"Italiani, credetemi:
Non sono un mostro"
ROMA
Le dieci del mattino. Elettra Deiana, deputato di Rifondazione Comunista, ha chiesto di entrare a Rebibbia per la consueta visita alle carceri, e ha chiesto di incontrare proprio lei, Doina Matei, la ragazza rumena protagonista della lite nella metropolitana di Roma finita con la punta del suo ombrello nell’occhio di Vanessa Russo. Vanessa Russo è morta, Doina è in carcere.
Con un’altra detenuta
Le porte del carcere si aprono fino alla sezione cellulare, il reparto dove vengono richiuse le detenute al primo ingresso o quelle con pene definitive e più lunghe. Doina Matei si trova qui, non in isolamento ma in cella insieme con un’altra detenuta. Le celle sono quasi tutte abbastanza vuote: l’indulto ha fatto uscire in tanti anche dal carcere femminile più grande d’Italia.
«Preferisce incontrarla nella sua cella o nella stanza di ricreazione»?, chiedono le ispettrici. «Nella stanza di ricreazione» risponde la parlamentare. Dopo qualche minuto, ecco scendere dal piano superiore Doina. La stanza è piena di colori, rosse le pareti, rossi tavoli e sedie. E’ un modo come un altro per creare, se non allegria, almeno un ambiente non così ostile come dicono le sbarre e le serrature chiuse a tripla mandata.
Quando entra Doina, i colori accesi rendono soltanto più evidente il contrasto con il pallore del suo viso, la sua espressione dimessa, frastornata, la stessa delle prime foto scattate sull’auto dei carabinieri che l’aveva portata da Macerata, dove era stata fermata, a Roma, per i primi interrogatori del pubblico ministero. Non sa bene come comportarsi, non le è chiaro che cosa voglia da lei quella signora. L’onorevole Deiana le racconta della sua attività di parlamentare, delle periodiche visite alle carceri e della forte impressione che le ha fatto il suo caso. «Mi piacerebbe far tornare questa tragedia all’interno di una gestione normale, sottarla all’enfasi mediatica». La ragazza ascolta, ha i capelli corti davanti e raccolti indietro. Indossa una semplice t-shirt arancione, jeans beige, ai piedi scarpe da ginnastica.
Nessuna visita
Elettra Deiana le domanda se finora sia mai andato qualcuno a trovarla. La ragazza scuote la testa. «Nessuno». Non un parlamentare, in genere molto solerti nelle visite. Non un familiare, perchè l’unica persona di famiglia di Doina in Italia era la madre, ma adesso è corsa in Romania per occuparsi dei due figlioletti della ragazza, come racconterà lei stessa.
L’onorevole Deiana le chiede se tutto vada bene, se ha avuto problemi in carcere. Doina scuote la testa di nuovo. «Nessun problema». Nè con le agenti, nè con le altre detenute. «Mi hanno accolta bene, è molto importante, è un grande aiuto». Anzi, fa capire, per alcuni versi le sembra persino positivo trovarsi dietro le sbarre. «Perchè posso dimostrare di non essere un mostro. Non sono un mostro e stare qui mi aiuterà a farlo capire» afferma, risoluta.
Da quanto tempo sei in Italia?, le chiede l’onorevole di Rifondazione. «Da tre mesi» risponde la ragazza. Parla bene l’italiano e la parlamentare le fa i complimenti. Doina accenna al primo, timido sorriso. «L’italiano e il rumeno sono molto simili, è facile parlare».
Elettra Deiana insiste. «Anche se sono molto simili, in tre mesi hai imparato molto». Sul viso di Doina si disegna un’espressione incerta, come se non sapesse se continuare o meno, poi dice: «Beh, sono venuta altre volte...».
«Ero in Italia da tre mesi»
La parlamentare le ricorda che a Rebibbia c’è una biblioteca ben fornita, può leggere libri, migliorare ancora il suo italiano. «L’italiano lo so, e poi a me basta la Bibbia», risponde lei, in tono di nuovo deciso. Nessun’altra lettura quindi la accompagna in queste lunghe giornate in carcere in attesa della decisione del Tribunale del Riesame sulla sua scarcerazione.
Doina ha 22 anni ma ne dimostra meno, piccola come è, esile, spaurita, a tratti dura come lo sono i cuccioli indifesi quando provano spavento. Lo si capisce quando parla del carcere. Sta bene lì, però ha due figli, uno di sei, l’altro di quattro anni. «Accidenti, due figli a ventidue anni», si lascia sfuggire Elettra Deiana. Doina scoppia in lacrime. E’ un pianto contenuto, il suo, tira fuori un fazzolettino di carta, lo stringe fra le mani, lo tormenta. I figli sono il suo punto debole. La parlamentare le chiede qualcosa di più. La ragazza racconta che sono in Romania, affidati a una zia. «Sono preoccupata per i soldi. Ora che sono qui non posso più mandare nulla, come faranno?»
E’ la sua vita, questa, la vita di una giovane rumena finita sui marciapiedi romani per crescere i figli e che ora si trova in una vicenda di cui le sfuggono i limiti temporali, le conseguenze per lei e i suoi cari. «Questa è l’impressione che ne ho ricavata - racconta Elettra Deiana - mi è parsa una persona alle prese con qualcosa di realmente inaspettato, di molto più grande di lei». A occuparsi dei due piccoli è andata anche la madre che, a quanto racconta Doina, si trovava in Italia con lei e ora è partita alla volta del piccolo villaggio della Romania dove vive ancora una parte della sua famiglia, tutti di religione cristiano-ortodossa.
Nessun accenno a Vanessa, alla lite in metropolitana, agli schiaffi, la punta dell’ombrello finita nell’occhio della ragazza. Non lo consentono le regole delle visite dei parlamentari in carcere ma nemmeno le regole dell’animo di Doina che non ha ancora capito bene chi ha di fronte, se è una persona di cui fidarsi oppure no. Ripete per tre volte durante la chiacchierata con la parlamentare quello che deve essere ormai il suo pensiero fisso: «Non sono un mostro e stare qui mi aiuterà a dimostrarlo».
Dopo mezz’ora di conversazione, a tratti difficile, a tratti più scorrevole, spesso interrotta dal pianto della ragazza, Elettra Deiana si alza. La saluta. «Tornerò a trovarti. Vedrai che tutto andrà bene. Abbi fiducia, ora che la pressione mediatica è calata, potrai spiegare le tue ragioni». Anche Doina si alza, non risponde, ma le stringe la mano con un gesto spontaneo e sorride, questa volta in modo più convinto.
Le porte del carcere si chiudono dietro di lei mentre sale nella sua cella al primo piano, dove l’aspettano la Bibbia, la compagna di prigionia e mille pensieri. Anche la parlamentare di Rifondazione Comunista esce dal carcere di Rebibbia. E ormai mezzogiorno. Con sè porta un pensiero: «E se a litigare fossero state un’italiana e un’altra italiana? Le reazioni sarebbero state le stesse?»
(da "la stampa")




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