Di Mario Alinei
4.2.2. Pentola e pinta
Come è noto, alla Ceramica Impressa o Cardiale segue in Italia la Ceramica Dipinta, di origine balcanica. La successione non è solo cronologica, ma è anche strutturale. Gli archeologi hanno infatti potuto concludere che mentre la Ceramica Cardiale o Impressa veniva relegata alla cucina, e si buttava via quando sirompeva, la nuova Ceramica Dipinta, da tavola, si riparava dopo la rottura (Trump 35).
(Nota di Paolo Sarpi II :Nella decorazione ceramica, si usano anche i pettini per incidere le superfici).
Inoltre, l’archeologia ha da tempo dimostrato, sulla base dello studio delle aree di distribuzione, che la ceramica dipinta -spesso di notevole finezza e bellezza- fosse oggetto di scambio fra i diversi gruppi e valesse quindi come indicatore di prestigio e status symbol (Barker 1981 162-3).
Per quanto riguarda la sua diffusione, quella detta di Ripoli si espande "in Umbria, Toscana, Lazio, Liguria e Valpadana, fino alla penisola iberica, testimoniando la forte capacità espansiva della facies fin dai momenti iniziali" (Grifoni 322). E’ importante notarlo per apprezzare le corrispondenze dialettali che sto per illustrare.
Ora, anche per questa seconda categoria di ceramica -caratterizzata dalla sua pittura, dalla sua finezza e del suo ruolo sociale- abbiamo due termini neolatini che sembrano calzare perfettamente con le sue caratteristiche: pentola e pinta, ambedue da lat. pincta ‘dipinta’.
Di questi due significati quello più antico è certamente ‘vaso dipinto’ (tipo pentola), e quello più recente e derivato è invece ‘recipiente di una certa misura’ (tipo pinta).
L’aspetto ‘metrico’ di questo secondo termine (pinta) sarà dovuto alla circostanza che determinati recipienti di particolare prestigio (forse con manico: comincia ora l’elaborazione dei manici delle tazze, che caratterizzeranno a lungo la ceramica italiana centromeridionale (Trump 1966 51-2)) poterono facilmente essere adottati come unità di misura da determinate comunità.
E’ in ogni caso sicuro che l’adozione di unità di misura per la capacità dei recipienti dovette nascere in ambito ceramico, e più precisamente in quello della ceramica dipinta, come appunto la parola pinta dimostra.
Quasta analisi è confermata dalla distribuzione areale: l’area del primo significato ‘pentola’, più arcaico, è limitata ad alcune aree dell’Italia: Pavese e Ticino (p.122) dove significa ‘boccale’ (AIS 968, penta, pintino, pintone (Scheuermeier II 38), Toscana (AIS 955) (l’unica area compatta), Abruzzo (DAM, v. oltre) e Salento ‘vaso di coccio’ (Rohlfs, v.oltre), mentre quello di ‘pinta’, cioè di ‘recipiente di una certa misura’, ha un’area molto più vasta, perchè lo si trova nei dialetti francesi, italiani, retoromanzi, catalani, spagnoli, portoghesi, oltre che in tedesco, nederlandese, antico frisone e bretone: fr. pinte ‘mesure de capacité’, ‘vase ayant cette capacité’, a.prov. pinta, pinto, lütt. pinte, nam. Giv. ‘chope’, Lille, Gondc., StPol ‘demi-litre’, Bayeux ‘mesure de trois verres’, Alençon ‘cruche de la contenanca d’un litre’, hag. pynte ‘1/2 l.’, bamnc. pe]t ‘1 l. (de cidre’), haman. saint. ‘mesure pour boisson’, Gruey pi]t ‘pinte’, bress. pinte, Blon. pe]ta, mdauph. pi]to ‘9 décil.’, Alais pinto, Vinz. pye]ta ‘mesure de liquide’, Chav. pinto, BagnèresB. ‘1 l’, Teste ‘3/4 de l.’, land. pi]nt´ ecc. ecc. (ometto i numerosi derivati) (FEW pingere). Poichè la ceramica dipinta, come ho già detto, proviene dai Balcani e appare quindi sull’Adriatico prima che sul Tirreno, non ci sorprende poi di trovare il termine nei dialetti sud-orientali italiani: chietino p´ndìcchi´ ‘pignattina per scaldare acqua’ (DAM 5 volume p. 432), che Giammarco connetteva con pendiculum, calabrese pinniculu, cioè con ‘qualcosa che si appende’, dimenticando che mentre il gruppo -nn- calabrese postula -nd- latino, quello -nd chietino postula -nt-! Inoltre troviamo pintu ‘coccio di vaso’ ( o vaso di coccio?), oltre a pinta ‘piccola quantità’ nel Salentino (Rohlfs).
4.2.3. Conclusione
Inutile dire che le prime attestazioni di pīneatus e di pinctus nel senso discusso (per definizione medievali) hanno un valore del tutto relativo.
Anzitutto, come ho ricordato in "Origine delle lingue europee-I volume", le varianti geolinguistiche sono per definizione ignorate dalla lingua dominante, che è la sola che viene ‘consacrata’ dall’alfabetizzazione.
In secondo luogo, anche prescindendo da questo argomento, sia pīneatus che pinctus sono aggettivi che specificano un sostantivo, che potrebbe essere per esempio olla, o vāsum o simili, e che poi saranno diventati indipendenti.
Infine, per quanto riguarda pentola, è opportuno ricordare l’attestazione di penquna nell’iscrizione 575 di Testimonia linguae etruscae di Pallottino (cfr Pisani 1978 70, che però curiosamente considera pentola di etimologia ignota).
E’ forse utile aggiungere -anche se occorrerebbe approfondire l’analisi- la menzione della festa popolare chiamata della pignatta, che consisteva nella rottura di una pignatta, ostacolata in modi diversi (bendaggio dello sfidante, collocamento della pignatta all’apice di un palo cosparso di grasso ecc.).
La pignatta da rompere era piena di prodotti, che il vincitore riceveva in premio.
Gli elementi basilari di questa festa, tipicamente agricola, sono ‘neolitici’.