
Originariamente Scritto da
carlomartello
...Ma hai letto cosa abbiamo scritto sino ad ora !?
Tra l'altro la tua affermazione è davvero sciocca; nel nostro primo messaggio abbiamo già sottolineato che il nostro obiettivo è un'Europa sovrana. Evidentemente non riuscite a capire che non si andrà mai da nessuna parte con l'estremismo ideologico e il complottismo antiebraico. E' ora che in quest'area politica si torni a ragionare e la si finisca con dogmi assurdi come l'antiebraismo, d'altronde non ci pare che Hitler e Mussolini si fecero tanti problemi ad appoggiare Jabotinsky, no !?
Furio Biagini
Mussolini e il sionismo 1919-1938
M&B Publishing, Milano 1998, pagg. 172, Lire 25.000
"Mussolini e il sionismo", libro scritto dall'antifascista e filo‑sionista Furio Biagini, ci aiuta a comprendere i «rapporti» controversi e macchinosi esistenti durante gli anni ‘20 e ‘30 tra Benito Mussolini, Duce della Rivoluzione fascista, ed esponenti della comunità ebraica e sionista in Italia. Rapporti che, in parte, definiremmo anche ambigui dal momento in cui uomini e strutture del partito fascista cercarono in tutti i modi di boicottare la notevole qualità e quantità degli studi sul potere della minoranza ebraica in Italia e nel mondo fatta da Giovanni Preziosi, come del resto si cercò di oscurare l'opera metafisico‑tradizionale di Julius Evola che tracciò organicamente quella che era l'opera di disgregazione e di sovversione dell'internazionale ebraica funzionale alla instaurazione dei dettami della tradizione talmudica nel mondo, tendente, tra l'altro, a cancellare ogni traccia della civiltà europea.
Una premessa ci appare da parte nostra non trascurabile, ossia il dato prettamente politico che evidenzia la pragmaticità dello Stato fascista nell'affrontare la causa degli ebrei in Italia e del costituendo «focolare ebraico» in Palestina, dal momento in cui la strategia di Mussolini al dialogo e al «sostegno» della causa sionista fu subordinata alla gran mole di attività svolta in politica estera, diretta nello sforzo di influenzare il corso degli avvenimenti nel bacino del Mediterraneo e nel Medio Oriente, che l'Italia fascista da potenza mondiale (e non da serva accondiscente ai dettami dell'imperialismo statunitense e dell'alta finanza mondiale, come accade oggi) attuava per il bene e la grandezza della nazione.
Questa tesi, che è unica e veritiera, è affermata anche nella prefazione al libro, quando viene scritto che: «Mussolini non fu pregiudizialmente contrario all'aspirazione dell'ebraismo verso la ricostituzione di una patria ebraica in Palestina. Naturalmente, in tutto ciò non v'era nulla di umanitario. Negli obiettivi di espansione dell'Italia nel Mediterraneo l'Italia fascista si scontrava con la presenza della potenza inglese. La flotta britannica dominava il Mediterraneo da Gibilterra a Cipro, fino alla Palestina. Sostenere il movimento sionista nella sua lotta contro la potenza mandataria britannica significava dare un colpo all'impero britannico nel Mediterraneo orientale, accrescere il prestigio dell'Italia, rafforzandone le direttrici di espansione (...) Il regime, tuttavia, non sembrò accogliere favorevolmente la posizione, per la verità alquanto ambigua, del sionismo italiano. Ad aperture seguirono atteggiamenti di ostilità, in linea col tradizionale comportamento contraddittorio che il regime aveva sempre seguito nei confronti dell'ebraismo italiano. La punta più acuta di tale ostilità, prima delle leggi razziali del 1938, fu costituita dalla campagna antisionista del 1928 (...) In sostanza, il costituirsi in Italia di un gruppo sionista confermava in Mussolini il tradizionale pregiudizio sul potere internazionale del giudaismo, anche se, per qualche tempo, il Duce pensò di utilizzare il movimento sionista internazionale per gli scopi di politica estera del fascismo (...) Mussolini tentava di far progredire il prestigio dell'Italia nel Mediterraneo orientale a scapito della Gran Bretagna. É in questo contesto che si comprende l'appoggio dato dal regime ai movimento sionista revisionista di Jabotinsky, che si era staccato dal sionismo ufficiale in nome di una più aperta e dura lotta contro la potenza mandataria britannica».
D'altro canto lo stesso ebraismo avvertiva istintivamente la pericolosità del fascismo che veniva a rappresentare un ostacolo alle pretese ebraiche nella conduzione occulta dei governi istituzionali delle democrazie parlamentari. Il presidente dell'Organizzazione sionistica internazionale Chaim Weizmann non esitò pubblicamente a dichiarare, a New York il 26 marzo 1923: «Oggi una tremenda ondata politica, chiamata fascismo, ha coperto l'Italia. Come movimento italiano, non è affar nostro, è affare del governo italiano. Ma questa onda si infrange ora contro la piccola comunità ebraica, e questa piccola comunità, che non si è mai fatta notare, soffre ora dell'antisemitismo». Aggiungiamo, a ragione, che (s)parlare di antisemitismo è una forzatura inscenata dagli stessi ebrei poichè sarebbe, com'è in verità, corretto parlare di antigiudaismo e di antiebraismo. Di fatto i governi rivoluzionari dell'Italia fascista e, principalmente, della Germania nazionalsocialista appoggiarono lotte di liberazione, dal Maghreb al Medio Oriente, nel cuore di popoli di razza semita.
Prima di continuare la nostra recensione al libro di Furio Biagini, insegnante di Storia dell'ebraismo presso l'Università di Lecce, vorremmo brevemente aprire una parentesi e soffermarci sulle cazzate scrittorie che anni or sono due individui, Marcello Veneziani e Don Curzio Nitoglia, infiltrati di fatto all'interno di un «presidio culturale e politico» inscenarono artatamente al fine di «scompaginare» ideologicamente, dall'«interno», le fila militanti del neofascismo italiano e che fu causa di un'aspra critica che "Avanguardia" doverosamente dovette attuare. I due tipi affermarono che Benito Mussolini era un sionista convinto, nel senso che il Duce era «vicino» agli ebrei, e in sintonia operativa con quanto rappresentava il governo occulto operante dietro le quinte delle istituzioni statali legali.
AI di là del fatto che quanto a suo tempo affermato dai due ruffiani del Sistema, organicamente operanti sul versante «culturale» di un'area che con tutte le proprie ambiguità afferma di opporsi al Sistema vigente in nome di una contraria visione del mondo, è storicamente e politicamente una menzogna accertata e documentata; il dato storico‑politico essenziale, già riportato da "Avanguardia" (1), oggi rilevabile anche in "Mussolini e il sionismo", lo si può riscontare e rilevare in quel preciso contesto storico che trovava l'Italia fascista irradiare la sua politica di pace nel Mediterraneo e nel Medio Oriente per controbilanciare e superare il ruolo egemonico della Gran Bretagna (nazione da sempre subordinata ai dettami dell'internazionale ebraica), presente nella regione, come nelle altre ex-colonie, per scopi essenzialmente imperialistici e di sfruttamento.
E a ulteriore supporto delle nostre tesi si pone lo studio del Biagini. Infatti, come riportato da un documento ebraico citato nel libro, «per Mussolini l'ebraismo è una pedina sulla scacchiera della politica mondiale, forse non molto importante, ma neppure inutile. Questo è l'atteggiamento di Mussolini verso di noi, nè più nè meno». (2)
Anche se non è mai esistita, e non esiste ancor oggi, la necessità di alcuna giustificazione su quanto affermato dai due compari al servizio della premiata ‑e influente‑ ditta “Toaff & Levi", noi «buttiamo» in faccia dei due ruffiani un corsivo che il Duce scrisse ne "Il Popolo d'Italia" il 19 giugno 1937, ovvero mesi prima della promulgazione delle così dette "leggi razziali", e che concludeva così: «Quello d'Israele è un riuscitissimo esempio di razzismo che dura da millenni, ed è un fenomeno che suscita ammirazione profonda. Gli ebrei, però, non hanno diritto alcuno di lagnarsi quando gli altri popoli fanno del razzismo».
Le certezze del Duce sull'egemonia dell'Alta Finanza e del potere finanziario ebraico emersero, comunque, chiaramente e in tutta la loro attualità in un suo articolo, pubblicato sempre su "Il Popolo d'Italia" il 4 giugno 1919, ove scriveva: «Se Pietrogrado non cade, se Denikin segna il passo gli è che così vogliono i grandi banchieri ebraici di Londra e di New York, legati da vincoli di razza con gli ebrei che a Mosca come a Budapest si prendono una rivincita contro la razza ariana, che li ha condannati alla dispersione per tanti secoli. In Russia vi è l'ottanta per cento dei dirigenti dei soviet che sono ebrei... La finanza mondiale è in mano degli ebrei. Chi possiede le casseforti dei popoli, dirige la loro politica. Dietro i fantocci di Parigi, sono i Rothschild, i Warburg; gli Schiff, i Guggenheim, i quali hanno lo stesso sangue dei dominatori di Pietrogrado e di Budapest. La razza non tradisce la razza. Il bolscevismo è difeso dalla plutocrazia internazionale. Questa è la verità sostanziale. La plutocrazia internazionale è controllata e dominata dagli ebrei». (3)
Uscendo dalla «polemica» con Marcello “briscoletta” Veneziani e con Don Curzio Nitoglia (non ci interessano più, dal momento in cui noi li abbiamo da tempo abbondantemente smascherati, se vengono ancora «accettati» dai compagni del «girone infernale» non è colpa nostra ...), diciamo che la lettura del libro può risultare utile al soldato‑politico nichilista, «vagante» tra i cumuli di macerie e i rigagnoli maleodoranti della società moderna, per approfondire quelli che furono i rapporti del regime fascista con la comunità ebraica italiana e con i circoli sionisti (organicamente subordinati a quelle che furono le coordinate espresse in politica estera da parte del Fascismo) e le propensioni geopolitiche dello Stato rivoluzionario e, perchè no?, per ribaltare le tesi di qualcuno (non manca mai!) interessato a «scardinare» (sic!) gli architravi dottrinari e politici di quell'epoca storica che sentiamo vicini. Pur se nel caso specifico ci troviamo personalmente d'accordo con l'autore della prefazione al testo quando, in primis, afferma che: «i rapporti tra il fascismo e il sionismo in Italia furono improntati ad un'ambiguità di fondo, non solo da parte del regime fascista ma anche del movimento sionista italiano», ed ancora sullo scadente opportunismo italiota come afferma Biagini quando scrive: «Dalla formazione di una casta pura, si scivolò così nel più volgare favoritismo, e "la campagna antiebraica si risolse in una indegna speculazione di gerarchi solidamente immanicati che aprirono le porte ad amici o nipoti perchè occupassero quei posti che gli ebrei erano costretti ad abbandonare" ». (Ovviamente in merito ad ebraismo, giudaismo e sionismo restano valide le interpretazioni di Julius Evola e di Giovanni Preziosi).
Alle origini dei tortuosi rapporti tra il regime fascista (ossia il corso post‑rivoluzionario del partito in un momento ove diventa d'obbligo ai fini della stabilizzazione interna ed esterna radicare lo stesso nelle masse e nell'opinione pubblica mondiale) e il sionismo italiano possiamo elencare quegli aspetti che riteniamo fondamentali per comprenderne gli eventi:
1) la reale integrazione degli ebrei all'interno dello Stato unitario, la loro parte attiva, al fianco della massoneria, durante il risorgimento e la marcia su Roma, anche se in Italia esisteva un ben radicato retaggio antigiudaico all'interno dei nazionalisti e del mondo cattolico tradizionale con la ben nota accusa di complotto contro la Chiesa cattolica e di deicidio. Anche se da «corpo estraneo» allo Stato, sappiamo che l'organizzazione ebraico‑sionista sabotò in tutti i modi, nella politica, nelle sue strutture gerarchiche ed in guerra, l'Italia fascista. Come è noto si ebbe il tradimento in pieno conflitto dell'alleato germanico, con il conseguente 25 luglio e I'8 settembre del ‘43;
2) l'intensa pragmaticità politica di Mussolini che voleva un'Italia con un ruolo di prim’ordine nella politica estera, facendone pesare la diplomazia;
3) nell'affrontare la questione ebraica, l'Italia fu in grado di controbilanciare la potenza egemonica della Gran Bretagna nel Medio Oriente e nel mar Mediterraneo, anche se alla luce dei fatti ebrei, sionisti e Gran Bretagna erano legati a doppio filo, e nel corso della guerra ciò fu palese in maniera marcata;
4) Mussolini, dopo le sanzioni imposte dall'istituzione giudaica della Società della Nazioni all'Italia fascista, cercò di servirsi di tutta l'influenza che alcuni ebrei, Dante Lattes e Angelo Orvieto, potevano esercitare a Londra, in modo tale da poter allentare la morsa dell'usurocrazia plutocratica ai danni del popolo italiano;
5) In ogni caso, pur nel grande interesse che riportava la questione della «entità sionista» in terra di Palestina, ben presente era nella dinamica, nel pensiero e nella prassi strategica del Duce l'importanza che rivestivano i maggiori e più importanti interlocutori nella regione, ovvero gli Stati islamici e le masse arabe desiderose di affrancarsi dal dominio britannico e di ritrovare così una loro identità nazionale saldata ai dettami dell'Islám.
Tali masse emarginate di fronte ai tentennamenti italioti, trovarono nella decisa politica rivoluzionaria della Germania Nazionalsocialista il riferimento politico naturale per la loro lotta di liberazione, appoggiando in massa, dall'Algeria all'Egitto, dalla Siria all'Iraq, quelli che erano i destini del Terzo Reich, il cui Fúhrer li considerava «alleati naturali» sapendo delle loro viscerali posizioni antigiudaiche.
Per i sostenitori della causa sionista e per una buona parte degli ebrei italiani, Mussolini fu un riferimento diplomatico ben preciso, affinchè nei tavoli ove si riunivano le grandi potenze europee si sarebbe potuta affrontare e risolvere la causa che investiva il popolo ebraico, anche se «durante i colloqui, avuti, con gli esponenti della comunità ebraica italiana, Mussolini espose con assoluta franchezza i motivi della sua ostilità nei confronti del sionismo. «Egli considerava ‑scrive Biagini‑ il movimento sionista uno strumento dell'imperialismo inglese nel Medio Oriente che oltre ad avere degli scopi del tutto «utopistici», avrebbe sollevato contro di sè e contro coloro che l'avessero appoggiato l'ostilità del mondo arabo». Altresì, continua Biagini: «Sul Duce e su alcuni suoi collaboratori influiva il tradizionale pregiudizio antiebraico sul potere internazionale del giudaismo ... Il sionismo fu nelle mani del Duce solo una delle tante opzioni per imporre la presenza italiana nella politica mediterranea in opposizione all'Inghilterra. Ciò spiega la tolleranza del regime nei confronti della Federazione sionistica italiana e la mancata opposizione alla partecipazione di ebrei italiani a congressi e manifestazioni internazionali. L'esistenza di un movimento sionistico italiano consentiva a Mussolini di poter "guardar dentro" al sionismo internazionale onde eventualmente servirsene in funzione anti-inglese per favorire la penetrazione italiana nel Levante». (4)
E la «simpatia» col quale il regime guardò i sionisti revisionisti di Wladimir Jabotinsky, che tennero il loro congresso a Milano nel febbraio del 1932, fu dovuta al solo fatto che Mussolini capì l'impossibilità di dialogare con Weizmann, troppo legato all'Inghilterra, e facendo leva sulle divergenti posizioni dei revisionisti alla politica britannica. Ma le posizioni di Jabotinsky diverranno presto molto note, quando inciterà i suoi correligionari a sostenere militarmente la Gran Bretagna nella guerra contro le potenze dell'Asse.
Lo studio di Biagini cade di tono quando si occupa della figura di Galeazzo Ciano al momento della sua nomina a .ministro degli Esteri, quando, altresì, afferma: «... Ciano, intenzionato a dare alla politica estera italiana un maggior dinamismo, dalla seconda metà del 1937, in accordo ai suoi sentimenti bellicisti, antiborghesi e antibritannici, spinse il regime a un accordo sempre più stretto con la Germania nazista». Con tali affermazioni, Biagini ignora la chiara azione sabotatrice e la continua opera di tradimento che Galeazzo Ciano condusse contro l'alleanza ideologica e militare italo‑germanica nel corso degli eventi bellici del secondo conflitto mondiale.
In ultimo, resta da affermare che tra fascismo e sionismo non poterono mai effettivamente persistere reali unità d'intenti per una cooperazione dei due movimenti.
Il Fascismo si adoperò per l'evoluzione della nazione italiana. Quindi nel retaggio dottrinario del movimento rivoluzionario mussoliniano non potevano esserci assonanze con un movimento estraneo al corpo della nazione italiana e con una tradizione, quella ebraica, diretta al dominio ed allo sfruttamento finanziario dell'Europa e dei suoi popoli e che nel Verbo disprezzava quanto il mito di Roma antica e la sua civiltà rappresentava per il Fascismo.
1) Sull'opera di depistaggio operata da Veneziani e Don Nitoglia ai danni del neofascismo italiano e sui loro supporti politico‑ideologici si possono leggere i fascicoli di "Avanguardia" dell'ottobre 1993 e quelli dei mesi di febbraio, marzo ed aprile del 1996;
2) Herman Swith, “II Duce, la Palestina e il Congresso ebraico mondiale”, in "Haaretz" del 29 aprile 1934, riportato da Furio Biagini, "Mussolini e il sionismo 1919‑1938", M&B Publishing, Milano 1998, pag. 155;
3) Citato in: Giovanni Preziosi, "Giudaismo, bolscevismo, plutocrazia, massoneria", Edizioni Hohenstaufen, s. d., pag. 15‑16;
4) Furio Biagini, op. cit., pag. 63‑97