

Omaggio a Nicolae Ceausescu
A Sua Eccellenza il Signor Nicolae Ceausescu
Presidente della Repubblica Socialista di Romania
Presidente del Fronte della Democrazia e dell’Unità Socialiste
Caro Signor Presidente,
Noi rappresentanti dei Culti della Repubblica Socialista di Romania, riuniti a Bucarest oggi, 1° agosto 1989, per la Conferenza Interconfessionale d’Omaggio, consacrata al 45° anniversario della Rivoluzione della liberazione sociale e nazionale, antifascista e antimperialista del 23 agosto, con profondo rispetto, grande stima e considerazione, rivolgiamo i nostri pensieri a Lei, il figlio più amato della nazione rumena, eroe fra gli eroi del nostro paese, brillante fondatore della Romania socialista, personalità significativa del mondo contemporaneo, rendendole l’omaggio della nostra devozione e della nostra riconoscenza per la grandiosa opera storica, da Lei ispirata ed elaborata, di elevazione della nostra nazione ai più alti vertici della civiltà materiale e spirituale, per i suoi sforzi instancabili consacrati alla causa della pace e del disarmo, all’instaurazione di un nuovo clima nei rapporti internazionali, di armonia e di collaborazione fraterna fra i popoli del mondo.
Il fatto che a questo crocevia dei secoli e dei millenni si trovi alla testa della nostra nazione una personalità del suo livello costituisce una chance storica per il nostro popolo: dotato di una prospettiva geniale, animato da un amore senza limiti per il popolo e per il paese, Lei ha compreso in modo profondo, con lo spirito e con l’anima, gli interessi superiori della nazione, guidandoci con saggezza sulla via che ha valso vittorie senza precedenti in nessun’altra epoca della nostra esistenza bimillenaria su questi territori fra i Carpazi, il Danubio e il Mar Nero.
Ha il merito storico di aver reso al nostro popolo la dignità del suo essere nazionale unita alla fierezza di una civiltà che risale lontano nel passato, dignità conquistata a forza di lotte e difesa al prezzo del sangue, e che rappresenta l’autentica colonna vertebrale dei valori fondamentali dell’esistenza e della coscienza di sé di tutto il popolo rumeno. Per la prima volta nel corso della nostra storia tanto tormentata, l’atto storico dell’agosto del 1944 ha instaurato il sentimento della dignità sotto il sole della libertà, conferendoci il diritto di tenere la testa alta e dandoci la speranza nella realizzazione dei nostri ideali secolari di libertà, d’indipendenza e di giustizia sociale.
Con una viva soddisfazione e con una vibrante fierezza patriottica partecipiamo alla gioia di tutto il popolo di fronte alle grandiose realizzazioni conseguite dalla Romania nel periodo che è venuto dopo il 23 agosto 1944, soprattutto durante i 24 anni di realizzazioni epocali, senza precedenti nella storia della patria, indissolubilmente legati al suo nome e alla sua attività prodigiosa, che illustra brillantemente la chiaroveggenza scientifica con cui Lei guida i destini del paese verso un avvenire luminoso di progresso e di civiltà.
Oggi, nella prospettiva piena di saggezza del tempo, appare ancor più chiara l’enorme importanza dell’anno 1965, da quando Lei è alla testa del popolo rumeno, anno che ha aperto la via al pensiero e all’attività creatrice, che fa ritrovare al nostro popolo il sentimento di fierezza nazionale, di rispetto per il suo passato bimillenario, il sentimento della sua forza e della sua capacità di forgiare il suo avvenire secondo la sua volontà. Nella Romania attuale, sotto la sua saggia direzione, si realizza il sogno di Eminescu, il sogno de "l’avvenire d’oro", e il nostro paese avanza a testa alta fra le nazioni libere e degne del mondo.
Servendo con un’energia inesauribile e con dedizione patriottica gli interessi vitali del paese e del popolo rumeno, Lei, Signor Presidente, si è nello stesso tempo affermato nella coscienza dell’umanità come un brillante promotore della causa della pace, dell’armonia e della collaborazione internazionale, come un combattente risoluto per la libertà e per l’indipendenza dei popoli.
Da quasi un quarto di secolo, da quando tiene nelle sue mani i destini della nazione, tutta la politica estera della Romania, indissolubilmente legata al suo nome, è diventata un simbolo, sinonimo delle aspirazioni alla pace, al disarmo, all’indipendenza, alla sovranità, all’uguaglianza in diritti e all’armonia fra tutti i popoli.
In questi momenti di gioia patriottica vissuti da tutto il nostro popolo, esprimiamo i nostri sentimenti di piena soddisfazione per la decisione unanime relativa alla sua rielezione alla funzione suprema di Presidente del paese, atto di eccezionale importanza, che costituisce la garanzia stessa dello sviluppo incessante della patria sulla via del benessere e del progresso multilaterale, ed è nello stesso tempo un fattore importante di consolidamento e di coesione della nostra nazione.
In occasione del prossimo anniversario del grande atto storico del 23 agosto 1944, la gloriosa festa nazionale del popolo rumeno, noi, capi dei Culti, gerarchi, professori di teologia e membri del clero che prendono parte a questa Conferenza Interconfessionale d’Omaggio, Le assicuriamo, caro Signor Presidente, che, seguendo i vibranti appelli da Lei indirizzati a tutto il popolo, opereremo, unitamente ai nostri fedeli, animati da una dedizione patriottica senza riserve, in vista della realizzazione dei grandiosi programmi di sviluppo multilaterale del nostro paese, destinati ad assicurare il suo permanente progresso verso i più elevati livelli di civiltà.
Nello stesso tempo, La preghiamo di gradire i nostri profondi ringraziamenti per il clima di piena libertà religiosa assicurata dallo Stato rumeno, da Lei personalmente, a tutti i Culti, nella prospettiva di un’attività libera e senza ostacoli, che ha creato le condizioni per l’affermazione dell’ecumenismo caratteristiche dei buoni rapporti di rispetto reciproco e di collaborazione esistenti fra i Culti del nostro paese.
In perfetta unità di volontà e di sentimenti con tutti i figli della patria senza distinzione d’origine nazionale e di appartenenza confessionale dei fedeli che rappresentiamo, avendo come esempio mobilitante la sua eroica e prodigiosa attività, ci impegnamo a continuare a sostenere, con i nostri mezzi specifici e con abnegazione e patriottismo, gli interessi fondamentali del popolo rumeno e il grandioso sforzo costruttivo in vista dello sviluppo della nostra cara patria, la Repubblica Socialista di Romania, in vista del trionfo pieno della pace e della collaborazione internazionali.
I partecipanti
alla Conferenza Interconfessionale d’Omaggio
consacrata al 45° anniversario
della Rivoluzione di liberazione sociale e nazionale,
antifascista e antimperialista
Bucarest, 1° agosto 1989


Un nome, due emozioni![]()


Come e perchè cadde Ceausescu
Posted in: — @ 104 am
di Claudio Veltri
Tra il 1967 e il 1968, alcuni passi intrapresi dal governo romeno gettarono le basi per un cambiamento significativo nei rapporti di Bucarest con Washington. Infatti nel 1967 la Romania mostrò la propria autonomia nei riguardi di Mosca con un paio di iniziative che vennero positivamente apprezzate dagli Stati Uniti: all’inizio dell’anno Bucarest stabilì rapporti diplomatici con la Repubblica Federale Tedesca e, in seguito alla guerra dei sei giorni, rifiutò di rompere le relazioni diplomatiche con Israele, come invece avevano fatto le altre capitali del Patto di Varsavia. Sempre nel 1967, in marzo, Ceausescu organizzò una calorosa accoglienza per Nixon, che in quel momento vedeva declinare la propria popolarità negli Stati Uniti.
Nell’agosto del 1968, Ceausescu rifiutò di allinearsi con gli altri paesi del Patto di Varsavia nella questione cecoslovacca; anzi, condannò energicamente l’intervento sovietico, annunciò la mobilitazione immediata del popolo romeno per difendersi da un eventuale intervento di quel genere, si oppose alle manovre militari del Patto di Varsavia sul territorio romeno.
In seguito a ciò, le relazioni tra gli Stati Uniti d’America e la Romania registrarono un cambiamento significativo. Eletto nel 1969 alla presidenza statunitense, Richard Nixon si recò in visita ufficiale a Bucarest e accolse Ceausescu negli Stati Uniti nell’ottobre 1970 e nel dicembre 1973. In occasione di questa seconda visita, i due presidenti firmarono una dichiarazione comune, nella quale si parlava di relazioni basate su uguaglianza di diritti, di rispetto della sovranità e dell’indipendenza nazionale, di non ingerenza nelle faccende interne e di vantaggio reciproco, di rifiuto dell’uso della forza. Negli anni successivi, Ceausescu avrebbe citato spesso questi principi, allorché dovette respingere le richieste statunitensi relative ai “diritti umani”, appellandosi al fatto che esse rappresentavano un atto di ingerenza nelle faccende interne della Romania.
Il presidente Gerald Ford ricevette Ceausescu nel giugno 1975 e restituì la visita nell’agosto di quel medesimo anno. Nel periodo della presidenza di Ford, come già al tempo di Nixon, i ministri degli esteri romeni e i segretari di Stato statunitensi, ma anche altri membri dei due governi, effettuarono visite reciproche quasi ogni anno.
Le relazioni tra i due paesi, a parte le manifestazioni di amicizia, ebbero anche una certa sostanza. Per esempio, il governo romeno fu utile all’amministrazione Nixon nell’instaurazione di rapporti confidenziali tra Washington e Pechino, nel periodo che precedette la visita di Henry Kissinger in Cina del 1969.
I due paesi firmarono numerosi accordi economici e culturali. La Romania diventò membro di diverse istituzioni economiche e finanziarie internazionali, come l’Accordo Generale per le Tariffe e il Commercio (GATT), il Fondo Monetario Internazionale (FMI), la Banca Internazionale per la Ricostruzione e lo Sviluppo (BIRD) e fu bene accolta dappertutto in Occidente, essendo considerata un paese indipendente nel quadro del Patto di Varsavia.
Il commercio tra gli Stati Uniti e la Romania crebbe fino a superare, nel 1974, i 400 milioni di dollari; ma questa crescita era ostacolata dalla mancanza del trattamento speciale che viene accordato dagli Stati Uniti con la clausola della nazione più favorita. Tale clausola, che come è noto comporta un vantaggio nelle tariffe doganali, venne accordata alla Romania per la prima volta nel 1975, quando il Congresso statunitense adottò la “Legge del Commercio del 1974″ e permise al presidente degli Stati Uniti di estendere al campo comunista la concessione della clausola della nazione più favorita. La clausola diventò così il simbolo delle relazioni speciali tra gli Stati Uniti e la Romania, essendo la più importante concessione fatta a Bucarest dalle amministrazioni Nixon e Ford. Il Congresso di Washington approvò l’accordo commerciale con la Romania alla fine del luglio 1975 e le nuove tariffe entrarono in vigore il 3 gennaio 1976, in applicazione della clausola della nazione più favorita. Grazie alle basse tariffe doganali, le esportazioni della Romania negli Stati Uniti passarono, tra il 1975 e il 1977, da 133 milioni di dollari a 233,3 milioni di dollari. Nel 1985 ammontavano a 949,7 milioni di dollari.
Inoltre, la clausola della nazione più favorita rese possibile che la Romania beneficiasse dei crediti della Banca di Export-Import.
In una misura considerevole, il rinnovo annuale della clausola diventò il principale strumento dell’amministrazione statunitense per influenzare il comportamento della Romania. La Sezione 402 della “Legge del Commercio del 1974″, nota come emendamento Jackson-Vanik, vietava l’estensione della clausola a un paese che non avesse un’economia di mercato, come era appunto il caso della Romania, e negava ai propri cittadini la possibilità di emigrare; tuttavia, l’emendamento prevedeva che il presidente statunitense potesse ricevere assicurazioni che “le procedure di emigrazione porteranno in futuro, in modo considerevole, a realizzare lo scopo proposto circa la libertà di emigrazione”. Gli Stati Uniti usarono la Sezione 402 per convincere il governo romeno a consentire l’emigrazione di oltre 180.000 persone nel periodo compreso tra il 1975 e il 1988 - anno, quest’ultimo, in cui la clausola della nazione più favorita cessò di essere applicata alla Romania. In questi quattordici anni l’emigrazione dalla Romania si diresse essenzialmente verso tre paesi: Repubblica Federale Tedesca, Stati Uniti, Israele. L’emigrazione ebraica dalla Romania (soprattutto verso la Palestina e gli Stati Uniti) era già cominciata negli anni cinquanta; Ceausescu lasciò che proseguisse, “in cambio di molto denaro, s’intende, e dell’aiuto della comunità ebraica americana per ottenere la famosa clausola di nazione più favorita negli scambi commerciali con gli Stati Uniti”1.
In questo periodo gli Stati Uniti cominciarono a legare il mantenimento della concessione della clausola non solo alla questione dell’emigrazione, ma anche ad altri aspetti della dottrina dei “diritti umani”: la libertà religiosa, la liberazione dei dissidenti in stato d’arresto, le privazioni economiche.
Inoltre, la “Legge del Commercio del 1974″ consentì all’amministrazione statunitense di estendere il Regime Generalizzato di Preferenze Doganali (GSP) non solo ai paesi in via di sviluppo, ma anche a quei paesi comunisti che erano membri del Fondo Monetario Internazionale (FMI) e dell’Accordo Generale per le Tariffe e il Commercio (GATT), beneficiavano della clausola della nazione più favorita e non erano controllati dal “comunismo internazionale”. Il Regime Generalizzato di Preferenze Doganali (GSP) consentiva in maniera legale agli Stati Uniti di godere di tariffe bassissime per certe importazioni provenienti dai paesi in via di sviluppo.
La Romania si inquadrava nella definizione prevista per i paesi in via di sviluppo, perché il governo degli Stati Uniti aveva stabilito che l’indipendenza della Romania nei confronti di Mosca era sufficiente per non considerarla come un paese controllato dal comunismo internazionale. D’altra parte, la Romania era membro dell’Accordo Generale per le Tariffe e il Commercio (GATT) e del Fondo Monetario Internazionale (FMI). Una volta ricevuta la concessione della clausola della nazione più favorita, la Romania si candidò a beneficiare del Regime Generalizzato di Preferenze Doganali (GSP) e a tale regime essa venne ammessa per un periodo di dieci anni a partire dal 1 gennaio 1976.
Un ostacolo nelle relazioni tra i due paesi insorse nell’ottobre 1982 (all’epoca della presidenza Reagan), quando il governo di Bucarest decretò che i cittadini romeni che desideravano emigrare dovevano pagare allo Stato una somma in valuta equivalente al costo della loro scolarizzazione media e superiore. Il decreto contrastava apertamente con quanto previsto dall’emendamento Jackson-Vanik, che escludeva dalla concessione della clausola della nazione più favorita quei paesi i quali imponevano ai loro emigranti una tassa che non fosse puramente simbolica. Dopo mesi di negoziati confidenziali che non diedero alcun risultato, nel marzo 1983 Reagan annunciò che non avrebbe rinnovato alla Romania la concessione della clausola, che sarebbe scaduta il 30 giugno di quell’anno, se la tassa per la scolarizzazione si fosse trovata ancora in vigore a quella data. Dopo oltre due mesi di intense discussioni, il governo romeno dovette cedere alle pressioni statunitensi e rinunciò all’applicazione della tassa. Così il 3 giugno 1983 Reagan annunciò che la clausola veniva prorogata alla Romania per un altro anno e il Congresso statunitense non si oppose alla decisione del presidente.
La Romania conservò la clausola fino al 1988. Quando si trattava di prorogarla “il gran rabbino di Bucarest Moses Rosen dava l’impressione di essere un ministro degli esteri aggiunto (…) Rosen descrisse il proprio atteggiamento con il proverbio yiddish ‘Den Ganef vor die Tir stelln’: mettere il ladro a guardia della porta”2.
La crescita del debito estero della Romania aggiunse un nuovo motivo di irritazione nei rapporti di Bucarest con Washington. Nel corso del 1982 il debito estero romeno oltrepassava gli undici miliardi di dollari, sicché il Fondo Monetario Internazionale (FMI) intervenne ripetutamente presso Ceausescu, per spiegargli che per far fronte a tale debito e risollevare le sorti dell’economia romena era indispensabile accettare un credito a interessi crescenti. Si riproduceva così, nel caso della Romania, quello che John Kleeves ha descritto come il copione di prammatica nei rapporti tra FMI e dittatori quali Marcos, Mobutu, Batista, Duvalier, Somoza ecc.:
“… la figura del dittatore filoamericano pazzo è importante: con i suoi progetti megalomani di ’sviluppo economico’ egli giustifica l’accensione del megaprestito da parte del suo paese, in genere finanziariamente poverissimo. Ma la sua parte non è finita. Egli sa che il prestito non deve mai essere restituito: il FMI, nonostante le raccomandazioni sulla carta, non lo vuole; vuole solo - e su ciò è intransigente - il pagamento in dollari degli interessi annui. E’ chiaro il perché: solo finché c’è il debito ci sono le condizioni capestro sull’economia interna. Egli sa anche che il prestito non deve assolutamente servire per scopi utili, per far decollare l’economia del paese: sarebbe di nuovo la fine del gioco. Quindi il dittatore cosa fa? Ciò che veniamo a sapere dai giornali: usa una quota del prestito per le sue opere inutili (i cui appaltatori sono in genere ancora le multinazionali); un’altra per soddisfare l’entourage locale di militari e politici che lo sostengono al potere, e il resto viene versato sui suoi conti all’estero, in genere negli Stati Uniti”3.
A un certo punto, Ceausescu non volle più stare al gioco. E ciò determinò la sua fine.
1. Richard Wagner, Il caso romeno, Manifestolibri, Roma 1991, p. 98.
2. Ibidem.
3. John Kleeves, Finanziatori Militar Imperialisti, “Lo Stato”, 3o giugno 1998.
Chi volle la caduta di Ceausescu?
Il 22 novembre 1989 si apriva a Bucarest il XIV congresso del Partito Comunista Romeno. Il messaggio di felicitazioni inviato da Gorbaciov al “partito fratello” assomigliava, più che a una dichiarazione di solidarietà, a una sprezzante ingiunzione di cambiamento. Ma il 23 novembre, nel discorso di chiusura che precedette la sua trionfale rielezione alla segreteria del Partito Comunista Romeno, Nicolae Ceausescu rispose per le rime, ricordando che il patto tedesco-sovietico, denunciato qualche settimana prima a Mosca per quanto riguardava la Polonia e i paesi baltici, sanciva anche un’ingiustizia commessa ai danni della Romania interbellica, alla quale erano state strappate e inglobate nell’URSS la Bucovina del Nord e la Bessarabia (che l’URSS trasformò “Repubblica Socialista Sovietica di Moldavia”).
Ma, oltre a questo, il Conducator metteva l’accento sull’indipendenza nazionale romena, ottenuta a prezzo di pesanti sacrifici che avevano portato finalmente al saldo del debito contratto con la Banca Mondiale.
E’ qui che deve essere cercata la causa della caduta di Ceausescu?
Nel corso di un’intervista giornalistica, venne rivolta a Marian Munteanu (capo del Movimento per la Romania e animatore delle lotte studentesche di Piazza dell’Università) la seguente domanda: “In che misura si deve credere alla versione che ha presentato la caduta di Ceausescu come l’effetto di un moto insurrezionale partito dal popolo? E in che misura si può invece legittimamente parlare di un colpo di Stato? In altre parole: non sarà che la fine di Ceausescu debba essere ricondotta, principalmente, alla sua volontà di liberare la Romania da ogni dipendenza nei confronti della Banca Mondiale?” Risposta di Marian Munteanu: “E’ per me una gradita sorpresa constatare che Lei ha avuto un’intuizione rara”1.
La rara intuizione dell’intervistatore di Munteanu si fondava semplicemente sull’osservazione dei fatti. I personaggi che si erano insediati al potere dopo l’eliminazione di Ceausescu rappresentavano, in maniera evidente, la convergenza di due linee. La prima era quella degli interessi statunitensi (Petre Roman, Silviu Brucan, Dumitru Mazilu, l’ex diplomatico Bogdan ecc.), la seconda era quella più propriamente “gorbacioviana” (Ion Iliescu, Nicolae Militaru ecc.). Gorbaciov voleva la fine di Ceausescu perché questi era contrario ad accettare il programma di liquidazione dei regimi socialisti, sicché le esigenze del Cremlino in relazione alla Romania coincidevano con quelle degli ambienti usurocratici e mondialisti, danneggiati dalla politica autarchica di Bucarest. Veniva quindi spontaneo pensare che l’eliminazione di Ceausescu fosse stata decisa da Bush e Gorbaciov nell’incontro di Malta, sui contenuti del quale è stato d’altronde osservato il massimo segreto. Fatto sta che la campagna per la demonizzazione di Ceausescu, effettuata dalla stampa e dalle televisioni di tutto l’Occidente, ebbe inizio circa un anno prima della “rivoluzione” romena. Anche dall’osservatorio italiano era possibile, considerando i fatti con una certa attenzione, comprendere quali fossero le forze che ispiravano l’attacco contro “il Dracula di Bucarest”. Non è un caso, ad esempio, che in Italia l’avvio alla campagna di stampa sia stato dato dal noto sionista Wlodek Goldkorn sulle pagine dell’ “Espresso”.
Marian Munteanu non poté negare che “effettivamente esisteva da tempo una congiura, ispirata da centrali politiche estere per rovesciare il regime”, anche se, ovviamente, ci tenne ad aggiungere che “è esistita un’azione parallela, spontanea e indipendente, svolta da giovani che non disponevano di nessun supporto organizzativo”. Insomma: “l’insurrezione scoppiò in maniera, per così dire, naturale: solo in un secondo tempo venne utilizzata e strumentalizzata da gruppi già preparati che agivano secondo intendimenti propri. E questi gruppi avevano legami col capitalismo internazionale e con gli Stati Uniti: è un fatto che non è possibile negare”2.
Tali legami, infatti, emergono evidenti dalle biografie di alcuni protagonisti della “rivoluzione” del dicembre 1989. Vediamone un paio.
Silviu Brucan, (alias Samuil Bruekker o Bruckenthal), era l’ideologo del Fronte di Salvezza Nazionale. Nato nel 1916 da famiglia ebraica, si iscrisse al partito comunista nel corso degli anni trenta. Nel settembre 1944, quando apparve il primo numero ufficiale di “Scanteia”, organo del Comitato Centrale del Partito Comunista Romeno, Silviu Brucan fu segretario generale di redazione. Dopo la guerra, prese parte all’allestimento dei processi per la liquidazione degli uomini politici rivali del PCR. Secondo fonti dell’emigrazione romena, ebbe il compito di architettare artificiosamente una campagna antisemita pretestuosa3. Dal 1956 al 1958 fu ministro plenipotenziario della legazione della Repubblica Popolare di Romania negli Stati Uniti d’America (fino al 1964 la Romania non ebbe un ambasciatore a Washington). Quindi, fino al 1962, fu a New York, dove rappresentò la Romania presso le Nazioni Unite. In seguito a uno scontro con il ministro degli esteri Corneliu Manescu, dovette andarsene dal ministero e accettare l’incarico di vicepresidente del Comitato di Stato per la Radio e la Televisione, incarico che tenne dal 1962 al 1967. Con l’arrivo al potere di Ceausescu, l’uomo che aveva sostenuto Ana Rabinsohn Pauker e Gheorghe Gheorghiu-Dej venne allontanato dalle funzioni politiche; benché privo di diploma universitario, ricevette un posto di docente di Scienze Sociali e di Sociologia all’Università di Bucarest. Pubblicò diversi libri di taglio politologico, che a partire dal 1971 sono stati sistematicamente editi negli Stati Uniti: The Dissolution of Power (Alfred Knopf, New York 1971), The Dialectic of World Politics (Macmillan, New York and London 1978), The Post-Brezhnev Era (Praeger, New York 1983), World Socialism at the Crossroads (Praeger, New York 1987), Pluralism and Social Conflict (Praeger, New York 1990, prefazione di Immanuel Wallerstein), The Wasted Generation. Memoirs (West View Press, Boulder 1993). All’inizio del 1988 fu messo agli arresti domiciliari per una dichiarazione che aveva rilasciata a Radio Europa Libera. Nel 1989 però era di nuovo in circolazione: era spesso ospite dell’ambasciatore statunitense Roger Kirk e di Michael Parmly, consigliere politico dell’ambasciata degli USA. Al momento degli eventi che portarono alla caduta di Ceausescu, Brucan rientrava dagli Stati Uniti, dopo aver fatto scalo a Mosca e incontrato Anatoli Dobrynin, vecchia spia del KGB.
Petre Roman, anch’egli di famiglia ebraica, si era tenuto nell’ombra fino ai giorni della “rivoluzione”. Suo padre Walter Roman (vero nome: Neuländer), “era stato uno dei veterani delle Brigate Internazionali in Spagna, per poi rifugiarsi, nel periodo della guerra, in Unione Sovietica. Ritornato in Romania, diventerà l’uomo di fiducia di Gheorghe Gheorghiu-Dej, predecessore di Ceausescu. E’ uno dei fondatori della Securitate, dove aveva il grado di generale, al quale aggiungeva quello di colonnello del KGB. (…) Dopo il fallimento della rivolta ungherese del 1956, per ordine di Gheorghiu Dej incontrò Imre Nagy e lo persuase a rifugiarsi in Romania… da dove sarà consegnato all’Unione Sovietica. Walter Roman muore nel 1983, lasciando a suo figlio Petre un’eredità sociale e politica. Quest’ultimo conosce tutti i vertici della nomenclatura, tra i quali anche i figli di Ceausescu. Ma è soprattutto un intimo di Brucan e di Iliescu”4.
Il verbale5 della riunione tenuta la sera del 17 dicembre 1989 dall’ufficio esecutivo del Comitato Centrale del Partito Comunista Romeno, alla vigilia della partenza del Conduc[tor Nicolae Ceausescu per Teheran, è fondamentale per interpretare la “rivoluzione” romena del 1989 come un vero e proprio colpo di Stato. Da questo verbale risulta che Ceausescu rimproverò il ministro dell’interno Postelnicu, il ministro della difesa generale Milea, nonché il comandante in capo della Securitate generale Vlad, perché non avevano riportato l’ordine a Timisoara, dove si trovavano solo poche unità, equipaggiate semplicemente con manganelli o con armi da fuoco sprovviste di munizioni.
Il prof. Claude Karnoouh, specialista di problemi ungheresi e romeni, ha dedotto che “i ‘massacri’ del 17 dicembre non furono niente altro che una montatura architettata dai mezzi di comunicazione: le agenzie di stampa e le stazioni radiofoniche jugoslave, ungheresi e sovietiche se ne fecero immediatamente strumenti, moltiplicando i dispacci sulla violenza degli scontri tra l’esercito e le truppe della Securitate. Ora, se veramente vi fossero stati a Timisoara i 4.800 morti di cui si parlò, si sarebbero dovuti pure contare, come minimo, dai 25.000 ai 30.000 feriti! In condizioni del genere, non si sarebbe più trattato di una rivolta popolare, ma di una vera e propria guerra tra fazioni contrapposte che usavano armi pesanti e forze aeree - cosa che evidentemente non è stata. Inoltre, mentre il 22 e il 23 dicembre i dispacci dell’agenzia sovietica Tass segnalavano combattimenti con armi pesanti a Brasov, il bilancio tracciato poco dopo da un giornalista di ‘Le Monde’ si limitava a contare 61 morti e 120 feriti. A Cluj si sono avuti 20 morti; nessun morto a Iasi, capoluogo della Moldavia romena, né a Targu Mures, capoluogo della regione ungherese, né a Ploiesti e a Pitesti, le due grandi città industriali vicine a Bucarest. Nella stessa Bucarest, nessuno ha mai potuto vedere, né in televisione né altrove, i famosi pretoriani del regime. Tutt’al più si indovinava la presenza di qualche franco tiratore isolato, mai identificato, al quale soldati, miliziani e civili rispondevano con un autentico diluvio di fuoco”6.
Quanto ai “mercenari” (libici, palestinesi, siriani, iraniani e addirittura nordcoreani) di cui si favoleggiò inizialmente, in capo a qualche giorno non se ne parlò più. Erano stati inventati per confermare il concetto che il tiranno era estraneo al popolo romeno (gli vennero attribuite origini turche o zingare) e quindi poteva essere difeso soltanto da pretoriani stranieri. Inoltre, la leggenda dei “mercenari arabi” serviva perfettamente a collegare tra loro due equazioni: “securista=terrorista” e “terrorista=arabo”. D’altronde la demonizzazione di Ceausescu, che nel corso di più d’un anno di propaganda mondiale era stato paragonato a Bokassa, a Idi Amin Dada e al vampiro Dracula, aveva predisposto gli animi, in Romania e altrove, ad accettare anche le menzogne più grossolane.
Ma vi sono anche altri elementi, secondo il prof. Karnoouh, che rafforzano l’ipotesi del colpo di Stato. “Bisogna insistere a questo riguardo sulla cronologia della giornata del 22 dicembre, che suggella la caduta di Ceausescu. Alle dieci e mezzo del mattino il capo dello Stato fugge. Un quarto d’ora più tardi Petre Roman, accompagnato da un gruppo di studenti, penetra nell’edificio del Comitato Centrale, considerato una delle fortezze della Securitate a Bucarest. Si può constatare, oggi, che l’immobile non reca alcuna traccia di proiettili. Chi era dunque a sparare? E su chi sparava? Nello stesso momento, con un sincronismo perfetto, Ion Iliescu, capo del consiglio del Fronte di Sicurezza Nazionale, arriva alla sede della radiotelevisione; qui il poeta Mihai Dinescu annuncia ai microfoni la caduta del tiranno. Strano sincronismo, per una guerra civile! In realtà, se davvero ci fosse stata una guerra civile, avremmo assistito a scene simili a quelle dell’invasione di Panama City da parte degli Americani, o ai bombardamenti di Beirut, cosa che invece non è avvenuta. Inoltre, se davvero una frazione dell’esercito e schiere di civili insorti si fossero trovati a combattere contro la Securitate, Ceausescu e sua moglie non sarebbero fuggiti immediatamente su un elicottero dell’aviazione militare (e non su un aereo della Securitate) per atterrare poi a 40 chilometri da Bucarest e farsi immediatamente arrestare. Infine, qualora una tale ipotesi fosse reale, non si spiegherebbe come mai gli uomini del consiglio del Fronte di Salvezza Nazionale, che erano costretti alla residenza coatta o comunque sottoposti a una sorveglianza speciale, non siano stati giustiziati, o per vendetta o per privare il potere futuro delle sue élites potenziali, politiche o intellettuali. Al contrario, fin dal momento in cui fu dato l’annuncio della caduta di Ceausescu, i poliziotti incaricati di vigilare su di loro sparirono come per incanto”7.
L’interpretazione del prof. Karnoouh ha trovato una sostanziale conferma, con l’aggiunta di dati ulteriori, nelle dichiarazioni rilasciate nel corso di un’intervista giornalistica da Gelu Voican Voiculescu, l’uomo del Fronte di Salvezza Nazionale che organizzò il processo sommario contro Nicolae ed Elena Ceausescu e che successivamente diventò vice primo ministro.
“La Securitate - ha detto Voican Voiculescu - era una forza molto compatta e capace di reprimere ogni insurrezione. Il suo ruolo fu provvidenziale, perché essa non sparò, ma si tirò da una parte e lasciò Ceausescu privo di protezione. Anzi, il 18 dicembre il generale Vlad, capo del Dipartimento di Sicurezza dello Stato, con un atto di sua propria iniziativa aveva liberato tutti i detenuti politici che si trovavano agli arresti presso la Securitate - e si trattava di un certo numero di persone. Dunque esistono prove evidenti che la Securitate aveva ricevuto l’ordine di non immischiarsi nei moti di piazza. Di più: il piano che mirava a contrapporre la Securitate all’Esercito venne sventato per iniziativa degli stessi generali che dirigevano la Securitate, i quali intorno al 22 dicembre disposero che la Securitate si subordinasse all’Esercito. Non fu un atto impensabile, perché era previsto che in una situazione di guerra la Securitate si integrasse nell’Esercito. Ma negli eventi in questione, tale decisione fu presa il 22 dicembre; e a Timisoara non fu la Securitate a sparare contro i dimostranti, ma, purtroppo, l’Esercito. Questo è anche il motivo per cui, in una crisi di coscienza e di colpa, il capo dell’Esercito generale Milea si suicidò - se non fu assassinato. E’ un enigma irrisolto della nostra rivoluzione”8.
Insomma, la “rivoluzione” romena non sarebbe riuscita senza l’apporto decisivo della Securitate.
*
La tesi del colpo di Stato guidato da potenze straniere venne enunciata dallo stesso Ceausescu nel corso del processo sommario cui venne sottoposto da parte degli uomini del Fronte di Salvezza Nazionale. “La mia sorte è stata decisa a Malta”, ebbe a dire Ceausescu in quella circostanza, alludendo all’incontro tra Bush e Gorbaciov; e aggiunse che quelli che a Timisoara avevano sparato sulla folla erano agenti segreti stranieri.
Gelu Voican Voiculescu ha dichiarato nel corso della medesima intervista:
“Noi non possiamo sapere che cosa sia stato deciso a Malta. Però è un dato di fatto che la rivoluzione romena fu innescata dai servizi di diverse potenze straniere. Nella misura in cui il terreno operativo era di pertinenza dell’URSS, la presenza effettiva e la manodopera furono fornite dal KGB. Nello stesso tempo, la CIA aveva installato una sua centrale operativa a Budapest. Tra i due organismi spionistici vi fu una stretta collaborazione. L’operazione prese il nome di ‘Valacchia 89′ e richiese l’impiego di mezzi cospicui. La Cia partecipò più che altro con piani e fondi, il KGB con la logistica. Le posso dire, sulla base di informazioni provenienti da fonti autorevoli, che dopo il 6 dicembre il numero dei turisti sovietici crebbe bruscamente di dieci volte e a partire dal 16 dicembre vi furono in Romania 67.000 turisti sovietici. Sono cifre esatte, che provengono dai punti di frontiera. In genere, entravano in Romania automobili Lada, ciascuna con quattro uomini a bordo, di età giovane o media. Sono significative, poi, le registrazioni effettuate nelle camere d’albergo, anche se non tutti questi strani turisti alloggiavano in albergo. La maggior parte entrò dalla Jugoslavia e dall’Ungheria. A Timisoara forse operarono agenti jugoslavi di nazionalità croata, sicuramente vi furono agenti ungheresi. La TV ungherese praticamente diresse le operazioni.
“Adesso, disponendo delle informazioni cui ho avuto accesso, posso formulare un’ipotesi: il 16-17 dicembre a Timisoara e il 21-22 a Bucarest, questi servizi che preparavano il rovesciamento di Ceausescu vollero fare una prova generale per valutare la situazione. Siccome ritenevano che il popolo romeno fosse inerte e che gli organi repressivi fossero fedeli a Ceausescu, gli ispiratori dell’operazione volevano sapere quale sarebbe stata l’adesione della popolazione, come sarebbero entrati in azione la Milizia, l’Esercito, la Securitate, il Partito, i mezzi di comunicazione. Pensarono quindi di fare una prova a Timisoara e nella capitale. Orbene, questo tentativo diede il via a un processo che sfuggì loro di mano e li colse di sorpresa. Essi avrebbero voluto fare scoppiare la rivolta il 30 dicembre o anche in gennaio, e invece furono colti all’improvviso da un incendio generale che oltrepassava le loro aspettative. Fu questo a paralizzarli, oltre al nostro comportamento atipico. Noi infatti, nel nostro dilettantismo e confusionismo, demmo a questi superprofessionisti l’impressione di agire secondo un piano prestabilito che a loro sfuggiva. In realtà, procedevamo alla cieca. Allora si bloccò qualcosa nel meccanismo degli agenti stranieri. Essi fecero qualche provocazione, ma poi tutto acquisì una sua dimensione e prese una sua via. Così Ceausescu cadde in maniera assai rapida, praticamente in un giorno solo”.
Secondo l’ex vice primo ministro, “i servizi segreti stranieri avevano lo scopo di smembrare la Romania come entità statale: il caos avrebbe dovuto creare le premesse per l’ingresso di truppe straniere che smembrassero il paese. Una proposta del genere, d’altronde, era stata fatta da James Baker al Patto di Varsavia. L’URSS si sarebbe presa il Delta del Danubio e la Moldavia fino ai Carpazi, la Bulgaria avrebbe preso il Sud della Dobrugia, la Jugoslavia il Banato, l’Ungheria la Transilvania. E’ normale che non sia stato previsto un successore a Ceausescu, proprio perché si voleva produrre il massimo disordine. Nel caos, inoltre, era prevedibile lo scoppio di una guerra civile tra la Securitate e l’Esercito: si sapeva che sotto Ceausescu tra queste due istituzioni c’era una certa rivalità.
“Inoltre gli eventi romeni di dicembre, monopolizzando gli schermi televisivi di tutto il mondo, costituirono la cortina fumogena dietro cui gli USA poterono tranquillamente commettere quell’abuso che fu il rapimento di Noriega, il quale era comunque un capo di Stato, fosse o non fosse un narcotrafficante; gli americani violarono la sovranità di Panama con un vero e proprio atto di pirateria, approfittando dell’intensa mediatizzazione dei fatti romeni”9.
Da parte sua, l’ultimo ministro degli Esteri del governo comunista, Ion Totu, nel periodo si trovava detenuto nel carcere di Jilava dichiarò testualmente: Gli eventi del dicembre 1989 facevano parte di un vasto programma di azione degli Stati Uniti e dell’Occidente (in primo luogo l’Inghilterra) per destabilizzare l’URSS e gli altri paesi socialisti e per attrarli nella sfera d’influenza del capitalismo; lo scopo principale era che gli Stati Uniti dovevano restare l’unica superpotenza mondiale, che decidesse a proprio piacimento. In questo programma, le prospettive della Romania avevano come obiettivi principali: a) la trasformazione del nostro paese in un avamposto militare, in una base militare nell’Est europeo, ai confini con l’URSS; b) la trasformazione del nostro paese in una semicolonia economica sottoposta agli stimoli e alle richieste del capitale finanziario internazionale”10.
1. Una conversazione con Marian Munteanu, intervista a cura di Claudio Mutti, “Orion”, dicembre 1992.
2. Ibidem.
3. Traian Golea, How the Condamnation of a Nation is staged, Romanian Historical Studies, Hallandale 1996, p. 12.
4. Radu Portocala, Rom`nia. Autopsia unei lovituri de stat. In tara în care a triumfat minciuna, Agora Timisoreana, Bucuresti 1991, p. 97.
5. Pubblicato il 10 gennaio 1990 dal quotidiano “Romania libera” (Bucarest) e parzialmente ripreso il 17 gennaio 1990 da “Le Nouvel Observateur” (Parigi).
6. A l’Est, du nouveau. L’exemple roumain, Entretien avec Claude Karnoouh, “Krisis”, n. 5, aprile 1990.
7. Ibidem.
8. Claudio Mutti, Quale fine per Ceausescu?, “Storia del XX secolo”, n. 9, gennaio 1996.
9. Ibidem.
10. Intervista di Angela Bacescu, “Europa”, 22 aprile 1991


Falsi giornalistici
Posted in: — @ 117 pm
di Simona Tratzi
“Il massacro di Timisoara” raccontato dai media di tutto il mondo è
stato uno dei casi di disinformazione più eclatanti degli ultimi
vent’anni. A pochi giorni dal Natale del 1989 gli spettatori del mondo
intero si commossero di fronte al “vero” volto dell’oppressione
comunista del regime di Ceausescu vedendo i corpi dei ribelli
torturati e poi uccisi dalla polizia del dittatore.
Ancora oggi, nonostante la certezza che si trattò di una messa in
scena, è difficile dimenticare l’impatto emotivo di quelle immagini
toccanti che diventarono parte della nostra memoria storica.
La rivolta.
Sono passati quasi vent’anni dalla svolta anticomunista dei Paesi che
aderirono al Patto di Varsavia. Nel 1989 l’Europa dell’Est attraversò
diverse rivoluzioni che portarono alla caduta dei regimi. In Ungheria,
Bulgaria, Repubblica Democratica Tedesca e Cecoslovacchia si
raggiunsero nuove forme di governo senza spargimenti di sangue. Il
caso della Romania fu invece emblematico a causa del “conducator”
Nicolae Ceausescu, fortemente odiato dalla popolazione. La rivoluzione
che lo cacciò dal potere fu tutt’altro che pacifica. La prima città a
ribellarsi fu Timisoara, capoluogo del distretto di Timis, al confine
con l’Ungheria. Dal 17 al 22 dicembre 1989 si scatenò la reazione
dell’esercito contro la popolazione in rivolta. La Securitate, la
polizia segreta del regime, si impose con la forza contro la
popolazione, attaccando i manifestanti con carri armati e lacrimogeni.
Ceausescu ordinò di chiudere tutte le frontiere, soprattutto ai
giornalisti che vennero tenuti lontani dalla città durante gli
scontri. In particolare il 17 dicembre una folla immensa manifestò
contro il regime, occupando il quartiere generale del partito
Comunista e bruciando le immagini del dittatore.
Il ruolo delle agenzie di stampa.
In seguito a questi scontri l’agenzia di stampa ungherese Mti raccolse
la voce di un anonimo cittadino cecoslovacco che raccontava “di colpi
di arma da fuoco sparati a Timisoara”. Un paio di giorni più tardi le
fonti delle notizie per i giornalisti di tutto il mondo diventarono i
cittadini che riuscirono a varcare la frontiera. L’agenzia Adn dell’ex
Germania comunista fornì per prima la notizia della “tragedia”. “Ci
sono 4.660 morti, 1860 feriti, 13.000 arresti, 7.000 condanne a
morte”. Il giorno dopo la Tv di Stato ungherese diffuse la notizia del
ritrovamento della prima fossa comune. Da tutte le televisioni del
mondo occidentale cominciarono a provenire immagini di corpi mutilati,
appena disseppelliti. Le notizie sulla strage causata dalla
rivoluzione contro il regime di Ceausescu rimbalzarono di agenzia in
agenzia, raggiungendo le case di milioni di persone. I racconti furono
dettagliati e precisi: 4.362 morti e 13.214 i condannati a morte.
Entrato nel circuito informativo nel periodo natalizio, il massacro di
Timisoara fu mostrato in continuazione dalle televisioni e raccontato
attraverso reportage dai toni appassionati da tutti i maggiori
giornali (Corriere della Sera, Figaro, New York Times, Le Monde,
Washington Post), commuovendo l’opinione pubblica occidentale.
I corpi, appena esumati, erano in parte ricoperti di terra: quasi
tutti con una lunga ferita, dall’alto in basso sul torace,
grossolanamente ricucita. In particolare l’immagine che commosse gli
spettatori fu quella del corpo di una donna che giaceva supino e,
sopra di lei, il minuscolo cadavere di una bimba, apparentemente
appena nata, che la stampa si affrettò a identificare come madre e figlia.
La verità.
Solo a partire dal 24 gennaio 1990 cominciarono a circolare le prime
smentite rispetto alla rivolta di Timisoara. Una rete televisiva
tedesca trasmise alcune testimonianze oculari dalla cittadina, secondo
cui le immagini di orrore e la scoperta delle fosse comuni erano una
messa in scena. Anche l’agenzia di stampa France Presse scrisse che le
immagini dei cadaveri mutilati mostrati dalle televisioni non erano
altro che una messa in scena. Raccolse la testimonianza di tre medici
di Timisoara che affermarono che i corpi di persone decedute di morte
naturale furono prelevati dall’istituto medico legale della città ed
esposte alle telecamere della televisione come vittime della
Securitate. Quando si ebbe la certezza che la “strage di Timisoara”
non aveva niente a che fare con la realtà e che si trattava di un
falso giornalistico costruito attraverso la televisione, furono
pochissimi gli organi di stampa a riferirlo ai lettori. Da indagini
più approfondite emerse che quei corpi provenivano da un cimitero dei
poveri: le ferite sul torace non erano i segni della tortura, ma
dell’autopsia. Si rivelò, inoltre, che le salme riesumate erano in
tutto 13: corpi di sventurati barboni sepolti nei mesi precedenti.
Risultò che madre e figlia assassinati erano rispettivamente Zamfira
Baintan, un’anziana alcolizzata morta a casa sua di cirrosi epatica
l’8 novembre del 1989, e la bimba Christina Steleac, morta per una
congestione, a casa sua, a due mesi e mezzo di età, il 9 dicembre 1989.
Nel caso di Timisoara i mass media non si preoccuparono mai di
accertare i fatti e le fonti, che rimasero sempre anonime, anche
quando i giornalisti riuscirono ad oltrepassare la frontiera e ad
arrivare in Romania. I creatori di questa eccezionale manipolazione
giornalistica non sono mai stati identificati con certezza, ma rimane
l’illusione della storia in diretta, creata dalle immagini delle fosse
comuni. L’evento mediatico riuscì a soppiantare la realtà e rimane
ancora oggi vivo nella memoria storica della “civiltà occidentale”. In
verità nei disordini di piazza del dicembre 1989 a Timisoara ci furono
72 morti e 253 feriti distribuiti tra i manifestanti e gli agenti
della Securitate.
peacereporter.net


L’oro del Danubio
Posted in: — @ 108 pm
di Claudio Veltri
Nel settembre 1990 diventa governatore della Banca Nazionale di Romania il quarantacinquenne Mugur Isarescu, molto vicino ad alcuni uomini del Fronte di Salvezza Nazionale, il partito che ha guidato la “rivoluzione” ed ha vinto le elezioni. Mugur Isarescu fa parte di una squadra di giovani tecnocrati che negli ultimi anni del regime di Ceausescu hanno lavorato all’Istituto di Economia Mondiale di Bucarest, l’unico organismo ufficiale che negli anni ottanta manteneva ancora un legame con il mondo economico-finanziario internazionale.
Nel 1991 Mugur Isarescu riesce a ottenere una legge bancaria che garantisce l’autonomia della Banca centrale e le mette a disposizione gli strumenti della politica monetaria e valutaria.
Anche se il gruppo di tecnocrati dell’Istituto di Economia Mondiale è entrato in politica al fianco del Fronte di Salvezza Nazionale (FSN), Mugur Isarescu ha continuato per qualche tempo a lavorare al Ministero degli Esteri come specialista in economia mondiale, poi è diventato rappresentante della Romania presso il Fondo Monetario Internazionale e presso la Banca Mondiale. D’altronde gli accordi con il Fondo Monetario Internazionale e con la Banca Mondiale recano la firma di Mugur Isarescu.
Nel corso di un’intervista realizzata nel 1992, il giornalista romeno Tiberiu Sandu gli ha fatto notare che in Romania “è forte quella corrente di opinione che denuncia ‘la subordinazione dell’economia nazionale agli interessi stranieri’”. Ed ha aggiunto: “Si sostiene che i programmi del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale non portano altro che ‘povertà e disastri economici’ nei paesi dove si applicano. Essendo uno dei firmatari degli accordi con il Fondo Monetario Internazionale e con la Banca Mondiale, lei è accusato da alcuni giornali e dai gruppi filocomunisti in Parlamento di applicare alla Romania misure dettate dall’estero, e di accettare crediti a ‘condizioni schiavistiche’ “.
Per Mugur Isarescu, “l’atteggiamento di qualche parlamentare che si oppone ai programmi di aggiustamento del FMI e della BM non è altro che il risultato di decine di anni di indottrinamento, di propaganda asfissiante. D’altra parte, qualunque programma di risanamento è doloroso. Chi promuove una cosa che implichi dolori sociali si assume dei rischi e non sarà baciato sulla guancia, bensì bastonato sulla schiena”. Il modello proposto da Isarescu è quello sudamericano: “Nel periodo postbellico, moltissime nazioni sono passate attraverso i programmi FMI. Nell’America latina ci sono paesi che hanno avuto vari successi con questi programmi, come il Cile, e paesi meno fortunati; ma questi ultimi non avevano rispettato i programmi, o praticavano un qualche tipo di socialismo mascherato: in genere, un’economia di protezione sociale senza adeguata base economica”.
In particolare, Mugur Isarescu si fa portavoce del FMI suggerendo una ricetta per ottenere finanziamenti esteri: “Abbiamo consumato con leggerezza postrivoluzionaria la riserva valutaria, 2 miliardi di dollari, che avrebbe potuto costituire un ottimo punto di partenza. Ci rimane la riserva in oro, circa 72 tonnellate”. Ed enuncia questa teoria: “La riserva in oro di un paese non deve giacere in una cantina e mi è stata fatta spesso la domanda: quando la userete e come? La mia opinione è che 20 tonnellate d’oro, depositate alla Banca dei Regolamenti internazionali, potrebbero costituire per noi una garanzia solida; e poi, si conserverebbero meglio là (sic, n.d.r.). Noi romeni, ogni volta che abbiamo conservato il nostro oro all’interno del paese, lo abbiamo perso”1.
Trasferite alla Banca dei Regolamenti internazionali, le 20 tonnellate di oro romeno sono oggi praticamente sotto sequestro, da quando una commissione d’inchiesta dello Stato d’Israele ha stabilito che lo Stato romeno deve rifondere agli ebrei i danni che questi ultimi avrebbero subìto in Romania dal 1937 al 1945.
L’inizio della rivendicazione israeliana risale ufficialmente al 1995. In quell’anno il presidente della Knesset levò una protesta formale contro la decisione, attribuita al presidente romeno Ion Iliescu, di bloccare una legge di privatizzazione, tale legge avrebbe trasferito il sessanta per cento delle proprietà immobiliari delle grandi città romene nelle mani dei discendenti di quegli ebrei che un tempo risiedevano nel paese danubiano.
In questo contesto, caratterizzato da una serie di pressioni internazionali sul governo romeno e da una campagna di stampa che venne denunciata dallo stesso Iliescu nel corso di un’intervista rilasciata a un giornalista italiano2, deve essere inquadrata una iniziativa di alcuni esponenti del Congresso statunitense. Nell’estate del 1995 alcuni membri repubblicani del Congresso indirizzarono al capo dello Stato romeno, nell’imminenza di una sua visita ufficiale a Washington, una “lettera aperta” che venne ampiamente pubblicizzata dalle emissioni di “Europa Libera”, una stazione radiofonica ascoltata in tutta l’Europa dell’Est. La “lettera aperta” affrontava innanzitutto il tema della riabilitazione del Maresciallo Ion Antonescu, alla quale aveva dato prudentemente il via già Nicolae Ceausescu a metà degli anni settanta, con la pubblicazione del romanzo storico Delirul di Marin Preda. Allarmati dal fatti che nella Romania degli anni novanta venivano intitolate strade e piazze e innalzati monumenti a uno dei più leali alleati del Terzo Reich, i parlamentari statunitensi intimavano a Iliescu di dichiarare ufficialmente “criminale di guerra” il Maresciallo Ion Antonescu. Inoltre gli autori della lettera sollecitavano l’esemplare punizione dei profanatori del cimitero ebraico di Bucarest: i bambini di una scuola elementare che si erano arrampicati sugli alberi del cimitero e avevano giocato a rimpiattino tra le sante tombe. La “lettera aperta” terminava affermando che la politica americana nei confronti di Bucarest, compresa la concessione della clausola della nazione più favorita, sarebbe dipesa dal progresso che la Romania avrebbe saputo realizzare sulla strada delle riforme democratiche e dell’economia di mercato.
A far cadere Iliescu, ormai condannato dagli Stati Uniti, ci ha pensato Petre Roman. Alle elezioni presidenziali del 1996, nel ballottaggio tra Iliescu (candidato della sinistra) e Constantinescu (candidato della destra), Petre Roman si è schierato con quest’ultimo e lo ha fatto vincere. In cambio, ha avuto la presidenza del Senato, che è il trampolino per la presidenza della repubblica.
Con la vittoria della coppia Constantinescu-Roman, la commissione d’inchiesta israeliana ha avuto via libera e nessuno più si è opposto alle richieste sioniste. Anzi, Israele è sempre più presente nell’economia romena: tra gli affari più importanti conclusi da Tel Aviv con la Romania vi è stato, nel 1997, l’accordo tra l’israeliana ELBIT e la romena AEROSTAR per la vendita a paesi terzi di Mig-21bis “Fishbed”, idonei per il missile aria-aria israeliano “Python 3″. Inoltre, la disponibilità del governo di Bucarest ad accogliere le indicazioni ebraico-americane si è manifestata nella disdetta degli accordi precedentemente conclusi con la Francia nel campo delle forniture militari e nella simultanea conclusione di una serie di contratti con l’industria bellica statunitense. Nell’estate del 1997, ad esempio, la Romania ha stipulato un contratto di 25 milioni di dollari con la AAI americana per la fornitura di 6 “Shadow” (più un simulatore).
L’arma più frequente del ricatto americano-sionista è sempre quella del cosiddetto “Olocausto”, al quale la Romania avrebbe dato, con Antonescu, un contributo determinante. In seguito alla richiesta di riabilitazione postuma di otto funzionari del periodo di Antonescu, avanzata nel novembre 1997 dal procuratore generale Sorin Moisescu, due esponenti del Congresso statunitense, Alfonse D’Amato e Christopher Smith, hanno indirizzato al presidente Constantinescu una lettera di protesta. Secondo i due congressmen, gli otto funzionari obbedivano ad un governo che avrebbe deportato e sterminato la bellezza di 250.000 ebrei, sicché la loro riabilitazione “può comportare un ripensamento sull’appoggio accordato alla candidatura della Romania per la sua integrazione nelle istituzioni economiche e di sicurezza”.
Insieme con l’influenza israeliana e statunitense, si è rafforzato anche il potere del FMI, che ha dettato al governo di Victor Ciorbea una ricetta disastrosa: riduzione del deficit pubblico con tagli alle spese sociali, alla sanità ecc.; divieto di influire sui prezzi, sui salari, sui cambi; abolizione dei dazi sulle importazioni ed esportazioni. Insomma, viene imposta una liberalizzazione completa dell’economia, la stessa che ha rovinato tanti paesi del Terzo Mondo. Alla vigilia dell’inverno 1997, un inviato del “Corriere della Sera” ne descrive l’effetto in questi termini:
“Si scatena in anticipo l’inverno con i primi senzatetto morti assiderati, una nuova raffica di aumenti, la scarsità di generi alimentari mentre ombre inquietanti planano sulla Romania: pericolo di deflagrazioni sociali, scioperi, proteste cavalcate dall’opposizione nazionalcomunista. (…) Le riforme economiche lanciate dal governo presieduto dall’ex sindacalista Victor Ciorbea hanno messo alle corde una popolazione che guarda con estrema preoccupazione all’arrivo del gelo. La miseria avanza in un paese in cui il salario medio si aggira sui 600mila lei (circa 130mila lire italiane). Il trenta per cento dei romeni vive al di sotto della soglia di povertà e oltre il novanta per cento del budget familiare viene divorato dalle varie bollette e dall’acquisto di generi di prima necessità. L’austerità decretata dal governo ha gettato migliaia di famiglie nella disperazione. Molte non hanno i soldi per pagare il riscaldamento. Interi quartieri periferici di Bucarest abitati in maggioranza da pensionati e persone anziane rischiano di romanere al freddo se non interverranno le autorità”3.
Lo stesso ex ministro degli esteri Teodor Melescanu, fondatore di una “Alleanza per la Romania”, pur senza accusare esplicitamente la sudditanza del governo Ciorbea ai voleri del FMI, esprime il parere che si stia esagerando con l’austerità: “Prima i cambiamenti procedevano con lentezza esasperante, ora si adottano misure troppo radicali. Il governo vuole deprimere il mercato interno, che invece va rilanciato. Deve attuare una politica più realista. (…) Troppe decisioni vengono prese senza un vero dibattito parlamentare e senza consultare le parti sociali”4.
Intanto, la Banca Mondiale agisce per mezzo di quel suo strumento d’azione che è l’International Finance Corporation (IFC).
L’IFC si presenta come “membro indipendente del Gruppo Mondiale”5 affiliato alla Banca Mondiale e dichiara di rappresentare “la più grande fonte per progetti di finanziamento diretti verso investimenti privati nei paesi sviluppati”6. Suo scopo ufficiale è di “rendere proficui gli investimenti nelle zone sviluppate, provvedendovi con risorse finanziarie, competenza tecnica ed esperienza internazionale”7. Oltre un migliaio di imprese private in un centinaio di paesi, tra i quali la Romania, dipendono dalla “assistenza” dell’IFC. Infatti il campo d’azione dell’IFC è costituito dai 155 paesi di pertinenza della Banca Mondiale8. I meccanismi attraverso i quali questa filiazione della Banca Mondiale concede i suoi prestiti vengono illustrati come segue dal responsabile per l’Europa:
“IFC offre di solito sia prestiti a tasso fisso in dollari Usa e nelle altre maggiori valute, che prestiti a tasso variabile in dollari Usa, e inoltre sono possibili altri accordi in relazione alle necessità del progetto. IFC non considera il tasso di interesse agevolato: i tassi si stabiliscono su basi commerciali. I termini e i periodi di concessione dei prestiti sono stabiliti sulla base delle richieste di finanziamento necessarie a ciascuna impresa. Ogni termine è compreso tra i 7 e i 12 anni. IFC ha flessibilità per quanto riguarda i rimborsi del prestito, considerando la necessità dei progetti che comportano periodi relativamente lunghi di costruzione, oppure il lento accumulo di forze produttive. IFC facilita la creazione di pacchetti azionari appropriati all’iniziativa e al suo grado di rischio. In aggiunta al finanziamento fornito, IFC agisce da catalizzatore importando da banche estere e locali altri prestatori e azionisti, favorendo operazioni coordinate di finanziamento e l’intervento di agenzie per l’esportazione di crediti e di altre istituzioni. La flessibilità dimostrata dall’IFC è spiegata dalla presenza di una vasta gamma di strumenti finanziari adattabili ad ogni progetto. IFC può fornire prestiti a livello superiore, prestiti subordinati convertibili, note di reddito o integrazioni, in qualsiasi combinazione utile ad assicurare che il progetto possa essere sovvenzionato, in modo consistente, fin dall’inizio”9.
E’ assai significativo che l’IFC offra le sue consulenze ai governi che, come appunto quelli romeni dopo il 1989, intendono privatizzare le imprese statali. L’IFC, infatti, “provvede a fornire un insieme di servizi alle compagnie private che vogliono entrare in settori precedentemente sotto il controllo dello Stato, includendovi la valutazione delle capacità e dell’efficienza operativa, le analisi finanziarie e la valutazione di mercato, insieme con una guida tecnica oltre che finanziaria”10.
Le privatizzazioni, però, non procedono secondo i ritmi previsti dal FMI e dall’IFC. “Gli investimenti dall’estero arrivano con il contagocce (appena due miliardi di dollari) a causa degli infiniti intoppi burocratici, di leggi confuse che cambiano da un giorno all’altro e dei tentennamenti del governo che all’audacia del piano di ristrutturazione economica non ha fatto seguire la necessaria risolutezza sul piano decisionale, arretrando di volta in volta davanti alla minaccia di conflitti sociali. Così le privatizzazioni vanno a rilento, la chiusura dei colossi di Stato tenuti in vita con le sovvenzioni viene ritardata e i capitali stranieri si disperdono negli altri paesi postcomunisti”11.
Perché le proposte dell’IFC hanno trovato una fredda accoglienza presso gli imprenditori europei, e presso l’Italia in particolare, che è il primo investitore straniero e il principale sostenitore delle aspirazioni occidentaliste del governo romeno? Perché, nonostante i massicci interventi della Banca Mondiale e di tutte le sue filiazioni, non si è ancora riusciti a creare in Romania un solido tessuto imprenditoriale in grado di svolgere una funzione determinante nella fase storica apertasi con la caduta di Ceausescu?
Sandro Targa, esperto di cooperazione internazionale fin dagli anni ottanta (già funzionario del dipartimento Cooperazione e Sviluppo e poi del Fondo Aiuti Italiani, quindi collaboratore di iniziative private del Friuli Venezia Giulia), ha dichiarato in una lunga intervista: “I paesi ex comunisti hanno bisogno di molti capitali e soprattutto di capitali di investimento e non di capitali in prestito. L’obiettivo è quello di evitare nuove colonizzazioni, per cui occorre porre l’accento proprio sui capitali di investimento”12.
Altrettanto scettico circa la realizzazione dei programmi della Banca Mondiale e del FMI è il senatore Corneliu Vadim Tudor, presidente del Partito Grande Romania (Partidul Romania Mare). L’8 novembre 1997, tenendo il suo rapporto al secondo congresso del partito, Corneliu Vadim Tudor ha denunciato i disastri provocati dall’applicazione delle ricette della Banca Mondiale da parte del governo Ciorbea: “Siamo venuti a sapere, tutti quanti, che la liquidazione delle 72 aziende di allevamento di uccelli da cortile, suini e bovini era una condizione imposta dall’accordo ASAL, firmato dal governo romeno e dalla Banca Mondiale. Dunque, un delitto premeditato! Perché? Perché la Romania doveva diventare, da esportatrice, importatrice di carne. Subito sono state ridotte le imposte doganali per l’importazione di generi alimentari, per passare poi alle fasi successive del nostra riduzione in schiavitù dal punto di vista alimentare: abbandono del piano di sviluppo dell’agricoltura, ritiro di tutte le sovvenzioni stanziate per l’agricoltura, vendita ad acquirenti stranieri delle più importanti aziende di panificazione, distruzione della meccanizzazione a causa del fallimento delle fabbriche Tractorul di Brasov e Semanatoarea di Bucarest. Ho insistito in particolare sul disastro programmato dell’agricoltura e della zootecnia, perché gli effetti si vedono subito e hanno conseguenze incalcolabili sulla fibra zoologica del popolo romeno. Della cosiddetta ‘terapia traumatica’ teorizzata dal pericoloso diversionista Jeffrey Sachs della Cambridge University degli U.S.A., tutti i quaranta paesi in cui essa è stata applicata, compresa la Romania, hanno ricavato il trauma. In numerosi paesi della terra, come il Guatemala e il Perù, hanno avuto luogo rivolte popolari e guerriglie pienamente giustificate. Con simili pratiche provocatorie, che esasperano centinaia di milioni di persone in tutto il mondo, il F.M.I. e la Banca Mondiale non solo non raggiungeranno i loro obiettivi, ma otterranno dei risultati contrari che segneranno negativamente l’ingresso nel terzo millennio: 1) crescerà la xenofobia nei paesi usati come cavie, 2) saranno compromesse le idee di economia aperta e di capitalismo, 3) la gente morirà di fame, il popolo romeno diventerà un popolo di vegetariani e gli effetti, a lungo termine, saranno incontrollabili”12.
Il quadro della situazione economica romena tracciato da Corneliu Vadim Tudor è impressionante: “In concomitanza con la liquidazione dell’agricoltura e della zootecnia, il potere attuale, installato e mantenuto a Bucarest dal sostegno straniero, ha proceduto alla distruzione di altri settori importanti dell’economia nazionale: l’industria mineraria, la petrolchimica, la siderurgia, il turismo, le fabbriche di armi. L’economia romena si trova in una fase di collasso non dichiarato, una realtà allarmante, che risulta anche dal blocco finanziario di circa 40.000 miliardi di lei - il doppio rispetto a quello registrato nell’autunno del 1996, che Emil Constantinescu si era impegnato, con la sua aria artificiosamente marziale, a risolvere. In breve, quella che viene pomposamente chiamata ‘la Riforma’ è un fallimento totale dell’economia romena. Qui si apre il gigantesco ‘buco nero’ che ha inghiottito i miliardi di dollari guadagnati fino al dicembre 1989 dal popolo romeno, con il suo lavoro e la sua creatività. La tragedia della Romania è cominciata allorché essa non è più stata considerata una patria, ma un mercato. Il popolo romeno non vive, ma sopravvive. Poiché abbiamo la più penosa classe politica della storia moderna della Romania, non c’è da meravigliarsi che un paese cristiano come il nostro sia diventato il paradiso dei pedofili stranieri, dei trafficanti d’armi e di valuta falsa, delle reti internazionali della prostituzione e della droga. L’assedio contro il popolo romeno è permanente ed atroce”13.
1. Tiberiu Sandu, Isarescu: niente debiti, molto potenziale. Eppure…, “Europa Domani”, n. 197/198, agosto-settembre 1992.
2. Claudio Mutti, Ion Iliescu: “Il mio impegno è ripristinare il buon nome della Romania nel mondo intero”, “L’Umanità”, 13 febbraio 1996.
3. Sandro Scabello, Romania, il lungo inverno dello scontento. Dopo i sogni della rivoluzione la cura dell’austerità: popolazione sul lastrico, “Corriere della Sera”, 22 novembre 1997.
4. “Stiamo ancora pagando per le colpe di Ceausescu”, intervista di S. Sc., “Corriere della Sera”, 22 novembre 1997.
4. Giovanni Vacchelli, Che cos’è l’International Finance Corporation (IFC), “Euromonitor”, n. 3, ottobre 1994. L’autore dell’articolo è il responsabile dell’IFC in Europa.
5. Ibidem.
6. Ibidem.
7. “Appartenenti” (sic) alla Banca Mondiale, dice testualmente, con un lapsus rivelatore, il responsabile europeo dell’IFC.
8. Ibidem.
9. Ibidem.
10. Sandro Scabello, art. cit.
11. Oreste Lo Pomo, Ma è già fallita la corsa all’Est, “L’Italia settimanale”, 19 maggio 1993.
12. “Romania Mare”, 14 novembre 1997.
13. Ibidem.




Securitate



