Scene da stadio e bagni di folla nel comizio del Capo di Stato venezuelano al Forum sociale dell'America Latina
Il racconto di una giornata particolare nel reportage dell'europarlamentare di Rifondazione Giusto Catania
«Que Viva Chavez», quando il Presidente abbraccia "suo" popolo
Giusto Catania
Caracas
«La mia famiglia sta con l'opposizione: mio padre è arrivato in Venezuela dal Molise negli anni cinquanta, ma io condivido quello che il governo sta realizzando. Non è vero che tutti gli italiani in questo Paese sono contro Chavez. Ovviamente in famiglia non parlo di politica». Giovanna ha ventisette anni, fa l'interprete e sta lavorando al seguito degli ospiti internazionali al sesto Forum sociale dell'America Latina, è nata a Caracas e ci riassume velocemente quello che sta succedendo in Venezuela: «Ho tanti amici nella mia stessa condizione, noi giovani ci stiamo rendendo conto sulla nostra pelle che il Paese sta crescendo».
Alle nove del mattino, davanti il teatro Teresa Careno, una fila lunghissima aspetta il Presidente; sembra l'entrata dello stadio, tra scene di giubilo e le manifestazioni di grande euforia la folla attraversa composta il rigido servizio di sicurezza, cantando «Chavez, Chavez… viva il Presidente!».
Chavez parla al tempio della lirica dove i poveri dei barrios o indigeni delle Ande, fino a qualche anno fa, non potevano entrare e oggi, accantonate le scenografie della Bohème, i rappresentanti di vari consigli comunali incontrano il loro comandante. Il protocollo è rigido e, anche noi ospiti internazionale del forum, ne subiamo le conseguenze tanto che alle dieci e mezza siamo già seduti dentro il teatro.
Alle undici in punto sul palco c'è movimento. Ma non è il Presidente, è una band musicale dei quartieri degradati di Caracas, che comincia ad intonare un rock gradevole e "impegnato": «Vi ricordate quando ci chiamavano selvaggi? Adesso noi selvaggi siamo al potere in questo Paese. E noi vogliamo sostenere la rivoluzione bolivariana con la nostra musica e con la nostra passione». Sono trascinanti: il pubblico canta, applaude, batte le mani al ritmo del rock.
Passano diverse ore, tra qualche applauso e malumore, le prove dell'inno nazionale e dell'incontro tra i portavoce dei consigli comunali e il Presidente della Repubblica. Solo alle due del pomeriggio si cala il sipario e sembra che si cominci, ma ci vorrà ancora un'ora perché si riapra e, tra un'incredibile ovazione, appare il Presidente. Il maestro Pagliuca, zio dell'ex portiere della Nazionale italiana, inizia a dirigere l'orchestra di giovanissimi musicisti.
«Gloria al bravo popolo che si è liberato dal giogo…» tutti cantano, poi prende la parola il ministro della partecipazione popolare, David Velazquez, un ragazzone brillante formatosi nelle lotte dei giovani comunisti venezuelani. Spiega le ragioni sociali e politiche del quinto motore: "il potere popolare", la partecipazione dei ventiseimila consigli comunali che gestiranno risorse pubbliche per il governo del proprio territorio, del piccolo comune, del quartiere metropolitano. È una rivoluzione straordinaria quella che sta sviluppando il governo venezuelano: un decentramento reale delle competenze e delle risorse pubbliche con l'obiettivo di rimodellare lo Stato attraverso un processo partecipativo dal basso. Il quinto e ultimo motore della riforma socialista dello Repubblica Bolivariana del Venezuela che si avvia ad essere attuata attraverso una riforma costituzionale che sarà votata dai cittadini attraverso referendum. Chavez ribadisce più volte il concetto, tirando fuori dalla tasca un libricino che mostra orgoglioso: «neanche una sola virgola della nostra Costituzione potrà essere modificata senza consenso collettivo, con un referendum popolare. Alcuni dicono che sono un dittatore. Oggi, mentre mangiavamo una zuppa il mio amico Senn Penn, che nel frattempo ci ha raggiunto in teatro, mi chiedeva il perchè di tale disinformazione. La risposta è semplice e il mio popolo, caro Senn, conosce la risposta». Dalla platea si alza un coro imponente e all'unisono si sente una sola parola: «Petrolio».
«Sì, il petrolio, caro Senn, come in Iraq, come in Iran». A questo punto chi di noi immaginava una filippica imbastita di anti-americanismo sbaglia di grosso, perché Chavez si scaglia contro Bush e la sua politica, però cita Chomsky, chiama fratello il popolo americano che soffre, «quaranta milioni di poveri, senza assistenza sanitaria e senza possibilità di futuro». E tira fuori il classico coniglio dal cilindro: «Abbiamo in teatro studenti e professori di scuole ed università americane che hanno visitato il Venezuela».
Li invita a parlare e ciascuno di loro descrive il proprio stupore per aver ammirato il livello di democrazia e partecipazione del popolo venezuelano, mentre la stampa americana non esita a descrivere Chavez come un dittatore.
«Vero, amici europei», dice alla nostra delegazione «mi accusano di essere un dittatore perché voglio inserire nella Costituzione la rielezione, una norma che nella maggior parte dei Paesi europei già esiste».
Poi si rivolge direttamente a me chiamandomi per nome e cognome, «ti ho sentito ieri in televisione mentre spiegavi che Tony Blair è stato presidente per dieci anni, Felipe Gonzalez per quattordici, in Francia il presidente della Repubblica non ha limite di mandato e in Italia negli ultimi tredici anni avete avuto un'alternanza di due presidenti». Chavez mi lascia il microfono e mi chiede di sostenere questa sua tesi tra gli applausi scroscianti dei duemila che affollano il Teresa Carreno. Ma l'apice viene raggiunto quando sul palco vengono chiamati i portavoce dei consigli comunali che devono relazionare sui progetti: le vie del formaggio, l'acquedotto, la dotazione del computer ai primi duemila consigli comunali, la costruzione di abitazioni, la formazione dei medici, la costruzione di un ponte.
Canta canzoni popolari, mette tanta allegria al suo popolo, abbraccia e bacia tutti, parla l'idioma degli indigeni,è amichevole, tutti gli parlano in modo affettuoso, confidenziale, dandogli del tu, ma con grande rispetto. Chavez scoppia a ridere quando Miguel confessa di non saper leggere ma che sta imparando con la Missione Robinson, però sa parlare e improvvisa un comizio dal palco, arringando il suo popolo che lo applaude.
Il Presidente si alza in piedi e quando cita la "missione Barrio Adentro" manda un saluto a Fidel Castro: «grazie fratello. Anzi padre di tutti noi». La "missione Ippolita negra" ha il compito di reinserire nella società i giovani tossicodipendenti attraverso lo sport e quando Chavez cita il progetto dalla platea si alza un giovane con una tuta sportiva e tante medaglie in mano. Prende la parola e si dirige verso il palco:
«Grazie, per quello che fai per noi. Una giornalista ha detto che noi, ragazzi dei barrios, eravamo irrecuperabili… invece siamo qui recuperati. Guarda quante medaglie ho vinto, Presidente, faccio i mille e cinquecento metri. Questa l'ho vinta la settimana scorsa a Bogotà e te la voglio regalare»
Chavez dice che non può accettarla ma il ragazzo insiste tra le urla della platea: «Ubbidisco alla volontà del popolo». Si mette sull'attenti, l'ex paracadutista Hugo Rafael Chavez Frias, mentre il giovane gli mette la sua medaglia al collo. «Grazie a tutti… sono le sei e mezza, devo scappare adesso», Prima di congedarsi invita i suoi ospiti internazionale sul palco: vuole salutarci. Abbracci affettuosi e sinceri. «Salutami l'Italia, hermano». Il tempo di scattare qualche foto e fugge di corsa col suo imponente servizio di sicurezza.
«Stasera, ho rimediato pure un bacio dal Presidente, adesso chi glielo dice a mio padre?» Diventa rossa Giovanna, la giovane interprete italo-venezuelana, mentre abbozza un sorriso e scende dal palco.
12/08/2007
liberazione.it




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