Grillo, Travaglio e la peggiore politica
Vado subito al dunque: reputo molto pericoloso che si riempia la bocca di parole d’ordine quali “democrazia dal basso” chi senza nessuna elezione, senza nessuna assemblea, senza nessuna forma di partecipazione né di base ha semplicemente utilizzato i propri fondi, la propria fama e il proprio savoir-faire comunicativo per mettere in piedi nient’altro che un monologo di massa, lanciando tematiche selezionate da sé medesimo o tutt’al più da un ristretto cenacolo di illuminati.
Reputo ancora più pericolosa l’eventualità che questa ondata di neo-populismo risulti storicamente nient’altro che una premessa culturale al rilancio del progetto, iniziato nel 1992 in nome dell’ideale tecnocratico, di destrutturazione dei partiti tradizionali. Dal 1992 ad oggi le forme di una politica spettacolistica e ideologicamente presidenziale hanno sempre più assunto i toni populistici e le risapute forme dell’ipocrisia alto-borghese, con tanto di elezioni (le Primarie per quanto riguarda il PD) prive del benchè minimo retaggio democratico: quasi per acclamazione.
Vado al dunque: il processo in corso è quello del predominio del potere economico (finanzia, industria, grande edilizia) su quello politico. Tale potere ha bisogno di distruggere la struttura sostanzialmente democratica dei partiti tradizionali. Esso sa bene che fino a quando esisterà una resistenza organizzata della “politica”, garantita dalla struttura del “Partito”, non potrà esercitare quel controllo diretto dei candidati verso cui invece tende. I partiti tradizionali (PRC, DS, AN e UDC) sono strutturalmente democratici in quanto organizzati in maniera federale, dall’assemblea nazionale al singolo militante di sezione. Ogni iscritto partecipando alle assemblee e alle elezioni del proprio circolo influisce democraticamente sulla tendenza nazionale in atto. Non solo: il singolo militante, senza distinzioni di età, sesso o reddito, può qualitativamente emergere attraverso la proposta di un programma politico e assumere cariche di rappresentanza: il Partito è in grado cioè di garantire all’individuo il diritto di esercitare la propria azione e proposta politica. L’ondata populista cui stiamo assistendo mira a distruggere tale sistema di tutela e diritto.
Non sottovaluterei il sottile filo che lega il 1992, quando ambienti atlantici spinsero alla destabilizzazione del sistema italiano, al 2007. Temo che il popolo italiano si trovi, sciaguratamente, in una nuova fase di “costruzione del consenso”, naturalmente in previsione di una stagione di operazioni giuridiche “e” mass-mediali (è nella congiunzione “e” il male dichiarato). La concezione neo-populista della “nuova politica” rema inesorabilmente nella direzione di un’americanizzazione delle strutture elettorali. Quello che ne risulterà sarà la sostituzione del lento, impegnativo e partecipativo ingranaggio federale (la militanza) con una parodia della partecipazione molto simile all’acclamazione per tele-voto, mentre il diritto alla rappresentanza sarà drasticamente ristretto a pochi facoltosi o fedeli vassalli: il controllo del potere economico su quello politico sarà in questo modo completo.
Checchè ne dicano Grillo e Travaglio, stiamo facendo un favore alla peggiore politica.
[DN]