
Originariamente Scritto da
Voy_ager
Davvero non avrei potuto immaginare che la conoscenza delle mie reazioni al cospetto di eventi dolorosi potesse assumere così tanta rilevanza, tanto da porla a presupposto imprescindibile all’eventuale prosieguo o avvio di un confronto sul tema del Male.
Mi domando anche cosa o quali fattori o elementi detta conoscenza potrebbe mutare, innescare o rendere più chiari e comprensibili in ordine al mio personale pensiero che via via tento di delineare su queste pagine del forum.
Mi domando la ragione di tanto insistere; quasi si volesse saggiare, preliminarmente rispetto al dialogo e all’incontro, la genuinità della mia coscienza o del mio sentimento. E’ possibile che l’incontro e il dialogo fra “fedi” stimate diverse possa svilupparsi solo a condizione di sottostare ad un esame d’ammissione, e sempre che l’esito dell’esame sia reputato positivo?
Rinuncio volentieri alle risposte!
Non per dovere, né per compiacere! Forse solo affinché l’esplicitazione dei miei sentimenti sia ragione sufficiente e stimolo per proseguire senza indugi questa chiacchierata.
Rilevo, con un certo disappunto, che si è adusi vedere e cogliere, solo il bello, l’amore cosmico che si coniuga con gli dei assisi sull’Olimpo nubiloso. Ma oltre al bello esiste anche il brutto, l’orrido. Così, mentre infuria un temporale e mentre i tuoni fanno udire la propria voce e i fulmini rischiarano come flash la terra, oppure mentre il sole impazza, è possibile immaginare quante pelli dissecherà quel sole che altri accarezza, quante terre dilaverà quel turbinio di pioggia che nutre e ingrassa altre terre, si scorge così la realtà di un’abbondanza eccedente che distrugge e la mano parca, troppo parca di Dio, che scorda di seminare con maggior oculatezza quelli che sicuramente sono doni… seminare con una punta d’equilibrio in più. Non è possibile scordare, per esempio, che se da un lato della terra c’è chi si annoia con troppi giocattoli che infiacchiscono la fantasia e recano uggia e disamore, o combatte la sua personalissima battaglia indecorosa e vergognosa contro l’obesità, in altre latitudini c’è chi con la pancia veramente vuota rincorre palle fatte di stracci su un terreno polveroso perché la pioggia donata dal buon Dio ha preferito bagnare terre già inondate, disdegnando di intridere quella polvere. E ciò è già una fortuna immensa, perché più spesso quei bambini con la pancia vuota stanno rincorrendo la palla nell’intermezzo fra una guerra e l’altra, magari hanno appoggiato per un attimo i loro kalashnikov su qualche roccia polverosa e si sono concessi un breve intervallo di ristoro…. (mi perdonerai i fronzoli, le ridondanze e quant’altro di questo intervento potrebbe infastidirti, ma non domandarmi di essere troppo razionale… scrivo di getto e solo quel che sento, e nella maniera in cui lo sento).
Ma non è solo questo, non si tratta di pietismo d’accatto; purtroppo la nozione di un vago e vacuo “Sapere Coscienziale”, o di un Amore tracimante che impose la creazione, che tanto attraggono e affascinano e che forse permetteno ai suoi propugnatori di proporsi in vesti di Maestri, seppur non sempre acclamati, certamente non è in condizione di riempire pance di chi se ne strafotte del sanscritto e del Vedanta che tanto appassionano, o della teologia crucis, o della rivelazione che ammannisce una promessa che mai si avvera e che tanto affascina. Quei bambini che davvero vivono un Inferno che neppure sentono più, tanto sono anestetizzati dal dolore congenito, quasi genetico, iscritto nel loro DNA, magari avvertono solo la necessità di mordere un boccone del nostro dolce e candido pane ricavato da farina di grano, ricco di morbida mollica… una volta sola, una volta nella loro incerta e breve vita, prima che una mina antiuomo li riduca in brandelli. Alla stessa maniera e nella stessa misura se ne strafottono dei quattro gradi di Conoscenza narrati così mirabilmente da Platone nel suo celeberrimo ‘Mito della caverna”; tutto sugo che cola indecorosamente dalla nostra incivile e copiosissima mensa che ingrassa mente e corpo.
Eppure quel Dio misericordioso è con noi… grasso, opulento, schifosamente e colpevolmente indifferente di fronte al Fato estremo e crudele che pretende i vagiti d’infelici dannati alla gogna perpetua dell’Handicap, per esempio. Questa condizione è forse da attribuire a colpe dell’uomo? Ma tutto è bello e tutto insegna: tutto è funzionale al meraviglioso ineffabile disegno divino. Il dolore altrui è davvero addirittura pedagogico, quanta crescita d’amore e consapevolezza millenaria ed universale ci deve essere nel dolore di chi pena ed espia colpe non riconducibili a se stesso. Siamo diventati sempre più grassi nella mente e adiposi nel cuore, tanto che i nostri movimenti sono ovattati e ben centellinati non per rispetto, non per verecondia, non per tatto e sacra discrezione, ma per impossibilità motoria. Siamo elefanti che pigolano e non barriscono, che muovendosi calpestano il riconoscimento del sacro diritto di equità, di equanimità dovuto da quel presunto Dio che c’è ma non esiste, perché è solo dentro la nostra arrogante pretesa di scordarci degli altri per sancire il nostro esclusivo diritto di affermare che chi non ce la fa è solo per via del proprio egoismo…
quanto è amato questo termine: EGO, è amato nel disprezzo, disprezzandolo lo si ama sempre più, tanto che se fosse solo un’invenzione per infiorare certa ‘teologia’ e di questa invenzione ne fossimo davvero resi edotti, rifiuteremmo terra e cielo pur di preservarlo. Ci si è costruita intorno una filosofia, fingendo d’ignorare che quando qualcuno pretende il giusto cibo per nutrire il proprio CORPO, non si tratta di Ego, di desiderio da scansare in omaggio all’idea di un nirvana dalla pancia piena, ma solo di una misera, materialissima necessità. Questo è uno degli inferni entro cui siamo immersi, questa è una delle cagioni del soffrire, del patire, altro che Rivelazione, o Redenzione, o Dio dell’ultimo giorno, o Testimone, o Osservatore, di Centro immobile del nostro occhio interiore che scorge l’Unità dell’Universo della cippa lippa.
Mi domando se sia possibile che in grazia di certe filosofie ci si sia davvero ottusi cuore, mente, orecchie ed occhi per non riuscire più a scorgere che il dolore, la sofferenza, il pianto, la morte ingiustificata sono cose concrete, reali, vere, che ci circondano? Altro che Maya. Forse aveva ragione qualcuno nell’affermare che la religione è l’oppio dei popoli perché ottunde il sentire, perché anestetizza… a scanso di ciò è più sano correre incontro a braccia aperte all’ateismo più bieco, più becero, purché non ci si offuschino i sensi dell’anima e del corpo… quel che c’è, e c’è tutto quel che c’è, è necessario volerlo vedere e sentire…
La richiesta al “Buon Dio”, che tutto può e nulla fa, che ci osserva dall’alto della Sua atarassica indifferenza, non è l’estinzione del dolore, non la sconfitta della Morte – necessità imprescindibile -, solo un attimo di tregua, un momento di respiro che siano ristoro per animi fiaccati. Poco rileva se il proclama della morte di Dio sia conseguente alla Shoah o al terremoto che nel 1755 sconvolse Lisbona, a poco valgono le puntualizzazioni cronologiche delle nefaste nefandezze di un Dio nascosto, quando la realtà e la quotidianità ci avvertono che la Creazione è malata fin dall’origine e che l’uomo è scagliato, non in ragione di una sua intima volontà, in un agone ove è assoggettato al dileggio del tempo e del divenire. Ove la sua voce è inascoltata e ricusata e le sue lacrime restano irriscatate… ma inascoltate perché? “Dio non è morto, si è suicidato”, direbbe Cioran.
Ciao