Cerca di essere più flessibile di quel che le tue convinzioni conservatrici ti impongono per favore, il comunismo significa rifarsi alla ragione e a interpretare la realtà secondo raziocinio? ebbene esso rappresenta perfettamente una realtà fittizia, non ho scambiato la parola "ragione" con "realtà" sono 2 cose diverse, leggi meglio.
Il problema non è il mio di rapportarmi con il comunismo, ma del comunismo di rapportarsi con la realtà dei fatti




La disputa sulla trasformazione. Falsi amici, nemici frettolosi e feticismo per tutti
Il problema della trasformazione è nato con l’uscita del III volume del Capitale e soprattutto con l’acritica accettazione di temi ricardiani nell’ambito della teoria marxista.
Tra i primi commentatori del problema, ci furono infatti alcuni pre-neoricardiani che hanno criticato la coerenza logica dei procedimenti adottati da Marx, proponendo una soluzione che, sebbene sembrasse in superficie rispettare le premesse teoretiche di Marx, ne negava la sostanza. Il più famoso di questi è senz’altro Bortkiewicz, che ha proposto la prima soluzione aritmo-morfica del problema con il suo modello a tre settori. Questa scuola, che Kliman e altri hanno definito “physical quantities approach” (e la cui versione di sinistra è lo sraffismo) si è poi ulteriormente sviluppata in diverse direzioni (si pensi ai teorici giapponesi come Okishio, ai modelli alla Von Neumann ecc.). Alcuni autori che si consideravano marxisti, dimenticandosi della dialettica tra strumenti e fini, hanno ritenuto in buona fede di poter rispondere alle critiche utilizzando lo stesso apparato tecnico (il caso di Medio è il più eclatante, come si è visto a suo tempo in “Ancora una volta…”).
La storia della soluzione matematica è nota, ma non completamente, almeno alle sue origini. Oggi sappiamo che Dmitriev aveva proposto una soluzione che anticipava Sraffa (il quale possedeva l’unica copia del suo libro, in russo, nel mondo occidentale); ma conosciamo anche altri modelli molto simili.
L’idea comune di questi modelli è che tra il mondo dei valori e il mondo dei prezzi non vi siano connessioni e che il profitto dipenda dallo stato della tecnologia. Tecnicamente, queste conclusioni richiedono il metodo delle equazioni simultanee. Si elimina così il tempo (e dunque la dialettica), si eliminano le classi e si rimane con quantità fisiche in entrata e in uscita.
Le critiche alla relazione valore-prezzo proposta da Marx si legavano anche alla legge della caduta tendenziale del saggio di profitto. Autori come Von Charasoff, Moskovska, Croce e Tugan-Baranovskij cominciarono un fuoco di fila di obiezioni alla legge. Saranno seguiti nel tempo da Shibata, Okishio, Roemer, Samuelson, Sweezy ecc. Li accomuna, di nuovo, l’uso di sistemi di equazioni simultanee e la visione totalmente reificata della teoria del valore.
Nella visione di Marx, il valore di una merce è determinato, prima facie, dal tempo di lavoro necessario a riprodurlo. L’analisi del livello fenomenico serve a spiegare come l’economia capitalistica, non pianificata, anarchica, è costretta a distorcere questa legge universale per continuare a sopravvivere. Bortkiewicz fu il primo a “dimostrare” che la teoria del valore di Marx falliva sulle proprie premesse, ovvero che era incoerente. Lo aiutarono in questo lavoro Komorzynsky, Muhlport e altri. A queste critiche Kliman obietta fondamentalmente questo: i prezzi non rimangono fermi, mentre nella logica della riproduzione, i prezzi degli output in un periodo sono quelli degli input del successivo. Insomma, questi signori, dopo aver trasformato Marx in un ricardiano, lo hanno facilmente trovato in fallo e debitamente corretto. È interessante osservare che Bortkiewicz, in particolar modo, era un fervente ammiratore di Walras e la sua idea era proprio riscrivere il Capitale sub specie dell’EEG.
È merito di Sweezy aver portato al dibattito internazionale questa prima fase del dibattito, ma i contributi pure decisivi di May, Seton e persino Sraffa sarebbero rimasti lettera morta se l’ondata di radicalizzazione degli anni ’70 non avesse spinto centinaia di economisti a sinistra e dunque verso la teoria del valore di Marx. Samuelson fu così costretto a “rispondere” a questo trend con il suo attacco del ’71 a Marx.
Il simultaneismo si è arricchito di un’interessante variante con la procedura iterativa proposta da Brody, Shaikh e altri, oppure correlando prezzi e valori, cercando cioè una scorciatoia “empirica”. Alla fine, molti di questi economisti abbracciarono lo sraffismo. All’inizio degli anni ’80 si è fatta strada la “nuova interpretazione” (Dumenil, Foley e altri) che, in modi differenti, interpreta il valore della forza-lavoro come la somma ricevuta dai lavoratori come salari, anziché come paniere di merci di sussistenza. Con ciò si perde l’uguaglianza di prezzi e valori aggregati. Vi è poi un’ulteriore variante, la cosiddetta interpretazione TSS (sistema singolo temporale) che tiene buone le due equivalenze originali.
Le nuove interpretazioni che si sono affermate negli ultimi decenni mettono al centro del loro lavoro di ricostruzione teorica il ruolo della moneta, il capitalismo come economia monetaria di produzione, prendono cioè sul serio, il rifiuto della teoria quantitativa operato da Marx. Rifocalizzare l’analisi sulla moneta significa anche ripensare la categoria di lavoro astratto. Fino agli anni ’60, soprattutto grazie a Sweezy e Dobb, il lavoro astratto era concepito come una semplice generalizzazione mentale compiuta dallo studioso nell’analisi del processo lavorativo capitalistico.
Fu Colletti tra i primi (e forse il solo in Italia) a spiegare che l’astrazione è un processo reale che ha luogo concretamente nell’oggettività capitalistica.
I diversi lavori privati sono riconosciuti come sociali, e dunque, feticisticamente sono sociali, solo attraverso la mediazione del mercato, sono eguagliati sul mercato, ritraendone una rappresentazione reificata. Questo significa che l’uguagliamento dei diversi lavori avviene attraverso una separazione reale, anche giuridica, del lavoro dagli individui reali che lo prestano. Questo processo, permesso dalla generalizzazione degli scambi, ha come presupposto il dominio del capitale e la creazione di una classe spossessata dei mezzi di produzione. Generalizzazione degli scambi significa sviluppo di un equivalente generale (il baratto è improponibile in questi casi, non fosse altro perché il prezzo delle merci ha basi locali, agli albori del capitalismo).
Pertanto, nella teoria marxiana lavoro astratto e denaro sono categorie strettamente connesse: il denaro è il risultato della produzione, potere generale d’acquisto in cui si incarna la ricchezza generale.
Il denaro segnala che il valore è ormai slegato dal lavoro concreto e diviene una misura esterna, universale in cui si riconosce lo scambio del tempo di lavoro. Occorre sottolineare che qui si parla di lavoro morto, già svolto (verrebbe da dire “agito”), dunque già cristallizzato in merci da vendere. L’acquisto della forza-lavoro, cioè della capacità di valorizzare il capitale, è alle spalle di tutto ciò, è già avvenuta, terminata. Sul mercato quello scambio non arriva e non conta. L’unico legame tra lavoro morto e forza-lavoro esistente è il fatto che la forza-lavoro è incorporata di necessità nei suoi portatori, la classe lavoratrice. In sintesi, lavoro astratto significa lavoro sfruttato, alienato.
Sotto il profilo dello sviluppo teorico, a Marx fu possibile superare il feticismo, pure ricco di significato, della teoria classica solo in quanto era nato il moderno movimento operaio. A sua volta, la teoria di Marx permise al movimento di svilupparsi enormemente. Questa è la dialettica storica di teoria e prassi.
Sotto il profilo metodologico, l’idea “classica” (Dobb e altri) che il I volume costituisca una prima approssimazione è stata messa in crisi da Sraffa, che ha mostrato come la seconda approssimazione, in quel contesto teoretico, sussuma del tutto la prima. Così, lo sfruttamento deriva solo o da una sottrazione rozza tra input e output, oppure da un’analisi puramente qualitativa, politica della produzione. La nuova interpretazione dice che occorre partire dal fatto che a livello aggregato il nuovo valore scambiato sul mercato traduce in forma monetaria il lavoro diretto che è intervenuto nei diversi processi produttivi. La concreta legge dello scambio adottata ad un determinato grado di sviluppo della produzione muta le regole di distribuzione del plusvalore e del lavoro sociale.
La teoria del valore del I libro ha la funzione di fornire una spiegazione teorica della genesi del plusvalore, cioè di spiegare come si produce capitale senza presupporre il capitale medesimo, cioè come si esplica il comando sul lavoro. Il lavoro è la categoria generale, il capitale quella particolare. Gli economisti rovesciano questo rapporto, rendendo eterna la propria società. Il principio del valore che ci dice che le merci sono coagulo di lavoro astratto è l’astrazione necessaria a comprendere il funzionamento del capitalismo.
C’è anche chi ha tentato di mostrare che il problema della trasformazione deve leggersi in nuovi termini alla luce degli scritti di Marx ora ritrovati. In un lavoro di Ramos si evidenzia che la selezione fatta da Engels degli appunti relativi alla procedura della trasformazione non fu particolarmente felice. Dal canto suo, Bortkiewicz alterò profondamente l’evidenza testuale per ridurre la teoria del valore di Marx al problema di Ricardo. Da queste nuove evidenze appare chiaro che Marx aveva ben presente il fatto che la trasformazione comprende anche gli input, ovvero che la generalizzazione degli scambi nasconde la fonte del valore sotto l’uguaglianza dei saggi del profitto, facendo apparire lavoro necessario (cioè pagato) quello rappresentato dalla forma monetaria del valore: il prezzo di produzione. Il fatto che la forma di valore preesista a quella di prezzo non la rende automaticamente quella più “importante” ai fini dello sviluppo di quel particolare sistema.
Il rapporto tra Marx e Ricardo è dialettico. Marx sviluppò la teoria non tanto negli aspetti tecnici (qui i contributi sono abbastanza secondari) ma sotto l’aspetto propriamente storico e di metodo, fornendo alla teoria una specie di coscienza, facendo comprendere che cos’è nel suo profondo il valore. I classici non potevano e non volevano discutere di questi aspetti. Ovviamente questa presa di coscienza ha conseguenze profonde. La teoria del valore cessa di funzionare come una teoria dei prezzi relativi e diviene una teoria dei rapporti di produzione. Il valore è una relazione sociale tra classi e la moneta rappresenta lo scambio generalizzato, la nascita del mercato del lavoro, la circolazione del capitale, in una parola la società dove si svolge il rapporto tra lavoratori e capitalisti. Il concetto di lavoro astratto non si basa solo sul processo di dequalificazione del lavoro (come spiegano Rosdolsky e La Grassa). Questo processo, che pure è presente, non deve però confondersi con il fatto che tutti i lavori nel capitalismo sono astratti nella misura in cui entrano in contatto con la società (tramite il mercato, cioè la moneta). La moneta, il valore di scambio è l’unica realtà sensibile del valore, è la giusta rappresentazione reificata di un mondo reificato. La moneta è il mezzo di accrescimento e circolazione del capitale, o almeno, in quanto rappresenta la seconda diviene anche la prima agli occhi dei capitalisti. La moneta nega la propria essenza, cioè la sua qualità di cristallizzazione del lavoro umano. Di nuovo, rovesciamento e reificazione sono la stessa cosa: la moneta è lavoro umano astratto, ma alla superficie della società non può essere così, il capitalismo non potrebbe sopravvivere senza negare questo processo, senza rendere autonoma la moneta dalla sua origine.
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Myrddin




Per me essere comunisti vuol anche dire saper capire quando è ora di andarsene da un partito che di comunista ha solo il nome e che caccia dal suo interno i veri comunisti. Chi ha orecchi per intendere intenda
Ciao a tutti.