Preve è ottimo e mi piace assai...
non so se sia un compagno o meno... ma poco mi interessa per fortuna gli anni 70 sono passati da un bel pò!


Preve è ottimo e mi piace assai...
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Il mio pensiero in breve ma non troppo.
Io ho un’opinione molto positiva della storia del movimento (più precisamente dei movimenti) comunisti e socialisti. Penso che non ci sia nulla da rinnegare, che questi movimenti abbiano saputo impersonare un ruolo estremamente positivo rendendo possibile un grande miglioramento delle condizioni di vita dei ceti subalterni, la loro partecipazione alla gestione del potere politico e sociale. Non dimentichiamo poi che i movimenti comunisti e socialisti hanno avuto un ruolo fondamentale sia nella lotta antifascista che nella decolonizzazione e nella lotta contro l’imperialismo. Infine, i movimenti comunisti e socialista hanno prefigurato e tentato praticamente di realizzare un modello di società diverso e migliore del capitalismo.
Fortuna che c’erano!
Il fatto che non ci sia nulla da rinnegare non vuol dire che si debba necessariamente riproporre le soluzioni e i modelli di un tempo. La motivazione è semplice: i tentativi di allora risentono delle ideologie e delle condizioni storiche dell’epoca, per cui bisogna controllare pezzo a pezzo quel che può essere riutilizzato e quel che invece no.
Per questo motivo io ritengo la ricostruzione del reale pensiero di Marx, Lenin, Gramsci ecc. qualcosa di interessante ma secondario, mentre la mia priorità è trovare soluzioni per l’oggi. Per altro da quel che so del marxismo, mi sono fatto l’idea che esso non esista.
Non esiste il marxismo, ma i marxismi…. Ovvero una serie di correnti di pensiero che si ispirano a Marx e derivano da una sintesi elaborata da Kautsky alla fine dell’800 e che sono storicamente andate in direzioni divergenti, nonostante tutti i tentativi di imporre un vero marxismo.
Alcuni pezzi dei vari marxismi sono utilizzabili ancora oggi, altri no.
Storicamente le sintesi marxiste nascono nei periodi in cui i movimenti comunisti riescono ad intercettare le aspirazioni di una o più classe e radicarsi nella società. Fu così con Kautsky e il movimento operaio tedesco, fu così con Lenin e le sue alleanze di classe operai/contadini, fu così nel Terzo Mondo con Mao e Guevara, ecc.
Se domani si riuscirà a creare un movimento comunista con base di massa in espansione e non residuale come oggi, allora ci sarà una nuova sintesi teorica che riprenderà alcuni elementi dei vecchi marxismi e ne aggiungerà altri nuovi.
Sarà ancora marxismo? Chi se ne frega, l’importante è fare passi avanti per il comunismo non essere marxisti.
Dallo studio dei movimenti comunisti e del marxismo, io ho tratto alcuni punti che mi sembrano interessanti:
1) nessuno ha mai fatto la rivoluzione della classe operaia, ma tutti hanno fatto la rivoluzione o si sono radicati profondamente nel loro paese sulla base di alleanze di classe (in cui spesso gli operai erano marginali come in Cina e Vietnam).
2) Tutti i movimenti comunisti che hanno vinto o comunque hanno avuto peso, lo sono stati perché capaci di portare avanti le loro battaglie per il socialismo appoggiandosi su comunità precapitalistiche o comunità nazionali.
Il punto 1) mi sembra pacifico, mentre il 2) sarò sicuramente più controverso. In merito faccio notare che le rivoluzioni in Cina, Vietnam, Cuba hanno vinto perché le locali forze comuniste sono riuscite a porre la questione della liberazione nazionale come strettamente collegata alla liberazione sociale. In Russia i bolscevichi hanno vinto anche perché erano gli unici a voler far uscire il loro paese da una disastrosa guerra imperialista e unica forza capace di arrestare la disgregazione della Nazione…… battaglie per la pace e contro la dissoluzione del paese che hanno saggiamente intrecciato con la lotta per il socialismo e le richieste comunitarie del mondo contadino.
In Italia i comunisti si sono trasformati da forza marginale in grande partito di massa durante la Resistenza quando assunsero come centrale nella loro azione sia la questione nazionale (la liberazione del paese) sia quella sociale (la costruzione di un mondo migliore il più possibile socialista).
In Lombardia (la regione che conosco meglio) l’insediamento comunista si basava su due perni: i contadini-proletari della bassa e i quartieri operai di Milano. Nel primo caso la base della militanza si trovava nelle tradizioni comunitarie e solidaristiche delle comunità villaggio o cascina. Nel secondo caso gli operai riproducevano a livello di casa di ringhiera, quartiere e fabbrica le tradizioni solidaristiche del mondo contadino da cui erano figlio di prima o seconda generazione.
In breve in passato il comunismo dove ha avuto successo è stato una forza che si è basata su comunità precapitalistiche (o costruite sul loro modello) oppure si è costruito come grande forza di liberazione nazionale….. o anche entrambe.
Questo è il passato, veniamo all’oggi. Funziona ancora così? Bisogna vedere.
Nei paesi non industrializzati, quelle che un tempo si chiamavano le periferie del capitalismo, mi sembra di poter dire di sì. Tutti i movimenti socialisti o di resistenza all’imperialismo sono o comunitari (Chiapas, Hezbollah libanesi) o nazionalitari (preferisco questo termine a nazionalista). I comunisti sono un forza importante si basano sulle comunità contadine, come in Nepal o India, o dove partecipano ai movimenti nazionalitari antimperialisti, come in vari paesi dell’America Latina.
Nei paesi industrializzati invece i comunisti non si appoggiano né a comunità precapitaliste, né su comunità nazionali. Le comunità contadine e quelle operaie (costruite nostalgicamente sul modello di quelle contadine) si sono dissolte negli ultimi 30-40 anni. Al loro posto si sono affermati solo modelli di socializzazione capitalistica basati sul rapporto di lavoro precario oppure sul consumismo. Contemporaneamente i movimenti comunisti hanno sempre più rifiutato di considerarsi interpreti di interessi nazionali anzi hanno sempre più associato Nazione e fascismo.
Il risultato è che nei paesi industrializzati i movimenti comunisti sono in crisi e regresso da più di 30-40 anno, mentre in quelli della periferia capitalista sono ancora vitali.
Che fare in un paese industrializzato? Per me la sola soluzione è appoggiarsi su quella che è l’ultima comunità non ancora dissolta dal capitalismo: la Nazione.
A sinistra chi parla di Nazione è solitamente associato al fascismo, in una involontaria quanto dannosa apologia del fascismo. Invece è ora di dire chiaramente che la destra non ha il monopolio della Nazione italiana (e dei suoi 1000 anni di cultura e civilizzazione) e che anzi storicamente ha fatto solo dei danni. Durante il fascismo portò il paese al disastro e cercò di identificare la Nazione italiana con un’identità politica razzista, imperialista e che respingeva gli antifascisti come anti-italiani. Oggi è visceralmente filoamericana e arabofobica, ecc.I risultati li sappiamo.
Per me è opportuno riconciliare Nazione italiana e comunismo sulla base di una concezione democratica della propria identità nazionale, della sua specificità e della pari dignità di chi ha altre identità nazionali. Inoltre non si può far finta di negare che in Italia c’è un’importante questione nazionale aperta perché il nostro paese è politicamente e militarmente dipendente dagli Stati Uniti, mentre economicamente è sempre meno capace di resistere alla pressione dei mercati finanziari globalizzati.
Legando alla questione nazionale italiana di oggi un processo di liberazione sociale e di trasformazione dei rapporti tra le classi si può creare una nuova base per il rilancio del comunismo in Italia. Se non altro creare un movimento comunista capace di incidere sulla società nel senso di una maggiore libertà, solidarietà e riaprire qualche possibilità di superamento del capitalismo, verso un nuovo modo di produzione comunista.
Ora è il partito leninista un buon strumento per far ciò? Ho i miei dubbi perché esso è un’ottimo strumento nei momenti di crisi perché concentra tutte le energie della militanza in mano al comitato centrale. In situazioni non di emergenza diventa un luogo di promozione sociale che seleziona solo i più arrivisti e i più conformisti verso i superiori. Inoltre di solito i compagni passano gran parte del loro tempo in ferocissime lotte di corrente che portano o a lottizzazioni dei posti di dirigente oppure a scissioni patologiche.
Un tempo il partito leninista (modello differente dal partito socialdemocratico di Kautsky e delle società di mutuo soccorso) funzionava molto bene, mentre oggi no. Inoltre non ci sono ancora le condizioni sociali e culturali per la nascita di un nuovo modello qui in Italia (in altre zone del mondo è diverso). Quindi io sono per l’azione all’interno dei movimenti democratici di difesa del territorio che tendono in qualche modo a risocializzare gli abitanti di una certa zona su nuove basi comunitarie e per la politica culturale di rilegittimazione dell’idea di Nazione italiana nel nostro paese. Più avanti forse potrà anche nascere un movimento politico nazionale, ma credo che sarà piuttosto sul modello del Polo Repubblicano del 2002. Ovvero una federazione di forze di diversa origine che converge solo su alcune tematiche di interesse nazionale-sociale, si basa sulla pari dignità democratica degli aderenti e non crede di avere una missione speciale come i partiti leninisti.
Sandokan dixit![]()




No Tav, No Mose, i movimenti contro gli inceneritori di Formigoni e contro l'autostrada Broni-Pavia-Mortara (se decolla)
Un idea democratica di Nazione italiana, come comunità di tutti i cittadini che parteggiano la lingua italiana, la cultura italiana e la stessa storia nazionale
Quale idea di Nazione italiana?
Questa è una involontaria quanto dannosa apologia del fascismo
Tradizionalmente l'idea di Nazione italiana ha avuto il suo maturo epilogo con la tragedia fascista ..![]()
La Nazione Italiana ha 1000 anni di storia, alti momenti di civiltà come il Dolce Stil Novo, il Rinascimento e momenti di impegno civile non disprezzabili come il Risorgimento e la Resistenza.
Vuoi buttare tutto nel cesso perché ci sono stati 20 anni di fascismo?
A furia di dire che l'idea di Nazione italiana ha avuto il suo epilogo con il fascismo puoi essere sicuro che i fascisti ritorneranno e in forze.
NON E' VERO CHE IL FASCISMO COSTITUISCE IL CULMINE DELLA NAZIONE ITALIANA!!!!!!!!!!!!!!!!!
In realtà il fascismo ha fatto solo danni, perché ha tentato di trasformare l'identità nazionale in un arnese di parte, mentre essa è al di sopra dei partiti. Inoltre voleva confondere la nostra identità nazionale con un movimento razzista, imperialista e illiberale.
I più intelligenti dirigenti comunisti non fecero l'errore di lasciare il monopolio dell'idea di Nazione ai fascisti. Per esempio Gramsci pensava la rivoluzione comunista come compimento del Risorgimento (ovvero unione economica e sociale dell'Italia fatta dal proletariato dopo l'unione politica fatta dalla borghesia). Togliatti invece voleva fare del PCI una grande forza ITALIANA e COMUNISTA.


E chi ha una cultura diversa e vuole continuare a praticarla anche in Italia?
LA NAZIONE ITALIANA DALL'UNITÀ AL NAZIONALISMO
Il tema dell'unità nazionale italiana sorse in un quadro di grandi trasformazioni economiche e politiche dell'Europa uscita dalla Rivoluzione francese e dal Congresso di Vienna, quando le nuove spinte capitalistiche si trovarono a fronteggiare l'opposizione politica delle potenze restauratrici. La Restaurazione cercò di limitare l'influenza della borghesia occidentale, che reagì, con l'appoggio inglese, aiutando i nazionalismi contro gli imperi (austriaco, russo e turco). In Italia, dopo alcuni tentativi settari falliti, miranti a cambiamenti istituzionali per favorire la borghesia e il capitalismo, fu il Mazzini che pensò di dare più ampio respiro ai gretti motivi economici e di classe, fornendo l'ideale dell'unità nazionale e diffondendo l'idea di fare rivivere le antiche glorie di Roma, per cui all'Italia sarebbe spettato il primato di guida morale e civile del mondo. Furono questi soltanto pretesti a cui Mazzini stesso non credeva seriamente, ma che aveva escogitato nella speranza di coinvolgere le masse all'indomani degli insuccessi rivoluzionari del 1820-21. La popolazione, però, vi rimase sostanzialmente estranea. Grazie comunque agli aiuti francesi e inglesi l'unità fu infine compiuta e l'Austria indebolita. Questo primo nazionalismo italiano fu sostanzialmente di rivolta e ancora non aveva pretese imperialistiche. Successivamente le necessità protezionistiche, sia dell'industria del Nord, sia dell'agricoltura, soprattutto del Sud, convinsero i vari governi nazionali ad adottare politiche sempre più di difesa del nascente capitalismo italiano, fino ad appoggiarlo nei tentativi di imprese coloniali e nella concorrenza con gli altri paesi europei. Era nato il nazionalismo aggressivo e guerrafondaio che, dopo numerosi insuccessi, sfociò nell'impresa di Libia e nella partecipazione italiana alla prima guerra mondiale.
I sostenitori del nazionalismo, che si organizzarono nell'Associazione Nazionalista Italiana, nata dopo un congresso tenutosi a Firenze nel 1910, e poi confluiti nel fascismo, raccolsero, almeno all'inizio, consensi ampi in tutti i settori della politica e tra gli intellettuali (si ricordi, ad esempio, la retorica della "grande proletaria" di cui parlava anche il Pascoli). È stato dimostrato che alcuni di questi intellettuali erano prezzolati dalle industrie monopolistiche, soprattutto siderurgiche e metallurgiche, che finanziarono il giornale L'Idea Nazionale. Il movimento reclamava maggiore dinamismo e intraprendenza da parte del governo in politica estera, sostenendo tesi imperialistiche in aperto contrasto con i trattati internazionali, e chiedeva forme di autoritarismo in politica interna, in modo da contrastare sintomaticamente il malessere dei lavoratori.
Con il fascismo, il nazionalismo italiano raggiunse le massime aspirazioni. Il concetto di lotta di classe dei socialisti, fu trasferito nei rapporti tra le nazioni come lotta delle nazioni povere contro quelle ricche e potenti; l'influenza sull'opinione pubblica fu assicurata dal pieno controllo di tutti i mezzi d'informazione e, soprattutto, dalla conciliazione con la Chiesa, sancita con i patti del Laterano del 1929; l'autoritarismo interno fu possibile con le leggi fascistissime e la dittatura del duce; le imprese imperialistiche videro il massimo trionfo nel 1936, con la conquista dell'Etiopia e la resistenza alle blande sanzioni internazionali. Il fascismo impiegò mezzi e risorse enormi per dotare Roma delle strutture degne di una grande capitale imperiale: le glorie di Roma antica sembrarono risorte; ma soprattutto si adoperò per creare le strutture dell'amministrazione dello stato, potenziando la burocrazia e il centralismo per controllare ogni attività politica, economica e sindacale. Ma oltre la retorica di regime e la tracotanza politica, le basi del nazionalismo furono poco salde e quando scoppiò la seconda guerra mondiale tutte le contraddizioni e le fantasie vennero alla luce, fino alla rapida disfatta finale.
Dopo la seconda guerra mondiale, le potenze vincitrici cercarono di ridimensionare, per ovvi motivi, ogni velleità nazionalistica e imperialistica dell'Italia e, nello spirito della collaborazione e della ricostruzione postbelliche, ai governanti italiani s'impose l'abbandono degli emblemi più vistosi del nazionalismo, compresa la retorica dell'unità e la troppo ostentazione della bandiera e dell'inno nazionale.
Condannato dalla sinistra come espressione del capitalismo guerrafondaio e considerato il principale strumento degli interessi della borghesia, il nazionalismo (e non solo quello italiano) fu accusato, e giustamente, di avere portato il mondo intero nel baratro delle due guerre mondiali, dove furono commessi crimini, in nome delle patrie, di un'efferatezza incredibile e mai vista prima.
Le giovani generazioni, nate nel secondo dopoguerra, impararono presto a fare a meno dei valori nazionalistici, e perfino le generazioni di prima della guerra, che erano scese in massa nelle piazze ad acclamare i comizi del duce e la gloria della patria, non tardarono a dimenticarli.
Del resto tali valori, anche se voluti e alimentati dalla classe egemone, non si erano mai radicati troppo nella popolazione italiana, nonostante la retorica risorgimentale e gli impegni in tale direzione assunti dal fascismo. Probabilmente millenni di storia non unitaria non si cancellano facilmente con le imposizioni di governi autoritari. Sia la storia d'Italia, mai stata unita (anche ai tempi dell'impero romano, quando i confini geografici dell'Italia compresero per la prima volta la Gallia Cisalpina, non si poteva certo parlare di Italia unita), sia le problematiche sociali, legate all'internazionalismo socialista e sindacale, ma anche alla politica sociale della Chiesa, che fino al 1929 era stata l'acerrima nemica dell'unificazione nazionale, sia la realtà culturale ed economica, sia gli insuccessi bellici, impedivano di fatto che l'unità nazionale fosse davvero sentita come un valore da difendere e di cui andare orgogliosi. Ancora oggi quelle generazioni, anche se non condividono forme secessioniste, si sentono quanto meno imbarazzate di fronte alla rinascita della retorica sull'unità nazionale.
da http://www.geocities.com/CapitolHill/2730/pol01.html
Myrddin


Se vuole può....agli stranieri chiedo solo due cose:
1) rispettare le leggi, esattamente come gli italiani;
2) non costituire delle comunità separate, ma interagire con la comunità e la cultura italiana.
Tutti i contributi culturali stranieri sono bene accetti e la cultura italiana né è stata sempre permeata.
La Divina commedia è impensabile senza la letteratura provenzale, il Rinascimento non ci sarebbe stato senza la cultura greco-bizantina.
Rispondi alla mia domanda: vuoi buttare via più di 1000 anni di storia e cultura perché ci sono stati 20 anni di fascismo?
Non ti sembra di fare un regalo ai fascisti?
Lo sai che Gramsci dedicò una parte importante della sua riflessione alla cultura italiana (la Divina commedia fu una delle sue letture preferite in carcere) e alla nascita della nostra identità nazionale?
Non ti sembra che la via italiana al socialismo di Togliatti fosse anche un modo di coniugare comunismo e Identità Nazionale italiana?




Apprezzare la cultura italiana (come Gramsci faceva, ma studiava anche quella di altri paesi) non vuol dire essere nazionalisti.
Sandokan, tu giustamente dici che in Italia il fascismo era di parte, ma per questo concludi che quindi non era veramente nazionalista, perchè la nazine è di tutti.
Questa teoria è chiaramente interclassista.
Anche Gramsci era di parte (si definiva partigiano proprio in questo senso), perchè la società essendo divisa in classi richiede di schierarsi. Chi non lo fa, o dice di stare dalla parte di tutti gli italiani, inevitabilmene sta dalla parte delle classi dominanti.
Diverso è il caso, ovviamente, dei popoli oppressi. In questo caso il nazionalismo ha un senso progressista, in quanto gli oppressi fanno parte tutti dello stesso popolo. Ma non è il caso italiano. Qui i comunisti devono stare dalla parte delle classi lavoratrici, quindi devono essere di parte... e quindi non possono essere nazionalisti. Perchè i grandi industriali, i banchieri, gli speculatori, fanno parte di questa nazione...
L'unica via mi pare l'internazionalismo, dato che proletari ci sono in tutto il mondo, e uniti possono vincere (per sintetizzare).
BACI


Ma sai che sei un caso interessante!!!
Se avessi detto che gli stranieri se ne devono stare a casa loro, ovvero se avessi proposto una concezione che vuole la separazione tra italiani e non..... allora mi avresti dato del fascista perché sono contro gli scambi culturali.
Invece ho detto che non ho nulla in contrario che gli stranieri vengano in Italia, solo ho posto le condizioni del rispetto della legge italiana (come gli italiani) e la possibilità di scambi culturali..... quindi mi hai dato del fascista.
Che fare?
Personalmente, come diceva un ex-direttore dell'Avanti: MA NE FREGO!!!
(questa è una provocazione![]()
)
Ti ripongo la domanda a cui non ha risposto, divisa in tre sottodomande:
1) l'identità nazionale italiana esiste?
Sì/NO
2) l'identità nazionale italiana non si basa forse sulla lingua italiana e la cultura italiana (Stil Novo, Rinascimento, Verismo, Neorealismo) che sono positive?
Sì/No
3) Vogliamo regalare tutto ciò ai fascisti (che non se lo meritano)?
Sì/No
Io rispondo No, No, No..... non so tu.
Domada bonus (come sono magnanimo![]()
).
Ma la Resistenza non è stata anche una guerra nazionale e patriottica di liberazione?
Sì/NO
Io, ovviamente, rispondo sì.
E mi limito di sottolineare che i dirigenti comunisti più intelligenti (Gramsci, Togliatti) si sono posti il problema del rapporto tra comunismo e Nazione italiana. Hanno dato risposte diverse, ma non hanno mai impostato la questione sul rifiuto netto.
Repetita iuvant:
Se dici che l'Idea di Nazione italiana ha il suo culmine con il fascismo, i fascisti ringraziano e ti inchiodano dicendo che i comunisti sono contro l'Italia e la vogliono distruggere. Grave errore politico, che deriva da un errore culturale (il rifiuto di una concezione democratica e positica della Nazione italiana).
Medita che ti fa bene![]()