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Discussione: "... In Principio..."

  1. #11
    Amore vince la morte
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    Citazione Originariamente Scritto da Barsanufio Visualizza Messaggio
    ...giuro che da questo momento sarò asciutto e sintetico come il rapporto di un maresciallo dell'Arma. Giuro. Giuro.

    :- ) B
    Ecco, per l'appunto: "pay attention".



  2. #12
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    anche io non ci ho capito una cippa
    ..Perchè i giudici invece di applicare la legge la interpretano

  3. #13
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    Mi associo agli altri commenti. Vorrei solo esprimere un mia personale pensiero a proposito di perfezione, bene e male.

    Si, esiste senza dubbio una perfezione. Male e bene sono senza dubbio oggettivi.
    Tuttavia chi di noi può dire a Dio che cosa sia male? Quando mio figlio di 3 anni vuole giocare con la corrente non esito, se non riesco a convincerlo con il "dialogo", a minacciarlo e infine se recidivo anche a dargli uno sculaccione!
    Che cosa penserà di me? Che sono buono nei suoi confronti? Oppure che gli faccio una ingiustizia, che gli tolgo una curiosità e per giunta con la violenza?

    Nella nostra vita non sempre diventiamo "grandi" e grandi a sufficienza per comprendere che ciascuno di noi èun filo che tesse un enorme ed infinito tappeto del quale non vediamo il disegno, e l'infinita bellezza.

    Pace & bene.

  4. #14
    Amore vince la morte
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    "Quando mio figlio di 3 anni vuole giocare con la corrente non esito, se non riesco a convincerlo con il "dialogo", a minacciarlo e infine se recidivo anche a dargli uno sculaccione!
    Che cosa penserà di me? Che sono buono nei suoi confronti? Oppure che gli faccio una ingiustizia, che gli tolgo una curiosità e per giunta con la violenza?"


    Ottima domanda mio caro.
    Difatti, noi piu' che con Dio in se', abbiamo il problema con l'autorita'.
    E' quest'ultima che ci appare insopportabile.
    Cristo in fin dei conti, lo si puo' rivestire a proprio piacimento (rivoluzionario, pacifista, filosofo, di sinistra, di destra ecc ecc).
    Con il Signore del Pentateuco, per come viene narrato, con tale Nome non ce spazio per questi "abbellimenti".
    Difatti, e' questo a risultare sgradevole, come a noi uomini nell'epoca di internet, cosi' a tutti i marcioniti e valentiniani della storia.

  5. #15
    ooooWAGLIONEoooo
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    Citazione Originariamente Scritto da Voy_ager Visualizza Messaggio
    Per far ciò è necessario risalire all’origine, senza però voler suggerire un’adesione letterale al testo cui far riferimento. La Bibbia usa spesso i linguaggi simbolico e metaforico. Metafora e simbolo che dischiudono orizzonti multiformi e policromatici che vogliono comunque narrare, in forma mitica, un evento creduto – a torto o a ragione – veritiero. Sappiamo dunque che la lettura del Libro sacro non potrà e non dovrà essere letterale, ma da esso attingiamo il nucleo signficativo, spesso recondito, che vuole trasmetterci. Se si parla di Adamo ed Eva, sappiamo che il riferimento non è al singolo uomo e alla singola donna, ma alla genia umana.

    Non sono sicuro che i cattolici puri di questo spazio internet vorranno seguirti in questo esercizio in cui Adamo non significa Adamo, polvere non significa polvere e costola non significa costola.

  6. #16
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    Citazione Originariamente Scritto da waglione Visualizza Messaggio
    Non sono sicuro che i cattolici puri di questo spazio internet vorranno seguirti in questo esercizio in cui Adamo non significa Adamo, polvere non significa polvere e costola non significa costola.

    Non ne farò certamente un dramma, anche se confesso che mi stupisce la riluttanza spesso dimostrata soprattutto dai cattolici a confrontarsi con tematiche scottanti quali il Male radicale, il Dio geloso di Mosé, o con testi imbarazzanti come il magnifico libro di Giobbe. Potrebbe trattarsi del timore di trovarsi inopinatamente trascinati fuori dal solco tracciato dalla tradizione dottrinale di SRC nel corso di ben due millenni? Non lo so, non me ne curo troppo. Ho constatato che il dibattito intorno a questi temi di scottante attualità storica – se non altro a seguito dei cruenti avvenimenti che hanno intriso il pianeta nel corso del XX° secolo – è assai più vivo e vivace in ambiti esterni alla Chiesa di Roma: il pensiero dei teologi riformati non li disdegna affatto. Eppure anche l’attuale Pontefice ha avuto occasione di dar vita ad un confronto pubblico, seguitissimo e ritenuto a ragione d’elevato valore contenutistico proprio sul problema della sofferenza e del Male radicale. Si è adusi – perché comodo e confortante – far coincidere il “concetto” di Dio esclusivamente con l’amore, scordando troppo spesso che quel che ci circonda è parto della Sua volontà creatrice, che per quanto possa essere ineffabile e funzionale ad un Suo inconoscibile disegno, non lo esime dalla responsabilità di aver creato una Natura che geme fin dall’origine, che soffre e patisce per colpe non direttamente ascrivibili a proprie mancanze. Ritengo che qualsiasi ragionamento che ruoti intorno alla creazione e al creatore, non possa esimersi dall’ipotizzare il doppio volto di Dio, anche qualora ciò potesse sfociare in considerazioni dal sapore blasfemo rispetto al pensiero dominante.

    Se il Male non recasse con sé il presentimento della morte, se quindi non annichilisse e privasse la vita di senso e significato, se non possedesse una forza d’intensità tale da intridere di sé, dei suoi miasmi di morte, l’intera esistenza dell’uomo, se non possedesse le caratteristiche e la capacità d’opacizzare l’orizzonte esistenziale disputando con la speranza il tempo futuro, ammorbando il presente e rendendo vacuo il passato e se di esso l’uomo potesse anche solo in una qualche misura comprendere il fine, il significato e la sua ragione d’essere, forse non interrogherebbe le profondità dell’animo umano fino ad instillare il dubbio che sia un’entità ontologica e non solo morale. Il Male è un’esperienza di morte. Il suo essere nel mondo è una costante del pensiero e delle riflessioni dell’uomo, del suo pensare e riflettere, ciò fin dalla notte dei tempi ed indipendentemente dal credo religioso o dall’ateismo professato da ciascuno di noi.
    Il Male, infatti, interroga l’uomo, soprattutto quando ne interseca l’esistenza; l’uomo, a sua volta, interroga se stesso, la natura, la Vita, il Creato ogni qualvolta avverte l’ansito doloroso del suo vigore che n’annuncia l’irrompere nella vita delineandone i contorni su un orizzonte che s’adombra.
    Il Male, per quanto ponga interrogativi, e per quanto sia a sua volta oggetto e scaturigine d’interrogazioni, è un mistero imperscrutabile, non offre un perché del suo apparire, non risponde agli accorati quesiti che l’uomo rivolge al proprio esistere, svuotato di senso e significato.

    Un po’ la misura di questo continuo interrogarsi intorno al problema del Male la offre la letteratura. Potrei citare mille esempi di stupende pagine letterarie che affrontano la tematica, ne propongo, invece, solo una…

    Sono convinto che il brano che segue, estratto non a caso da una delle più belle opere letterarie di tutti i tempi, possa essere letto non solo con gli occhi della mente e dell’intelletto, ma, soprattutto, con quelli più profondi dell’anima. Penso che le sue parole, i suoi periodi possano così insinuarsi nel profondo di ciascuno di noi, facendosi largo fra la miriade di pensieri che affollano la nostra mente, per installarsi in quel fondo ineffabile del nostro essere, che distingue e rende unico ciascuno di noi, e colà trovarvi asilo. Ciò è indispensabile per addentrarsi e seguire il filo della riflessione intorno al Male.

    <<Ascolta: se tutti devono soffrire per comprare con la sofferenza l'armonia eterna, che c'entrano qui i bambini? Rispondimi, per favore. È del tutto incomprensibile il motivo per cui dovrebbero soffrire anche loro e perché tocca pure a loro comprare l'armonia con le sofferenze. Perché anch'essi dovrebbero costituire il materiale per concimare l'armonia futura di qualcun altro? La solidarietà fra gli uomini nel peccato la capisco, capisco la solidarietà nella giusta punizione, ma con i bambini non ci può essere solidarietà nel peccato, e se è vero che essi devono condividere la responsabilità di tutti i misfatti compiuti dai loro padri, allora io dico che una tale verità non è di questo mondo e io non la capisco. Qualche spiritoso potrebbe dirmi che quel bambino sarebbe comunque cresciuto e avrebbe peccato, ma, come vedete, egli non è cresciuto, è stato dilaniato dai cani all'età di otto anni. Oh, Alëša, non sto bestemmiando! Io capisco quale sconvolgimento universale avverrà quando ogni cosa in cielo e sotto terra si fonderà in un unico inno di lode e ogni creatura viva, o che ha vissuto, griderà: "Tu sei giusto, o Signore, giacché le tue vie sono state rivelate!" Quando la madre abbraccerà l'aguzzino che ha fatto dilaniare suo figlio dai cani e tutti e tre grideranno fra le lacrime: "Tu sei giusto, o Signore!": allora si sarà raggiunto il coronamento della conoscenza e tutto sarà chiaro. Ma l'intoppo è proprio qui: è proprio questo che non posso accettare. E fintanto che mi trovo sulla terra, mi affretto a prendere i miei provvedimenti. Vedi, Alëša, potrebbe accadere davvero che se vivessi fino a quel giorno o se risorgessi per vederlo, guardando la madre che abbraccia l'aguzzino di suo figlio, anch'io potrei mettermi a gridare con gli altri: "Tu sei giusto, o Signore!"; ma io non voglio gridare allora. Finché c'è tempo, voglio correre ai ripari e quindi rifiuto decisamente l'armonia superiore. Essa non vale le lacrime neanche di quella sola bambina torturata, che si batte il petto con il pugno piccino e prega in quel fetido stambugio, piangendo lacrime irriscattate al suo "buon Dio"! Non vale, perché quelle lacrime sono rimaste irriscattate. Ma esse devono essere riscattate, altrimenti non ci può essere armonia. Ma in che modo puoi riscattarle? È forse possibile? Forse con la promessa che saranno vendicate? Ma che cosa me ne importa della vendetta, a che mi serve l'inferno per i torturatori, che cosa può riparare l'inferno in questo caso, quando quei bambini sono già stati torturati? E quale armonia potrà esserci se c'è l'inferno? Io voglio perdonare e voglio abbracciare, ma non voglio che si continui a soffrire. E se la sofferenza dei bambini servisse a raggiungere la somma delle sofferenze necessaria all'acquisto della verità, allora io dichiaro in anticipo che la verità tutta non vale un prezzo così alto. Non voglio insomma che la madre abbracci l'aguzzino che ha fatto dilaniare il figlio dai cani! Non deve osare perdonarlo! Che perdoni a nome suo, se vuole, che perdoni l'aguzzino per l'incommensurabile sofferenza inflitta al suo cuore di madre; ma le sofferenze del suo piccino dilaniato ella non ha il diritto di perdonarle, ella non deve osare di perdonare quell'aguzzino per quelle sofferenze, neanche se il bambino stesso gliele avesse perdonate! E se le cose stanno così, se essi non oseranno perdonare, dove va a finire l'armonia? C'è forse un essere in tutto il mondo che potrebbe o avrebbe il diritto di perdonare? Non voglio l'armonia, è per amore dell'umanità che non la voglio. Preferisco rimanere con le sofferenze non vendicate. Preferisco rimanere con le mie sofferenze non vendicate e nella mia indignazione insoddisfatta, anche se non dovessi avere ragione. Hanno fissato un prezzo troppo alto per l'armonia; non possiamo permetterci di pagare tanto per accedervi. Pertanto mi affretto a restituire il biglietto d'entrata. E se sono un uomo onesto, sono tenuto a farlo al più presto. E lo sto facendo. Non che non accetti Dio, Alëša, gli sto solo restituendo, con la massima deferenza, il suo biglietto».
    (Dostevskij – Fratelli Karamazov)

  7. #17
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    Perché questo brano?
    Perché parla dell’innocenza esposta e vittima del male; perché, così facendo, pone un quesito agghiacciante; perché suggerisce che il male non ha una sua intrinseca ragione sufficiente a fornirgli giustificazione e non sempre è espressione di una scelta umana, poiché quando aggredisce l’innocenza mordendone le carni attraverso la fame, le malattie, le carestie, le guerre e la potenza della natura pare voglia dirci che la sofferenza, il patimento, il pianto, il dolore impregnano la terra fin dalle origini. Perché la memoria dell’uomo, la sua storia, ammonisce circa il fatto che si è sempre sofferto, patito, pianto, e non si rileva ragione alcuna che lasci presagire un’estinzione, o un’attenuazione della sua virulenza.
    Credo che non vi sia un senso nel soffrire innocente, perlomeno un significato che l’uomo possa cogliere per giustificare il pianto di chi soffre. E se questo senso o significato dovesse riposare fra le braccia del Creatore, poco varrebbe intuirlo, non servirebbe a lenire il dolore che affligge e attanaglia il mondo. ‘Il progetto di Dio’ – che guarda caso è anche il titolo di una profonda riflessione di Papa Giovanni Paolo II° - è un mistero, ma questo mistero implica anche l’esistenza del male e del dolore. Sentire i morsi del serpente che insidia il calcagno dell’umanità rende la terra arida, desertificata, inospitale, e se il disegno superiore ha previsto il soffrire affinché attraverso il patire sia impartito alla creatura un insegnamento pedagogicofinalizzato alla sua crescita, vedo nell’opera di Dio un’insanabile aberrazione. Il dolore non sempre è pedagogico, e quando lo è assolve il ruolo - mistificando e falsando il sentimento - di attenuare nel singolo, in colui che ne entra in contatto, quel senso di angoscia profonda che ci travolge ogni qualvolta si è investiti dal Male. Soprattutto la gratuità del dolore non è per niente pedagogica, ma, almeno in Giobbe, è un mistero cui piegarsi; nel Dostoevskij dei Karamazov, parte del disegno divino che, giacché prevede ed implica l’esistenza del male gratuito, è da rifiutare; nell’Idiota, invece, è beota rassegnazione; nella Grecia classica destino inalienabile cui si deve piegare anche la divinità. La visione tragica dell’esistenza, intesa come tensione esistenziale fra morte e vita, fra bene e male, ben presente nella Grecia classica, è istanza dell’esistenza stessa. Il Polemos greco non è il piegarsi all’invereconda protervia del male, ma presuppone una tensione costante, inestinguibile, irredimibile che neppure la croce ha potuto abolire dalla terra, rinviando la sua sconfitta ad un oltre escatologico, associando a questa promessa la speranza che ‘così sia’; quanto, in definitiva, alimenta la fede dei cristiani. Resta solo da scegliere la via: credere o meno a questa promessa, nutrire una speranza ed una fede che <<è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono.>> (Paolo di Tarso, Epistola agli Ebrei 11-1… anche se la lettera parrebbe non sia proprio di Paolo, ma fa pur sempre parte dei suoi insegnamenti.)

    Dio, se esiste, forse ha crocifisso l’unigenito solo per redimere se stesso dalla grave colpa di aver gettato la sua più bella creatura all’interno di un’arena ove non è gladiatore ma sempre e solamente vittima. Nella croce ha così inteso incidere i segni della sua ‘defensa’. Ma è davvero troppo il Male da Lui generato perché l’umanità si lasci blandire da una promessa di riscatto di là da venire. L’uomo non crede più all’ultimo giorno, vede il male e in esso reperisce solo il non senso e l’assurdo della vita, non i segni di una promessa che si svuota di significato se posta a confronto dell’originaria volontà divina che ha generato ciò da cui pretende di salvarla. Non vi è redenzione in Cristo, non vi può essere assoluzione per Dio. Il dolore del figlio è solo dolore che si somma a quello dell’umanità e la somma di più dolori non assolve Dio dalle sue colpe.

    E’ quando il male si accanisce con tanto vigore sull’innocenza che il ‘discorso’ intorno al suo esistere non può più prescindere dall’interrogarsi – forse vano – circa la sua genesi, il suo originarsi, il suo manifestarsi e il suo perché. Forse, un segno, una traccia, seppur labile, in ordine alla sua genesi c’è offerta dalla Bibbia, dal primo Libro del Pentateuco. Questa narrazione sacra ci avverte circa il fatto che il Male e la Creazione sono quantomeno coevi, fino ad arrivare addirittura a suggerirci che il primo precede la seconda, e la sua esistenza sarebbe quindi da porsi già prima della locuzione <<In principio…>> che apre la lettura ammirata del testo sacro.

  8. #18
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    Mi sembra che ci sia una scelta preliminare da compiere. Perché uno scrive su CR? Per scambiarsi quattro chiacchiere come in un salotto, o per fare vera scienza, vera filosofia, vera teologia? Io ho sempre fatto e ho spesso esplicitato la mia scelta: sono qui per fare quattro chiacchiere (intelligenti, se possibile, stimolanti anche, allegre e amichevoli, si spera, ma sempre chiacchiere). Non che con questo rinneghi il vero sapere: ma parto dal pregiudizio elitista che esso si manifesti sotto la specie di saggi su riviste scientifiche, monografie e corsi universitari. Sarò elitario e sorpassato: per me il vero sapere passa ancora di lì. Un Barsanufio qualunque, un Voy_ager, un Lepanto, un chicchessia, mentre scrive qui dentro, è come se chiacchierasse. Poi potrebbe essere anche uno studioso, aliunde. Ma se vuole esprimersi, ed essere ascoltato, in quanto studioso, allora deve dare dei riferimenti precisi e verificabili. Altrimenti lo considero un chiacchierone, più o meno interessante e piacevole a sentirsi, tal quale io stesso mi ritengo.

    Il problema della teodicea è serio. Talmente serio che è esploratissimo. Dal punto di vista teologico un libro accessibile, onesto, e abbastanza completo è a mio avviso quello di Armin Kreiner, "Dio nel dolore. Sulla validità degli argomenti della teodicea", Brescia: Queriniana 2000. Dal punto di vista filosofico, rispetto a quanto diceva Voy_ager, mi sembra interessante e ovvio far riferimento a Luigi Pareyson e soprattutto al terzo capitolo (Un 'discorso temerario': il male in Dio della prima parte di Ontologia della libertà (io ce l'ho in Torino: Einaudi 2000), nonché ai tentativi di risposta cristiana (particolarmente in ambito tommasiano e tomista) alle questioni da lui (e dalla scuola torinese) messe in campo. Questo, rispetto al vero sapere.

    Sul piano delle quattro chiacchiere, mi piacerebbe invece sapere cosa avviene nell'esperienza singolare e personale di - per esempio - Voy_ager, quando si imbatte nel male radicale e se ne chiede la ragione e il senso. Quali sono i pensieri che gli attivano i neuroni, quali le emozioni che lo fanno arrossire o impallidire o sudare o tremare, quale la preghiera o la bestemmia che grida in lui. Questo mi interessa veramente: ciò che viene dal pensatore all'ascoltatore. Mi sentirei di esigere una filiera cortissima (o almeno corta) e identificabile. Perché per il resto, ecco, si dà il caso che sappia leggere.

    Grazie, Barsanufio

  9. #19
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    Sul piano delle quattro chiacchiere, mi piacerebbe invece sapere cosa avviene nell'esperienza singolare e personale di - per esempio - Voy_ager, quando si imbatte nel male radicale e se ne chiede la ragione e il senso. Quali sono i pensieri che gli attivano i neuroni, quali le emozioni che lo fanno arrossire o impallidire o sudare o tremare, quale la preghiera o la bestemmia che grida in lui. Questo mi interessa veramente: ciò che viene dal pensatore all'ascoltatore. Mi sentirei di esigere una filiera cortissima (o almeno corta) e identificabile. Perché per il resto, ecco, si dà il caso che sappia leggere.

    Cosa avviene? Non so quanto la questione possa essere attinente al tema, pur tuttavia rispondo nel modo più laconico che riesco a scovare: rileggi il passo dei Karamazov da me quotato, lì puoi trovare una delle possibili risposte.

    Cosa signfica <<si dà il caso che sappia leggere>>?

  10. #20
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    Citazione Originariamente Scritto da Voy_ager Visualizza Messaggio

    Cosa signfica <<si dà il caso che sappia leggere>>?
    Secondo te cosa significa? Non ha sensi nascosti. Significa che se voglio leggere Pareyson, o Givone, o Cacciari, o Portinaro, entro nella mia biblioteca - o in altra, qualora non ce li abbia io - e li leggo direttamente. Tutto qui.
    Mi piacerebbe si utilizzasse, per panificare gli interventi, farina del proprio sacco. E' una pretesa?
    B.

 

 
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