...destra

Roma. Silvio Berlusconi lo ha deluso ma non se ne può fare a meno, Storace non fa paura, la parola destra esiste e guai a lasciarla per strada con il rischio che qualcuno la raccolga per usarla contro Alleanza nazionale.
Ecco la sintesi dei pensieri che agitano la mente di Gianfranco Fini, nel giorno in cui l’ex amico e governatore del Lazio presenta al mondo politico la propria creatura (La Destra) nata dall’ennesima scissione dentro la casa madre.
E nel giorno in cui l’amarezza per l’indisponibilità berlusconiana ad anticipare i tempi del partito unico moderato non si tradurrà, come qualcuno temeva, in un voto favorevole alla decadenza di Cesare Previti dalla carica di deputato.
Nell’assemblea nazionale dello scorso fine settimana si è evitato di affrontare quest’ultimo argomento, ma oggi i deputati finiani si esprimeranno a favore dell’ex ministro berlusconiano.
Malgrado qualcuno abbia notato che, nel caso di un voto secondo coscienza, la maggioranza del partito avrebbe optato per la scelta opposta.
An ha interesse a tenere distinte la vicenda Previti e la linea di condotta in nome della quale si è proclamata favorevole alla richiesta del gip Clementina Forleo sulle intercettazioni dei parlamentari coinvolti nel caso Unipol-Bnl.
Dietro questo velo c’è comunque del risentimento nei confronti del Cav. per il suo attendismo verso il Pdl, per quella sua volontà di procedere “dal basso” e recuperando almeno una parte consistente dell’Udc.
Piano di lunga scadenza.
E Fini ha invece fretta di rimettere le cose a posto e ricalibrare la rotta.
La proposta finiana d’introdurre l’obbligo della predica in italiano nelle moschee va nella direzione identitaria dalla quale An può ricavare una barriera protettiva contro le seduzioni esterne.
Il portavoce Andrea Ronchi è più esplicito:
“Non siamo contrari all’integrazione, ma adesso è il momento di togliere ogni alibi buonista. Il caso della moschea di Perugia e il proposito brigatista di reclutare fra gli estremisti musulmani impongono di privilegiare il tema della sicurezza nazionale e dell’italianità. Il dialogo viene dopo”.
Gli storaciani rivendicano la primogenitura dell’idea e si acconciano a far valere le loro ragioni “escluse” per decreto dalla dirigenza finiana.
C’è qualcosa di fisiologico e al tempo stesso mesto nell’avventura storaciana.
Il dato di partenza è che, dal capo in giù, passando per Teodoro Buontempo, la nuova formazione ha reclutato soprattutto all’interno della minoranza uscita sconfitta dai recenti congressi provinciali e regionali.
Un’assise nazionale, una sfida a cielo aperto con i dissidenti, avrebbe forse garantito ad An quell’elemento di compensazione naturale che di regola scongiura le fratture definitive.
Sarebbe scorso del sangue? Chissà.
Ma dopotutto a Fini ormai conviene che gli storaciani si diano un profilo da destra estrema e apparentemente un po’ nostalgica. Non c’è miglior deterrente per arginare l’eventuale fuoriuscita da parte degli scontenti di conio più brillante come Alfredo Mantovano e Daniela Santanchè.
E poi, ai suoi occhi, la concorrenza a destra della destra potrebbe avere il sapore di una guerra residuale tra piccoli nella quale Alessandra Mussolini potrà giocare un ruolo di predominio calcolato.
Perciò è poco probabile che rientri in An, non gioverebbe né a se stessa né al ritrovato Gianfranco.

Un po’ di sano correntismo
Fini ha peraltro realizzato che nelle attuali circostanze di stress politico non è inappropriato disseppellire un poco di correntismo.
Lo si è notato in assemblea, lo si noterà nei prossimi mesi. In questo momento è essenziale non dare l’idea d’un partito in liquidazione e senza punti d’approdo.
Non bastano lo staff personale e la fondazione Farefuturo. Perciò i così detti colonnelli tornano indispensabili.
La coppia Maurizio Gasparri/Ignazio La Russa (ex Destra protagonista) appare ancora ben strutturata. Da lì proviene la vicepresidente della Camera, Giorgia Meloni, da quelle parti milita Fabio Rampelli, uomo forte sulla piazza romana insieme con Andrea Augello, ex storaciano accusato di non aver sostenuto adeguatamente Gianni Alemanno nella sfida del 2006 contro Walter Veltroni.
Rampelli e Augello potranno essere determinanti per gonfiare le vele del sogno finiano di salire sul Campidoglio, un domani. Quanto ad Alemanno, la sua base militante è la più esposta alla tentazione di Storace, ex gemello della Destra sociale.
Di qui certi suoi richiami particolarmente azzardati al riarmo culturale del mondo cattolico nazionale e certi passaggi sullo spirito di una non facilmente decrittabile “nuova Lepanto” ispiratagli dalle parole del segretario di Benedetto XVI.
Su queste rive Fini non vuole spingersi, nemmeno per finta, nemmeno per tornaconto tattico.

Da il Foglio di martedì 31 luglio

saluti