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Discussione: Trattato di Osimo.

  1. #101
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    Citazione Originariamente Scritto da ivanko Visualizza Messaggio
    esempio di italianizzazione

    il cognome medveced (piccoli orsi) diviene orsolini
    In contrasto a merdeveced, orsolino e` un ammiglioramento netto.

  2. #102
    Komunista Estetizzante
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    Per dire: Mussolini aveva ceduto queste terre a Hitler e Hitler le cedette ai Cosacchi. Che poi i fasci vengano a fare i patrioti lo trovo contraddittorio.

    Quando Hitler consegnò il Friuli ai cosacchi


    1944-45: l’occupazione cosacco-caucasica della Carnia e dell’Alto Friuli

    Pieri Stefanutti

    Fra l’ottobre del 1944 e l’aprile del 1945 decine di migliaia di cosacchi e di caucasici, trasportati dalla Russia e dall’Europa orientale nell’Alto Friuli e nella Carnia, vennero a presidiare i paesi friulani, spesso dopo aver costretto ad uno sfollamento forzato le popolazioni locali. Erano stati mandati dai nazisti nel “Kosakenland in Nord Italien”, la terra che era stata loro, se non promessa, quantomeno affidata, in cambio di un’azione di repressione antipartigiana. Per sette mesi i cosacchi cercarono di ricostituire nell’Alto Friuli i loro villaggi, le “stanitse”, riproponendo costumi, tradizioni, religione delle lontane regioni russe.
    Alla fine della guerra, i friulani cercheranno faticosamente di porre rimedio al dramma di una lunga occupazione; i cosacchi, invece, andranno incontro a un doloroso destino, dalla Drava alla Siberia.

    1) LE MOTIVAZIONI DI UN SINGOLARE STANZIAMENTO

    “Litorale Adriatico”, così lo avevano definito, riprendendo un vecchio mito asburgico, i nazisti che, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, avevano occupato il Friuli, Trieste e l’Istria, istituendovi l’OZAK (Operationszonen Adriatisches Küstenland, Zona di Operazioni del Litorale Adriatico) una sorta di protettorato, retto dal gauleiter Friedrich Rainer. Come in altre zone occupate (un’esperienza analoga si era avuta nel Trentino-Alto Adige con l’Alpenvorland), il presidio dei principali centri abitati e la difesa degli obiettivi di carattere militare era stata affidata alla Wehrmacht, mentre l’opera di repressione contro atti di sabotaggio era demandata alle SS (il capo della Polizia a Trieste era Odilo Globocnick, che aveva già avuto esperienze “significative” nel protettorato nazista istituito in Polonia). Nel Litorale Adriatico, per mesi, venne dunque attuata ogni forma di azione punitiva per reprimere la diffusione del movimento della Resistenza che pure, nonostante ciò, trovò modo di consolidarsi e di ottenere anche significative affermazioni, come la costituzione, nell’estate del ’44, di due Zone Libere, quella del Friuli Orientale e quella della Carnia.
    Contro questa minaccia, per riprendere quindi il controllo sul territorio e garantirsi la sicurezza di transito sulle principali vie di comunicazione, le autorità militari naziste determinarono di attuare una vasta azione di rastrellamento per debellare il movimento partigiano, affidando successivamente a unità collaborazioniste il compito di occupare stabilmente i centri abitati e mantenervi un saldo presidio. A questa incombenza vennero designati i cosacchi e i caucasici, popolazioni sradicate, a causa della guerra, dalla loro terra di origine e trasportate in Friuli al servizio del progetto nazista


    Le popolazioni cosacche, aggregatesi agli invasori nazisti, vennero più volte spostate in Ucraina, in Polonia e nella Russia Bianca. A queste genti era stato assicurato dai nazisti il ritorno alle terre di origine in un contesto di larga autonomia o, in subordine, l'assegnazione di nuovi territori. É questo, in sostanza, il tenore del noto proclama del 10 novembre 1943 del ministro per i Territori Occupati dell'Est Rosenberg e del comandante della Wehrmacht Keitel che diede origine al mito del "Kosakenland in Nord Italien": "In riconoscimento dei servigi da voi resi sul campo di battaglia, (…) riteniamo quale nostro dovere promettere a voi, cosacchi del Don, del Kuban, del Terek e degli altri eserciti, nonché a quei russi che da lungo tempo hanno vissuto tra di noi e con voi hanno combattuto contro i sovietici, quanto segue:
    1 - Tutti i vostri diritti e privilegi, che già ebbero a godere i vostri padri fin dai tempi più antichi;
    2 - La vostra autonomia, che ha fatto la vostra storica fama;
    3 - L’intangibilità del vostro possesso della terra, da voi acquistata con il lavoro vostro e dei vostri avi.
    4 - Qualora gli eventi bellici dovessero rendere temporaneamente impossibile il ritorno nella terra dei vostri padri, noi faremo risorgere la vostra vita di cosacchi in altra parte dell'Europa, sotto la protezione del Führer, ponendo a vostra disposizione la terra e tutto ciò che è necessario per una vita autonoma."

    Il proclama tendeva evidentemente a stabilire un pieno legame tra i cosacchi e gli occupanti tedeschi, per ottenere una piena identificazione del “problema cosacco” con il destino dei tedeschi stessi, mediante l’assicurazione di garantire loro un territorio dove insediarsi. Con l’inizio della ritirata tedesca, i cosacchi vennero trasferiti prima in Ucraina e poi nella Russia Bianca; reparti della fanteria cosacca vennero anche impiegati dai tedeschi nella repressione della rivolta di Varsavia. Nel frattempo, venne individuato il luogo dove “far risorgere la vita cosacca”: il Friuli. La decisione formale di inviare i cosacchi in Italia venne presa nel luglio del '44, quando Globocnik firmò col generale cosacco Domanov un accordo che, autorizzando l’insediamento in Friuli, riservava un duro trattamento alle popolazioni locali, determinandone in qualche caso l'allontanamento coatto e in altri la coabitazione forzata con i cosacchi: "I residenti nei villaggi italiani, considerati politicamente insopportabili, saranno allontanati dalle loro case, delle quali usufruiranno i cosacchi, in particolare quelli dell'armata del Don. Nei villaggi destinati ai cosacchi del Kuban, Terek e Stavropol, i residenti non saranno allontanati dalle loro abitazioni, ma dovranno comunque far posto alle truppe occupanti..."
    Di lì a poco si giunse all'attuazione pratica delle direttive, con l’autorizzazione al trasferimento di 4.000 caucasici (distinti burocraticamente in 2.000 “armati” e 2.000 “familiari”) e 18.000 cosacchi (poi saliti a 22.000: 9.000 “armati”, 6.000 “vecchi”, 4.000 “familiari” e 3.000 “bambini”) nel Litorale Adriatico. Ebbe così inizio l'Operazione Ataman, con la preparazione dei vagoni (furono necessari più di 50 treni merci militari) che avrebbero portato, dopo un viaggio di settimane, i cosacchi in Italia.


    L'ARRIVO DEI COSACCHI IN FRIULI

    Le truppe cosacche e caucasiche giunsero in Italia, con migliaia di cavalli, carriaggi e masserizie, attraverso la linea ferroviaria Villach-Tarvisio, a partire dal 20 luglio 1944, con una serie di arrivi di convogli che si protrasse in maniera continuativa sino al 10 agosto, per poi assumere carattere di sporadicità. La principale località di smistamento fu Stazione per la Carnia, tra i paesi di Venzone ed Amaro, dove giunsero complessivamente una cinquantina di treni; altri contingenti fecero scalo alle stazioni di Pontebba e di Gemona.
    Da Carnia le truppe si mossero inizialmente in due direzioni: a nord verso Amaro e a sud verso Osoppo. Prima dell'occupazione dei paesi, per circa un mese e mezzo, i cosacchi stazionarono dunque nella piana di Amaro, tra il Tagliamento ed il paese e a Osoppo, attorno alla storica fortezza. Altri gruppi presero stanza a Gemona occupando, sotto il controllo tedesco, alcuni edifici pubblici, come le scuole. Nella stessa Gemona venne fissata inizialmente la sede del comando del generale T. I. Domanov.
    Migliaia di persone provate dal lungo, estenuante viaggio, cercarono una sistemazione provvisoria in diverse località, tentando di provvedere autonomamente alla soluzione delle necessità più impellenti, giacché praticamente nulla era stato predisposto per garantire mezzi di sostentamento e di assistenza adeguati. Fu così che reparti a cavallo cominciarono a battere le campagne e i centri abitati, razziando tutto quello che poteva servire a garantire un minimo di sopravvivenza.
    Profondo stupore destarono dunque fra i friulani questi nuovi venuti, come descritto da Mario Pacor: “Si presentavano per lo più nei paesi del Friuli e della Carnia a cavallo, suonando il corno, lanciando primitive urla di guerra, sparando all’impazzata e agitando le sciabole, quelli che le avevano. Erano infatti vestiti e armati nei modi più vari, molti in uniformi grigio-verdi tedesche con appena qualche variante cosacca, ma armati di moderni fucili e mitra, altri in più pittoresche quanto assurde uniformi dell’antica cavalleria zarista, con grandi colbacchi di pelo in testa, cartucciere intrecciate sul petto, lunghe bande azzurre o rosse alla cucitura dei pantaloni, con spade, pugnali e pistoloni variamente istoriati.
    Ai drappelli militari facevano seguito carovane di carriaggi sui quali viaggiavano donne, vecchi e bambini, e tra un carro e l’altro o al loro fianco cavalli, qualche mucca, qualche capra, a volte perfino cammelli o dromedari”.
    Fu insomma l’aspetto umano, la variegata panoramica offerta dall’aspetto dei civili cosacchi, più che il lato strettamente militare, a colpire, come traspare, per esempio, dalla stupita descrizione dei cosacchi fatta dal parroco di Buia: “Sui carri, tipici carri primitivi, stretti, sconnessi e sgangherati su cui stanno le più disparate cose, utensili e pignatte, damigiane e fusti, casse e sacchi, fieno e patate, pannocchie da scartocciare, tralci di uva, pagliericci e coperte e indumenti d’ogni sorte, tutto ammonticchiato alla meglio; e gente, uomini di tutte le età, con barbe incolte, parecchie donne, alcune famiglie con i piccoli, in male arnese, merci che lasciavano un tanfo nauseabondo al loro passaggio. Molti dei carri sono coperti con pelli di bovini, di recente macellazione, con tappeti e corsie, con teli da tenda, con copriletti… Gli uomini indossano le divise più disparate, in maggioranza hanno il copricapo dei cosacchi, berretto nero di pelo con la parte superiore rossa, blu, verde…”.
    La qualità e la quantità delle formazioni cosacche giunte in Italia suscitarono un palese disappunto da parte degli stessi tedeschi, i quali avevano sperato di poter disporre di reparti militari in assetto di guerra da impiegarsi immediatamente nelle azioni contro le forze partigiane e, viceversa, si trovavano di fronte a contingenti nei quali erano predominanti i civili. In una relazione da Berlino, un alto funzionario nazista scrisse infatti: "Ci si aspettava brigate e reggimenti cosacchi bene organizzati, che potessero essere immediatamente impiegati nelle lotte contro le bande. Non era noto a sufficienza che si trattava di profughi, i quali erano da diversi mesi in cammino dall'est a piedi e per ferrovia, con attrezzature, armamento ed abbigliamento di emergenza, e che nelle carovane si trovavano le famiglie dei cosacchi in armi... Ne risultarono grandissime difficoltà nell'acquartieramento e nell'approvvigionamento..".
    L'arrivo delle formazioni cosacche non costituì, inizialmente, un fattore pienamente valutato da parte delle forze della resistenza che, probabilmente, non riuscirono a valutare interamente il carattere antipartigiano dell'iniziativa. Contro i convogli e le tradotte giunte in Friuli attraverso la ferrovia non venne praticamente tentato alcun attacco o sabotaggio. Solo in un secondo momento, di fronte al concretarsi dell'insediamento, con la stabilizzazione dei centri di raccolta, vennero avviate alcune azioni di sabotaggio. L’azione più importante avvenne nella notte tra il 26 e il 27 agosto del 1944 quando i partigiani garibaldini dei Btg. Matteotti e Stalin sferrarono un attacco contro i cosacchi attestati nelle scuole di Campagnola di Gemona.

    L’ASSALTO ALLE ZONE LIBERE

    Alla fine di settembre la 305° Divisione tedesca, appoggiata da tre reggimenti cosacchi e da alcuni battaglioni fascisti attaccarono la Zona Libera del Friuli orientale. Dopo combattimenti protrattisi per alcune giornate, i partigiani si ritirarono verso il Collio goriziano; tedeschi e cosacchi, pur vincitori, infierirono contro i civili, ritenendoli responsabili dell’appoggio dato al movimento partigiano, provvedendo ad incendiare diversi paesi (il bilancio complessivo sarà di 690 abitazioni e 436 rustici distrutti, 35 civili assassinati, 220 – tra partigiani e civili – catturati e deportati nei campi di sterminio).
    Seconda tappa dell’offensiva nazista fu quella che venne da loro definita la “settimana della liberazione e riconquista del settore dei monti S. Simeone e Brancot”.
    Vi fu un massiccio e rapido ammassamento (tre la fine di settembre ed i primi di ottobre) di uomini e mezzi tutt'intorno alla Zona Libera del Friuli e in particolare tra Amaro e Tolmezzo e sulla testa di ponte di Braulins.
    Nella mattinata del 2 ottobre, il colonnello De Lorenzi, comandante della M.D.T. (Milizia per la Difesa Territoriale), guidò l’attacco, condotto da fascisti e nazisti, contro le forze partigiane dei Comuni di Trasaghis e Bordano. Dopo un intenso cannoneggiamento, le truppe attraversarono il Tagliamento, vanamente contrastate dalle forze partigiane. Vennero così occupati i paesi di Braulins prima e di Trasaghis poi. Dopo diversi scontri protrattisi per tutta la giornata successiva, nella mattinata del 4 ottobre i nazifascisti tentarono un'azione di aggiramento: presi tra due fuochi, i partigiani furono costretti a ritirarsi.
    I reparti nazifascisti poterono così occupare il paese di Avasinis. Intanto veniva subito disposto lo sfollamento di Braulins che un testimone diretto descrisse così: “Il ponte sul Tagliamento era interrotto ed il fiume in piena. Si videro allora i vecchi, le donne ed i bambini di Braulins e Trasaghis trascinare, piangendo, sotto la pioggia incessante, quelle poche masserizie che riuscivano a salvare, quelle poche bestie che costituivano tutta la loro ricchezza ed affrontare il fiume minaccioso. Le acque ribaltavano barelle, travolgevano nella loro furia vacche e maiali, botti di vino e cesti di vestiario. Fu l'esodo più disastroso che gente abbia mai dovuto compiere sotto la minaccia delle pistole nemiche".
    Nel paese di Avasinis, grazie all’opera di mediazione del locale parroco, don Zossi, si riuscì ad ottenere una dilazione che poi servì per scongiurare lo sfollamento di quella località.
    Ad Alesso, la più grossa frazione del Comune, le direttive dell’evacuazione vennero applicate duramente. Giunti infatti i repubblichini ad Alesso nel primo pomeriggio, venne subito ordinato lo sgombero, così descritto dal sacerdote del paese, don Noacco: “Un colonnello repubblicano, De Lorenzi, volle arrogarsi per primo l'onore di intimare, con volto arcigno, lo sgombero di tutta la popolazione in 24 ore; la sera un comandante teutonico, radunati alcuni uomini, ripeteva l'amara antifona - perché - aggiungeva - c'era stato in paese il comando partigiano. Le preghiere e suppliche delle donne a nulla valsero, discussioni non erano permesse. (..) Di sgomberare immediatamente tutti gli ufficiali repubblicani ci predicavano. Ad aumentare il nostro sgomento, alcuni ci dissero che per noi in Germania c'era pronto un villaggio e che ci tenessimo uniti per il nostro meglio. Frattanto entrava nel paese un battaglione di cosacchi ed i tedeschi e i repubblicani se ne andarono”.
    Il maggiore responsabile nazista nella provincia di Udine, l’SS-und Polizei Kommandeur Jacob Ludolf von Alvensleben, assieme al comandante dei cosacchi in Friuli, il generale T. I. Domanov, compì un sopralluogo nel comune di Trasaghis il 5 ottobre. Oltrepassato il Tagliamento al ponte di Braulins, ispezionarono i paesi, spingendosi sino sulla piazza di Alesso, dove vennero accolti dai responsabili della M.D.T. (e in primo luogo dal colonnello De Lorenzi) che avevano diretto l’offensiva e disposto lo sfollamento della popolazione civile, per sanzionare l’ufficiale consegna del territorio occupato ai cosacchi. Dopo due giornate di inutili preghiere, lo sfollamento venne reso operativo dall’8 ottobre. Fu così che (è ancora don Noacco a raccontare) “sotto una pioggia torrenziale parte della popolazione si diresse per Somplago, la massa al di là del Tagliamento, che per disgrazia era in piena e il passaggio appena possibile a piedi per il ponte interrotto, trovando ospitalità a Gemona, Osoppo, Buia, Majano, Comerzo, Villanova di S. Daniele, Flaibano, Ruscletto, Tomba di Mereto, Pantianicco, Grions del Torre, Orsaria, Artegna, Montenars…. Rimasero in paese solo alcuni ammalati, impotenti a muoversi e qualche vecchietto non sazio ancora di tenere duro. (…) I vecchietti rimasti furono poi dai cosacchi catturati, rinchiusi in prigione e, spogliati di tutto, cacciati".

    Dopo la "settimana per la liberazione dei settori monte Brancot e San Simeone", che portò alla sostanziale eliminazione del movimento partigiano nella Valle del Lago e alla conseguente occupazione cosacca, le forze nazifasciste, dall’8 ottobre, diedero attuazione piena alla progettata "Operazione Waldlaüfer" che, in poche settimane, diede agli hitleriani il pieno possesso della Carnia. Furono 25 i civili uccisi nella sola avanzata verso la Carnia: tra questi, un sacerdote, il curato di Imponzo don Giuseppe Treppo, assassinato mentre tentava di difendere alcune donne dalle insidie dei cosacchi occupanti. Dall’8 al 13 ottobre vennero dunque occupate le valli dei fiumi But, Chiarsò e Degano e quindi la Val Tagliamento; successivamente venne portato l’attacco contro la Val Cellina e, infine, contro la zona delle Prealpi Carniche, attorno al Monte Rossa, dove si erano concentrati gli ultimi reparti partigiani combattenti.
    All'inizio di dicembre erano stati sostanzialmente raggiunti i traguardi che i responsabili nazisti del Litorale Adriatico si erano posti, vale a dire l'eliminazione del pericolo rappresentato dall'organizzazione partigiana, la garanzia dell'assicurata sorveglianza delle principali vie di comunicazione, il controllo sostanziale della regione garantito dalla presenza delle unità collaborazioniste cosacco-caucasiche.


    SETTE MESI DI KOSAKENLAND

    Nei paesi occupati dai cosacchi, gli abitanti furono presto obbligati a cedere metà delle stanze di ogni abitazione. I rapporti tra i carnici e gli occupanti furono inizialmente difficili, giacché si dovette dare in tempi brevi risposta alle necessità dei nuovi arrivati: alloggiamento, approvvigionamento di derrate alimentari, ricovero e mantenimento del bestiame e degli animali giunto al seguito dei cosacchi.., il tutto aggravato da un atteggiamento di tracotanza assunto dagli occupanti.
    Così descrisse l’insediamento Michele Gortani: “I nuovi venuti penetravano da padroni in tutte le case, secondo il loro capriccio, e di solito preferendo quelle abitate a quelle disposte esclusivamente per loro. Trattavano gli abitanti come soggetti al loro servizio. Usavano spesso di sedersi a tavola all’ora del pasto e appropriarsi il poco che le famiglie avevano preparato per sé. Rovistavano a piacere per ogni dove, rubando qualunque cosa li talentasse, dagli oggetti di valore alle vesti, dalle lenzuola e coperte ai viveri di ogni specie, dagli animali da cortile alle masserizie. Mostravano una predilezione particolare per le pecore, delle quali non una venne risparmiata. Per i loro cavalli innumerevoli, non contenti di lanciarli al pascolo giorno e notte negli orti e nei campi, saccheggiavano sistematicamente le provviste di fieno che le nostre donne avevano con aspre fatiche trasportate dalla montagna fino in paese, per l’alimentazione del bestiame durante l’inverno”.
    Successivamente poté subentrare un periodo di relativo assestamento, cosicché la convivenza forzata tra occupanti e popolazione carnica poté instaurarsi lungo criteri di maggiore vivibilità e reciproca comprensione. Il problema più rilevante fu comunque quello dell’approvigionamento, come testimoniato anche dal diario del parroco di Invillino, in Carnia: “Eran arrivati come zingari con una lunga teoria di carri traballanti trascinati da cavalli ridotti all’osso e con unamandria di vacche altrettanto magre ed affamate. La preoccupazione della sopravvivenza degli animali li costrinse alla ricerca affannosa di fieno. Durante tutte le stagioni, anche d’inverno, le magre vaccherelle gironzolavano per la campagna mentre i padroni, ogni volta che se ne presentasse l’occasione, tentarono di appropriarsi del prezioso alimento ovunque lo trovassero. Alla popolazione venne imposta ripetute volte la ingiunzione di versare contribuzioni di fieno per parecchie centinaia di quintali…”.

    Nel territorio occupato vennero create 44 stanitse (presidi a costituzione mista civile e militare). Il quadro generale risulta abbastanza complesso e frammentario, e questo per la diversa matrice etnica e culturale degli occupanti. I cosacchi erano divisi in più eserciti, indicati col nome del fiume che attraversava le terre di origine (cosacchi del Don, del Terek, dell' Ural, del Kuban...); vi erano poi un nutrito gruppo caucasico e sparute minoranze georgiane, armene, turchestane e di altre origini ancora. Il territorio dell’Alto Friuli e della Carnia venne diviso sostanzialmente a metà: la parte settentrionale (con sede di comando a Paluzza e giurisdizione sulle Valli del But, del Chiarsò, del Degano, sulla Val Pesarina e la Val Calda) ai caucasici (la Divisione Caucasica era comandata dal generale Klitsch) e quella meridionale (con sede di comando a Tolmezzo e giurisdizione sulla Carnia meridionale e le vallate delle Prealpi) ai cosacchi (la Divisione Cosacca era comandata dal generale Domanov); un contingente georgiano, assegnato di rinforzo, si insediò nel mese di febbraio nel paese di Comeglians.
    I reparti militari cosacchi erano organizzati su quattro Reggimenti, di sede rispettivamente a Clauzetto, Tarcento, Enemonzo e Ampezzo; un quinto Reggimento, di riserva, era stanziato a Osoppo.
    Vennero costituite anche la Riserva di Cavalleria Cosacca, composta da 3000 uomini comandati dal generale Shuro (e inizialmente stanziati a Povoletto), una Scuola di Guerra a Tolmezzo, comandata dal generale Borodin e una Scuola di Cadetti a Villa Santina, comandata dal generale Salamakin.

    Nelle zone occupate dai caucasici, Paluzza diventò sede del Comando caucasico e del tribunale popolare, a Treppo si istituì un ospedale con 35 posti-letto, con un reparto di chirurgia, uno di medicina e uno di malattie infettive; a Cercivento venne istituito un ricovero per invalidi di guerra; Sutrio diventò sede di una scuola caucasica in Casa Del Moro, così come Paluzza. Ligosullo ospitò un teatro, mentre a Sutrio venne istituita un’orchestra ed una scuola di ballo. A Paluzza, inoltre, venne allestita una tipografia dove si stampava un giornale in caratteri cirillici, in uscita due volte alla settimana, Severokavkazec, che fungeva da organo di stampa dei nord caucasici stanziati nell’Alta Carnia (per i cosacchi, stanziati nei comuni più a sud, usciva il bisettimanale Kazac'ja Zemlja, Terra cosacca). Nella valle del Tagliamento, a Villa Santina, trovò sede la Scuola Allievi Ufficiali.
    Gli occupanti giunsero perfino a mutare il nome originario dei paesi: Alesso divenne Novocerkassk, Cavazzo Carnico Jekaterinodar (o Krasnodar) Trasaghis Novorossisk.


    Una relazione nazista del novembre '44 attesta l'avvenuta occupazione, con brani di involontaria (o tragica?) ironia: "Entro i primi di novembre l'intero territorio fu ripulito dalle bande e la popolazione parzialmente evacuata. Alcune località furono prese in consegna da Stanize cosacche e trasformate in breve in lindi villaggi cosacchi. Negli altri villaggi gli italiani possono rimanere ed ai cosacchi devono cedere solo parti compatte dei loro villaggi..."
    E lo stesso comandante delle SS e della Polizia per la Provincia del Friuli, von Alvensleben, ribadiva il concetto all’Arcivescovo di Udine che gli si era rivolto preoccupato per le drammatiche conseguenze dell’occupazione cosacca: “La chiamata dei cosacchi e dei caucasici nel territorio del Friuli è stata resa necessaria per distruggere l’ognora crescente unità dei banditi. É chiaramente dimostrato che l’attività dei banditi là, dove nelle ultime settimane furono inviati i cosacchi ed i caucasici, fu realmente repressa…”.

    Le testimonianze sono generalmente concordi nell'indicare una prima fase caratterizzata da prepotenze, ruberie e occupazioni forzose ed una successiva segnata da una maggiore attenzione e cura, orientata verso lo stabilizzarsi ed il consolidarsi della convinzione che la permanenza in Friuli per i cosacchi potesse durare a lungo e fosse quindi necessario apprestare strutture maggiormente stabili. Dappertutto furono instaurate regole molto severe per quanto riguardava la circolazione delle persone: stabilite proibizioni precise nelle ore di coprifuoco, venne richiesto un lasciapassare per gli spostamenti fra i paesi e, soprattutto, dai paesi alle località di pascolo. I lasciapassare, rilasciati dai comandi, erano redatti in italiano, tedesco e russo, recavano il nome del titolare e dei suoi familiari e l'indicazione della località che era consentito raggiungere dalla residenza abituale.
    Il proposito dello stanziamento duraturo viene chiarito dall'avvio, da parte dei cosacchi, di lavori agricoli nelle campagne dei paesi sfollati. Alcune testimonianze riferiscono di una sorta di divisione organizzata dei terreni, con l'assegnazione di fondi individuali alle diverse famiglie. Profonda curiosità destarono naturalmente gli aspetti legati alla diversa religiosità, a partire dalle funzioni in chiesa, allo svolgimento dei funerali (spesso con la deposizione e l’offerta di viveri sulle sepolture) o nello svolgimento di processioni epifaniche con abluzioni rituali nei laghi e nei corsi d’acqua. Per lo svolgimento delle loro funzioni religiose, i cosacchi, in qualche caso, giunsero ad occupare le stesse chiese cattoliche; più frequentemente requisirono un capace edificio pubblico (soprattutto scuole) per adattarlo a luogo d’assemblea religiosa.
    In numerosi paesi si venne a stabilire dunque una sorta di convivenza forzata che, in qualche caso, diede luogo anche a episodi di fraternizzazione tra occupanti ed occupati. Durante l'inverno le forze lavorative locali, bloccate le tradizionali attività, dovettero necessariamente aderire alle offerte di lavoro degli occupanti nazisti.

    L'organizzazione Todt, i cui aderenti indossavano una divisa color cachi, e quella parallela Enzian (i cui aderenti indossavano una divisa grigioverde con una fascia di riconoscimento al braccio) aprirono cantieri in diverse località, soprattutto per il miglioramento della viabilità, la costruzione di gallerie e rifugi antiaerei, l'allestimento di linee di fortificazione. Tutti gli uomini validi (compresi diversi partigiani che, dopo i rastrellamenti, avevano temporaneamente abbandonato la macchia) vennero reclutati, in una serie di cantieri allestiti nei diversi paesi.

    Va ricordato infine che il paese di Verzegnis si trovò ad ospitare la residenza del capo supremo delle forze cosacche, l'atamano Piotr Nikolaevic Krassnov, giunto in Carnia assieme alla moglie Lidia Fedeorovna nel mese di febbraio 1945. Il piccolo paese carnico diventò, in quei mesi, un punto di riferimento per la nobiltà cosacca, come ricostruito dal Carnier: “Principesse e dame, provenendo da Tolmezzo, Osoppo e da varie zone di insediamento, raggiungevano il quartier generale per porgere un saluto all’atamano e alla consorte. Krassnoff, tralasciando momentaneamente i suoi problemi, sapeva assum,ere un contegno cavalleresco, compiacendosi di quelle visite ch’egli accoglieva con rigorosa etichetta poiché riteneva che fosse suo compito ridare auge al mondo aristocratico russo vissuto per troppo tempo in esilio. Al quartier generale di Krassnoff si godeva, benché si fosse in tempo di dura guerra, di un lusso imperiale: una nostalgia che il nazionalsocialismo tollerava per i suoi fini politici e propagandistici”.



    LA FINE DELL’AVVENTURA COSACCA

    Negli ultimi giorni di aprile, a Campoformido, vicino a Udine, l’atamano Krassnov ebbe un incontro col generale Vlasov, il comandante della ROA, l’Armata Russa di Liberazione. Constatato l’esito sfavorevole della guerra, venne concordemente deciso che i cosacchi stanziati in Friuli avrebbero dovuto ritirarsi in Austria dove, presumibilmente, si sarebbe tentato di organizzare una resistenza.
    Tra la fine di aprile ed i primi di maggio si assistette dunque al ritiro delle formazioni cosacche e naziste dalla Carnia e dall’Alto Friuli.

    Un grave episodio che caratterizzò i giorni della ritirata avvenne ad Avasinis, una piccola frazione del Comune di Trasaghis dove, il 2 maggio 1945, a guerra praticamente conclusa, venne compiuta dai nazisti, per motivazioni mai completamente chiarite, una strage tra la popolazione civile. Tale eccidio fu opera di una compagnia di circa 250 Waffen SS appartenenti probabilmente alla Karstjäger Brigade (una formazione composita della quale facevano parte anche istriani, altoatesini e friulani). Nel pomeriggio del primo maggio, dunque, un nucleo SS si suddivise, attestandosi parte sul "Montisel" sopra Trasaghis e parte tentando un aggiramento attraverso le montagne sopra Avasinis. La notte trascorse tranquilla. Al mattino del giorno seguente, forse dopo alcune raffiche di mitragliatore sparate dai partigiani, appostati sul ciglione sovrastante il cimitero contro le SS che avanzavano, i nazisti sferrarono un attacco convergente contro Avasinis: penetrarono nel paese da tre direzioni concentriche e, sbaragliate in breve le difese partigiane, diedero atto ad una strage feroce che colpì indistintamente uomini, donne, anziani, bambini: 51 le vittime complessive di quel massacro.
    La strage venne interrotta dall'intervento di un ufficiale tedesco, si dice un maggiore che montava un cavallo bianco, verso il mezzogiorno del due maggio. Da quel momento i nazisti, dopo aver anche iniziato a trasportare alcuni cadaveri in un canale poco distante dal paese, si apprestarono a pernottare, dopo aver catturato e imprigionato tutte le altre persone trovate ancora in giro. Al mattino del giorno successivo la squadra di SS abbandonò il paese: parte proseguì compatta, diversi militari cercarono di disperdersi autonomamente, spesso dopo aver indossato abiti civili (non è chiaro se si sia trattato di "diserzioni" o, più probabilmente, di un "rompete le righe" al quale aderirono i militari di origine non germanica, una volta appresa la notizia della capitolazione dell’esercito tedesco in Italia).
    La gente di Avasinis poté uscire dai rifugi e dalle stanze ove era stata imprigionata, ridiscendere dalla montagna e iniziare la pietosa opera di recupero delle 51 vittime, indirizzare verso gli ospedali gli 11 feriti.
    Mentre ad Avasinis aveva luogo l’eccidio, nelle stesse ore, ad Ovaro, in Carnia, i cosacchi in ritirata, dopo un attacco partigiano, accerchiarono il paese e uccisero diversi partigiani, 8 georgiani che si erano uniti alle forze della Resistenza e oltre 22 civili, fra i quali il parroco don Cortiula. I fatti ebbero una drammatica successione: dopo che contro un comandante partigiano, venuto a trattare la resa, era stata lanciata una bomba a mano, i partigiani assalirono e fecero saltare in aria la caserma del presidio caucasico, causando parecchie vittime. Inferociti, allora, i caucasici si lanciarono indiscriminatamente contro i civili, uccidendo quanti incontravano sulla loro strada, saccheggiando, incendiando case. Alcuni georgiani, unitisi ai partigiani, vennero individuati ed uccisi; i loro corpi vennero poi disposti in maniera rituale sulla piazza del paese.
    All'eccidio di Avasinis fece invece seguito una dura vendetta che sfociò nell'uccisione sia di sbandati dell'esercito nazista sia di cosacchi che non erano riusciti a ritirarsi ed erano stati presi prigionieri dai partigiani.
    Nelle ore immediatamente successive alla strage vennero infatti organizzate delle spedizioni e delle battute tese a raggiungere e catturare gli autori del massacro di Avasinis: vennero intercettati diversi nazifascisti ritenuti responsabili della strage, i quali vennero prelevati e ricondotti ad Avasinis. Ad Avasinis i prigionieri vennero portati sulle piazze, sottoposti a processi sommari e quindi uccisi dalla rabbia popolare, direttamente sulle piazze o in luoghi appartati.
    I cosacchi arresisi ad Avasinis e nei paesi circostanti alle formazioni partigiane erano stati portati in montagna alla fine di aprile e custoditi in alcune basi partigiane. Il numero complessivo dei cosacchi catturati si fa ammontare a oltre un centinaio. Questi, nella maggior parte, dopo essere stati portati in basi partigiane maggiormente arretrate al momento dell'arrivo in paese della squadra SS autrice del massacro, vennero fucilati dai partigiani nei giorni immediatamente successivi alla strage del 2 maggio, in una serie di azioni, probabilmente nemmeno coordinate tra loro, dettate da un atteggiamento di istintiva emotività in reazione all'eccidio.


    La maggior parte dei cosacchi, dispersi lungo tutte le vallate carniche, senza alcuna ratificazione di resa, iniziarono invece la ritirata verso la Carinzia: fra la fine di aprile ed i primi di maggio vennero organizzate delle lunghe colonne di fuggiaschi in direzione dell'Austria. I principali itinerari della ritirata furono quelli lungo la Val Tagliamento e lungo la Valle del But: entrambe le colonne confluirono nel paese di Paluzza da dove raggiunsero il passo di Monte Croce Carnico per poi scendere verso la vallata austriaca della Drava.
    Dopo il difficile superamento del passo di Monte Croce (l’ultimo transito è segnalato il 5 maggio 1945), i cosacchi furono concentrati nella cittadina di Peggetz, nei pressi di Lienz, ove, per circa un mese, venne allestito un campo di raccolta, sotto il controllo degli inglesi. Vennero loro requisiti cavalli e armi e, generalmente, tenuti in condizioni di isolamento.
    Gli accordi tra le grandi potenze prevedevano la riconsegna all'Unione Sovietica di tutte quelle formazioni e quelle popolazioni che si erano schierati a fianco del nazismo: ciò fu fatto senza tener conto di situazioni personali o di giustificazioni storiche collettive. In un primo tempo gli inglesi fecero arrestare i principali ufficiali cosacchi, poi, il primo giugno, venne dato l'annuncio ufficiale dell'imminente riconsegna di tutti i cosacchi all'Unione Sovietica, con il rimpatrio forzato. La notizia, sostanzialmente inattesa, fu accolta con scene di panico e disperazione; parecchi tentarono la fuga, trovando a decine la morte nelle acque della Drava.
    La maggior parte dei cosacchi venne deportata nei campi di concentramento sovietici in Siberia e condannata a lunghi anni di detenzione. I principali responsabili del movimento cosacco, tra i quali l’atamano Krassnov e il generale Domanov, vennero processati e giustiziati a Mosca nel 1947.
    I cosacchi che riuscirono a evitare il trasferimento in Unione Sovietica cercarono di trovare rifugio lontano dalla terra d'origine (consistenti gruppi cosacchi si ricostituirono, per esempio, in Germania, in Francia, in Israele, negli Stati Uniti, nel Canada, nel Sud America, in Australia).

    BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

    · P.A. Carnier, L'armata cosacca in Italia 1944-1945, Mursia, 1990
    · M. Di Ronco, L’occupazione cosacco-caucasica della Carnia (1944-1945), Tolmezzo, 1988
    · F. Fabbroni, L'occupazione cosacca della Carnia e dell'Alto Friuli, “Storia Contemporanea in Friuli”, 15 (1984)
    · M. Gortani, Il martirio della Carnia, Leonardo, 2000
    · M. Pacor, Le orde cosacche invadono il Friuli, “Storia Illustrata” n. 208, marzo 1975
    · B. Rocca, Un avvenimento poco conosciuto del 2° conflitto mondiale. L’impiego dei cosacchi in Italia, “Rivista Militare” n. 5, 1988
    · P. Stefanutti, Novocerkassk e dintorni. L'occupazione cosacca della Valle del Lago (ottobre 1944 - aprile 1945), IFSML, Udine, 1995
    · P. Stefanutti, S. Di Giusto, D.Tomat, Memorie di un esodo. I giorni dello sfollamento dell’ottobre 1944 e dell’occupazione cosacca nel Comune di Trasaghis, Comune di Trasaghis, 2003.



    Pieri Stefanutti ha pubblicato vari libri sulle vicende della prima e della seconda guerra mondiale nel territorio dell’Alto Friuli e, in particolare, Novocerkassk e dintorni, IFSML, 1995, espressamente dedicato all’occupazione cosacca.
    .

  3. #103
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    Insomma furono i reparti fascisti a fare sgomberare gli italiani per far posto ai cosacchi. Se Hitler glielo avesso chiesto avrebbero anche sgombrato l'Istria dalla fastidiosa presenza italiana.
    Ecco i territori italiani ceduti ai tedeschi:

  4. #104
    Breiner252
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    Red Shadow, io mi chiedo come possa un troll comunista stalinista venire a fare la morale a chicchessia.
    Soprattutto, in un'altra discussione hai definito "patriota" un comunista...ma che ti sei bevuto il cervello?
    Ma se siete (e tu ne sei la massima espressione) anti-italiani per definizione!
    Mi ero ritirato da questa discussione perchè non posso competere con la fiumana di documenti (più o meno strampalati) che posti...ne avrei alcuni per confutare le tue corbellerie, ma dovrei trascriverli e non ne ho tempo.

    Ma sentir certe affermazioni mi fa proprio girare le palle. Ma se fino a ieri la RSI, per voi, era uno stato fantoccio: adesso è diventato uno stato sovrano che tradisce i suoi cittadini?
    Ma siete un branco di ridicoli...ormai non c'è più gusto a parlare con voi.

  5. #105
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    Io non ho capito il punto di vista di Red Shadow. Qui si confonde la componente etnica con la guerra.

    La componente etnica costiera era italiana, c'è poco da dire, basti osservare tutti i censimenti dell'epoca, da quello austroungarico in poi. Pola era città più italiana di Trieste, e dovette sgomberare tutti i suoi abitanti per lasciar posto alla Jugoslavia. Giustissimo, sicuramente.

    Fiume era italiana, italianissima. Gli slavi erano concentrati nel porto del Paese Sussak, e dal termine della 1 G.M, il console ungherese disse (Fiume era IL porto Unghere prima): "Fiume non può andare a nessuno stato, fuorchè l'Italia, è indiscutibilmente italiana".

    Il carso triestino, Idria, Tolmino, Caporetto erano a maggioranza slava (sì, anche Villa del Nevoso). Quindi, quella parte di Carniola era giustamente rivendicabile dagli slavi.

    Ma l'andar a minare città, Paesi indiscutibilmente di lingua, cultura, architettura, tradizioni italiane è una follia. Inutile citare quanti personaggi italiani, istriani, giuliani, dalmati dall'antica roma hanno inventato qualcosa. Pensiamo a, Niccolò Tommaseo, di Sebenico. Marco Polo, Giuseppe Tartini di Pirano (ora slovenizzato Josip??).

    La guerra fu un disastro dopo l'8 settembre 1943: l'alleato passato dall'altra parte finì nell'acuire le intenzioni delle menti intransigenti dell'NSDAP come Goebbels: riavere tutto il nord Italia, fino al lombardo veneto. Parola d'ordine:" Trieste chiama Vienna, Vienna chiama Trieste".

    Nel dopoguerra (tralasciando invasione titina, per i comunisti filoslavi "liberazione), il confine orientale era un grosso problema, con l'Italia sconfitta che ratifica un diktat assurdo, e una Jugoslavia vincitrice.

    De Gasperi, criminale da forca, rifiutò il referendum tra le due nazioni per il passaggio territoriale all'una o all'altra, in favore dell'alto adige e a suo avviso, insicuro del risultato.

    Ancor oggi "i morti" parlano nei cimiteri, per garantire l'italianità di quei territori. Emigrarono, (data ufficiale 10 febbraio 1947) 540.000 italiani. NON 350.000, come la propaganda ci ha fatto credere.

    Tito nel 1947 fece un discorso a Fiume ove si diceva che erano emigrati 350.000 italiani, e c'erano 350.000 slavi, così abbiamo fatto a metà. Nulla di più falso! Pura propaganda titoista asservita ai suoi porci scopi.

    Invito a leggere i censimenti fatti dal GMA all'epoca, che se ne è fregato di tutto e tutti.

    Cordiali saluti

  6. #106
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    L'itaialinità di queste terre, che prima del '18 non erano mai state italiane poteva essere in qualche modo legittimamente rivendicata in una nuova spartizione per l'affinità delle popolazione costiere con l'Italia. Dopo ciò che fece il fascismo alle minoranze slave diventava tutto più difficile purtroppo.
    Il fascismo ha pesantemente discriminato gli slavi, ma addirittura ancora prima del fascismo le autorità militari di occupazione e poi le autorità del Regno d'Italia. Ma fu con il fascismo di confine, con la distruzione manu militari di tutte le organizzaioni culturali e civili slave, con la proposta di Sauro di deportare le popolazioni slave durante la guerra, con la cessione dell'autorità su queste zone alla Germania che l'Italia putroppo si è giocata la possibilità di salvare il salvabile.

    Quando dico che l'Istria fu una deroga alla dottrina Wilson, dico una mezza verità. Noi potevamo rivendicare comunque l'importanza delle Città abitate a maggioranza da italiani come elemento fondatore dell'istrianità, diciamo così.
    Poi però cominciammo a rivendicare Fiume che era al 60% abitata da italiani, anche se storicamente era più ungherese che italiana, se però andiamo a vedere il contesto metropolitano ossia anche gli abitanti di Sussak gli italiani erano addirittura minoranza. Poi addirittura l'enclave di Zara.
    Non ci sarebbe forse stato niente di male se noi ci fossimo comportati come stato di cittadinanza e non come stato etnico. Tutti gli stati hanno minoranze sul loro suolo specie ai confini. Ma noi ci comportammo malissimo per colpa del fascismo.

  7. #107
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    A proposito di Togliatti e Trieste:
    16 maggio 1945
    Sul quotidiano comunista "L’Unità", Palmiro Togliatti, nell’articolo intitolato "I comunisti e Trieste", scrive: "Noi comunisti affermiamo l’italianità di Trieste…Vogliamo trovare per la questione di Trieste una soluzione che soddisfi i diritti nazionali di tutti…e non comprometta in nessun modo i futuri nostri rapporti di fraternità e collaborazione con i popoli della Jugoslavia".
    La questione è impostata correttamente senza sciovinismi.

    A Breiner:
    I Gruppi d'Azione Patriottica e le Squadre di Azione Patriottica erano formate in gran parte da comunisti.
    Come ho detto in più di una occasione il patriottismo è storicamente nato a sinistra, infatti nasce nella Francia giacobina.
    In URSS già Lenin richiamò l'Armata Rossa al Patriottismo Rivoluzionario per cacciare i 14 paesi che avevano invaso il Paese (tra cui l'Itaia) durante la Guerra Civile. Per non parlare della Grande Guerra Patriottica.
    Tutte le rivoluzioni comuniste furono anche Guerre patriottiche e di liberazione nazionale: da quella cinese, a quella vietnamita per non parlare del "Patria o morte" di Castro e Guevara oppure alla Rivoluzione Bolivarista per il socialismo del XXI secolo di Chavez.
    Proprio in questi giorni si sta costruendo il nuovo partito rivoluzionario in Venezuela con il contributo determinante dei comunisti.
    La tradizione democratica e socialista dell'Italia da Mazzini a Garibaldi (che non a caso aderirono all'Internazionale di Marx) fu sempre patriottica e internazionalista.
    Se vuoi trovare qualche trotzkista puerilmente antinazionale lo troverai senz'altro in qualche forum, ma già Gramsci diceva (a proposito di Trotzky): chi non è profondamente nazionale sarà anche superficialmente internazionalista.

  8. #108
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    Red Shadow, io non ho mai detto che il fascismo non abbia usato la mano pesante con gli slavi.

    Ci sono alcune cose tuttavia che vorrei puntualizzare: l'italianizzazione forzata dei cognomi è cosa falsa: ne ho le prove (persone viventi in Italia, non fasciste o nazionaliste, ma semplici esuli) e documenti dell'epoca. C'è chi ha voluto farlo ce chi no.

    Le istituzioni slave non furono totalmente soppresse: un esempio ne era la scuola slovena in Via Scipio Slataper a Trieste, di fronte a quella italiana. C'erano altri divieti, certo, ma non totali come la storiografia li descrive. Ripeto comunque, lungi da me fare un'apologia.

    Un'altra cosa, il gruppo terroristico TIGR (Trieste, Istria, Gorizia e Rjieka Fiume). Fu processato da un tribunale regolare, e i suoi membri condannati a morte come nemici dello stato, perchè lo erano, non perchè giocassero a bande e ladri! Tomazic non è un patriota, è come un brigatista rosso....

    Su Fiume: l'avevo scritto anche io come gli slavi erano a Sussak, quindi mi dai ragione.

    Su Zara: Zara era italiana, come erano le isole Cazza, Cazziol ed un'altra che avevamo annesso. Ragusa non fu mai italiana, nè Cattaro, ma Zara sì.

  9. #109
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    Vorrei dare una cronistoria delle repressioni e della giustizia sommaria nel periodo di maggio sia in Italia che in Istria, e di cosa ne pensassero le autorità jugoslave e quelle del partito Comunista Italiano della repressione in Italia.
    E' ovvio che in un periodo in cui tutti sono armati la situazione tende a sfuggire di mano:

    A monte della repressione di maggio sta un disegno politico preciso, elaborato ai massimi livelli decisionali e ben espresso nelle indicazioni impartite nella primavera del 1945 da Franc Leskovsek nel corso di una seduta del Comitato centrale del Partito comunista sloveno: "Preparare per Trieste il personale qualificato - la polizia. In ventotto ore bisogna mettere in funzione tutto l'apparato, prelevare i reazionari e condurli qui, qui giudicarli - là non fucilare" e nei dispacci inviati da Edvard Kardelj ai capi sloveni: "È necessario imprigionare tutti gli elementi nemici e consegnarli all'Ozna per processarli. [ ... ] Epurare subito, ma non sulla base della nazionalità, bensì su quella del fascismo"(Sia il verbale della riunione del 7 marzo 1945 che i dispacci di Kardelj sono consultabili all'Arhiv Slovenije di Lubliana (d'ora in poi As), fondo Ck Kps 2, ae 91. )
    Si tratta di un programma assai esplicito, la cui sostanza politica è resa evidente dall'individuazione del nemico da eliminare: non certo gli "italiani" - come vorrebbero i sostenitori della tesi dello "sterminio etnico" - ma i "reazionari", Raoul Pupo: Le foibe giuliane 1943-45
    30 aprile 1945
    Edvard Kardelj invia ai capi sloveni un dispaccio: Tutti gli elementi ostili devono essere imprigionati. Va seguito il principio di non concedere subito troppa democrazia, dal momento che più tardi sarà più facile ampliarla che ridurla...Disarmate tutto ciò che non rientra nelle strutture dell’Armata jugoslava. Prolungate 1’amministrazione militare provvisoria, ma organizzate un buon comitato di liberazione nazionale. Siate più amichevoli con il proletariato e con i ceti medi, cercate di conquistare alcuni ambienti capitalisti, ma punite con severità tutti i fomentatori dello sciovinismo e dell’odio nazionale

    30 aprile 1945
    A Torino, il comando del distaccamento arditi ‘Alvaro’ della l9’ brigata ‘Gambone’ invia una relazione al responsabile della stessa: "La mattina del 29 cominciavo le operazioni di polizia. In piazza Castello evitavo il linciaggio di una spia catturata da un volontario della divisione ‘Monferrato’, che per primo picchiava il fermato, dando prova di scarsa disciplina, in ciò assecondato da una folla inferocita. Caricati sulla mia vettura il fermato e il volontario, li consegnavo al comandante Sergio nella sua sede, ricevendone ringraziamenti e congratulazioni. Altro caso di linciaggio ho evitato il pomeriggio del giorno 30, all’incrocio dei corsi Regio Parco e Palermo, di una donna gravemente indiziata dalla stessa popolazione. Essa era ferocemente picchiata e denudata. Fermata una autoambulanza della 4^ brigata garibaldina, la consegnavo loro con l’ordine di portarla alla nostra caserma, unitamente a una signorina che poteva testimoniare dell’attività delatoria della fermata. Responsabile dei fatti era una squadra Gap. In ognuno di questi casi ho dovuto fare uso delle armi per ottenere ascolto e procedere in modo adeguato. All’angolo dei corsi Novara e Giulio Cesare un impiccato ritenuto per l’ex sbirro Cabras, era sparacchiato da volontari delle varie formazioni; anche in questo caso, facendo uso delle armi riuscivo a far sgomberare la strada, rivolgendo loro severi rimproveri per il comportamento che lede l’integrità morale di tutti i partigiani".

    6 maggio 1945
    A Trieste, un rapporto sloveno rileva che fra i soldati dell’armata jugoslava "alcuni dimenticano i loro doveri militari e dal momento che sono in possesso di armi, credono di essere poliziotti e di dover arrestare la gente. Ci sono stati già molti casi di arresti incontrollati e arbitrari. Non voglio dire che sono stati arrestati degli innocenti, ma questo non è un procedimento adeguato, per questo sottolineo che è urgentemente necessario che nelle caserme ci sia ordine e disciplina"

    10 maggio 1945
    Il presidente del gruppo sloveno Boris Kidric scrive al suo delegato nelle Venezie Giulie, Boris Kraigher: "Oggi ho saputo che l’Ozna (la polizia segreta jugoslava – Ndr) si rifiuta di capire la situazione e continua gli arresti in massa, soprattutto fra gli italiani di Gorizia. Affrettati a spiegare loro la situazione politica. Oggi stesso parlerò ancora una volta con Matija (Ivan Macek, capo dell’Ozna – Ndr). Dobbiamo renderci conto che tali errori ci apportano per il momento il danno maggiore, rappresentano il pericolo più grande che può compromettere tutto".


    13 maggio 1945
    A Roma, nel corso della riunione della direzione nazionale del Pci, alla presenza di Luigi Longo giunto da Milano, Palmiro Togliatti rileva che "alla base non si sa distinguere una pressione legale da una violenta" e raccomanda: "Bisogna prevenire che ciò accada, perché potrebbe portare a conseguenze politiche dannose". Alla domanda di Eugenio Reale su "quale impressione farebbe al nord se la crisi si risolvesse non nel senso da noi voluto", Longo risponde: "Se noi uscissimo dal governo, le masse si sentirebbero più libere. In tal caso ci sarebbe da aspettare l’inizio di azioni armate spontanee".



    Il sindaco di Milano, Greppi, lancia un appello contro le esecuzioni sommarie in città: "Ciascuna di queste vittime presuppone un atto di ‘giustizia privata’, quindi –dice- inammissibile sotto qualunque riflesso legale, morale, politico, umano…Questo necrologio anonimo e sinistro offusca l’epopea della liberazione e umilia il popolo milanese".


    16 maggio 1945
    A Milano, il comando del Corpo volontari della libertà (Cvl) comunica a tutte le formazioni partigiane che il governo militare alleato considera assolutamente illegali le esecuzioni sommarie, e conclude: "Di tutte le fucilazioni illegali, delle fughe simulate concluse con la soppressione di chi mai ha tentato di fuggire, che ci riportano ai metodi della Muti e delle Ss, risponderanno i comandanti. Il Comando alleato ha precisato in merito che, mentre è disposto a lasciar corso al più severo ma legale esercizio della giustizia, processerà i comandanti di zona nella loro persona fisica per omicidio colposo, nella eventualità che si ripetano le fucilazioni illegali".



    A Modena, Palmiro Togliatti, nel corso di un comizio, afferma: "Vi sono molte cose da fare e soprattutto quello che voi chiedete oggi a gran voce: epurazione. Noi comunisti per primi vogliamo che sia fatta in modo radicale, ma che non turbi l’ordine pubblico".


    18 maggio 1945
    A Genova, nel corso di un comizio, Pietro Secchia afferma: "Il fascismo ha ancora larghe radici nel nostro paese e noi dobbiamo rinnovare eliminando tutti i residui del fascismo perché non possa mai più ripetersi quello che è accaduto in questi vent’anni. Quando noi parliamo dell’epurazione, non intendiamo /parlare/ solo dell’epurazione cruenta, solo dell’epurazione radicale, la messa al muro dei nostri nemici; in parte questa epurazione è stata fatta. Una parte dei maggiori responsabili hanno avuto il castigo che si meritavano. Non dobbiamo però essere spietati con elementi fascisti che per forza di lavoro erano iscritti al fascismo. Quelli che non dobbiamo perdonare sono i grandi industriali che lo hanno sostenuto e lo hanno appoggiato…Non dobbiamo perdonare ai grandi responsabili, alla cricca".


    20 maggio 1945
    Le autorità jugoslave, dopo molte proteste (del PCI), concedono alle formazioni partigiani garibaldine italiane ‘Natisone’, ‘Fontanot’ e ‘Trieste’ di raggiungere il capoluogo giuliano, fino a quel giorno sempre negato.


    21 maggio 1945
    A Roma, Ruggiero Greco parlando con l’ambasciatore sovietico Kostylev sostiene che nel Partito ci sono orientamenti diversi sulla questione Trieste e che molti fanno pressione perchè rimanga italiana.

    1 giugno 1945
    A Milano, la direzione del Pci per l’Alta Italia affronta il problema delle uccisioni illegali e della violenza diffusa all’interno del partito. Aldo Lampredi afferma: "La necessità di normalizzare presuppone il disarmo e la smobilitazione anche psicologica dei combattenti che in questi giorni dimostrano molta irritazione e incomprensione, che si estende anche a molti compagni assai disorientati. Esistono manovre provocatorie…Fra le masse dei combattenti si sono infiltrati in larga misura ex briganti neri, mutini ecc. Noi abbiamo trascurato il lavoro militare. Le direttive date per la smobilitazione non sono arrivate dappertutto". Giorgio Amendola, a sua volta, propone: "1. Incarichiamo dei compagni che prendano in pugno il problema della smobilitazione e disarmo; 2. Mettiamo a capo del Comando piazza un compagno capace; 3. Raccogliamo tutti gli elementi di accusa contro i provocatori". Conclude Pietro Secchia: "Occorre insistere nella direttiva di cessare le uccisioni…in ogni località ci deve essere un responsabile per questo lavoro. Per la smobilitazione si devono nominare dei responsabili e fare opera di convinzione sugli elementi sani e di disarmo degli elementi sospetti"

    7 giugno 1945
    A Trieste, le autorità jugoslave procedono all’arresto di 8 componenti di una ‘squadra volante’, tra i quali Nerino Gobbo, Edoardo Musina e Teodoro Cumar, che installatasi a villa Segre e autoproclamatasi ‘guardie del popolo’ aveva proceduto a 18 infoibamenti. Il Musina sarà poi condannato all’ergastolo dal tribunale di Belgrado.
    In seguito gli jugoslavi sgominano la banda Steffè formata da membri della ex X Mas e che aveva inofibato varie persone. I colpevoli vengono fucilati.

    7 giugno 1945
    Boris Kraigher, delegato del governo sloveno nella Venezia Giulia, denuncia i sequestri di beni privati operati arbitrariamente dalla polizia segreta: "Bisogna capire che non saccheggiamo territori nemici occupati...Questo è panico. L’Ozna è il peggior rapinatore e nessuno osa opporsi ad essa"

    8 giugno 1945
    A Roma, nel corso della riunione della direzione nazionale comunista, Luigi Longo afferma: "Nel campo dell’epurazione si commettono illegalità che devono essere troncate. Noi non possiamo più permettere che si sopprimano persone alla chetichella, anche perché questi sistemi possono dare luogo a tragici equivoci. L’epurazione deve essere fatta ormai in veste legale, attraverso i tribunali straordinari". Longo prosegue ricordando che "a Reggio, per esempio, si svestono i carabinieri che vengono mandati in giro nudi. A Parma ne sono stati uccisi due. Non si devono bloccare contro di noi tutti i carabinieri…Ricordiamo che sono state le guardie regie ad aprire la strada al fascismo". Giuseppe Alberganti, in risposta a Longo, afferma: "Quanto ai carabinieri è giusta l’affermazione fatta dal compagno Longo; tuttavia da noi /a Milano, Ndr/ si parla di disarmarli, in quanto essendo stati disarmati i Volontari della libertà, non si vede perché non si dovrebbe fare altrettanto con i carabinieri, che sono truppe della reazione".

    9 giugno 1945
    Nel rapporto nr.7 sulla situazione dell’ordine pubblico in Lombardia, il Pwb scrive che, a Milano, "il problema maggiore non sono i partigiani veri, ma gli ‘hooligans’, elementi che si sono arruolati nelle formazioni all’ultimo momento e che non conoscono il rispetto della disciplina".

    20 giugno 1945
    A Milano, il segretario del Psiup scrive al Clnai: "Il compagno Olivi, uno dei più noti socialisti di Gorizia, è stato arrestato e, benché le autorità slovene se ne dimostrassero indignate e ne ordinassero l’immediato rilascio, fino al 14 giugno i compagni socialisti e comunisti di Trieste non erano riusciti a trovarne traccia". Licurgo Olivi non farà mai ritorno dalle prigioni jugoslave.

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    Citazione Originariamente Scritto da Monte Brocken Visualizza Messaggio
    Red Shadow, io non ho mai detto che il fascismo non abbia usato la mano pesante con gli slavi.

    Ci sono alcune cose tuttavia che vorrei puntualizzare: l'italianizzazione forzata dei cognomi è cosa falsa: ne ho le prove (persone viventi in Italia, non fasciste o nazionaliste, ma semplici esuli) e documenti dell'epoca. C'è chi ha voluto farlo ce chi no.

    Le istituzioni slave non furono totalmente soppresse: un esempio ne era la scuola slovena in Via Scipio Slataper a Trieste, di fronte a quella italiana. C'erano altri divieti, certo, ma non totali come la storiografia li descrive. Ripeto comunque, lungi da me fare un'apologia.

    Un'altra cosa, il gruppo terroristico TIGR (Trieste, Istria, Gorizia e Rjieka Fiume). Fu processato da un tribunale regolare, e i suoi membri condannati a morte come nemici dello stato, perchè lo erano, non perchè giocassero a bande e ladri! Tomazic non è un patriota, è come un brigatista rosso....

    Su Fiume: l'avevo scritto anche io come gli slavi erano a Sussak, quindi mi dai ragione.

    Su Zara: Zara era italiana, come erano le isole Cazza, Cazziol ed un'altra che avevamo annesso. Ragusa non fu mai italiana, nè Cattaro, ma Zara sì.
    Se Willhem Oberdank è stato equiparato a patriota italiano e fascista ante-literram sebbene non fosse italiano e ideologicamente oggi lo definiremmo vicino all'ala violenta dei Centri sociali non si vede perchè Tomazic non possa essere un patriota jugoslavo. Tra l'altro una buona metà delle condanne a morte del Tribunale Speciale riguardarono slavi e non solo del TIGR.

    Zara era a maggioranza italiana ma significa ben poco per la Dottrina Wilson che prendeva in considerazione anche il retroterra. Dal punto di vista del retroterra zara era una città prevalentemente abitata da una minoranza (rispetto al retroterra) italiana, come Fiume del resto persino rispetto alla stessa area metropolitana che comprendeva Sussak.

    Molte enclavi tedesche ci sono sempre state in Cecoslovacchia, Polonia, Ungheria, Transilvania ecc. ecc. E' sbagliato dire è Italia ovunque ci sia un italiano, e tanto meno dire che è Italia ovunque c'è stato l'Impero Romano. Sarebbe meglio dire che gli Stati sono dei loro abitanti che non sono di una solo etnia. Noi discriminammo già dall'anessione del Vento gli abitanti slavi della Dolina

    Secondo il censimento austriaco del 1910, su un totale di 404.309 abitanti dell'Istria, si ebbe la seguente ripartizione:

    * 168.116 (41.6%) parlavano croato o serbo
    * 147.416 (36.5%) parlavano italiano
    * 55.365 (13.7%) parlavano sloveno
    * 13.279 (3.3%) parlavano tedesco
    * 882 (0.2%) parlavano istro-romeno
    * 2.116 (0.5%) parlavano altre lingue
    * 17.135 (4.2%) erano cittadini stranieri a cui non era stato chiesta la lingua madre (molti di loro erano cittadini italiani).

    Dalla distibuzione dela popolazione si evince la prevalenza dell'occupazione del territorio da parte degli slavi:

 

 
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