
Originariamente Scritto da
Voy_ager
Neppure io, sebbene non sia francescano, mi curo troppo dell’ostentazione vetrinistica della cultura, solitamente sterile fastigio di un ego eccessivamente compresso che esige la propria ribalta per ricavarne emolumento necessario ad alimentare e nutrire l’orgoglio dell’espositore. Non è certo questo il mio intento.
Nondimeno, anche se ad alcuni apparirà strano, vorrei proporre un diverso modo d’approccio al tema e ritengo il quesito più che stimolante e prodromo di sviluppi che potrebbero condurci a discostarci dal solito tracciato. Amo abbandonare, anche per un solo sospiro, l’usuale alveo per perlustrare gretti ancora non solcati dalle acque, percorrere a ritroso la corrente per ritrovare la polla sorgiva non intorbidata da acque reflue. Per far ciò è necessario risalire all’origine, senza però voler suggerire un’adesione letterale al testo cui far riferimento. La Bibbia usa spesso i linguaggi simbolico e metaforico. Metafora e simbolo che dischiudono orizzonti multiformi e policromatici che vogliono comunque narrare, in forma mitica, un evento creduto – a torto o a ragione – veritiero. Sappiamo dunque che la lettura del Libro sacro non potrà e non dovrà essere letterale, ma da esso attingiamo il nucleo signficativo, spesso recondito, che vuole trasmetterci. Se si parla di Adamo ed Eva, sappiamo che il riferimento non è al singolo uomo e alla singola donna, ma alla genia umana.
Leggo: Dio creò per amore! Per amore, mi sarà dato atto, Egli “generò” una Natura difettata, monca, intrisa e satura di dolore e sofferenza. Sulla scorta di questa semplice e apodittica constatazione, mi domando se fu veramente l’amore la spinta propulsiva, il motore e il carburante che, ab-origine mundi, mise in moto tutto ciò che c’è? Ovvio che il forse vano tentativo di fornire una risposta a questo per certi versi inquietante quesito debba far appello alla nostra congenita propensione alla “congettura”, ma d’altra parte non è forse una congettura argomentare che Dio creò per amore? Amore verso che cosa o verso chi se prima della creazione era il Nulla? L’amore non è un sentimento solipsistico che si autogeneri in assenza di elementi di relazione; l’amore è un “termine” o un trait d’union relazionale, diversamente staremmo parlando di narcisismo, quindi di una patologia. Questo e solo in questa foggia a noi mortali è dato conoscerlo; a tale conoscenza, solo ad essa, possiamo appoggiare le nostre speculazioni, diversamente saremmo costretti a formulare congetture autoreferenziali, cioè non colloquianti con l’esperienza, tantomeno con la realtà. La Creazione, in estrema sintesi, si manifesta in un progetto perfettibile; il divenire e la mutabilità cui è assoggettata suggeriscono la sua intrinseca imperfezione.
Se Genesi, già nell’esordire della narrazione, introduce la nozione di immagine e somiglianza, noi non possiamo che rinvenire i segni e il baluginio della rifrangenza di Dio nel riflettersi in immagine e somiglianza in una Natura dilacerata, non in una artatamente presupposta armonia: come se quest’ultima fosse l’unico polo privo di opposti di una corda tesa.
Immagine e somiglianza sono proprio la matrice, il canone di riferimento, della Creazione: l’uomo è immagine e somiglianza di Dio nel suo palesare la tragicità del suo esistere (nell’accezione classica), nel suo essere immerso in un ambiente sostanzialmente ostile, soggiacente all’imperativo di soggiogare, per governarle, forze misteriose e terrifiche che tendenzialmente non lo assecondano. L’umanità, nel suo riflettere la natura e l’essenza divina, permane in una condizione tragica e di costante disputa che si traduce in dramma e costante tensione: la Vita è tensione, ove non v’è pacificazione, così come non ve n’è nel Creatore.
L’argomento, me ne rendo conto, è ostico, talvolta risulta urticante e capace di creare frizioni con le convinzioni radicate in ciascuno di noi, ma le argomentazioni che lo sostengono ritengo siano sufficientemente solide.
L’intera fatica di Dio, resa concreta e manifesta da e nella Creazione, è contrappuntata dall’aggettivo <<buona>>. L’intero Creato è <<cosa buona>>. Solo in seguito, con la comparsa dell’uomo, appare l’espressione <<cosa molto buona>>. Tale differenza di linguaggio, rilevabile nel I Capitolo della Genesi, offre la misura dell’atto più eccelso dell’intera opera creatrice di Dio. Solo con la creazione dell’uomo si giunge al culmine della fatica divina. L’uomo rappresenta, infatti, il fastigio del processo creativo. Solo in tale occasione il Libro della Genesi si esprime in termini di somiglianza ed immagine del Creatore. Somiglianza non uguaglianza, dunque. L’uomo è posto all’apice del creato, e ciò per espressa volontà di Dio, poiché fu Dio stesso che adunò tutte le creature viventi, le condusse al cospetto dell’uomo affinché questi imponesse loro un nome: chiaro simbolo dell’estensione della signoria di quest’ultimo sull’intero creato – attribuire un nome a cose, persone o animali significava prenderne possesso -. I capitoli I e II del Libro Sacro narrano con sufficiente chiarezza questa determinazione originaria della volontà di Dio: un’opera definita <<buona>> sottoposta alla signoria di un’altra creatura considerata <<molto buona>>. In ciò è ravvisabile anche la scaturigine dell’ordinamento cosmologico che d’allora informa il creato. In ogni caso, entrambe le definizioni - <<buona>> e <<molto buona>> - lasciano ben intendere che non si tratta di creature perfette – somiglianza, non uguaglianza -, mancando appunto dei crismi di questa suprema qualificazione.
Somiglianza, per quanto o per quel che non è coincidenza o uguaglianza ma eccedenza o assenza (in questo caso è evidente si tratti esclusivamente di “mancanza”), è anche dissomiglianza.
Ritenere che nello slabbro prodotto dal “mancare” dell’una - creatura - rispetto all’altro - Creatore - s’insinuino l’angoscia, il conflitto, il male e il dolore, equivale a dire che Dio, essendo sempre uguale a se stesso, non possa essere anche Male. E’, infatti, più corretto inferire che la dissomiglianza sia la scaturigine del trabocco del Male, e, quindi, ne rappresenti l’esperienza che la coscienza ne fa, circostanza che, appunto, nell’uomo si traduce in una perdita di senso e significato, entrambi – senso e significato – invece ben presenti a Dio.
<<La dissomiglianza invece secondo Pascal apre alla doppiezza metafisica della natura, che non conosce acquietamento possibile, ma, al contrario, comporta conflitto, disperazione, agonia fino alla fine del mondo. Doppia è la natura: originaria e corrotta, integra e decaduta. L’una e l’altra convivono nell’uomo; che perciò non è né angelo né bestia, ma non è neppure mai se stesso, essendo piuttosto un impasto di entrambi – un centauro, un mostro, anzi «le plus prodigeux objet de la nature» (Givone – Storia del Nulla)
La Creazione è dunque un’opera completa e “molto buona” solo con l’apparire dell’uomo. Successivamente il Libro della Genesi c’informa che Dio, rivolgendosi all’uomo, l’ammonì: <ma dell'albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché, quando tu ne mangiassi, certamente moriresti>. Egli impartì alla propria Creatura un ordine perentorio: “non devi mangiar(ne)”, riferendosi all’albero della conoscenza del Bene e del Male perché l’uomo, cibandosi dei suoi frutti, ne sarebbe morto. Il conoscere assume qui le fosche connotazioni di una forza disgregante, che separa. Il mondano attrae e separa dal divino. Dio in origine passeggiava nel giardino dell’Eden, il che lascia ben trasparire la prossimità e l’intelligenza fra Creatura e Creatore.
Ad ogni buon conto, non credo possa essere confutato il fatto che tanto l’esistenza del Bene, rilevabile nel precedente emistichio, quanto quella del Male permeassero la Creazione fin dalle origini. Cibarsi dei frutti attinti dall’albero della conoscenza significa elevare la creatura al livello di Dio, cioè sostituire l’unica vera fonte di Verità con le proprie determinazioni. La disobbedienza di Adamo ed Eva si traduce così in un atto che afferma l’autonomia morale dell’uomo – creatura – rispetto al Creatore, per cui è l’uomo e non più Dio a stabilire in base alle proprie determinazioni, volta per volta, ciò che è bene e ciò che è male. Da ciò deriva che non fosse più necessario soggiacere al ‘consiglio divino’. Il peccato di superbia narrato in Genesi è la cifra della lacerazione che è venuta a prodursi fra terra cielo e uomo. Genesi narra non solo il mito della Creazione, ma anche quello della profonda frattura che da allora impregna il creato. L’atto di superbia si concreta nella presunzione di poter fare a meno di Dio ogni qualvolta si pone il dilemma di scegliere, di decidere per un verso o per un altro. Accedere alla superiore conoscenza del Bene e del Male, determinando così autonomamente il grado gerarchico da attribuire a ciascun ‘valore’ morale, significa violare il sacro (separato) ed entrare in contatto con un qualcosa che già esisteva, che già impregnava ed intrideva la Creazione, seppur forse non ancora operante. Diversamente Dio avrebbe impartito un ordine assurdo. La Creazione è opera divina, è evidente che entrambe le forze che la impregnano siano anch’esse opera divina. La Creazione, evidentemente, era “cosa molto buona” ma non certamente “perfetta”, trattenendo in sé anche “cose non buone” o “cose meno buone”.