Socialismo libertario: cooperativismo e mutualismo
Come è valido attingere al marxismo per quanto riguarda la metodologia d'analisi da utilizzare, così può essere valido attingere al pensiero socialismo libertario nella definizione degli obbiettivi da perseguire e della società da realizzare. L'alternativa a questo quadro socio-economico generale odierno può essere dunque rappresentato dalla costruzione di una società di cooperative di produttori liberamente associati che autogestiscano i mezzi di produzione. La popolazione, appropriandosi dei mezzi di produzione attualmente concentrati in poche mani, potrebbe organizzarsi ed associarsi liberamente in cooperative attraverso cui assicurare la fornitura dei beni e servizi necessari alla vita materiale. Ogni individuo sceglierebbe l'attività (o le attività) produttiva che più ritiene confarsi ai propri interessi ed alle proprie capacità. I gruppi umani che andrebbero a formare le libere cooperative, sviluppandosi dalla libera associazione, sarebbero verosimilmente già in partenza la proiezione sul versante produttivo di preesistenti gruppi di affinità, ossia aggregati di persone che, proprio sulla base della reciproca conoscenza e di pregressi rapporti personali di fiducia, deciderebbero di costituire una cooperativa fornendo particolari beni o servizi. Beni e servizi di diversa natura sarebbero scambiati tra le cooperative: questo può chiaramente avvenire tra due cooperative o attraverso lo scambio diretto di un prodotto (bene o servizio) a fronte di un altro, o, cosa che per nulla differisce nella sostanza, attraverso la mediazione di una somma monetaria (credito sociale) da parte di un soggetto nei confronti dell'altro, corrispondente al valore che ad un determinato oggetto viene attribuito. In tal senso la formazione dei prezzi e dei rapporti di scambio tra prodotti (definizioni, queste, che divergono solo nominalmente, rispecchiando sostanzialmente la stessa natura di cose, semplicemente considerata rispettivamente nei termini di forme di scambio o mediate ovvero dirette) avverrebbe sulle basi della contrattazione tra le cooperative per la definizione condivisa del valore dei rispettivi prodotti (di uno rispetto all'altro, o rispetto alla quota di somma monetaria / credito sociale corrisposta, di fatto, nelle veci di uno di essi in cambio dell'altro). Il valore di un bene viene a definirsi nella sostanza in una quantità chiaramente generalmente superiore ai costi di produzione del bene stesso, nonché non solo in rapporto alla quantità di tempo necessario alla sua produzione, ma congiuntamente a questo anche, e non secondariamente o marginalmente, in rapporto alla desiderabilità che esso viene ad assumere per l'acquirente / produttore di un altro prodotto.
Il fatto che la produzione sarebbe organizzata in tante numerose cooperative di liberi produttori associati anziché rimanere nelle funzioni di grossi monopoli o oligopoli che fanno “cartello” tra loro, permetterebbe l'esistenza di una vera concorrenza tra le cooperative stesse, che permetterebbe un abbassamento dei costi marginali tanto più prossimi ai ricavi marginali. Se questo in un sistema di produzione capitalistico rischierebbe di tradursi nel fallimento dell'impresa più debole, che a differenza dell'azienda più forte non può sostenere un abbassamento dei ricavi in modo troppo prossimo ai costi di produzione, in un sistema economico in cui sia avvenuta una redistribuzione sociale della proprietà prima concentrate in modo iniquo, verrebbero meno anche le disparità nelle capacità competitive, per cui si avrebbe una sostanzialmente uguale capacità produttiva, prezzi quanto più simili ed uniformi, una sostanziale parità economica.
Ammettiamo ora anche che, a dispetto di queste premesse, tutte le cooperative impegnate in un determinato settore produttivo, ossia nella produzione di un certo oggetto, anziché farsi concorrenza come sopra accennato, si accordino, attraverso un'associazione formale o informale, per fare cartello a discapito di tutti i loro acquirenti. Semplicemente tali acquirenti, che sono anche produttori di altri eterogenei beni e servizi, in risposta a questa eventualità, potrebbero decidere di fare a loro volta cartello in ritorsione ai primi; si assisterebbe perciò o ad un desistere dalle tentazioni di fare cartello, o nella cessazione di esso qualora si fosse già costituito, ovvero, qualora nessuno dei soggetti entrati in contesa desistesse dalle posizioni precedentemente assunte, ad un generale innalzamento dei prezzi; ma in questo caso, dato che come si dirà più avanti la moneta dovrà assumere solo un valore di scambio, non di uso, e che quindi la sua totalità circolante deve corrispondere alla totalità di beni e servizi realmente esistenti, lo stesso innalzamento generalizzato dei prezzi avrà una natura esclusivamente nominale, non effettiva. Nella presente società capitalistica queste dinamiche sopra esposte non sono possibili in quanto gran parte della forza lavoro svolge la sua attività in modo eterodiretto, senza essere padrona nella gestione della propria produzione, e quindi, essendo sottoposta al lavoro salariato, non avendo possibilità di far sentire la sua forza economica in risposta a quella altrui. Ma non è chiaramente possibile non solo per motivazioni legate ai rapporti di produzione, bensì anche per altri rilievi attinenti la natura della moneta e la differente forza contrattuale tra i soggetti economici.
Invece in tale prospettiva socialista libertaria, come si dirà meglio più avanti la particolare organizzazione sociale che farà da sfondo al sistema economico cooperativista e mutualista, dovrà essere quella di una società su più piccola scala, in cui sarà possibile recuperare una dimensione quanto più comunitaria e conviviale della società / comunità. In tale contesto gli aspetti competitivi e conflittuali sopra pur enunciati sarebbero ricondotti nella loro dimensione naturale dagli eccessi con cui oggi si materializzano, e sarebbero verosimilmente inferiori a quanto vivendo nel contemporaneo sistema sociale saremmo portati ad immaginare: avverrebbe insomma un riequilibrio sul piano iperstrutturale. In tale sistema produttivo nel quale la forza economica e contrattuale tra i diversi soggetti economici è equipollente, poiché i mezzi di produzione sono equamente distribuiti e autogestiti dai produttori stessi, e non da terzi, sarebbero assenti anche i processi di accumulazione condotti da alcuni a scapito sia di molti altri (attraverso l'estrazione di plusvalore derivante dall'alienazione del prodotto del lavoro altrui), sia a detrimento dell'ambiente (poiché la terra ha risorse limitate, non è possibile estrarre e “creare” ricchezza all'infinito: la “creazione” di nuova ricchezza, quando non è una migliore e più razionale organizzazione della produzione, molto spesso, e in sempre più fattispecie, significa “prendere in prestito dal futuro”, con un tasso d'interesse sempre più alto tanto più si continua a prendere in prestito anziché “restituire”, e questo con il limite temporale ed il rischio del collasso ambientale). Sarebbe invece una società caratterizzata dalla circolarità di beni e servizi, e perciò di natura circolare ed egualitaria, non caratterizzata da una frenetica corsa all'accumulazione e alla crescita, e perciò ecocompatibile1, dato che riportando la produzione su piccola scala, si abbatterebbe drasticamente la capacità potenziale inquinante della produzione. E del resto anche l'utilizzo di alcuni livelli di tecnologia potrebbe essere rimesso in discussione, non escludendosi, anzi prevedendosi in molti campi, anche un volontario regresso tecnologico.
La moneta non sarebbe più emessa dalle banche in funzione degli interessi dei grossi gruppi finanziari, i quali si arricchiscono non producendo niente di realmente esistente, ma mettendo in scena una metafisiccizzazione del denaro e della stessa economia tutta, che diventano appunto intangibili ed immateriali. Sarebbe invece emessa da appositi consorzi pubblici in funzione delle esigenze della comunità, caratterizzata dal suo solo valore di scambio e scevra dal valore d'uso, realmente corrispondente nella sua totalità alla totalità di beni e servizi realmente esistenti, non frutto dell'arbitrio delle banche e dei circuiti finanziari che emettono moneta non corrispondente a nulla di tangibile semplicemente premendo un tasto di una tastiera collegata ad uno schermo. La moneta assumerebbe la funzione di “credito sociale” attribuito come merito della produzione, caratterizzando quindi un'economia di credito e non di debito, finalmente libera dal signoraggio. In tal senso sul piano immediato è necessario battersi a favore delle prospettive che riconoscono l'effettiva esistenza del signoraggio ed assumono come centrale la questione della liberazione monetaria, sia di natura culturale (controinformazione, propaganda delle analisi economiche sviluppate) sia di natura materiale (esperimenti in cui vengono dispiegate monete alternative o complementari non di debito). Vanno tuttavia distinte, all'interno dell'eterogeneo filone di pensiero che per la prima volta affronta le tematiche inerenti al signoraggio ed alla liberazione monetaria, le due tendenze in esso contemporaneamente sussistenti, ai fini di una maggiore chiarezza non solo teorica. Da una parte vi è chi, come il controeconomista romano Domenico De Simone2, partendo dalla categoria di signoraggio sviluppa una prospettiva libertaria, in cui la moneta sarebbe emessa da consorzi pubblici mentre si ridurrebbe il ruolo dello Stato-apparato; dall'altra chi invece arriva a pensare che il signoraggio sia solo ed esclusivamente (ed ancora, ossia rifacendosi alla vecchia definizione superata dai tempi) la non corrispondenza della quantità monetaria presente con le riserve auree depositate nei caveaux della banca centrale (non accorgendosi che anche il sistema inaugurato da Bretton Woods fosse, per quanto più indirettamente e meno percettibilmente, anch'esso frutto di un'astrazione). Questi ultimi sbagliano del tutto la prospettiva dalla quale affrontare il problema, partendo da visioni complottiste / cospirazioniste che addebitano l'esistenza del signoraggio solo alla Banca Centrale per quanto riguarda l'Unione Europea, ai gruppi finanziari transnazionali (magari caratterizzandoli indistintamente come credenti in una religione piuttosto che un'altra anziché adoratori del solo dio-denaro) per quanto riguarda il resto del mondo. E così eccoli nostalgicamente rimpiangere le presunte virtù delle vecchie banche nazionali, quasi che queste facessero in precedenza opera caritatevole e filantropica anziché guardare ai profitti, o che la comune nazionalità di oppressi ed oppressori renda l'oppressione più tollerabile ed anzi piacevole; così armati di nostalgia, l'unica soluzione che percepiscono è quella del moloch Stato-apparato, che nonostante sia la causa delle presenti politiche monetarie (in quanto proprio poiché è titolare di sovranità può delegarla ad altri soggetti come la Banca Centrale Europea, Organizzazione Mondiale del Commercio e altri organismi economico-finanziari transnazionali) è visto come futura panacea dei mali (da esso stesso in ultima istanza derivanti).
(tratto dal mio saggio "Sette riflessioni (per un nuovo socialismo)"




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