudicare utopistica la prospettiva libertaria significa ritenere utopistica ogni teoria che affermi la possibilità stessa del diritto.
Per giunta, nel momento in cui riconduce, da un lato, lo Stato alla guerra e, dall’altro, il diritto alla pace, Leoni ci aiuta a comprendere come la teoria libertaria sia tutt’altro che irrealistica, inutile ed improduttiva. È ben vero, infatti, che gli uomini hanno fatto guerre in passato e con ogni probabilità altre ancora ne faranno negli anni a venire, ma questo non deve impedirci di vedere che nell’ordine consueto delle nostre relazioni sociali noi interagiamo con gli altri in forma pacifica, rispettando i diritti del prossimo, senza ricorrere a minacce e senza indulgere in comportamenti aggressivi.
Il libertarismo sarebbe un’utopia se lo stato di guerra fosse sempre e necessariamente prevalente sui rapporti di cooperazione, e se le relazioni giuridiche e mercantili fossero costantemente aggredite da quanti dispongono dell’uso della forza. Ma fortunatamente non è così.