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Discussione: "... In Principio..."

  1. #31
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    Predefinito "... Principio..."

    All’inizio di questo 3D il Signor Voyager mentre si domanda “cosa fosse e cosa permeasse ciò che necessariamente precedette il principiare del Tutto, ci vuol far comprendere come la Creazione, non sia tanto un Atto di Amore ma più che istigata o indotta, è “voluta da Dio per mitigare la sua profondissima solitudine … intimo dramma: il dramma è Dio”.
    VeteroCatholico, sfoderando l’arma di S.Francesco ribadisce che la Creazione è un Atto d’Amore divino e ci lascia capire che bisogna diffidare di “certi teologismi”, definiti “accanimento teologistico” in parallelo con l’ “accanimento terapeutico”.
    Ed è subito polemica, perché Platon coinvolge Aristotele facendogli dire delle cose che dal mio punto di vista mi allibiscono : Dio sarebbe un narcisista ed è impedito a creare qualcosa di perfetto in quanto Egli stesso perfezione!
    Risponderò brevemente a questi tre Signori.
    La Creazione può essere osservata da, senza voler approfondire, due punti diversi di osservazione:
    a) dal punto di vista del Creatore
    b) dal punto di vista della Creatura
    Per chi preferisce il punto a) è necessario cercare di stabilire la “natura” di Dio, per chi preferisce il punto b) è necessario stabilire la sequenza spazio-temporale della Creazione. Il punto a) si trova oltre il Principio,si trova in quella Realtà-Verità dove Spazio e Tempo ancora non esistono. La Creazione ab initio è già tutta creata, come un battito di ciglio, vista dalla Creatura essa si pone nello Spazio e nel Tempo e quindi vista in sequenze, nel fiume del tempo entra per primo in questo "fiume temporale" ciò che, di più la nostra lingua non ci permette di chiarire perchè anch'essa sottomessa alle leggi temporali, fu in verità creato "per ultimo".
    La Metafisica indiana si è spinta così avanti nella speculazione sulla Creazione da definire la stessa dal punto di vista del Creatore come una “cosa” non reale, la Maya, mentre è invece reale dal punto di vista della Creatura.
    Per l’argomento proposto in questo 3D non approfondiremo questa “speculazione” indiana ma ci dedicheremo, per quanto ci sarà possibile, al chiarimento del “… In Principio…” .
    La Bolla “Dei Filius” di Papa Pio IX del 24 Aprile 1870 chiarisce non solo la “visione” cattolico - cristiana afferma una cosa, dal mio punto di vista, interessante : “… Questo solo vero Dio, per la Sua bontà e per la Sua onnipotente virtù, non già per accrescere od acquistare la Sua Beatitudine, ma per manifestare la Sua Perfezione attraverso i beni che dona alle Sue creature, con liberissima decisione fin dal Principio del Tempo produsse dal nulla l’una e l’altra creatura contemporaneamente, la spirituale e la corporale, cioè l’angelica e la terrena, e quindi l’umana, costituita in comune di spirito e di corpo”. Questa dichiarazione è interessante se la si paragona ad una certa presa di posizione dell’Islam esposta in modo inequivocabile da Ibn ’Arabi.
    “ Dio (al-haqq = la Verità ) volle vedere le essenze dei suoi nomi perfettissimi, che il numero non può esaurire, ma se vuoi puoi anche dire: Dio volle vedere la propria essenza in un oggetto totale che, essendo dotato dell’ esistenza ( al - wujûd, questa parola oltre che “essenza” significa anche “Essere”, alcuni manoscritti recano la variante : “… essendo provvisto di volti..” ossia di molteplici “piani di riflessione” che differenziano l’irradiamento divino” ) , riassuma l’intero ordine divino, per manifestare così il suo mistero (sirr) a Se Stesso, ( Hadîth qudsî, rivelato per bocca del Profeta (s.a.s.) : “Ero un tesoro nascosto, ho voluto essere conosciuto (o conoscere) e ho creato il mondo” ).
    In effetti la visione che l’essere ha di sé in sé stesso non è uguale a quella offertagli da un’altra realtà di cui fa uso come di uno specchio: esso vi si manifesta a sé stesso nella forma derivante dal “luogo” della visione; questa non esisterebbe senza tale “piano di riflessione” e il raggio che vi si riflette. Dio ha dapprima creato il mondo intero come una cosa amorfa (od “omogenea”, cioè non recante ancora l’impronta qualitativa e differenziata dello Spirito ) e priva di grazia, e simile ad uno specchio che non è stato ancora levigato; (È il caos primordiale, dove le possibilità di manifestazione, ancora virtuali, si confondono nell’indifferenziazione della loro materia) ; ora una regola dell’attività divina è quella di non preparare alcun “luogo” senza che questo riceva uno Spirito divino, la qual cosa è espressa [ nel Corano] dall’insufflazione dello Spirito divino in Adamo (Cor.,XV,29) ; e ciò non è altro [ in una prospettiva complementare alla prima] che l’attualizzazione della predisposizione ( al-isti’dâd ) posseduta da una determinata forma, preliminarmente disposta, a ricevere l’effusione inesauribile della rivelazione ( at-tajallî = “svelamento” e “irradiamento” , quando il Sole coperto di nubi si “svela” , la sua Luce “irradia” sulla terra ) essenziale. Quindi [ fuori dalla realtà divina ] vi è soltanto un puro ricettacolo (Il ricettacolo corrisponde, nella prospettiva cosmologica, alla sostanza passiva, la materia prima o principio plastico di un mondo o di un essere. Il ricettacolo che, nella visuale puramente metafisica, si contrappone, in maniera del tutto principiale e logica, all‘”effusione” incessante dell’Essere, si riduce alla possibilità principiale, l’archetipo o l’ “essenza immutabile” di un mondo o di un essere ) ; ma anch’esso (il ricettacolo) proviene dall’ “Effusione santissima” [ cioè dalla manifestazione principiale, metacosmica, dove le “essenze immutabili” sono divinamente “concepite”, prima della loro apparente proiezione nell’esistenza relativa.
    L’intera realtà (al amr, parola che significa anzitutto “ordine”, “comando” , ma comporta inoltre il senso di “realtá” e di “atto”. L’ordine divino “sii! “ , corrisponde all’atto puro) infatti, dal principio alla fine, deriva unicamente da Dio, e a Lui ritorna (Cor. LVII, 5 ) . Perciò l’ordine divino esigeva la chiarificazione dello specchio del mondo; e Adamo divenne la chiarezza stessa di questo specchio e lo spirito di questa forma.”
    Tratto da : Fucûc al-Hikam, di Ibn ‘Arabî, traduzione e note di Titus Burckhardt.
    SEGUE

  2. #32
    simposiante
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    Ed è subito polemica, perché Platon coinvolge Aristotele facendogli dire delle cose che dal mio punto di vista mi allibiscono : Dio sarebbe un narcisista ed è impedito a creare qualcosa di perfetto in quanto Egli stesso perfezione!


    Se avessi capito cosa ho scritto forse non saresti allibito, ma da quel che hai scritto è evidente che non hai capito: leggi meglio.
    Secondo punto: io non faccio dire nulla ad Aristotele perchè è (anzi era) abbastanza maturo da parlare da solo.

    Dio ha dapprima creato il mondo intero come una cosa amorfa


    Mi spiegheresti cm la creazione dell'universo si concilia con il principio di Lavoisier? visto che prima o poi si cade sempre sul tema creazione/evoluzione.

  3. #33
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    Citazione Originariamente Scritto da Voy_ager Visualizza Messaggio
    Neppure io, sebbene non sia francescano, mi curo troppo dell’ostentazione vetrinistica della cultura, solitamente sterile fastigio di un ego eccessivamente compresso che esige la propria ribalta per ricavarne emolumento necessario ad alimentare e nutrire l’orgoglio dell’espositore. Non è certo questo il mio intento.
    Nondimeno, anche se ad alcuni apparirà strano, vorrei proporre un diverso modo d’approccio al tema e ritengo il quesito più che stimolante e prodromo di sviluppi che potrebbero condurci a discostarci dal solito tracciato. Amo abbandonare, anche per un solo sospiro, l’usuale alveo per perlustrare gretti ancora non solcati dalle acque, percorrere a ritroso la corrente per ritrovare la polla sorgiva non intorbidata da acque reflue. Per far ciò è necessario risalire all’origine, senza però voler suggerire un’adesione letterale al testo cui far riferimento. La Bibbia usa spesso i linguaggi simbolico e metaforico. Metafora e simbolo che dischiudono orizzonti multiformi e policromatici che vogliono comunque narrare, in forma mitica, un evento creduto – a torto o a ragione – veritiero. Sappiamo dunque che la lettura del Libro sacro non potrà e non dovrà essere letterale, ma da esso attingiamo il nucleo signficativo, spesso recondito, che vuole trasmetterci. Se si parla di Adamo ed Eva, sappiamo che il riferimento non è al singolo uomo e alla singola donna, ma alla genia umana.

    Leggo: Dio creò per amore! Per amore, mi sarà dato atto, Egli “generò” una Natura difettata, monca, intrisa e satura di dolore e sofferenza. Sulla scorta di questa semplice e apodittica constatazione, mi domando se fu veramente l’amore la spinta propulsiva, il motore e il carburante che, ab-origine mundi, mise in moto tutto ciò che c’è? Ovvio che il forse vano tentativo di fornire una risposta a questo per certi versi inquietante quesito debba far appello alla nostra congenita propensione alla “congettura”, ma d’altra parte non è forse una congettura argomentare che Dio creò per amore? Amore verso che cosa o verso chi se prima della creazione era il Nulla? L’amore non è un sentimento solipsistico che si autogeneri in assenza di elementi di relazione; l’amore è un “termine” o un trait d’union relazionale, diversamente staremmo parlando di narcisismo, quindi di una patologia. Questo e solo in questa foggia a noi mortali è dato conoscerlo; a tale conoscenza, solo ad essa, possiamo appoggiare le nostre speculazioni, diversamente saremmo costretti a formulare congetture autoreferenziali, cioè non colloquianti con l’esperienza, tantomeno con la realtà. La Creazione, in estrema sintesi, si manifesta in un progetto perfettibile; il divenire e la mutabilità cui è assoggettata suggeriscono la sua intrinseca imperfezione.
    Se Genesi, già nell’esordire della narrazione, introduce la nozione di immagine e somiglianza, noi non possiamo che rinvenire i segni e il baluginio della rifrangenza di Dio nel riflettersi in immagine e somiglianza in una Natura dilacerata, non in una artatamente presupposta armonia: come se quest’ultima fosse l’unico polo privo di opposti di una corda tesa.
    Immagine e somiglianza sono proprio la matrice, il canone di riferimento, della Creazione: l’uomo è immagine e somiglianza di Dio nel suo palesare la tragicità del suo esistere (nell’accezione classica), nel suo essere immerso in un ambiente sostanzialmente ostile, soggiacente all’imperativo di soggiogare, per governarle, forze misteriose e terrifiche che tendenzialmente non lo assecondano. L’umanità, nel suo riflettere la natura e l’essenza divina, permane in una condizione tragica e di costante disputa che si traduce in dramma e costante tensione: la Vita è tensione, ove non v’è pacificazione, così come non ve n’è nel Creatore.

    L’argomento, me ne rendo conto, è ostico, talvolta risulta urticante e capace di creare frizioni con le convinzioni radicate in ciascuno di noi, ma le argomentazioni che lo sostengono ritengo siano sufficientemente solide.

    L’intera fatica di Dio, resa concreta e manifesta da e nella Creazione, è contrappuntata dall’aggettivo <<buona>>. L’intero Creato è <<cosa buona>>. Solo in seguito, con la comparsa dell’uomo, appare l’espressione <<cosa molto buona>>. Tale differenza di linguaggio, rilevabile nel I Capitolo della Genesi, offre la misura dell’atto più eccelso dell’intera opera creatrice di Dio. Solo con la creazione dell’uomo si giunge al culmine della fatica divina. L’uomo rappresenta, infatti, il fastigio del processo creativo. Solo in tale occasione il Libro della Genesi si esprime in termini di somiglianza ed immagine del Creatore. Somiglianza non uguaglianza, dunque. L’uomo è posto all’apice del creato, e ciò per espressa volontà di Dio, poiché fu Dio stesso che adunò tutte le creature viventi, le condusse al cospetto dell’uomo affinché questi imponesse loro un nome: chiaro simbolo dell’estensione della signoria di quest’ultimo sull’intero creato – attribuire un nome a cose, persone o animali significava prenderne possesso -. I capitoli I e II del Libro Sacro narrano con sufficiente chiarezza questa determinazione originaria della volontà di Dio: un’opera definita <<buona>> sottoposta alla signoria di un’altra creatura considerata <<molto buona>>. In ciò è ravvisabile anche la scaturigine dell’ordinamento cosmologico che d’allora informa il creato. In ogni caso, entrambe le definizioni - <<buona>> e <<molto buona>> - lasciano ben intendere che non si tratta di creature perfette – somiglianza, non uguaglianza -, mancando appunto dei crismi di questa suprema qualificazione.
    Somiglianza, per quanto o per quel che non è coincidenza o uguaglianza ma eccedenza o assenza (in questo caso è evidente si tratti esclusivamente di “mancanza”), è anche dissomiglianza.
    Ritenere che nello slabbro prodotto dal “mancare” dell’una - creatura - rispetto all’altro - Creatore - s’insinuino l’angoscia, il conflitto, il male e il dolore, equivale a dire che Dio, essendo sempre uguale a se stesso, non possa essere anche Male. E’, infatti, più corretto inferire che la dissomiglianza sia la scaturigine del trabocco del Male, e, quindi, ne rappresenti l’esperienza che la coscienza ne fa, circostanza che, appunto, nell’uomo si traduce in una perdita di senso e significato, entrambi – senso e significato – invece ben presenti a Dio.
    <<La dissomiglianza invece secondo Pascal apre alla doppiezza metafisica della natura, che non conosce acquietamento possibile, ma, al contrario, comporta conflitto, disperazione, agonia fino alla fine del mondo. Doppia è la natura: originaria e corrotta, integra e decaduta. L’una e l’altra convivono nell’uomo; che perciò non è né angelo né bestia, ma non è neppure mai se stesso, essendo piuttosto un impasto di entrambi – un centauro, un mostro, anzi «le plus prodigeux objet de la nature» (Givone – Storia del Nulla)

    La Creazione è dunque un’opera completa e “molto buona” solo con l’apparire dell’uomo. Successivamente il Libro della Genesi c’informa che Dio, rivolgendosi all’uomo, l’ammonì: <ma dell'albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché, quando tu ne mangiassi, certamente moriresti>. Egli impartì alla propria Creatura un ordine perentorio: “non devi mangiar(ne)”, riferendosi all’albero della conoscenza del Bene e del Male perché l’uomo, cibandosi dei suoi frutti, ne sarebbe morto. Il conoscere assume qui le fosche connotazioni di una forza disgregante, che separa. Il mondano attrae e separa dal divino. Dio in origine passeggiava nel giardino dell’Eden, il che lascia ben trasparire la prossimità e l’intelligenza fra Creatura e Creatore.
    Ad ogni buon conto, non credo possa essere confutato il fatto che tanto l’esistenza del Bene, rilevabile nel precedente emistichio, quanto quella del Male permeassero la Creazione fin dalle origini. Cibarsi dei frutti attinti dall’albero della conoscenza significa elevare la creatura al livello di Dio, cioè sostituire l’unica vera fonte di Verità con le proprie determinazioni. La disobbedienza di Adamo ed Eva si traduce così in un atto che afferma l’autonomia morale dell’uomo – creatura – rispetto al Creatore, per cui è l’uomo e non più Dio a stabilire in base alle proprie determinazioni, volta per volta, ciò che è bene e ciò che è male. Da ciò deriva che non fosse più necessario soggiacere al ‘consiglio divino’. Il peccato di superbia narrato in Genesi è la cifra della lacerazione che è venuta a prodursi fra terra cielo e uomo. Genesi narra non solo il mito della Creazione, ma anche quello della profonda frattura che da allora impregna il creato. L’atto di superbia si concreta nella presunzione di poter fare a meno di Dio ogni qualvolta si pone il dilemma di scegliere, di decidere per un verso o per un altro. Accedere alla superiore conoscenza del Bene e del Male, determinando così autonomamente il grado gerarchico da attribuire a ciascun ‘valore’ morale, significa violare il sacro (separato) ed entrare in contatto con un qualcosa che già esisteva, che già impregnava ed intrideva la Creazione, seppur forse non ancora operante. Diversamente Dio avrebbe impartito un ordine assurdo. La Creazione è opera divina, è evidente che entrambe le forze che la impregnano siano anch’esse opera divina. La Creazione, evidentemente, era “cosa molto buona” ma non certamente “perfetta”, trattenendo in sé anche “cose non buone” o “cose meno buone”.
    " noi sviluppiamo l'idea di creazione alla luce della rivelazione; gli elementi del Tutto antecedentemente alla rivelazione non possono fare il loro comune ingresso nella chiusura e rivolgersi l'un all'altro; (...) noi possiamo lasciar valere tranquillamente il concetto di creazione come un inzio del sapere, senza portare tutto a conclusione gia' in esso. Noi lo collochiamo nel piu'ampio contesto della rivelazione. Solo se noi facessimo della <<filosofia della religione>>, cioe' se offrissimo una rappresentazione delle religione nell'ambito e secondo i canoni della filosofia, allora soltanto dovremmo strappare la creazione dal suo suolo natio, la terra della rivelazione e dovremmo costruirla in parallelo a queste idee filosofiche. Allora dovremmo davvero contrapporre al concetto filosofico di caos quello di creazione dal nulla. E infatti questo concetto e' sorto, anche storicamente, nella filosofia della religione e non nella scienza che noi qui pratichiamo, la teologia.“

    Dalla "Stella della redenzione" di F. Rosenzweig.










    Ora, mi chiedo e vi chiedo (all'ideatore di questo 3d in primis), noi qui che facciamo?
    Chiacchiere certo, ma di che tipo? Teologico o semplicemente filosofico?
    Non so voi, ma io ho come la sensazione che qui il presupposto che l'idea di creazione possa esaurirsi in se stessa, il presupposto che l'idea di creazione sia separabile dall'idea della rivelazione, qui tale presupposto mi sembra confermato.
    Mi sbaglio forse?



    Un ultima domanda, ma da dove nasce questa convinzione che "in principio" abbia qualcosa a che fare con la "creazione dal nulla“?
    Da dove nasce questa confusione?
    Siamo davvero convinti che si possa parlare (forse addirittura che si debba..), di creazione senza riferirsi (per forza, direi, obbligatoriamente) alla rivelazione?
    Dove conduce un discorso che vuole prescindere da questa imprescindibile unita' (biblicamente s'intende), dei due discorsi?
    La domanda la rivolgo un po' a tutti, all'ideatore del 3d soprattutto.





    Cordialmente

  4. #34
    ooooWAGLIONEoooo
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    Citazione Originariamente Scritto da pfjodor Visualizza Messaggio
    " noi sviluppiamo l'idea di creazione alla luce della rivelazione; gli elementi del Tutto antecedentemente alla rivelazione non possono fare il loro comune ingresso nella chiusura e rivolgersi l'un all'altro; (...) noi possiamo lasciar valere tranquillamente il concetto di creazione come un inzio del sapere, senza portare tutto a conclusione gia' in esso. Noi lo collochiamo nel piu'ampio contesto della rivelazione. Solo se noi facessimo della <<filosofia della religione>>, cioe' se offrissimo una rappresentazione delle religione nell'ambito e secondo i canoni della filosofia, allora soltanto dovremmo strappare la creazione dal suo suolo natio, la terra della rivelazione e dovremmo costruirla in parallelo a queste idee filosofiche. Allora dovremmo davvero contrapporre al concetto filosofico di caos quello di creazione dal nulla. E infatti questo concetto e' sorto, anche storicamente, nella filosofia della religione e non nella scienza che noi qui pratichiamo, la teologia.“

    Dalla "Stella della redenzione" di F. Rosenzweig.










    Ora, mi chiedo e vi chiedo (all'ideatore di questo 3d in primis), noi qui che facciamo?
    Chiacchiere certo, ma di che tipo? Teologico o semplicemente filosofico?
    Non so voi, ma io ho come la sensazione che qui il presupposto che l'idea di creazione possa esaurirsi in se stessa, il presupposto che l'idea di creazione sia separabile dall'idea della rivelazione, qui tale presupposto mi sembra confermato.
    Mi sbaglio forse?



    Un ultima domanda, ma da dove nasce questa convinzione che "in principio" abbia qualcosa a che fare con la "creazione dal nulla“?
    Da dove nasce questa confusione?
    Siamo davvero convinti che si possa parlare (forse addirittura che si debba..), di creazione senza riferirsi (per forza, direi, obbligatoriamente) alla rivelazione?
    Dove conduce un discorso che vuole prescindere da questa imprescindibile unita' (biblicamente s'intende), dei due discorsi?
    La domanda la rivolgo un po' a tutti, all'ideatore del 3d soprattutto.





    Cordialmente
    Beh non so cosa voglia dire legare a doppio filo creazione e rivelazione, mi piacerebbe sapere che tu spiegassi un pò, se ti va.

  5. #35
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    Citazione Originariamente Scritto da waglione Visualizza Messaggio
    Beh non so cosa voglia dire legare a doppio filo creazione e rivelazione, mi piacerebbe sapere che tu spiegassi un pò, se ti va.
    Volentieri.
    Prima pero' vorrei vedere qualche intervento sia di chi ha iniziato questo argomento che di qualcun'altro.



    ps.
    mi avevi promesso qualche tua riflessione sul nostro dibattito freudismo-girardismo.
    ricordi?
    Eravamo rimasti alle tua serata culinaria, piccolo divertente OT in quel 3d, ma li siam rimasti.

    Ciao

  6. #36
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    Citazione Originariamente Scritto da Barsanufio Visualizza Messaggio
    Grazie. Ma resta un che ti accade? sospeso. Si può anche rispondere: sono fatti miei!. E' lecito, lecitissimo. Anche se da quel momento è difficile che tu possa dire qualcosa che possa interessarmi davvero.

    B.

    Davvero non avrei potuto immaginare che la conoscenza delle mie reazioni al cospetto di eventi dolorosi potesse assumere così tanta rilevanza, tanto da porla a presupposto imprescindibile all’eventuale prosieguo o avvio di un confronto sul tema del Male.
    Mi domando anche cosa o quali fattori o elementi detta conoscenza potrebbe mutare, innescare o rendere più chiari e comprensibili in ordine al mio personale pensiero che via via tento di delineare su queste pagine del forum.
    Mi domando la ragione di tanto insistere; quasi si volesse saggiare, preliminarmente rispetto al dialogo e all’incontro, la genuinità della mia coscienza o del mio sentimento. E’ possibile che l’incontro e il dialogo fra “fedi” stimate diverse possa svilupparsi solo a condizione di sottostare ad un esame d’ammissione, e sempre che l’esito dell’esame sia reputato positivo?
    Rinuncio volentieri alle risposte!
    Non per dovere, né per compiacere! Forse solo affinché l’esplicitazione dei miei sentimenti sia ragione sufficiente e stimolo per proseguire senza indugi questa chiacchierata.

    Rilevo, con un certo disappunto, che si è adusi vedere e cogliere, solo il bello, l’amore cosmico che si coniuga con gli dei assisi sull’Olimpo nubiloso. Ma oltre al bello esiste anche il brutto, l’orrido. Così, mentre infuria un temporale e mentre i tuoni fanno udire la propria voce e i fulmini rischiarano come flash la terra, oppure mentre il sole impazza, è possibile immaginare quante pelli dissecherà quel sole che altri accarezza, quante terre dilaverà quel turbinio di pioggia che nutre e ingrassa altre terre, si scorge così la realtà di un’abbondanza eccedente che distrugge e la mano parca, troppo parca di Dio, che scorda di seminare con maggior oculatezza quelli che sicuramente sono doni… seminare con una punta d’equilibrio in più. Non è possibile scordare, per esempio, che se da un lato della terra c’è chi si annoia con troppi giocattoli che infiacchiscono la fantasia e recano uggia e disamore, o combatte la sua personalissima battaglia indecorosa e vergognosa contro l’obesità, in altre latitudini c’è chi con la pancia veramente vuota rincorre palle fatte di stracci su un terreno polveroso perché la pioggia donata dal buon Dio ha preferito bagnare terre già inondate, disdegnando di intridere quella polvere. E ciò è già una fortuna immensa, perché più spesso quei bambini con la pancia vuota stanno rincorrendo la palla nell’intermezzo fra una guerra e l’altra, magari hanno appoggiato per un attimo i loro kalashnikov su qualche roccia polverosa e si sono concessi un breve intervallo di ristoro…. (mi perdonerai i fronzoli, le ridondanze e quant’altro di questo intervento potrebbe infastidirti, ma non domandarmi di essere troppo razionale… scrivo di getto e solo quel che sento, e nella maniera in cui lo sento).
    Ma non è solo questo, non si tratta di pietismo d’accatto; purtroppo la nozione di un vago e vacuo “Sapere Coscienziale”, o di un Amore tracimante che impose la creazione, che tanto attraggono e affascinano e che forse permetteno ai suoi propugnatori di proporsi in vesti di Maestri, seppur non sempre acclamati, certamente non è in condizione di riempire pance di chi se ne strafotte del sanscritto e del Vedanta che tanto appassionano, o della teologia crucis, o della rivelazione che ammannisce una promessa che mai si avvera e che tanto affascina. Quei bambini che davvero vivono un Inferno che neppure sentono più, tanto sono anestetizzati dal dolore congenito, quasi genetico, iscritto nel loro DNA, magari avvertono solo la necessità di mordere un boccone del nostro dolce e candido pane ricavato da farina di grano, ricco di morbida mollica… una volta sola, una volta nella loro incerta e breve vita, prima che una mina antiuomo li riduca in brandelli. Alla stessa maniera e nella stessa misura se ne strafottono dei quattro gradi di Conoscenza narrati così mirabilmente da Platone nel suo celeberrimo ‘Mito della caverna”; tutto sugo che cola indecorosamente dalla nostra incivile e copiosissima mensa che ingrassa mente e corpo.
    Eppure quel Dio misericordioso è con noi… grasso, opulento, schifosamente e colpevolmente indifferente di fronte al Fato estremo e crudele che pretende i vagiti d’infelici dannati alla gogna perpetua dell’Handicap, per esempio. Questa condizione è forse da attribuire a colpe dell’uomo? Ma tutto è bello e tutto insegna: tutto è funzionale al meraviglioso ineffabile disegno divino. Il dolore altrui è davvero addirittura pedagogico, quanta crescita d’amore e consapevolezza millenaria ed universale ci deve essere nel dolore di chi pena ed espia colpe non riconducibili a se stesso. Siamo diventati sempre più grassi nella mente e adiposi nel cuore, tanto che i nostri movimenti sono ovattati e ben centellinati non per rispetto, non per verecondia, non per tatto e sacra discrezione, ma per impossibilità motoria. Siamo elefanti che pigolano e non barriscono, che muovendosi calpestano il riconoscimento del sacro diritto di equità, di equanimità dovuto da quel presunto Dio che c’è ma non esiste, perché è solo dentro la nostra arrogante pretesa di scordarci degli altri per sancire il nostro esclusivo diritto di affermare che chi non ce la fa è solo per via del proprio egoismo…
    quanto è amato questo termine: EGO, è amato nel disprezzo, disprezzandolo lo si ama sempre più, tanto che se fosse solo un’invenzione per infiorare certa ‘teologia’ e di questa invenzione ne fossimo davvero resi edotti, rifiuteremmo terra e cielo pur di preservarlo. Ci si è costruita intorno una filosofia, fingendo d’ignorare che quando qualcuno pretende il giusto cibo per nutrire il proprio CORPO, non si tratta di Ego, di desiderio da scansare in omaggio all’idea di un nirvana dalla pancia piena, ma solo di una misera, materialissima necessità. Questo è uno degli inferni entro cui siamo immersi, questa è una delle cagioni del soffrire, del patire, altro che Rivelazione, o Redenzione, o Dio dell’ultimo giorno, o Testimone, o Osservatore, di Centro immobile del nostro occhio interiore che scorge l’Unità dell’Universo della cippa lippa.

    Mi domando se sia possibile che in grazia di certe filosofie ci si sia davvero ottusi cuore, mente, orecchie ed occhi per non riuscire più a scorgere che il dolore, la sofferenza, il pianto, la morte ingiustificata sono cose concrete, reali, vere, che ci circondano? Altro che Maya. Forse aveva ragione qualcuno nell’affermare che la religione è l’oppio dei popoli perché ottunde il sentire, perché anestetizza… a scanso di ciò è più sano correre incontro a braccia aperte all’ateismo più bieco, più becero, purché non ci si offuschino i sensi dell’anima e del corpo… quel che c’è, e c’è tutto quel che c’è, è necessario volerlo vedere e sentire…

    La richiesta al “Buon Dio”, che tutto può e nulla fa, che ci osserva dall’alto della Sua atarassica indifferenza, non è l’estinzione del dolore, non la sconfitta della Morte – necessità imprescindibile -, solo un attimo di tregua, un momento di respiro che siano ristoro per animi fiaccati. Poco rileva se il proclama della morte di Dio sia conseguente alla Shoah o al terremoto che nel 1755 sconvolse Lisbona, a poco valgono le puntualizzazioni cronologiche delle nefaste nefandezze di un Dio nascosto, quando la realtà e la quotidianità ci avvertono che la Creazione è malata fin dall’origine e che l’uomo è scagliato, non in ragione di una sua intima volontà, in un agone ove è assoggettato al dileggio del tempo e del divenire. Ove la sua voce è inascoltata e ricusata e le sue lacrime restano irriscatate… ma inascoltate perché? “Dio non è morto, si è suicidato”, direbbe Cioran.

    Ciao

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    Citazione Originariamente Scritto da pfjodor Visualizza Messaggio
    " noi sviluppiamo l'idea di creazione alla luce della rivelazione; gli elementi del Tutto antecedentemente alla rivelazione non possono fare il loro comune ingresso nella chiusura e rivolgersi l'un all'altro; (...) noi possiamo lasciar valere tranquillamente il concetto di creazione come un inzio del sapere, senza portare tutto a conclusione gia' in esso. Noi lo collochiamo nel piu'ampio contesto della rivelazione. Solo se noi facessimo della <<filosofia della religione>>, cioe' se offrissimo una rappresentazione delle religione nell'ambito e secondo i canoni della filosofia, allora soltanto dovremmo strappare la creazione dal suo suolo natio, la terra della rivelazione e dovremmo costruirla in parallelo a queste idee filosofiche. Allora dovremmo davvero contrapporre al concetto filosofico di caos quello di creazione dal nulla. E infatti questo concetto e' sorto, anche storicamente, nella filosofia della religione e non nella scienza che noi qui pratichiamo, la teologia.“

    Dalla "Stella della redenzione" di F. Rosenzweig.










    Ora, mi chiedo e vi chiedo (all'ideatore di questo 3d in primis), noi qui che facciamo?
    Chiacchiere certo, ma di che tipo? Teologico o semplicemente filosofico?
    Non so voi, ma io ho come la sensazione che qui il presupposto che l'idea di creazione possa esaurirsi in se stessa, il presupposto che l'idea di creazione sia separabile dall'idea della rivelazione, qui tale presupposto mi sembra confermato.
    Mi sbaglio forse?



    Un ultima domanda, ma da dove nasce questa convinzione che "in principio" abbia qualcosa a che fare con la "creazione dal nulla“?
    Da dove nasce questa confusione?
    Siamo davvero convinti che si possa parlare (forse addirittura che si debba..), di creazione senza riferirsi (per forza, direi, obbligatoriamente) alla rivelazione?
    Dove conduce un discorso che vuole prescindere da questa imprescindibile unita' (biblicamente s'intende), dei due discorsi?
    La domanda la rivolgo un po' a tutti, all'ideatore del 3d soprattutto.





    Cordialmente

    Io, viceversa, ritengo che quando ci si confronta con l’imperio di una forza terrifica quale è il Male radicale, poco rilevi inserire la Creazione all’interno della rivelazione e della promessa di redenzione. Chi soffre, soffre ora! Patisce nella carne e nell’animo le trafitture che Gesù ebbe a patire sulla croce, pur non essendo un Dio crocifisso… gli saranno concessi un lamento, un dubbio, una maledizione? Certificare che questa mia sia teologia o filosofia, che la vostra sia saggezza patristica o ecclesiale, non lenisce di una virgola il dolore di chi – innocente - lo sente vivo sulle proprie carni.

    Io non reputo l’uomo responsabile della sua condizione di reietto, almeno in buona misura reietta; pertanto non necessita di redenzione: l’uomo è innocente, e se è colpevole lo é solo in misura ridotta, o solo di riflesso, o solo in concorso, e il suo concorrere all’oscenità di una Natura non armoniosa è piccola colpa rispetto all’averla pensata così. Qualcuno, qualcosa creò il Tutto… il Tutto produsse se stesso, o meglio questo sfacelo, l’uomo segue l’alveo ove è inscritta la colpa eterna di chi creò – sia esso un Dio Padre sempiterno ed assiso sul suo scranno celeste, o un Tutto panteistico ed immanente che, paradossalmente, trascende la creazione stessa -. Quel che mi stupisce è il grande abbraccio amorevole da molti dispensato ad un Tutto che prospera nel disequilibrio, che genera precarietà, che si bea della sua intima tetragona fragilità.

    Mi sconvolge l’ammiccare gioioso ad un concetto – perché tale è – d’Amore che abita le menti espandendosi nell’animo individuale come se fosse un vapore o una nebbia che tutto avvolge, impadronendosi d’ogni cellula dell’essere, e dubito che nasca diafano nel e dal profondo di un’anima e di un sentimento cristallini, perché nel profondo dell’anima non può trovare ospitalità una gioia che dimentica il mondo e si cura solo di sé.

    Mi sconvolgono ed irritano locuzioni come ‘Coscienza del Vero Sé’, ‘Consapevolezza evoluta’, ove l’unica evoluzione ravvisabile è lo strappo operato nei confronti di una realtà che vede al fianco di chi può avere il tempo e il silenzio necessari per meditare sulla fortuna e sulla gioia del proprio Io, anche chi il tempo lo impiega per la propria inutile e vacua sopravvivenza. Ma in concreto non accuso nessuno di servilismo nei confronti di una Natura matrigna, non addito al ludibrio neppure coloro che presumono che il cosmo migliore possibile sia quello che adorano, solo che non gradisco una teodicea troppo scompensata, ove le grazie ridondano e prosperano da un lato soltanto e il disdegno, che è fio anche dei nostri torti e parte del nostro pedaggio, tutto o quasi dall’altra.

    Questo è un cosmo da ripudiare, non da amare. Solo il ripudio di una cosa si tanto indegna e ingiusta può inoculare quel moto d’orgoglio che naturalmente e a titolo di risarcimento l’intera umanità ha il sacrosanto diritto di nutrire nei confronti del bello e del puro.

    Il calore e la luce del sole devono spandersi con la medesima intensità in ogni angolo della terra, senza bruciare alcune pelli e altre, accarezzandole, scaldarle, almeno entro limiti d’oscillazione umanamente accettabili. Piuttosto la Natura in più luoghi si manifesta come un Handicap e l’esistenza, fin dal primissimo vagito, si propone come una corsa ad handicap, spesso insuperabili, e non offrono, né l’una né l’altra le medesime opportunità di gioire, di ricorrere la medesima palla colorata e di fare i medesimi sogni sereni… unico vero viatico perché fiorisca la speranza. La speranza in troppe lande della terra è solo un lusso concesso a pochi eletti, i quali, per perpetuarlo, macerano sotto i propri zoccoli ossuti il diritto altrui al sogno, alla speranza, alla giustizia: Mors tua, vita mea. Parrebbe proprio un imperativo della Vita.

    Questo intendo affermare. Non ci si deve crogiolare nel dolore, ancor meno rotolarsi nel dolore altrui: sarebbe impudico, sarebbe offensivo. Il dolore è sacro, non un vessillo da sbandierare per pretendere il ristoro di un costo eccessivamente alto. Auspico che la sofferenza (nostra, altrui) sia almeno il canone e la misura di un’asimmetria inaccettabile… al suo cospetto mi sconvolge udire odi di lode ed Osanna che, a parer mio, suonano come un ringraziamento per lo scampato pericolo, perché – Grazie al Dio Tutto Cosmico Consapevole e Coscienzioso, nonché Misericordioso – è stato preservato il nostro ego, essendosi, la furia naturale o divina, abbattuta sul prossimo nostro (mai incontrato, sempre colui che è di là da venire, sempre un altro).

    Non sono certo un aspirante suicida; anche io fruisco della benedizione che il Dio, sempre Misericordioso (non per tutti però), ha voluto spandere su di me; pure io so gioire; ma, fra una risata e l’altra, fra il godimento di una gioia e l’altra, non riesco proprio a farmi mancare il tempo per osservare quanto nelle gioie e nei colori pastello della vita si avviluppino sconcezze e lerciume, quanto la fresca rugiada richiami il marcio, come il tepore invogli l’aridità, e come la putredine s’insinui nell’infiorescenza. Il sole talvolta tripudia nella sua beatitudine e onora la propria bellezza a scapito di chi vive in lande polverose, e trova la sua compensazione che tutto equilibra beneficiando con i suoi caldi raggi balneari chi ha avuto la fortuna di nascere in determinate zone geografiche del mondo. Così pure la pioggia: ingrassa le nostre messi e compensa la sua generosità togliendo (in questo caso dando con eccesso) a coloro che non hanno più forze e speranza per riuscire ad arginarla. Il Fuoco delle viscere della terra, se in Islanda è quasi una benedizione che spande d’intorno il suo dolce tepore, nei paesi andini si è presentato come il furore di Dio, trasformando quei giorni in Dies irae.

    Comprendo bene quanto certe sferzate, talvolta caustiche, quasi impietose, possano suscitare un comprensibile moto di ribellione, soprattutto in chi ha investito parte preponderante della propria esistenza ad inseguire più che lecite chimere, ciò che a me appaiono più allucinazioni che illuminazioni Mistiche (??). In questi casi si corre a rinforzare i muri portanti della propria casa affinché gli scossoni non la demoliscano. Capisco bene, anche la terra soffre quando è violata e rivoltata dal vomere che però la rigenererà.

    Avverto una fastidiosissima prurigine allorquando incontro persone così propense a tributare gioiose lodi al Tutto, senza avvedersi della profonda voragine che sempre più si allarga sotto i piedi della Creazione, separando sempre più il bello dal brutto.Non disprezzo la Vita e non sputo dentro al piatto che mi porge il cibo quotidiano, ma ho in profondissima uggia l’ingiustificata eccessiva disuguaglianza che si origina da una Natura matrigna, che tiene in buon conto e coccola solo una parte minoritaria dei suoi figli.

    In Occidente si vive spesso la disperazione, che non è appannaggio solo dei miseri, ma la nostra è la disperazione dei ricchi e dell’opulenza. Esiste una differenza fondamentale – direi abissale – fra la disperazione dei ricchi e quella dei miseri: gli uni soffrono di spleen, di patologia dell’essere; agli altri, invece, questo lusso non è concesso. La loro disperazione – meno capziosa e sofistica – si ferma ad un livello precedente, più naturale, e si misura con gli imperativi quotidiani dell’esistenza, disputando con la sussistenza in vita, della sopravvivenza. Per questo dico che della ‘Coscienza Superiore’ e della promessa di salvezza – che è sempre di là da venire, oltre la soglia del dolore… soglia spesso invalicabile - certuni non sanno proprio che farsene. Il loro farmaco è il cibo materiale, l’acqua vera, la pace; condimenti questi necessari e minimali per condurre un’esistenza che consenta loro di progettare un futuro meno orientato alla salvaguardia del loro sacrosanto diritto alla sopravvivenza. Solo dopo aver superato quest’argine potrebbero anche loro accomodarsi entro l’oscura area dello spleen, della patologia dell’essere, del morbo dell’anima. Per ora masticano mescalina per non avvertire i morsi della fame che lancinano lo stomaco, bramando, nel contempo, quelli che macerano l’anima. Forse un giorno li vedremo ingrossare le fila e farli accedere ai dojo della nostra spiritualità dell’opulenta tecnocrazia malata.

    Scusatemi davvero, ma proprio non riesco a trattenere un singulto, un moto di stizza e vergogna che mi fanno esclamare <<Ma quante stronzaggini ci raccontiamo pur di preservare candide e ben in piega le vesti egoistiche del nostro malato mondo di plastica >>.

    Ciao

  8. #38
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    seguito/ seconda parte



    Dovrebbe essere notato che il “Caos” così come il “Nulla” ( o la Notte) furono posti ab Initio da alcune Cosmogonie elleniche, che dal mio punto di vista sono uscite dai Grandi Misteri e a seconda del livello o, ancora una volta, del punto di vista del “Maestro” fecero Scuola e arricchirono tutte quelle Scuole dette dei Presocratici.
    Altre Culture umane pongono ab Initio, il Suono!
    Gli Uitoto “… che vivono in orde selvagge nella foresta vergine sudamericana, hanno una tradizione che afferma: >All’inizio la Parola diede origine al Padre < Queste stirpi primitive intendono con “Padre” il dio celeste. ( Th. Preuss, Religion und Mythologie der Uitoto, Lipsia 1921, Vol.I, pag.25) Questa rappresentazione ha indotto gli storici delle correnti culturali a dedurre che questa parte della tradizione sia ciò che resta di una rivelazione divina primordiale fatta agli uomini”. (Marius Schneider, Il significato della musica, 1, pag. 18).
    Il concetto di “Parola” rende però soltanto parzialmente il senso originario, perché qui si tratta di qualcosa che geneticamente precede qualsiasi parola determinata e ogni concetto logicamente fondato.È un concetto primario e sovraconcettuale, e, almeno per il pensiero logico, d’indefinibile e inconcepibile. Gli Egizi chiamavano questo elemento primario una “risata” o un “grido” del dio Thot. La tradizione vedica parla di un essere ancora immateriale che dalla quiete del non essere improvvisamente risuona, a poco a poco convertendosi in materia, e così diventa mondo creato.
    Anandavardhana (sec,IX) nel suo Dhvanyâloka (un trattato indiano sull’intonazione nella dizione poetica) formulò il pensiero che il puro suono ha un grado di essenza maggiore della parola detta.
    ( H. Jacobi, Anandavardhanas Dhvanyâloka, “ Zts. der D. morgenl. Gesellschaft”, 56, 1902.)
    La ricerca scientifica ha sinora tratto poco profitto dalla grande scoperta di E.Seler, che le strane figure di dei messicani non sono prodotti di una fantasia sfrenata, ma sono nate da una coerente giustapposizione di simboli sonori e di attributi mitologici. ( E. Seler, Der Charakter der Aztekischen und der Maya. Hanschriften “Zts. f. Ethn.”, 20, 1888. ). “Questo erudito berlinese appurò analizzando questi monumenti che giustapponendo questi segni non si ottenevano frasi grammaticalmente ordinate, bensì un processo concettuale univoco. Ai nostri fini è importante notare che tutte le parole di suono eguale, a parte il loro significato diverso, sono rappresentate dallo stesso segno. Tutto ciò che è omofono, ebbe alle origini un uguale valore e, per quanto possano essere diverse le cose designate, la sostanza del loro nome le congiunge, vale a dire il suono, il nocciolo originario da cui sono nate rappresenta soltanto differenti tendenze di un’eguale radice sonora” ( M. Schneider, Op.Cit. pag 20, Ed.Rusconi, 1979 ).
    Vangelo di Giovanni (1,1) dice: “ All’Inizio fu la Parola e la Parola era presso Dio e Dio era la Parola”
    Nella filosofia del Vedanta che commenta il Rgveda, si dice che gli dei e il mondo sono contenuti nella parola del Veda e che il Dio Creatore, mentre formava il mondo, rammentava questo ritmo e lo prese a modello per la Creazione. (Deussen P. Das System des Vedanta, Lipsia 1906, pag.75 ).
    L’Aitareya Upanishad include il Suono primordiale nell’Uovo Cosmico: “ Allorchè Atman covava [ l’espressione “covare” c’è anche in Gen. 1, 2 ] il mondo, la sua bocca si spaccò come un uovo. Dalla bocca nacque il discorso e dalla bocca Agni (il fuoco)”. ( Deussen P. op. cit. pag.16 )
    Anche il Samgîta ratnârkara (Bastian A. Vorstellungen von Wasser und Feuer, “Zts. f. Ethn.” I, pag. 375) pone come elemento primario il suono. “La questione se il suono sia più giovane o più vecchio del Creatore o se sia identico a Dio doveva essere priva di ragion d’essere, essendo il tempo e la gerarchia dei valori posteriori all’atto creativo. Ma se la questione si pone tuttavia, si può soltanto ammettere o la priorità o la simultaneità del suono. Data la dichiarazione di Anandavardhana, che il tono è riconoscibile solo, quando siano state pronunciate le parole, non si può relegare il suono in un rango secondario, perché il filosofo parla nella sua opera di una poesia terrestre , che procura di tornare, di là dalla parola, al suono”. (M.Schneider, op. cit. pag. 22 )
    L’Arte delle Muse formata di note musicali, non è una musica della creazione, ma soltanto una formazione analogica con forza magica e rinnovatrice di vita. La mitologia greca informa che il monte Elicona, per il piacere della musica delle Muse, crebbe fino al Cielo. Se si cantava al capo Ibrahim un cantico di lode, gli crescevano i capelli di un metro dalla contentezza. ( L. Frobenius, Atlantis, VII (Sudan), Jena 1921, pag. 182 ).
    Suono e Luce stanno l’uno con l’altro nello stesso rapporto di parola e conoscenza. Poiché in sanscrito “suono” si dice svara e luce “svar”, suono e luce sono sostanzialmente uniti in base alla loro affinità fonetica ( cioè essenziale). Così la radice verbale egiziana mui significa insieme “ruggente” e “ splendore”.
    Il suono creatore è come il farsi luce che apre la strada al conoscere, come l’aurora, come quella “luce uditiva” che nasce dall’unione del principio lunare con quello solare nel Tai I Gin Ilua Dsung Dschi. Gli inni antichi si sforzano di avvicinarsi alla lingua creatrice originaria, poiché la lingua logica e articolata rappresenta secondo la dottrina vedica un quarto del linguaggio.
    Si può dedurre dagli antichi simboli sonori che il suono da cui scaturì la vita fu rappresentato come un rumore stridulo e sibilante di rombo, o come un suono metallico che a poco a poco nel processo della creazione si sviluppò in sillabe sonore e note musicali ben determinate.
    “ Il Tao colma l’Universo … non si può richiamare col rumore, ma sì con i suoni”. Kuantse, XIV, 1.
    “L’azione del creatore non fu altro che l’attuazione del pensiero puro e sonoro in immagini visivamente ed acusticamente percepibili”. M.Schneider, op. cit.
    Il Canto del Creatore è un Ritmo, un accordo che regola i rapporti tra corpo materiale e vita spirituale di ogni creatura. È grazie a tale azione che il ritmo è anche il patto secondo cui si regola il gioco delle forme armonizzatrici dell’Universo. Il ritmo è alla base di ogni mutamento tanto nel tempo quanto nello spazio. La natura del tempo è il Ritmo, da qui la sua ciclicità.
    “ Altre tradizioni, riferendosi alla genesi del mondo, dicono che l’esternamento del ritmo creatore si realizza nella Parola di Dio. Il primo passo verso la creazione del mondo è l’emissione di un ritmo inudibile, che, apparendo in realtà diversa, diviene sonoro, pronunciando se stesso. Così dunque il Cristo, esistente come ritmo nel pensiero del Padre, è la parola udibile pronunciata dal Padre.”
    M.Schneider, op. cit. pag. 95.
    Nella Kena Upanishad, 88, 8 , è detto : “ Benchè il brâhman si trovi oltre il tempo, esso è ugualmente il luogo di origine di tutti gli esseri del mondo”.
    L’ Atharvaveda, XIX, 54, 3. per farci comprendere il passaggio dalla “simultaneità” alla “sequenza” ci dice che: “Il tempo ha tutto creato”. E così nella situazione anteriore alla creazione, un suono inudibile riposa in un tempo immobile (il “non-tempo” ). “L’attività creatrice del tempo deriva dal suo farsi sonoro, che tramuta il tempo puro in durata vissuta, cioè in quella melodia cosmica che prefigura il moto del mondo”. M.Schneider, etc. pag.99.
    La Brihadâranyaka Upanishad ( II, 7 ) dopo aver sottolineato l’impossibilità di cogliere la suprema realtà ci dice :” La situazione somiglia a quella del gioco del tamburo. È impossibile toccare i suoni che escono da un tamburo; eppure, non appena è impugnato un tamburo o la sua bacchetta, ci si è ugualmente impadroniti del suono”.
    Le ali di Gabriele, di cui parla il mistico Sufi Sayh Sihab al Din Suhrawardi, si adattano perfettamente al mondo dei suoni. Secondo la dottrina di Suhrawardi, nel fruscio dell’ala dell’Arcangelo si manifesta l’ultima delle “parole di luce” pronunziate una volta dal Creatore. Il mondo intero fluisce da quelle ali. L’ala destra è pura luce divina, mentre l’ala sinistra è alquanto oscurata perché coperta dall’ombra del nostro mondo sensibile. A questo punto chi non penserebbe alla A luminosa e alla U buia delle ali di Brâhman o di Atman? H.Corbin e P. Krass, Le bruissement de l’aile de Gabriel, “Journal asiatique”, 227, 1935, p. 75.
    Marius Schneider a pagina 92, 93 del suo lavoro “Il significato della musica”, ci porta a meditare su di un punto veramente degno di essere meditato : “Un elemento sovratemporale e sovraspaziale traluce fugacemente in una materia che è estranea alla sua natura. Ne consegue che il simbolo, come oggetto, non è identico alla realtà simboleggiata. Esso non è che un mezzo di esteriorizzazione, che permette a una forza, non raffigurabile sensibilmente e come nascosta nell’ombra, di fare palese la sua attività, così come l’anima umana, ad esempio, può manifestarsi nel corpo o nel linguaggio. Poiché tale forza possiede un carattere attivo, il simbolo è l’autorealizzazione di tale essere in un altro essere. Ora, questa autorealizzazione determina una presenza; e in base a tale presenza si istituisce una relazione tra le due componenti del simbolo. Non si tratta dunque mai di una identificazione, perché entrambi, il campo e l’energia che si irradia in tale campo, conservano la loro propria natura. La realtà simboleggiata si esterna sensibilmente, mentre il campo della sua azione, come purificato, tende all’universalità dell’astrazione. Ovviamente, tale trasparenza non dipende dalla percezione umana. La sua esistenza è autonoma, e importa poco che l’uomo sia capace o incapace di discernerla.
    Le antiche nozioni che ora reintroduciamo o approfondiamo sono quelle di energia e di analogia. Secondo Fischer-Barnicol, l’avere abbandonato l’idea di energia fluente segna una delle date più gravi per la filosofia europea. In misura via via maggiore, sul finire del Medioevo si è lasciato cadere tale concetto, per sostituirlo con la nozione di causalità. All’idea di flusso continuo di energia veniva sostituito quello della successione delle cause. Ciò facendo si detronizzava la potenza creatrice concepita come un ritmo indiviso ed indivisibile, a favore di una causa prima, seguita da una serie di cause seconde. Eppure, l’osservazione della natura, il ciclo continuo di dispersione e di rigenerazione e l’ininterrotto mutare della materia ci dimostrano che l’esistenza di un flusso ritmico è perpetua, e che, propriamente, il muoversi della forza creatrice precede le forme create. Forma dat esse. È la forza capace di creare le forme che dá agli esseri la loro esistenza. Giustamente H. Bergson dice che il mutamento non ha bisogno di un supporto e che il movimento non implica una realtà soggetta al movimento, perché reale - e il costitutivo stesso della realtà - è il mutamento”. H.Bergson, La pensèe et le muovano, 1934, pp. 185, 190.

    Nella terza ed ultima parte cercheremo di dare,inch'Allah, una spiegazione sul come potrebbe essere avvenuto nel nostro universo spazio-temporale il "... In Principio ...".

  9. #39
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    Citazione Originariamente Scritto da Voy_ager Visualizza Messaggio
    Io, viceversa, ritengo che quando ci si confronta con l’imperio di una forza terrifica quale è il Male radicale, poco rilevi inserire la Creazione all’interno della rivelazione e della promessa di redenzione. Chi soffre, soffre ora! Patisce nella carne e nell’animo le trafitture che Gesù ebbe a patire sulla croce, pur non essendo un Dio crocifisso… gli saranno concessi un lamento, un dubbio, una maledizione? Certificare che questa mia sia teologia o filosofia, che la vostra sia saggezza patristica o ecclesiale, non lenisce di una virgola il dolore di chi – innocente - lo sente vivo sulle proprie carni.

    Io non reputo l’uomo responsabile della sua condizione di reietto, almeno in buona misura reietta; pertanto non necessita di redenzione: l’uomo è innocente, e se è colpevole lo é solo in misura ridotta, o solo di riflesso, o solo in concorso, e il suo concorrere all’oscenità di una Natura non armoniosa è piccola colpa rispetto all’averla pensata così. Qualcuno, qualcosa creò il Tutto… il Tutto produsse se stesso, o meglio questo sfacelo, l’uomo segue l’alveo ove è inscritta la colpa eterna di chi creò – sia esso un Dio Padre sempiterno ed assiso sul suo scranno celeste, o un Tutto panteistico ed immanente che, paradossalmente, trascende la creazione stessa -. Quel che mi stupisce è il grande abbraccio amorevole da molti dispensato ad un Tutto che prospera nel disequilibrio, che genera precarietà, che si bea della sua intima tetragona fragilità.

    Mi sconvolge l’ammiccare gioioso ad un concetto – perché tale è – d’Amore che abita le menti espandendosi nell’animo individuale come se fosse un vapore o una nebbia che tutto avvolge, impadronendosi d’ogni cellula dell’essere, e dubito che nasca diafano nel e dal profondo di un’anima e di un sentimento cristallini, perché nel profondo dell’anima non può trovare ospitalità una gioia che dimentica il mondo e si cura solo di sé.

    Mi sconvolgono ed irritano locuzioni come ‘Coscienza del Vero Sé’, ‘Consapevolezza evoluta’, ove l’unica evoluzione ravvisabile è lo strappo operato nei confronti di una realtà che vede al fianco di chi può avere il tempo e il silenzio necessari per meditare sulla fortuna e sulla gioia del proprio Io, anche chi il tempo lo impiega per la propria inutile e vacua sopravvivenza. Ma in concreto non accuso nessuno di servilismo nei confronti di una Natura matrigna, non addito al ludibrio neppure coloro che presumono che il cosmo migliore possibile sia quello che adorano, solo che non gradisco una teodicea troppo scompensata, ove le grazie ridondano e prosperano da un lato soltanto e il disdegno, che è fio anche dei nostri torti e parte del nostro pedaggio, tutto o quasi dall’altra.

    Questo è un cosmo da ripudiare, non da amare. Solo il ripudio di una cosa si tanto indegna e ingiusta può inoculare quel moto d’orgoglio che naturalmente e a titolo di risarcimento l’intera umanità ha il sacrosanto diritto di nutrire nei confronti del bello e del puro.

    Il calore e la luce del sole devono spandersi con la medesima intensità in ogni angolo della terra, senza bruciare alcune pelli e altre, accarezzandole, scaldarle, almeno entro limiti d’oscillazione umanamente accettabili. Piuttosto la Natura in più luoghi si manifesta come un Handicap e l’esistenza, fin dal primissimo vagito, si propone come una corsa ad handicap, spesso insuperabili, e non offrono, né l’una né l’altra le medesime opportunità di gioire, di ricorrere la medesima palla colorata e di fare i medesimi sogni sereni… unico vero viatico perché fiorisca la speranza. La speranza in troppe lande della terra è solo un lusso concesso a pochi eletti, i quali, per perpetuarlo, macerano sotto i propri zoccoli ossuti il diritto altrui al sogno, alla speranza, alla giustizia: Mors tua, vita mea. Parrebbe proprio un imperativo della Vita.

    Questo intendo affermare. Non ci si deve crogiolare nel dolore, ancor meno rotolarsi nel dolore altrui: sarebbe impudico, sarebbe offensivo. Il dolore è sacro, non un vessillo da sbandierare per pretendere il ristoro di un costo eccessivamente alto. Auspico che la sofferenza (nostra, altrui) sia almeno il canone e la misura di un’asimmetria inaccettabile… al suo cospetto mi sconvolge udire odi di lode ed Osanna che, a parer mio, suonano come un ringraziamento per lo scampato pericolo, perché – Grazie al Dio Tutto Cosmico Consapevole e Coscienzioso, nonché Misericordioso – è stato preservato il nostro ego, essendosi, la furia naturale o divina, abbattuta sul prossimo nostro (mai incontrato, sempre colui che è di là da venire, sempre un altro).

    Non sono certo un aspirante suicida; anche io fruisco della benedizione che il Dio, sempre Misericordioso (non per tutti però), ha voluto spandere su di me; pure io so gioire; ma, fra una risata e l’altra, fra il godimento di una gioia e l’altra, non riesco proprio a farmi mancare il tempo per osservare quanto nelle gioie e nei colori pastello della vita si avviluppino sconcezze e lerciume, quanto la fresca rugiada richiami il marcio, come il tepore invogli l’aridità, e come la putredine s’insinui nell’infiorescenza. Il sole talvolta tripudia nella sua beatitudine e onora la propria bellezza a scapito di chi vive in lande polverose, e trova la sua compensazione che tutto equilibra beneficiando con i suoi caldi raggi balneari chi ha avuto la fortuna di nascere in determinate zone geografiche del mondo. Così pure la pioggia: ingrassa le nostre messi e compensa la sua generosità togliendo (in questo caso dando con eccesso) a coloro che non hanno più forze e speranza per riuscire ad arginarla. Il Fuoco delle viscere della terra, se in Islanda è quasi una benedizione che spande d’intorno il suo dolce tepore, nei paesi andini si è presentato come il furore di Dio, trasformando quei giorni in Dies irae.

    Comprendo bene quanto certe sferzate, talvolta caustiche, quasi impietose, possano suscitare un comprensibile moto di ribellione, soprattutto in chi ha investito parte preponderante della propria esistenza ad inseguire più che lecite chimere, ciò che a me appaiono più allucinazioni che illuminazioni Mistiche (??). In questi casi si corre a rinforzare i muri portanti della propria casa affinché gli scossoni non la demoliscano. Capisco bene, anche la terra soffre quando è violata e rivoltata dal vomere che però la rigenererà.

    Avverto una fastidiosissima prurigine allorquando incontro persone così propense a tributare gioiose lodi al Tutto, senza avvedersi della profonda voragine che sempre più si allarga sotto i piedi della Creazione, separando sempre più il bello dal brutto.Non disprezzo la Vita e non sputo dentro al piatto che mi porge il cibo quotidiano, ma ho in profondissima uggia l’ingiustificata eccessiva disuguaglianza che si origina da una Natura matrigna, che tiene in buon conto e coccola solo una parte minoritaria dei suoi figli.

    In Occidente si vive spesso la disperazione, che non è appannaggio solo dei miseri, ma la nostra è la disperazione dei ricchi e dell’opulenza. Esiste una differenza fondamentale – direi abissale – fra la disperazione dei ricchi e quella dei miseri: gli uni soffrono di spleen, di patologia dell’essere; agli altri, invece, questo lusso non è concesso. La loro disperazione – meno capziosa e sofistica – si ferma ad un livello precedente, più naturale, e si misura con gli imperativi quotidiani dell’esistenza, disputando con la sussistenza in vita, della sopravvivenza. Per questo dico che della ‘Coscienza Superiore’ e della promessa di salvezza – che è sempre di là da venire, oltre la soglia del dolore… soglia spesso invalicabile - certuni non sanno proprio che farsene. Il loro farmaco è il cibo materiale, l’acqua vera, la pace; condimenti questi necessari e minimali per condurre un’esistenza che consenta loro di progettare un futuro meno orientato alla salvaguardia del loro sacrosanto diritto alla sopravvivenza. Solo dopo aver superato quest’argine potrebbero anche loro accomodarsi entro l’oscura area dello spleen, della patologia dell’essere, del morbo dell’anima. Per ora masticano mescalina per non avvertire i morsi della fame che lancinano lo stomaco, bramando, nel contempo, quelli che macerano l’anima. Forse un giorno li vedremo ingrossare le fila e farli accedere ai dojo della nostra spiritualità dell’opulenta tecnocrazia malata.

    Scusatemi davvero, ma proprio non riesco a trattenere un singulto, un moto di stizza e vergogna che mi fanno esclamare <<Ma quante stronzaggini ci raccontiamo pur di preservare candide e ben in piega le vesti egoistiche del nostro malato mondo di plastica >>.

    Ciao

    Quindi, mi pare che lei confermi in pieno tale presupposto:

    "che l'idea di creazione possa esaurirsi in se stessa, il presupposto che l'idea di creazione sia separabile dall'idea della rivelazione".

    Difatti afferma:
    "poco rilevi inserire la Creazione all’interno della rivelazione e della promessa di redenzione. "






    Bene, se non la disturba vorrei porle a questo punto alcune questioni che mi interessano, e lo dico davvero, vorrei provare a capire le ragioni di questo suo "grido disperato", che ora come ora, solo un "urlo" mi appare:




    a.
    "l’uomo è innocente, e se è colpevole lo é solo in misura ridotta, o solo di riflesso, o solo in concorso, e il suo concorrere all’oscenità di una Natura non armoniosa è piccola colpa rispetto all’averla pensata così "

    Cosa l'ha convinto della innocenza dell'uomo?



    b.
    " Qualcuno, qualcosa creò il Tutto… il Tutto produsse se stesso, o meglio questo sfacelo "


    Perche' e' cosi sicuro che la creazione abbia un legame diretto con il "Tutto"?
    Cosa intende lei con "qualcuno-qualcosa creo' il Tutto"?
    Cosa e' questo "Tutto"?


    c
    " Questo è un cosmo da ripudiare, non da amare. "


    Perche'?
    E poi, se e' davvero sicuro di questo, da dove le viene questa sicurezza?


    d
    " In Occidente si vive spesso la disperazione, che non è appannaggio solo dei miseri, ma la nostra è la disperazione dei ricchi e dell’opulenza."


    Ora, lei dice di non essere un "aspirante suicida", e la cosa mi conforta, e allora le chiedo: " e' disperato ? " "E' senza speranza lei?"



    E infine, gentile forumista voyager, e se cosi fosse, lei la vede una via d'uscita da questo tunnel che si e' costruito? Vede una luce che la potrebbe portare fuori da questa sua personalissima caverna?














    Cordialmente

  10. #40
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    Francamente ritengo che dal confronto con il Male non emerga la necessità di rispondere al quesito se la Creazione sia da leggere alla luce della rivelazione, come da lei suggerito. Non credo assuma rilevanza nei confronti di chi oggi, in questo preciso istante soffre, se la sua sofferenza sia inserita in un progetto teleologico ineffabile. Chi soffre, soffre! Ed avrebbe, ed ha, tutto il diritto di reclamare requie e pace.


    Il Male non è una creazione umana, o un qualcosa che si determini per effetto dell’agire dell’uomo, il quale lo rende solo manifesto, ma è presente sulla terra per precisa volontà del Creatore stesso.
    Vi è tutta una lunghissima e straordinaria speculazione filosofica che indaga sulle ragioni di questa volontà che ha generato oltre al bene anche il male, ma credo proprio che sarebbe molto più semplice se si volesse sospendere solo per un attimo ogni velleitaria ricerca del senso e del significato di questa ineffabile volontà suprema e si volesse finalmente ammettere che il male e il bene si sono generati per effetto di un misterioso ed inesplorabile complesso di eventi che ha determinato la comparsa dell’uomo sulla terra. Il richiamo del male è ben presente nel profondo di ciascuno di noi; la sua voce è ben viva, udibile e ravvisabile nel concreto in tantissime manifestazioni della cultura e della storia dell’uomo.

    Pur tuttavia, nonostante la vanità d’ogni nostro interrogare, val sempre la pena formulare il quesito del perché Dio si determinò a favore di una Creazione non perfetta. Su quest’argomento mancano elementi che possano dipanare e dissolvere i dubbi. La Bibbia non risponde, non fornisce le delucidazioni che l’uomo ha il diritto di richiedere. Però, in ogni caso, è possibile congetturare che Egli riversasse in essa la propria agonia ante origine (dissidio interiore – agon intradivino). L’atto creativo sarebbe il risultato della sua precisa volontà di riprodurre il dramma che dall’eternità dilania il Creatore: Il dramma è Dio”, così canta nella sua ultima opera spirituale Padre Turoldo, componimento che è un interrogarsi circa il dramma della Sua infinita solitudine e che ripercorre e recupera l’atavica traccia del dolore primigenio. Esiste una scintilla di vita, quando scoccò ad essa si congiunse anche la scintilla omologa e contraria, quella del dolore, della morte e del disfacimento. Noi siamo creati ad immagine e somiglianza non della luce divina, ma del suo tormento, della sua agonia, della sua pre-originaria lacerazione. Siamo perennemente sottoposti alle divergenti forze che la Natura esercita sul nostro intimo profondo; oscilliamo fra ansia e quiete, fra gioia e dolore, fra luce e tenebre. E’ la nostra anima ctonia che riluce di quest’essenza ineffabile, impregnata di senso e non sense. Questo riflettersi dal profondo di ciascuno di noi è reminiscenza della pre-storica lacerazione, del pre-storico dramma intra-divino. E la Creazione stessa si trascina appresso quest’ineluttabile ed irredimibile agon(ia), ad essa pre-esistente.
    Se noi siamo creati ad immagine divina, la pre-storia di Dio deve essere caratterizzata da questo conflitto interiore – supporrei che sia anche perdurante… pre-esistente e coestensivo -. Noi, frutto della Sua (volontà?) creatrice, non possiamo esimerci, perché mai esentati fin dall’Origine, dall’avvertire e percepire come un eco agghiacciante questo baluginare dell’ineffabile luce e dell’enigmatica e terrifica Ombra del Numinoso, perché entrambe, in un groviglio inestricabile, si espandono nella Creazione. La Creazione stessa non è esentata da tutto ciò. Tale condizione è rilevabile nel fatto che la Creazione si appalesa in un ansito di vita che, nel suo espandersi e contrarsi, è evocazione, annuncio e presagio di Morte, così come quest’ultima, nel perenne gioco dell’esistenza, è, a sua volta, incipit e genesi della Vita.


    Così pure il Male rispetto al Bene: ciascuno è testimonianza dell’alterità che lo compone, divenendone annuncio, e ciascuno dei due opposti poli è premessa e conseguenza, incipit ed epilogo del proprio omologo contrario.

    Dio trasmise alla Creazione quest’agon(ia) ante Origine, cioè quel che caratterizzava la Sua pre-storia. Ve la infuse ab Origine, ed in ciò non è rilevabile alcun “peccato d’Origine” ascrivibile alla creatura, e non emergono neppure le ragioni della maledizione e degli strali divini nei confronti della Creatura e della terra che la ospita narrata nel Libro della Genesi. Il ‘peccato d’Origine’ è infuso nella Creazione proprio per effetto ed in conseguenza della Creazione stessa. In ciò, nel rilevare l’originaria presenza del Male nella Creazione, mi conformo all’amara constatazione di Nietzsche: <<a quel tempo, ebbene, com’è logico, resi l’onore a Dio e feci di lui il padre del male>> (Genealogia della morale).
    La religione (da re-ligare, cioè unire) esorta all’abbandono di sé, all’oblio di sé, proprio perché in sé l’uomo reperisce quel vulnus decisorio che ammalia e tende alla separazione che innalza l’uomo a divinità che surroga Dio.

    Dio pose l’uomo al vertice della Creazione, come se questa fosse cosa compiuta, nonché buona, voluta solo in funzione dell’uomo. Solo dopo aver asservito il Creato all’uomo espresse il concetto di “cosa molto buona”. E’ ipotizzabile e verosimile pensare che Dio avesse generato la migliore Creazione che potesse fare. Un Creato che rispecchiasse la sua intima Natura, che prevedesse e contenesse in sé quegli elementi che del Suo essere erano e sono costitutivi. E’ altrettanto verosimile e conseguente immaginare che quell’elemento disgregante dovuto alla tentazione, ancorché non operante, ma silente, attivato per via della scelta dell’uomo, sia anch’esso costitutivo del creatore e non alieno al suo essere.

    Noi avvertiamo quest’ansito divino che sussurra nelle e dalle profondità dell’animo, che confligge con la coscienza ammonendola: coscienza che è il vero scandalo e baratro del nostro essere essenziale. Lo avvertiamo in foggia d’ansia, inquietudine, mal di vivere. L’Anima è ricettacolo di questa discrasia, e l’uomo avverte l’antinomia presente nella vita, nella creazione. L’avverte in una visione tragica, che dilania, che accentua vieppiù la lacerazione dell’Origine. E non vi è sutura che possa redimerla. Chi soffre non è il corpo, è l’Anima.

 

 
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