anche il PIEMONTE ha la sua LINGUA e la sua STORIA...quindi se fosse per assurdo SI per la Sardegna lo sarebbe anche per NOI...e lo stato italiano con relativa repubblichetta "abortita" dalla resistenza si chiuderebbe...
L'Inghilterra è parte integrante dell'Europa
L'Inghilterra non ha nessun diritto di stare in Europa
L'Inghilterra rappresenta una grave minaccia per la stabilità europea
L'Inghilterra va posta sotto feroce occupazione militare
Altro (specificare)


anche il PIEMONTE ha la sua LINGUA e la sua STORIA...quindi se fosse per assurdo SI per la Sardegna lo sarebbe anche per NOI...e lo stato italiano con relativa repubblichetta "abortita" dalla resistenza si chiuderebbe...


È proprio sulla moneta (Signoraggio sull'emissione delle banconote) invece che andrebbe battuto il chiodo per una emissione Regionale (cosa che dovrebbe essere anche fatta dal resto delle Regioni...).
Ugualmente per la Giustizia...alcuni reati andrebbero regolati solo dalla Regione...e caso mai, per istanze di ricorso allo Stato italiano ed infine alla Corte Europea...


Mi immagino guarda.... a parte che le teorie sul signoraggio sono in massima parte stronzate, voglio proprio vedere 20 regioni con 20 politiche monetarie differenti, anzi, visto che la moneta è comune a 12 stati, vorrei proprio vedere qualche centinaio di regioni con la loro politica monetaria e magatri fiscale propria... gli americani col $ e i cinesi con lo yuan ci mangeranno vivi.
Ma per piacere Mosongo!


il piemonte a differenza della sardegna non è riconosciuto come minoranza linguistica quindi un eventuale iter in questo senso lo vedo in salita.
un si alla sardegna sarebbe dettato da questioni storiche, linguistiche, culturali, e, anche se la parola non mi piace, etniche (nel senso che la sardegna è riconosciuta come nazione anche dallo stesso stato italiano che, parlando nelle sue leggi di popolo sardo, implicitamente riconosce l'esistenza della nazione sarda; cosa che non avviene a proposito dei piemontesi o con chicchessia tranne, se non sbaglio, i veneti)
questo non significa per forza che io sia a priori contrario al fatto che altri possano provare una strada simile... solo faccio questa considerazione


Teorie del Signoraggio un bel chiodo.......poi, ci sono Stati più piccoli delle Regioni italiane che possono emettere le monete in euro.
Il Vaticano emette monete per il solo valore numismatico o forse anche per altro?:
http://www.va/news_services/press/do...URO%20VATICANO
"...la Repubblica Italiana e lo Stato della Città del Vaticano, conclusa il 3 dicembre 1991; in seguito alla Decisione del Consiglio dell'Unione Europea del 31 dicembre 1998, con cui il Consiglio ha determinato le modalità per la negoziazione e la conclusione dell'accordo concernente le relazioni monetarie con lo Stato della Città del Vaticano), autorizza lo Stato della Città del Vaticano a emettere monete in Euro dal 1° gennaio 2001 per un valore nominale massimo annuo di 670.000 Euro (con l'aggiunta di coniazione per l'importo massimo di 201.000 Euro in occasione di Sede Vacante, di Anno Santo e di Apertura di un Concilio Ecumenico http://www.filitaliasantarossa.com/vaticano.htm "
e S. Marino...seppur con il limite ad un tot di monete annue, per esempio
Articolo 3
La Repubblica di San marino può emettere dal 1o gennaio 2002 monete in euro per il valore nominale massimo annuo di 1944000) http://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=CELEX:22001A0727(01):IT:HTML
eppoi, mi sa che c'è pure il Principato di Monaco....e non vedo perché non lo possano fare le Regioni...
Ora il Signoraggio per l'emissione delle banconote euro della Bce è intascato come da sempre (già con la nascita della Banca d'Italia società anonima) dalla Bankitalia S.p.A. e Soci....e forse questo farebbe muovere un po' i politici e i sindacalisti che conoscono benissimo la "faccenda del Signoraggio" ma continuano a proporre nuove imposte per coprire il Debito pubblico.




Cmq non sarei contrario, in linea di massima, ad uno statuto regionale che conceda maggiore autonomia alla Sardegna...ma questo deve avvenire attraverso un'organica riforma della Costituzione in senso federalista e non preludere ad ipotesi secessioniste...i'Unita' della Repubblica Italiana e' sacra...come sacro e' il diritto all'autnomia di ogni singola regione....


La questione sul signoraggio sull'emissione della moneta non si pone.....ritengo eccessivo riconoscere cio' ad un'unica regione finendo per creare squilibri nelle politiche valutarie, visto che una competenze del genere in capo alla regione Sardegna puo' diventare un precedente....molti la seguiranno.....e si finira' per avere 6-7 politiche monetarie differenti....


Nazione Sarda?
E che vuol dire?
«Non ti fidar di me se il cuor ti manca».
Identità; Comunità; Partecipazione.


http://www.vocedimegaride.it/html/pr...ionezitara.htm
Indubbiamente non ha bisogno d'alcuna dimostrazione l'affermazione che vuole lo Stato unitario italiano, fondato nel 1861 per volontà inglese e con le armi francesi, un completo fallimento quanto alla sua parte meridionale................................................... ........
Non si tratta di un'opinione, ma di un'evidenza.
Tutti, italiani o stranieri, meridionali o settentrionali, studiosi e gente comune, non debbono fare altro che prenderne atto.
Lo stesso Stato ne dà atto da sempre, fin dalla famosa relazione Massari sul brigantaggio, credo del 1863. Il fatto, poi, che, a partire dal miracolo economico italiano (1958/1965 circa), il paese tosco-padano abbia raggiunto una ragguardevole condizione di sviluppo non comporta, né per il senso comune né in termini di teoria dello sviluppo che, prima o poi, tale condizione si estenda automaticamente al Paese napoletano, alla Sicilia e alla Sardegna.
Sì, perché, dopo il totale fallimento dell'intervento pubblico, la lingua dei governanti si è asciugata e siamo arrivati agli automatismi. Però, fallimentare o meno, l'intervento pubblico si traduceva in qualcosa di tangibile, mentre gli automatismi sono meno che cortine fumogene.
Al tempo in cui ero un ragazzino c'era il Duce, l'uomo della provvidenza. Ebbene, il Duce, nonostante il padreterno carisma, prima di proclamare urbi et orbi che Lui, e solo Lui, avrebbe finalmente risolto la questione meridionale, aveva dovuto se non altro far costruire qualche centinaio di case coloniche e tre laghetti artificiali per dare la corrente elettrica alla Calabria e alla Puglia. Anche Fanfani, Cassiani, Pastore, Mancini avevano padreterne benevolenze, e tuttavia anche loro, mentre affermavano che finalmente la questione meridionale sarebbe stata risolta, si davano da fare per costruire delle strade e degli acquedotti, e per assicurare la pensione di vecchiaia ai contadini. Oggi - sarà forse per sobrietà di carattere o forse soltanto per una serena fiducia in Dio - i politici promettono che alla fine beccheranno un giapponese che ci farà il Ponte.
Quanto all'autostrada, nessuna preoccupazione. Non abbiamo forse l'ingerner Mesiti, facitore di autostrade? Credo, per giunta, che la gente sia pienamente soddisfatta. Non chiediamo altro che il Ponte e un allargamento dell'autostrada. Quanto al resto, ognun per sé e Dio per tutti.
Personalmente inclino al peggio. Sono convinto che qualche anno ancora, e poi, una volta chiuso l'attuale flusso virtuoso delle pensioni, che il nonno incassa e che i figli e i nipoti spendono, il Sud imploderà al primo urto, come le Torri Gemelle, trascinando con sé, nel crollo, anche ciò che indichiamo con la parola Nord. Non so dire se detto coinvolgimento sarà un nuovo caso di carducciana nemesi storica, e neppure so se l'idea di un generale sfascio mi dà qualche soddisfazione. Ma qualcosa la so di certo.
Negli anni settanta/ottanta, alcuni storici e più di un economista si sono presa la briga di studiare le reazioni che il meridione aveva registrato a ogni azione prodotta nel settentrione, e viceversa. Quanta parte del merito del miracolo economico padano spettava alla spesa pubblica effettuata sotto la voce Cassa per il Mezzogiorno? I pesi e i costi, che il paese meridionale aveva sopportato e sopportava, come interfaccia pagante dello sviluppo toscopadano - sostenevano costoro - andavano controbilanciati a dir poco con provvedimenti del tipo ammortizzatori sociali.
Al presente, siamo più liberal e questa teoria è stata abbandonata. Bisognava a tutti costi entrare in Europa. Il taumaturgo Ciampi, il luminare Prodi, Giuliano Amato, unto dal Signore, svalutata la lira, procedettero. I compensi sono finiti Per l'Italia disoccupata non c'è altra prospettiva che la fine della Traviata, la quale, poveretta, un qualche compenso l'avrebbe pur avuto se fosse riuscita a raggiungere di Provenza il Mar. Ma l'avverso Destino non volle.
La poverina morì prima di potervisi bagnare i piedi. Per l'Italia disoccupata, l'unico compenso ancora in essere è il presidente Ciampi, il quale innalza inni al cielo come se fossero messe in suffragio dell'anima. Personalmente dubito che porteranno celesti indulgenze a chi è morto lontano dalla sua terra, soffocato dalla nostalgia e maledicendo re e presidenti.
Il dire e non dire, l'insorgere e contemporaneamente il piegarsi, questo incolparsi senza espiare, questo rimandare alle calende greche, questo sgraffignare con la mano sinistra, mentre il palmo della mano destra resta aperto, come per un saluto romano, ad attestare le mani pulite, questo salmodiare in suffragio dell'anima, si chiama Italia. A noi spetta contestarla.
Sin dal tempo in cui Francesco Saverio Nitti predispose e impose una forma d'intervento speciale per Napoli (1904), la classe politica meridionale annacqua il vino. Il Sud italiano, o per meglio dire, due paesi che da ben mille e quattrocento anni presentano un'identità culturale ben precisa, la Sicilia e il Napoletano, non hanno bisogno d'alcun intervento speciale. Basterebbe che loro (gli eroi del penoso raggiro che ha mortificato il nome d'Italia) se ne andassero e il Sud risorgimenterebbe dalla sera alla mattina.
Ancor prima che venisse proclamata l'unità nel marzo del 1861, la truffa nazionale era già evidente. Ad attestarlo ci sono dei fatti precisi. Ne ricordo alcuni soltanto. Primo: mentre il governo di Torino stava pensando a come chiudere il regio Banco delle Due Sicilie, un gruppo di ricchi mercanti napoletani chiese a Cavour di essere autorizzato ad aprire una banca d'emissione con 100 milioni di capitale (cioè due volte più grossa della banca d'emissione di Genova e Torino). Cavour non autorizzò, e i patrioti ancora ci debbono spiegare il perché del (sicuramente nobile) diniego. Secondo: l'imposizione, anch'essa cavouriuana, della tariffa sarda alle ex Due Sicilie.
Fu una misura talmente negativa che persino la storiografia più ligia all'unità la giudica causa principale del crollo alla radice dell'intero sistema industriale e manifatturiero del paese meridionale. Terzo: la decapitazione di Napoli e Palermo, città capitali, e la parificazione delle uniche metropoli italiane a Cuneo e a Vercelli: peggio di due eruzioni del Vesuvio e di quattro terremoti di Messina. Quarto: la risoluzione di combattere la rivolta nelle campagne napoletane con il ferro e con il fuoco, cioè allo stesso modo dei generali di Giuseppe Bonaparte e Gioacchino Murat. Quinto: la negazione degli stessi vantaggi di cui godeva Genova alla marina mercantile duosiciliana, dodicimila velieri e numerosi vapori, a cui precedentemente il governo borbonico assicurava benefici pari a quelli di cui godevano le marine d'Inghilterra e di Francia.
Incidentalmente, vorrei ricordare che dopo queste misure la Casa di don Carlo Rothschild, che s'era impiantata a Napoli al tempo dell'occupazione austriaca, e che vi aveva sviluppato importanti attività creditizie, tagliò i ponti e si trasferì credo a Londra.
Morto Cavour nel giugno dello stesso 1861, i suo successori e aventi causa moltiplicarono l'insultante opera di devastazione. I beni della Chiesa, costituenti non il valore attribuito di circa mezzo miliardo, ma un valore effettivo di oltre un miliardo e mezzo (in un tempo in cui il bilancio annuale dello stato italiano non toccava i 160 milioni), vennero praticamente regalati a una società di profittatori del regime, alla cui testa c'erano i vecchi sodali di Cavour Giuseppe Balduino, Pietro Bastogi e Carlo Bombrini. Fu lo scjalo. L'identico scjalo che la speculazione tosco-padana già aveva instaurato con le ferrovie meridionali e con il monopolio dei tabacchi, e che di lì a non molto prolungherà con le società di navigazione, con le acciaierie e la cantieristica navale. In tale turbinio di imbrogli, il governo torinese riuscì anche a chiudere l'officina di Pietrarsa che, nel 1863, il direttore del ministero dell'industria, il milanese ingegner Giuseppe Colombo (futuro fondatore della società elettrica Edison) giudicò essere l'unico impianto esistente in Italia atto a produrre materiale ferroviario. Riuscì anche a chiudere la fonderia della Ferdinandea e le officine meccaniche di Mongiana affermando che il loro esercizio era antieconomico.
La cosa era tanto vera che, una ventina d' anni dopo, il patrio governo le regalò al sedicente conte Breda, un mangione ancora non noto al tempo di Cavaour, il quale le usò per fondare l'italica acciaieria di Terni, di cui l'impareggiabile patrio ammiraglio, Benedetto Brin, seppe fare un'elegante voragine di soldi pubblici. In ciò seguito dall'imparziale e finalmente democratico governo di Giovanni Giolitti, questa volta, però, con i dollari che gli emigrati mandavano da New York.
Ma, in verità, la spoliazione del visibile non fu il costo maggiore. Quest'ultimo si configurò nel corso degli anni e si realizzò (uno) con il drenaggio dell'argento meridionale, in cui era incorporato il capitale commerciale del paese duosiciliano, e (due) con l'indebitamento dei meridionali a futura memoria.
Il meccanismo ha il sapore di una di quelle scaltrite truffe per cui vanno celebri le Maghe di Milano, e tuttavia rappresenta una delle autentiche patrie glorie. Fatta l'Italia, il Galantuomo, quello che voleva fare gli italiani senza neppure saperne la lingua, il figlio non primogenito di un povero macellaio fiorentino, che lo aveva ceduto per poche lire ai Savoia, prese a spendere cifre inaudite per comprare cannoni e corazzate.
Qualche anno dopo, l'indebitamento pubblico superava i quattro miliardi e mezzo. Come se l'Italia di oggi non avesse due milioni di miliardi di debito pubblico, ma venti milioni di miliardi (il conto in euro lo faccia Ciampi). Il capitalismo padano (o italiano, che dir si voglia) non è nato producendo, ma fregando lo stato. Il quale, peraltro, era nato proprio con la funzione esplicita d'arricchire Lor Signori. Ascoltate come. Vi assicuro che non si tratta di una favola.
Le cartelle del tesoro ( i Bot del tempo) erano la promessa di pagare cento lire alla scadenza, più un interesse annuo del cinque per cento. Siccome la fiducia in uno stato, nato già pesantemente indebitato, era scarsa, le cartelle venivano collocate sul mercato con lo sconto: cinquanta lire invece che cento. A comprarle non erano tanto i privati quanto le banche private. Comunque sia, al prezzo di cinquanta lire, l'interesse annuo effettivo non era più del cinque per cento, ma del dieci per cento.
Il guadagno era grosso, e non finiva lì. Per spiegare il marchingegno, è opportuno premettere che la moneta ufficiale era la lira d'oro o d'argento. Però, in circolazione, d'oro e d'argento c'era ormai ben poco. Solo i duosiciliani opponevano una resistenza tardiva allo scippo dei loro ducati d'argento, ovviamente di (detestato) conio borbonico.
La circolazione effettiva era costituita da banconote fiduciarie emesse dalla Banca nazionale - un'istituzione che volle rimanere privata - alla quale nel 1866 il governo (anzi il patriota napoletano professor Antonio Scialoja, ministro delle finanze in Torino) aveva accordato il corso forzoso, cioè la facoltà (per la Banca Nazionale) di non convertire in lire metalliche i suoi biglietti. Biglietti che peraltro neanche i padani volevano, tant'è che, sulla piazza di Milano, per avere 100 lire oro bisogna dare 125 in biglietti della Nazionale.
Questa patriottica istituzione (dico la Banca Nazionale), pupilla degli occhi del Conte, nostro patrio padre, era l'unica a sapere come sarebbe finita. Più carta avrebbe emesso, più ricca si sarebbe ritrovata. Cosicché faceva di tutto per aiutare lo stato a indebitarsi. Lo faceva in questo modo: anticipava 100 lire in biglietti a chi le lasciava in deposito una cartella del debito pubblico, che in effetti ne valeva solo cinquanta. Chi aveva ottenuto le cento lire, di cartelle ne comprava due (lire 50 ciascuna) e le riportava in Banca per ottenere 200 lire in prestito. Le quali 200 lire, spese nuovamente, acquistavano quattro cartelle.
La magia continuava: otto, sedici, trantadue… xn. Avendo speso 50 lire, al quinto giro si avevano già 800 lire di credito verso lo stato, più 40 lire annue d'interesse. Insomma, una catena di Sant'Antonio in piena regola. Alle spalle del contribuente. Ad arricchire, anzi a diventare i veri padroni dello stato nazionale italiano, furono la Banca Nazionale e i suoi consorti padani.
Ovviamente furono gli italiani a pagare la vertiginosa cifra ascendente, sul finire del secolo, a ben 13 miliardi in conto capitale e a poco meno di un miliardo di interessi annui (al tempo in cui un pane costava trenta centesimi). Ma quali italiani? Quei poveri disgraziati che, come racconta Nitti, erano costretti a emigrare perché il peso delle tasse sabaude aveva tolto loro il pane di bocca.
F.S. Nitti, che pure lo sapeva meglio di chiunque, non ci informa invece che con le loro rimesse in valuta, quei poveracci, oltre a pagare il debito pubblico, spingevano in su il cambio della lira, tanto da portarla a un apprezzamento del cinque per cento sul franco francese. La qual cosa consentì ai signori Agnelli, Pirelli, Perrone, Falk e ad altri Loro Eccellentissimi Colleghi di procurasi macchine e impianti moderni in Inghilterra, Germania e Stati Uniti.
Il contributo del povero Sud alla formazione del capitalismo padano è stato notevolmente più alto che quello del ricco Nord. Il tutto in cambio di calci dove il sol non luce.
Siderno, 3 giugno 2002 Nicola Zitara