
Originariamente Scritto da
Voy_ager
Perché questo brano?
Perché parla dell’innocenza esposta e vittima del male; perché, così facendo, pone un quesito agghiacciante; perché suggerisce che il male non ha una sua intrinseca ragione sufficiente a fornirgli giustificazione e non sempre è espressione di una scelta umana, poiché quando aggredisce l’innocenza mordendone le carni attraverso la fame, le malattie, le carestie, le guerre e la potenza della natura pare voglia dirci che la sofferenza, il patimento, il pianto, il dolore impregnano la terra fin dalle origini. Perché la memoria dell’uomo, la sua storia, ammonisce circa il fatto che si è sempre sofferto, patito, pianto, e non si rileva ragione alcuna che lasci presagire un’estinzione, o un’attenuazione della sua virulenza.
Credo che non vi sia un senso nel soffrire innocente, perlomeno un significato che l’uomo possa cogliere per giustificare il pianto di chi soffre. E se questo senso o significato dovesse riposare fra le braccia del Creatore, poco varrebbe intuirlo, non servirebbe a lenire il dolore che affligge e attanaglia il mondo. ‘Il progetto di Dio’ – che guarda caso è anche il titolo di una profonda riflessione di Papa Giovanni Paolo II° - è un mistero, ma questo mistero implica anche l’esistenza del male e del dolore. Sentire i morsi del serpente che insidia il calcagno dell’umanità rende la terra arida, desertificata, inospitale, e se il disegno superiore ha previsto il soffrire affinché attraverso il patire sia impartito alla creatura un insegnamento pedagogicofinalizzato alla sua crescita, vedo nell’opera di Dio un’insanabile aberrazione. Il dolore non sempre è pedagogico, e quando lo è assolve il ruolo - mistificando e falsando il sentimento - di attenuare nel singolo, in colui che ne entra in contatto, quel senso di angoscia profonda che ci travolge ogni qualvolta si è investiti dal Male. Soprattutto la gratuità del dolore non è per niente pedagogica, ma, almeno in Giobbe, è un mistero cui piegarsi; nel Dostoevskij dei Karamazov, parte del disegno divino che, giacché prevede ed implica l’esistenza del male gratuito, è da rifiutare; nell’Idiota, invece, è beota rassegnazione; nella Grecia classica destino inalienabile cui si deve piegare anche la divinità. La visione tragica dell’esistenza, intesa come tensione esistenziale fra morte e vita, fra bene e male, ben presente nella Grecia classica, è istanza dell’esistenza stessa. Il Polemos greco non è il piegarsi all’invereconda protervia del male, ma presuppone una tensione costante, inestinguibile, irredimibile che neppure la croce ha potuto abolire dalla terra, rinviando la sua sconfitta ad un oltre escatologico, associando a questa promessa la speranza che ‘così sia’; quanto, in definitiva, alimenta la fede dei cristiani. Resta solo da scegliere la via: credere o meno a questa promessa, nutrire una speranza ed una fede che <<è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono.>> (Paolo di Tarso, Epistola agli Ebrei 11-1… anche se la lettera parrebbe non sia proprio di Paolo, ma fa pur sempre parte dei suoi insegnamenti.)
Dio, se esiste, forse ha crocifisso l’unigenito solo per redimere se stesso dalla grave colpa di aver gettato la sua più bella creatura all’interno di un’arena ove non è gladiatore ma sempre e solamente vittima. Nella croce ha così inteso incidere i segni della sua ‘defensa’. Ma è davvero troppo il Male da Lui generato perché l’umanità si lasci blandire da una promessa di riscatto di là da venire. L’uomo non crede più all’ultimo giorno, vede il male e in esso reperisce solo il non senso e l’assurdo della vita, non i segni di una promessa che si svuota di significato se posta a confronto dell’originaria volontà divina che ha generato ciò da cui pretende di salvarla. Non vi è redenzione in Cristo, non vi può essere assoluzione per Dio. Il dolore del figlio è solo dolore che si somma a quello dell’umanità e la somma di più dolori non assolve Dio dalle sue colpe.
E’ quando il male si accanisce con tanto vigore sull’innocenza che il ‘discorso’ intorno al suo esistere non può più prescindere dall’interrogarsi – forse vano – circa la sua genesi, il suo originarsi, il suo manifestarsi e il suo perché. Forse, un segno, una traccia, seppur labile, in ordine alla sua genesi c’è offerta dalla Bibbia, dal primo Libro del Pentateuco. Questa narrazione sacra ci avverte circa il fatto che il Male e la Creazione sono quantomeno coevi, fino ad arrivare addirittura a suggerirci che il primo precede la seconda, e la sua esistenza sarebbe quindi da porsi già prima della locuzione <<In principio…>> che apre la lettura ammirata del testo sacro.