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Discussione: Siciliani

  1. #31
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    Citazione Originariamente Scritto da Frescobaldi Visualizza Messaggio

    GIUSEPPE TOMASI DI LAMPEDUSA

    Palermo 23.12.1896 - Roma 23.07.1957


    Nasce il 23 dicembre 1896 a Palermo, da famiglia aristocratica (quella dei principi di Lampedusa, duchi di Palma e Montechiaro). Ad aprile del 1915 si iscrive presso la Facoltà di Giurisprudenza dell'Università di Roma, ma nel novembre dello stesso anno viene chiamato alle armi: partecipa alla Prima Guerra Mondiale, è fatto prigioniero nel novembre del 1917 e solo dodici mesi dopo - fuggito dal campo di reclusione - riesce a rientrare in patria. Congedato dall'esercito con il grado di tenente, fa ritorno a Palermo nel 1920. Nel corso del decennio seguente, effettua numerosi viaggi in Italia ed all'estero, da solo o più spesso in compagnia della madre; durante uno di essi, nel 1925, conosce a Londra, all'ambasciata d'Italia, la principessa Licy Wolff Stomersee, studiosa di psicanalisi, che sposerà sette anni più tardi in una chiesa ortodossa, a Riga. Dopo aver dato il proprio contributo anche al secondo conflitto mondiale e veduto la casa avita devastata dai bombardamenti, Giuseppe e la consorte si trasferiscono - a seguito di varie vicissitudini - in via Butera, a Palermo. Negli anni '50, egli si lega d'amicizia coi frequentatori della casa del barone Sgadari di Lo Monaco: Francesco Agnello, Francesco Orlando, Antonio Pasqualino e soprattutto Gioacchino Lanza Tomasi.
    Alla fine del '54, comincia a scrivere "Il Gattopardo"; nel giugno dell'anno successivo, interrompe la stesura del romanzo per dedicarsi a quella dei "Ricordi d'infanzia", riprendendola infine a novembre. Dipoi, lavora ad altri testi ("La gioia e la legge", "La sirena", il primo capitolo del nuovo romanzo "I gattini ciechi"): ma nell'aprile del 1957 gli viene diagnosticato un carcinoma al polmone destro, che ne cagiona la morte il 23 luglio dello stesso anno (la salma verrà inumata, il 28 del mese, nella tomba di famiglia al cimitero dei Cappuccini). Rifiutato dalla Mondadori, "Il Gattopardo" trova la via della pubblicazione nel 1958, presso Feltrinelli, grazie all'attivo interessamento ed alla curatela di Giorgio Bassani. Accolto da un enorme successo, il libro vince il Premio Strega nel '59.

  2. #32
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    Predefinito Mario Rapisardi




    MARIO RAPISARDI (Catania, 1844-1912)

    Mario Rapisarda (Rapisardi si chiamò poi, in sottinteso omaggio a uno dei suoi autori preferiti, Leopardi) nacque a Catania nel 1844. Suo padre, un agiato procuratore legale, pur non impegnato politicamente, era di idee liberali e amico di alcuni dei rivoluzionari borbonici fucilati nel '37.
    Mario, oltre ad amare la letteratura e la storia, suonava discretamente il violino e coltivava la pittura. Studiò dai gesuiti. Nel '59 esordiva con l'Ode a Sant'Agata vergine e martire catanese.
    Lettore appassionato di Alfieri, Monti, Foscolo, Leopardi e di vari autori risorgimentali, scrisse, ancora adolescente, un Inno di guerra, agl'italiani e l'incompiuto poemetto Dione, nella cui prefazione esalta le battaglie di Solferino, Palestro e Magenta, partecipando così all'atmosfera politica di quei mesi, culminati coll'impresa di Mille, che pose fine alla monarchia borbonica.
    Per contentare il padre, frequenta un corso di giurisprudenza, ma non giungerà a laurearsi. Invece lo interessa moltissimo lo studio dei classici greci e latini, che gli suggeriscono le prime traduzioni, le ricerche filologiche e filosofiche di carattere positivistico. Frutti di questo periodo formativo il poemetto Fausta e Crispo e i Canti.
    Nel '65 parte per Firenze, allora capitale del Regno, per il centenario della nascita di Dante, cui dedicò l'ode declamata in quell'occasione, e qui, in un clima acceso da fermenti mazziniani e repubblicani, stringe amicizia coi poeti Dall'Ongaro, Prati, Aleardi, Fusinato, Maffei, col dotto Pietro Fanfani, con l'orientalista De Gubernatis e con altri importanti artisti e intellettuali.
    Nel '68 pubblica il suo primo poema, La Palingenesi, dove in 10 canti polimetri condanna la corruzione del clero e difende l'azione moralizzatrice di Lutero, prospettando col connubio arte-scienza il ritorno del cristianesimo alla purezza originaria. Il successo dell'opera (Verga fu uno dei primi a congratularsi) echeggia anche all'estero (Victor Hugo è tra i più significativi estimatori), mentre il municipio di Catania assegna all'autore una medaglia d'oro e il ministro Correnti lo chiama a insegnare letteratura italiana nell'ateneo catanese.
    Nel '72 escono i versi de Le Ricordanze che, pur nei limiti dell'imitazione leopardiana, rivelano una genuina vena intimista. Nello stesso anno sposa Gisella Fojanesi.
    Uno studio critico su Catullo gli vale nel '75 la nomina a professore straordinario di Letteratura italiana e l'incarico di Letteratura latina all'Università di Catania.
    Già da qualche anno il poeta è dedito alla stesura del suo secondo poema, il Lucifero, ispirato dalle Guerre de Dieux del Parny, ma anche da Milton e dal carducciano Inno a Satana. Il poema, in 15 canti polimetri, pur essendo diseguale a livello artistico (a efficaci descrizioni e qualche episodio memorabile oppone una certa macchinosità d'insieme e non rare cadute di tono per non dire di gusto), resta l'espressione più significativa della poesia italiana d'indirizzo positivista. Per il Lucifero, che esce nel '77, Rapisardi riceve un biglietto entusiastico di Garibaldi, che si firmò "suo correligionario", mentre l'arcivescovo di Catania ordinò, pare, un autodafé del libro.
    Insignito -lui, schietto repubblicano- del titolo di Cavaliere della Corona d'Italia (per aver celebrato, nell'XI canto del poema, le guerre d'indipendenza e l'ossario di Solferino) e nominato professore ordinario di Letteratura italiana e latina dal ministro della Pubblica Istruzione Francesco De Sanctis, che lo stimava, Rapisardi pubblica nell'83 i versi sociali (e sarcastici) di Giustizia, che trovarono vasti consensi (suo epicentro sta nel Canto dei mietitori). Quest'opera nel '24 sarà addirittura proibita dalla politica fascista. Alla fine dell'83 rompe il matrimonio con la moglie, che intanto s'era legata al Verga.
    Il Carducci, al quale aveva "devotamente" inviato una copia del Lucifero, resosi conto d'essere oggetto di caricatura in alcuni versi dell'XI canto ("plebeo tribuno e idrofobo cantor, vate di lupi"), apre con Rapisardi quella polemica che avrebbe divido l'Italia letteraria degli anni '80. Dall'epistolario del Carducci si scoprono fin dagli anni '60 frasi poco tenere nei confronti del Rapisardi, che certo non era di carattere facile. D'altro canto, di tutti i poeti della sua generazione, egli in fondo stimava solo Arturo Graf. Molte delle sue frecciate tuttavia rimasero o inedite o affidate alla discrezione dei suoi interlocutori epistolari. Di pubbliche vi furono solo le allusive caricature schizzate in certi passi dei poemi. Naturalmente la polemica col Carducci è una storia a sé.
    Nell'84 usciva il poema Giobbe, che è il suo capolavoro: la figura del protagonista, umiliato e castigato da Dio senza motivo, diventa un simbolo dell'umanità sofferente. I distici dove il personaggio grida a Dio la sua disperazione (libro III della parte I) toccano altezze forse ineguagliate nella poesia italiano del secondo Ottocento.
    Nell'85 inizia a convivere con una diciottenne assunta come segretaria, Amelia Poniatowski, figlia di genitori ignoti: gli sarà compagna fedele per tutta la vita.
    Nell'87 dà alle stampe le splendide Poesie religiose, forse il suo vertice lirico, cui seguono i cesellati Poemetti ('92) e gli Epigrammi ('97), nonché delle impegnative traduzioni di opere di Catullo, Shelley e Orazio, anche se la cosa più importante resta la traduzione e lo studio critico del poema La natura di Lucrezio ('79). Nel '94 pubblica il suo quarto e ultimo poema, L'Atlantide, dove, ispirandosi ai Paralipomeni del Leopardi, disegna nelle vicissitudini del poeta Esperio la società italiana lasciva e inetta, additando nella corruzione il principio dei mali. Nel mentre disprezza la borghesia, canta le figure di Newton, Darwin, Pisacane, Marx, Cafiero e altri grandi della storia universale.
    Denuncia con lucidità e coraggio la criminale politica del governo Crispi (vedi la repressione dei "fasci siciliani"), nella prefazione a Gli avvenimenti di Sicilia e le loro cause ('94) e nel dialogo Leone ('95), che spiegano le feroci repressioni dei moti contadini e operai, nonché nel pamphlet Africa orrenda ('96) e in alcune poesie, avverse al truculento colonialismo.
    Negli ultimi anni si chiude in un silenzio ostinato, indifferente agli onori dei concittadini, che superano di gran lunga quelli tributati a Verga, De Roberto, Capuana… Non lo toccano neppure le critiche di molti studiosi (specialmente il Croce), anche se tra le sue carte si sono trovati feroci epigrammi a gran parte dei letterati dell'epoca: Fogazzaro, Croce, Pascoli, Carducci, D'Annunzio…
    Egli muore nel 1912 a Catania: al suo funerale parteciparono oltre 150.000 persone, con rappresentanze ufficiali che giunsero addirittura da Tunisi. Catania tenne il lutto per tre giorni. Nonostante questo, a causa del veto opposto dalle autorità ecclesiastiche, la sua salma rimase insepolta per quasi dieci anni in un magazzino del cimitero comunale.
    Il nome di Rapisardi, rimasto in ombra per tutto il periodo del fascismo, riemerse dopo la Liberazione, grazie agli studi di Concetto Marchesi, Asor Rosa, La Penna e Saglimbeni.
    Enrico Galavotti - www.homolaicus.com

  3. #33
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    www.siciliaindipendente.org Agnes velhom age, bureita dadenami. Eka esti, metere Trinacie geped. Ais darna Trinacie uie, iti Talia tebei, ahita Talia praarei, viadis Talia aite esti. Zudai esti. Puri Trinacie ires.
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    Solo per aggiungere che Mario Rapisardi oggi riposa sul viale degli uomini illustri del Cimitero Monumentale di Catania. La sua sepoltura si trova all'imbocco dello stesso viale (che è chiuso dalla tumulazione dei Martiri dell'EVIS), affacciandosi sul piazzale dell'obitorio. Nello stesso viale sono sepolti, fra gli altri, Giovanni Verga, Angelo Musco, Masi Marcellini.

  4. #34
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    Predefinito Caronda di Catania

    CARONDA DI CATANIA LE NORME SICILIANE DA VENTISETTE SECOLI

    Questo cittadino formulava le legge che poi molte città includevano nelle proprie, dalla Sicilia alla Turchia, famoso come Licurgo, semplice cittadino come tutti, non era un senatore proponeva solo leggi giuste e ne dava l'esempio con il comportamento incensurabile.


    Caronda di Catania, a Piazza Stesicoro , di fronte alla statua di Vincenzo Bellini, accanto alla porta di accesso al teatro antico sotto la piazza, TROVATE UNA LAPIDE CHE LO RICORDA:..... vissuto nel VII secolo a.C.






    Gli chiederemo: Caro Omero, se è vero che in quanto a virtù non sei terzo a partire dalla verità, se cioè non sei quell'artigiano di una copia che abbiamo definito imitatore, e se è vero invece che vieni al secondo posto e che sei riuscito a conoscere quali occupazioni rendono migliori o peggiori gli uomini in privato ed in pubblico, dicci quale Stato per merito tuo ha ottenuto un governo migliore, come Lacedemone per merito di Licurgo e molti Stati grandi e piccoli per merito di varie altre persone; di' quale stato ti riconosce il merito di aver agito da buon legislatore e fatto l'utile dei tuoi cittadini. Italia e Sicilia lo riconoscono a Caronda e noi a Solone, ma a te chi?. (Platone , La Repubblica, X, 599,e: trad. F.Sartori, Ed. Laterza, 1994)


    Da www.messinacity.com

  5. #35
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    Predefinito Renato Guttuso




    Bagheria (Palermo), 26.12.1911 - Roma, 18.01.1987

    1911
    Renato Guttuso nasce il 26 Dicembre 1911 a Bagheria.
    Il padre Gioacchino, agrimensore di professione ma acquarellista per diletto e la madre Giuseppina d'Amico, preferiscono denunciarlo a Palermo il 2 Gennaio 1912, in seguito a un contrasto con la città a causa delle loro idee liberali.
    La città natale è molto importante nella formazione del pittore, perché lì, giovanissimo, entrò in contatto con il mondo della pittura, come racconta lui stesso: "tra gli acquarelli di mio padre, lo studio di Domenico Quattrociocchi, e la bottega del pittore di carri Emilio Murdolo prendeva forma la mia strada avevo sei, sette, dieci anni...". Ma Bagheria è importante anche perché continuerà a fornirgli per tutta la vita uno straordinario repertorio di immagini e colori.
    1924 - 30
    Già dal 1924, appena tredicenne, comincia a firmare e datare i propri quadri. Sono piccole tavolette dove per lo più copia i paesaggisti siciliani dell'ottocento. Tra queste vanno ricordate Golfo di Palermo (1925), dove usa le venature del legno per raccontare le onde del mare. I suoi modelli sono comunque più vari, i francesi come nel caso dell'Angelus di Millet (1926), realizzata su una tavolozza che mantiene ancora la forma originale, e i pittori contemporanei di cui poteva procurarsi le illustrazioni., come Carrà nel Pino marittimo (1929). In questi anni dipinge anche dei ritratti come quello di Graziella e il Ritratto del padre, il Cavalier Gioacchino Guttuso Fasulo (1930).
    Negli anni seguenti comincia a frequentare l'atelier del pittore futurista Pippo Rizzo e l'ambiente artistico palermitano.
    Nel 1928 partecipa a Palermo alla sua prima mostra collettiva.
    1931 - 33
    Nel 1931 partecipa con due quadri alla Quadriennale Nazionale d'Arte Italiana a Roma e ha occasione di vedere dal vivo le opere dei più grandi artisti italiani che lo impressionano profondamente.
    Una mostra di Guttuso e di altri pittori siciliani, alla Galleria del Milione nel 1932, suscita grande interesse nella società artistica milanese. Per vivere a Roma esegue alcuni lavori di restauro alla Pinacoteca di Perugia e alla Galleria Borghese di Roma. In questo periodo ha modo di legarsi ad artisti come Mario Mafai, Francesco Trombadori, Corrado Cagli, Pericle Fazzini, Mirko e Afro. Dal 1929 collabora con giornali e riviste e già dalla scelta dei suoi primi soggetti critici si delineano le sue scelte in favore di una pittura impegnata. Il suo primo articolo su Picasso, scritto nel 1933, causa l'intervento della censura fascista e la sospensione della collaborazione con il giornale l'Ora di Palermo.
    1934 - 36
    Espone per la seconda volta a Milano, alla Galleria del Milione con il "Gruppo dei 4" che aveva fondato a Palermo con Giovanni Barbera, Nino Franchina e Lia Pasqualino Noto in aperta polemica con il primitivismo di "Novecento", allora dominante. La mostra viene recensita da Carrà, in quel momento il pittore più autorevole che ci fosse in Italia.
    A causa del servizio militare trascorre il 1935 a Milano, dove ha occasione di stringere grandi amicizie con artisti come Birolli, Sassu, Manzù, Fontana con cui dividerà lo studio, ed intellettuali come il poeta Salvatore Quasimodo, Raffaele de Grada, Elio Vittorini, il filosofo Antonio Banfi, Raffaele Carrieri, Edoardo Persico. Malgrado queste amicizie, che saranno fondamentali per l'esperienza politica e culturale di Corrente, il periodo milanese è contrassegnato da una profonda depressione testimoniata dalle poesie scritte in quegli anni, causata probabilmente anche dalle durissime condizioni economiche che lo opprimono nel capoluogo lombardo.
    1937 - 39
    Sono anni tra i più importanti della sua vita. Si trasferisce definitivamente a Roma, i suoi studi, a cominciare da quello in piazza Melozzo da Forlì, saranno spesso al centro di sue composizioni pittoriche e diverranno uno dei centri intellettuali più vivaci ed interessanti della vita culturale della capitale. In questi anni nasceranno le amicizie con Alberto Moravia, Antonello Trombadori e Mario Alicata che avranno un ruolo determinante nella sua adesione al partito comunista, nel quale si iscriverà nel 1940. La sua prima personale a Roma viene presentata dallo scrittore Nino Savarese.
    Sono gli anni delle straordinarie nature morte, della Fucilazione in campagna (dedicata a Federico Garcia Lorca), della Fuga dall'Etna, che riceverà il premio Bergamo, in quel momento il più importante premio di pittura in Italia. Nella stesso anno conosce Mimise Dotti che sarà sua compagna per tutta la vita.
    Collabora come critico a Le Arti, Primato e Il Selvaggio, diretto da Mino Maccari che dedica un intero numero ai suoi disegni (1939), proseguendo con impegno e vigore l'attività di critico che durerà tutta la vita.
    1940 - 44
    Continua la straordinaria produzione artistica dipingendo nudi, paesaggi, nature morte e realizza la Crocefissione (1940-41), la sua opera più famosa ed uno dei quadri più significativi del Novecento. Lui stesso chiarisce il significato dell'opera: "questo è un tempo di guerra. Voglio dipingere questo supplizio del Cristo come scena d'oggi. ... come simbolo di tutti coloro che subiscono oltraggio, carcere, supplizio per le loro idee". Il quadro, presentato al premio Bergamo nell'autunno del 1942, dove riceverà il secondo premio, suscita un grande scandalo e il Vaticano proibisce ai religiosi di guardare l'opera.
    Nel 1940 al Teatro delle Arti di Roma, diretto da Anton Giulio Bragaglia, Renato Guttuso fa il suo esordio nella scenografia musicale, firmando scene e costumi per l'Histoire du Soldat.
    Nel 1943 lascia Roma per motivi politici e partecipa attivamente alla resistenza antifascista. Della lotta partigiana ha lasciato una struggente testimonianza artistica nella serie di disegni realizzati con inchiostri delle tipografie clandestine intitolati Gott mitt Uns .
    1945 - 50
    A Parigi con Pablo Picasso stringe una amicizia che durerà tutta la vita.
    In Italia assieme ad alcuni artisti ed amici tra i quali Birolli, Vedova, Marchiori, il gallerista Cairola fonda il movimento Fronte Nuovo delle Arti, un raggruppamento di artisti molto impegnato politicamente con l'obbiettivo di recuperare le esperienze artistiche europee che a causa del fascismo erano poco conosciute in Italia.
    Nella sua pittura sono presenti temi sociali e di vita quotidiana: picconieri della pietra dell'Aspra, zolfatari, cucitrici, manifestazioni di contadini per l'occupazione delle terre incolte.
    Nel '47 trasferisce il suo studio a Villa Massimo. Nello stesso anno a Venezia con le scene e i costumi per Lady Macbeth di Sostakovic, in prima assoluta per l'Italia, prosegue la collaborazione con l'opera e con il coreografo Aurele Millos.
    1950 - 56
    Nel 1950 ottiene a Varsavia il premio del Consiglio Mondiale per la Pace, nello stesso anno tiene la sua prima personale a Londra.
    A Roma al Teatro dei Satiri curerà le scenografie e i costumi per "Madre Coraggio e i suoi figli" di Bertolt Brecht, in prima assoluta per l'Italia.
    E' sempre presente alle Biennali di Venezia con grandi quadri, nel '52 con la Battaglia di Ponte dell'Ammiraglio, nel '54 con Boogie Woogie, nel '56 con la Spiaggia suscitando discussioni e dibattitti.
    Sposa Mimise; Pablo Neruda, che gli ha dedicato una sentita poesia, sarà testimone delle loro nozze.
    1957 - 65
    Collabora alle più importanti riviste italiane e internazionali con scritti di teoria e critica d'arte, prendendo posizione nel dibattito sul realismo. Dipinge La Discussione che verrà acquistato dalla Tate Gallery di Londra. Lavora all'illustrazione della Divina Commedia che sarà pubblicata nel '61 da Mondadori. Elio Vittorini scrive un'importante monografia sul pittore mentre l'amico Pasolini scriverà un'introduzione per un suo libro di disegni.
    A New York, la Aca-Heller Gallery gli dedica un'importante mostra.
    Il Museo Puskin di Mosca gli dedica un'importante retrospettiva nel '61.
    Il Museo Stedelick di Amsterdam gli dedica un'antologica di grande successo che sarà poi ospitata anche al Palais de Beaux Arts di Charleroi mentre nel '63 si apre a Parma una sua ampia mostra antologica, presentata da Roberto Longhi. Sempre a Parma, nello stesso anno, curerà scene e costumi per il Macbeth di Verdi.
    Nel '65 elabora il tema del lettore di giornale e quello dell'Edicola che lo porterà a realizzare la sua unica grande scultura.
    1965 - 71
    Si trasferisce a Palazzo del Grillo dove continuerà ad abitare e lavorare fino alla morte.
    Nel '66 realizza il grande ciclo dell'Autobiografia, una serie di dipinti che costituiranno il nucleo di importanti antologiche ospitate in vari museieuropei. A questo ciclo Werner Haftmann dedicherà un'importante monografia. Tra quadri più belli e significativi Gioacchino Guttuso Agrimensore (1966), omaggio al padre ritratto nell'erba dietro il teodolite. Collabora alla realizzazione delle scene teatrali per il Contratto di Eduardo de Filippo, suo grande amico.
    Nel '71 riceve dall'Università di Palermo, la laurea Honoris Causa e gli sono dedicate due importanti antologiche: una a Palermo al Palazzo dei Normanni con testi di Leonardo Sciascia, Franco Grasso e una al Musee d'Art Moderne de la Ville di Parigi.
    1972 - 80
    Nel 1972 riceve il premio Lenin e gli viene dedicata una grande mostra all'Accademia delle arti di Mosca. Una grande mostra retrospettiva percorre l'Europa orientale toccando Praga, Bucarest, Bratislava, Budapest.
    Dipinge il grande quadro La Vucciria (1974) che affida all'Università di Palermo e nel '76 dipinge il Caffè Greco (ora Collezione Ludwig di Colonia.)
    Illustra i Malavoglia di Verga nel 1978 e l'Eneide di Virgilio nel 1980. Viene eletto Senatore, nelle liste del PCI, nel collegio di Sciacca.
    Nel 1973 Guttuso sceglie un importante nucleo di opere, sue e di altri artisti, che costituiranno la base per istituire a Bagheria la Galleria civica.



    1981- 87
    Giuliano Briganti scrive la presentazione per la sua mostra a Roma sul ciclo delle Allegorie, della Malinconia e della Visita della Sera.
    Il centro di cultura di Palazzo Grassi di Venezia gli dedica una importante mostra antologica nell'82, a cura di Maurizio Calvesi, Cesare Brandi e Vittorio Rubiu.
    Nel 1983 affresca una cappella del Sacromonte di Varese con la Fuga in Egitto.
    Vengono pubblicati, a cura di Enrico Crispolti, i primi tre volumi del catalogo generale dei suoi dipinti.
    Nel 1985 intraprende un'opera monumentale, affrescando l'intera volta ( più di 120 mq. di pittura) del soffitto del teatro lirico Vittorio Emanuele di Messina, rappresentando la leggenda del Cola Pesce.
    Nel 1986 dipinge un ciclo di opere dedicato al tema del gineceo che culmina nel quadro "Nella stenza le donne vanno e vengono...", ultimo grande sforzo del pittore che resterà incompiuto.
    Il 18 gennaio del 1987 muore lasciando alcune opere, tra le più importanti, alla Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma. Altre opere e una ricca raccolta documentale le ha già affidate al museo che la sua città natale, Bagheria, gli ha intitolato. Il Museo Guttuso, che ha sede nella settecentesca Villa Cattolica, raccoglie così la più ampia collezione di opere, quadri, disegni e grafica dell'artista, e nel giardino della Villa conserva la grande Arca funebre dedicatagli dal suo amico Giacomo Manzù, dove egli riposa. Subito dopo la morte viene organizzata dal Museo Guttuso di Bagheria, a cura di Maurizio Calvesi, con il contributo dei più importanti critici italiani, la mostra "Dagli esordi al Gott mitt Uns".
    Dopo la sua morte, il figlio adottivo Fabio Carapezza Guttuso fonda gli Archivi Guttuso, cui destina lo studio di Piazza del Grillo, e integra la collezione del museo di Bagheria. Gli Archivi organizzano numerose mostre, tra queste due antologiche del pittore, una in Germania nel '91 e l'altra nel '96 a Londra e Ferrara; il completamento, in collaborazione con Enrico Crispolti, del Catalogo Ragionato Generale dei Dipinti di Renato Guttuso; e nel decennale della morte, una grande mostra, incentrata sulla collaborazione tra Guttuso e il teatro musicale, al teatro Massimo di Palermo. Infine curano, per la Rizzoli nel 1999, una completa, monografia dedicata all'Artista.

    Da www.guttuso.com

  6. #36
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    Giuseppe Pitrè

    Da Wikipedia




    Giuseppe Pitrè




    Giuseppe Pitrè (Palermo, 21 dicembre 1841 - ivi, 10 aprile 1916) fu un celebre letterato siciliano, principalmente per il suo lavoro nell'ambito del folklore regionale.
    A Giuseppe Pitrè, il più importante raccoglitore e studioso di tradizioni popolari, la Sicilia deve essere grata perché – come ha sottolineato Giuseppe Cocchiara, già preside della Facoltà di Lettere a Palermo – la sua opera monumentale resta pietra miliare per la ricchezza e la vastità d'informazioni nel campo del folklore, in cui nessuno ha raccolto “come e quanto” lo scrittore palermitano. Egli anzi, nella seconda metà dell'Ottocento, ha tracciato la via ad altri come Salvatore Salomone Marino e accolto nel suo tempo consensi vivissimi tra cui quelli di Luigi Capuana, che trovò materiale per le fiabe nel suo repertorio, Giovanni Verga, che trasse anche ispirazione per le “tinte schiette” e particolari usanze del suo mondo di umili e perfino per argomenti specifici d'alcune novelle come Guerra di Santi, dalla preziosa documentazione a cui Pitrè lavorò tutta la vita.
    Giuseppe Pitrè nacque a Palermo il 21 dicembre 1841 ed ivi morì il primo aprile 1916. Come il conterraneo abate Giovanni Meli, divenne medico di professione e venne, grazie ad essa, a contatto con i ceti più umili e col mondo dei marinai e dei contadini tra cui spinto da passioni per gli studi storici e filologici raccolse per prima i Canti popolari siciliani attinti anche dalla voce della madre che egli dice “era la mia Biblioteca delle tradizioni popolari siciliane”, dedicandole appunto la sua prima opera. Questa sua fatica confluì nei due volumi tra il ‘70 e il '71 di quella Biblioteca delle tradizioni popolari siciliane, pubblicata in venticinque volumi fra il 1871 e il 1913, comprendente nelle sue sezioni oltre ai canti, d'amore, di protesta, legati alle stagioni e culture, giochi, proverbi, motti e scongiuri, indovinelli, fiabe, spettacoli, feste, medicina popolare, leggende, cartelli, Pasquinate, Usi nuziali e lo specchio del costume nella famiglia, nella casa, nella vita del popolo siciliano.
    Come sostiene il Cocchiara, l'opera del Pitrè presenta due aspetti, uno storico e l'altro poetico, rivelando “un'umanità viva e vibrante” per cui egli era convinto che era giunto il tempo di studiare con amore e pazienza le memorie e le tradizioni, per custodirle. Da questo nacque anche la creazione del Museo Etnografico, dove raccogliere tutti i materiali e gli oggetti pazientemente ricercati per la Sicilia, che oggi porta il suo nome, ed è ospitato nelle ex-stalle della palazzina cinese, all'interno del Parco della Favorita.
    Nel 1910 fu chiamato ad insegnare demopsicologia (come lui era solito chiamare il folklore), quando già aveva acquistato fama e apprezzamenti nell'élite culturale del tempo. Già nel 1894 aveva, infatti, pubblicato la Bibliografia delle tradizioni popolari in Italia, intrattenendo rapporti con i più importanti studiosi specialmente della scuola toscana.
    Instancabile studioso, innamorato della sua terra, scrisse anche Palermo cento e più anni fa, prezioso ed introvabile volume, e saggi su Meli, su Goethe a Palermo, sulla Divina Commedia, raccogliendo anche novelle popolari toscane.
    Collaborò proficuamente con Salvatore Salomone Marino, col quale fondò nel 1880, diringendola fino al 1906, la più importante rivista di studi sul folklore del tempo, Archivio per lo studio delle tradizioni popolari, ed intrattenne una fitta corrispondenza con studiosi di tutto il mondo. Queste lettere sono oggi conservate in una sezione del museo etnografico di Palermo e ad esse continuano a rivolgere attenzione come fonti preziose gli studiosi contemporanei d'antropologia tra cui Antonino Buttitta.
    Per i suoi meriti e la sua fama fu nominato Senatore del Regno il 30 dicembre del 1914, quando anche in America venivano tradotte e pubblicate le sue opere per le Edizioni Crane, specialmente i proverbi e le fiabe, la cui radice comune a tanti popoli egli aveva esaltato rivendicando in una lettera ad Ernesto Monaci la loro ricchezza linguistica con queste parole: "Che bellezza, amico mio! Bisogna capire e sentire il dialetto siciliano per capire e sentire la squisitezza delle fiabe che sono riuscito a cogliere di bocca ad una tra le mie varie narratrici”.
    Altrettanto belle le pagine dedicate alle storie dì Giufà personaggio della tradizione popolare e alle feste popolari siciliane di cui piene di poesia sono quelle del Natale e dei Morti.

    Opere
    • Biblioteca delle tradizioni popolari siciliane, pubblicato tra il 1871 e il 1913
    • Fiabe, novelle e racconti popolari sicilani
    • Grammatica Siciliana - un saggio completo del dialetto e delle parlate siciliane, 1875
    • Le storie di Giufà
    • Proverbi Siciliani

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    Predefinito Angelo Musco

    Catania, 1871 - Milano, 1937


    Nacque a Catania nel 1871. Quattordicesimo figlio di un bottegaio, fu costretto a lavorare in giovanissima età. Fece, male ed insofferente, il barbiere, il calzolaio e il muratore. Manifestava già le attitudini istrioniche cantando canzonette per le strade della città. A 12 anni compì la sua prima esperienza di attore in una compagnia napoletana, tutta di siciliani, che fallì poco dopo.
    Nel 1899 entrò nella compagnia di Giovanni Grasso senior, attore tragico di straordinaria efficacia. Alla fine dello spettacolo egli parodiava la tragedia interpretata da Grasso e con due piroette e pochi lazzi asciugava le lacrime, secondo le antiche tradizioni delle Atellane e dei Mimi. Riuscì a conquistare il pubblico, che immancabilmente gli gridava dal loggione: Angilu! 'A musca. Era una canzoncina che eseguiva più che con la voce, con smorfie e gioco di gambe, sfruttando l'assonanza del titolo e del contenuto della stessacon il suo cognome. Nacque progressivamente, però, una rivalità professionale tra i due attori, anche se non intaccò i rapporti personali. Musco si staccò da Grasso e passò alla compagnia di Marinella Bragaglia. Nel 1914, finalmente capocomico, presentò a Napoli la Comica compagnia siciliana del Cav. Angelo Musco.
    Facevano parte della compagnia le due sorelle Anselmi, una delle quali, Rosina, divenne la sua fedelissima compagna d'arte. Per circa un anno furono tempi bui e Musco ed i suoi attori dovettero arrangiarsi per sopravvivere. Nell'aprile del 1915 decisero di giocare l'ultima carta ai Filodrammatici di Milano, dando Paraninfu di Capuana. L'indomani, il noto critico Simoni, fornendo forse la più efficace descrizione di Musco, scriveva sul Corriere della Sera: Egli è un comico irresistibile... E' un comico tutto istinto, dagli occhi accesi, dalla faccia bruciata, bizzarro, indiavolato, colorito come una maschera del tempo fecondo. Due anni dopo, sull'Illustrazione italiana, ancora un lusinghiero ritratto dello stesso Simoni, che rileva la raggiunta notorietà dell'attore nella città di Milano. Fra il 1915 e il 1917 cominciò, infatti, la sua fortuna e divenne un attore popolarissimo, molto apprezzato dalla critica al punto che i maggiori scrittori siciliani, come Pirandello, Capuana e Martoglio, scrissero per lui. La commedia è la stoffa e l'attore è il sarto, che la taglia, la trasforma, la ricompone: questa era la teoria dell'intrepretazione teatrale di Musco. Egli aveva un grande talento di osservatore dell'umanità, spontaneità e gioa di vivere, che riversava sul suo lavoro di attore, spingendosi a trasformare il testo dell'autore, intrecciando ad esso battute originali ed estemporanee. Tra i suoi grandi successi il San Giovanni decollato e l'Aria del continente di Martoglio, La Patente, Pensaci Giacomino, Il berretto a sonagli, Liolà di Pirandello, Cavaliere Pedagna di Capuana.
    Per il cinema interpretò undici films, tra i quali L'eredità dello zio buon'anima, L'aria del continente, Lo smemorato, Gatta ci cova.
    Musco morì improvvisamente a Milano il 6 ottobre 1937. Quando la sua salma venne restituita a Catania, il 14 ottobre, ad attenderla alla stazione vi era una sterminata folla, presenti tutte le autorità.

    Enciclopedia di Catania - Tringale Editore

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    Leo (Leopoldo) Gullotta

    Attore

    Catania, 9.01.1946

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    Giuni Russo (Giuseppa Romeo)

    Cantante

    Palermo, 10.09.1951 - Milano, 14.09.2004

  10. #40
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    Predefinito Adolfo Celi





    Messina, 27.07.1022 - Roma, 19.02.1986


    Dopo aver studiato all'Accademia d'Arte Drammatica di Roma, Adolfo inizia la sua carriera d'attore nell'immediato dopo guerra, al confine tra l'Italia e il Brasile, dove interpreta e dirige alcuni film.
    Nel 1945 viene scritturato per il film "Un americano in vacanza" di Luigi Zampa e per "Proibito rubare" di Luigi Comencini; nel 1947, partecilpa accanto ad Aldo Fabrizi nel film "Emigrantes".
    Indimenticabile antagonista di James Bond in Agente 007, "Thunderball operazione tuono" Adolfo lavora nello stesso anno al film di Zeffirelli "Fratello sole, sorella luna" e di Di Leo "La mala ordina".
    Lavora con Bava in "Diabolik", Olmi "%u2026e venne un uomo", Bunuel ne "Il fantasma della libertà" e "Amici Miei" dove la sua interpretazione del professor Sassaroli ha fatto storia, senza dimenticare "Sandokan" di Sollima e "Febbre da cavallo" di Steno.
    Morì il 19 febbraio a Roma per un arresto cardiocircolatorio.

    Da www.film.it

 

 
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