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Discussione: Che Guevara

  1. #91
    SMF
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    A titolo informativo: sono stati uniti in un'unica discussione i 3d aperti su Che Guevara.


    Saluti.

  2. #92
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    Il che era un giovane irrequieto ed in cerca di avventure,un temerario privo di contenuti politici.Di cui la sinistra si è appropriata facendolo diventare un simbolo del conformismo giovanile e della società di massa.Sinceramente la nostra area politica di destra radicale ha altri punti di riferimento.Il che viene paragonato a D'Annunzio ma D'Annunzio non ha fatto "rivoluzioni" per il solo gusto di fare la rivoluzione D'Annunzio ha occupato Fiume per restituire dignità alla propria patria,D'Annunzio ha combattuto per una bandiera,il tricolore!Il che lasciamolo alla massa conformista,libertaria e nichilista!

  3. #93
    OLTRE LA MORTE
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    Citazione Originariamente Scritto da Giò91 Visualizza Messaggio
    A titolo informativo: sono stati uniti in un'unica discussione i 3d aperti su Che Guevara.


    Saluti.

    Ottimo: è quello che ci vorrebbe ogni tanto!

    Bella lì Giò!

  4. #94
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    Citazione Originariamente Scritto da sfigoide Visualizza Messaggio
    onore Al Camerata Che Guevara!
    Ma a destra non abbiamo niente di cui parlare a parte Che Guevara!Al posto di valorizzarei nostri valori rendiamo "onore" a un personaggio che non combatteva con onore e dignità.Ma con una crudeltà "rivoluzionaria" atea e nichilista, degna di Robespierre.Noi la destra, i guardiani della tradizione osanniamo un "eroe"moderno,icona della gioventù sbandata comunista e consumista!

  5. #95
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    O Hitler a Mosca, o Stalin a Lisbona! Fuori gli yankee!!
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    Predefinito Fidel Castro - La Morte del Che

    Discorso pronunciato da Fidel Castro durante la veglia solenne in memoria del comandante Ernesto Che Guevara in Plaza de la Revolución il 18 Ottobre 1967.

    Compagne e compagni rivoluzionari,
    conobbi il Che un giorno di luglio o agosto del 1955. E una sera - come lui stesso racconta nei suoi testi - si impegnò nella spedizione del "Granma". Ma in quel momento non possedevamo né barca né armi né truppe. Fu così che, assieme a Raúl, il Che si unì al primo dei due gruppi della lista del "Granma".
    Da allora sono trascorsi dodici anni; sono stati dodici anni carichi di lotta e di storia. Durante questi anni la morte ha mietuto molte vite coraggiose e insostituibili; ma, allo stesso tempo, durante questi anni della nostra Rivoluzione sono sorte persone straordinarie; e tra gli uomini della Rivoluzione, e tra questi uomini e il popolo, si sono stabiliti legami di affetto e legami di amicizia che vanno al di là di ogni possibile espressione.
    Questa notte ci siamo riuniti, voi e noi, per cercare di esprimere in qualche modo questi sentimenti nei confronti di colui che fu uno dei più familiari, uno dei più ammirati, uno dei più amati e, senza alcun dubbio, il più straordinario dei nostri compagni di rivoluzione; esprimere questi sentimenti a lui e agli eroi che hanno combattuto con lui, agli eroi che hanno combattuto con lui, agli eroi che con lui sono caduti nell'esercito internazionalista, che hanno scritto una pagina gloriosa e incancellabile della storia.
    Il Che era una persona a cui tutti si affezionavano immediatamente per la sua semplicità, il suo carattere, la sua naturalezza, il suo cameratismo, la sua personalità, la sua originalità, senza conoscere le altre virtù singolari che lo caratterizzavano.
    In quei primi momenti era il medico della nostra truppa. E così si andarono formando i legami, e così si andarono formando i sentimenti. Lo si vedeva impregnato di un profondo spirito d'odio e disprezzo verso l'imperialismo, non solo perché la sua formazione politica aveva raggiunto un considerevole grado di maturità, ma perché pochissimo tempo prima aveva avuto l'opportunità di presenziare in Guatemala al criminale intervento imperialista dei soldati mercenari che avevano represso la rivoluzione di quel paese.
    Un uomo come lui non aveva bisogno di molti argomenti. Gli era sufficiente sapere che Cuba versava in una situazione difficile, gli bastava sapere che vi erano uomini decisi a combattere questa situazione armi alla mano, gli bastava sapere che quegli uomini si ispiravano a sentimenti puramente rivoluzionari e patriottici. E ciò era più che sufficiente.
    Così, un giorno, alla fine del novembre 1956, iniziò con noi la marcia verso Cuba. Ricordo che quel viaggio fu molto duro per lui poiché, date le circostanze in cui fu necessario organizzare la partenza, non poté neppure rifornirsi delle medicine di cui aveva bisogno e passò tutta la traversata in preda a un forte attacco d'asma, senza un momento di sollievo, ma anche senza un solo lamento.
    Arrivammo, iniziammo le prime marce, soffrimmo i primi rovesci, e dopo alcune settimane tornammo a riunire - come voi sapete - il gruppo di quelli che restavano della spedizione del "Granma". Il Che continuava a essere il medico delle nostre truppe.
    Si verificò il primo combattimento vittorioso e il Che fu soldato nella nostra truppa pur continuando ad esserne il medico; si verificò il secondo combattimento vittorioso e il Che non fu solo soldato, ma anche il più illustre dei soldati in quel combattimento, realizzando per la prima volta una di quelle prodezze singolari che lo avrebbero distinto in tutte le azioni; la nostra forza continuava infatti a svilupparsi, quando sopravvenne un combattimento di straordinaria importanza.
    La situazione era difficile. Le informazioni erano sbagliate in molti sensi. Dovevamo attaccare in pieno giorno una postazione molto ben difesa, in riva al mare, ben armata e con truppe nemiche a poca distanza dalla nostra retroguardia; nel mezzo di quella situazione confusa, dove fu necessario chiedere agli uomini uno sforzo supremo, il compagno Juan Almeida si incaricò di una delle missioni più difficili; restava tuttavia un fianco completamente scoperto, senza forza d'attacco, cosa che poteva mettere in pericolo l'operazione.
    In quel momento il Che, che era ancora il medico, chiese tre o quattro uomini, tra cui uno con un fucile mitragliatore e, fu questione di secondi, intraprese la marcia per comandare la missione d'attacco da quella direzione.
    In quell'occasione non solo fu un combattente straordinario, fu anche un medico eccellente, assistette i compagni feriti, e assistette contemporaneamente i soldati nemici feriti. E quando si dovette abbandonare quella posizione, una volta sconfitte tutte le truppe e, intrapresa una lunga marcia, incalzati da diverse forze nemiche, fu necessario che qualcuno rimanesse vicino ai feriti, vicino ai feriti rimase il Che. Aiutato da un piccolo gruppo di nostri soldati, li curò, salvò loro la vita e con essi raggiunse la colonna.
    Già da quel momento si segnalò come un capo capace e coraggioso, di quel tipo d'uomini che quando bisogna svolgere una missione difficile non aspetta che glielo chiedano.
    Così fece nella battaglia di El Uvero, ma così aveva fatto anche in un episodio mai ricordato: quando, nei primi tempi, per colpa di un tradimento, la nostra piccola truppa fu attaccata di sorpresa da numerosi aerei e, dopo esserci ritirati sotto il bombardamento e aver camminato già per un tratto, ci ricordammo dei fucili di alcuni soldati contadini che erano stati con noi durante le prime azioni e avevano poi chiesto permesso di visitare i loro familiari - era il periodo in cui nel nostro esercito appena organizzato non c'era ancora molta disciplina. E in quel momento pensammo alla possibilità che quei fucili andassero perduti. Stavamo esaminando il problema, sotto il bombardamento, ed ecco che il Che si offrì e partì immediatamente per recuperare quei fucili.
    Era una delle sue caratteristiche principali: la disponibilità immediata, istantanea, a offrirsi per realizzare la missione più pericolosa. E ciò, naturalmente, suscitava ammirazione, doppia ammirazione verso quel compagno che lottava assieme a noi, che non era nato in questa terra, che era un uomo dalle idee profonde, nella cui mente brulicavano sogni di lotta in altre parti del continente; ammirazione per quell'altruismo, quel disinteresse, quella disponibilità a fare sempre la cosa più difficile, a mettere costantemente a rischio la propria vita.
    Fu così che si guadagnò i gradi di comandante e di capo della seconda colonna organizzata nella Sierra Maestra; fu così che iniziò a crescere il suo prestigio, che iniziò a prendere forma il magnifico combattente che durante la guerra avrebbe portato i gradi più alti.
    Il Che era un soldato insuperabile; il Che era un capo insuperabile; il Che era, dal punto di vista militare, un uomo straordinariamente aggressivo. Se come guerrigliero aveva un tallone d'Achille, quel tallone d'Achille era la sua eccessiva aggressività, il suo assoluto disprezzo del pericolo.
    I nemici pretendono di giungere a conclusioni sulla sua morte. Il Che era un maestro della guerra, il Che era un artista della guerriglia! E lo dimostrò un'infinità di volte, ma lo dimostrò soprattutto in due straordinari atti eroici: uno fu l'invasione del fronte con una colonna incalzata da migliaia di soldati su un terreno assolutamente piano e sconosciuto, realizzando, assieme a Camilo, una formidabile impresa militare. Lo dimostrò, inoltre, nella sua fulminea campagna di Las Villas e lo dimostrò, soprattutto, nel suo audace attacco alla città di Santa Clara, penetrando con una colonna di soli trecento uomini in una città difesa da carri armati, artiglieria e varie migliaia di soldati di fanteria.
    Queste due imprese lo consacrano un capo straordinariamente capace, un maestro, un artista della guerra rivoluzionaria. Tuttavia, alcuni pretendono di negare la veridicità della sua morte eroica e gloriosa o il valore dei suoi concetti e delle sue idee di guerriglia. Potrà morire l'artista, soprattutto quando si è un artista di un'arte così pericolosa come la lotta rivoluzionaria, ma ciò che assolutamente non morirà è l'arte alla quale dedicò la sua vita e alla quale dedicò la sua intelligenza.
    È forse strano che questo artista muoia in combattimento? Ancora più singolare è il fatto che nel corso delle innumerevoli occasioni nelle quali mise a repentaglio la sua vita durante la nostra lotta rivoluzionaria non sia mai morto. E furono molte le volte in cui fu necessario agire per impedire che perdesse la vita in situazioni di minor importanza.
    E così, in un combattimento, in uno dei tanti combattimenti a cui partecipò, perse la vita. Non abbiamo sufficienti elementi di giudizio per poter trarre deduzioni da tutte le circostanze che precedettero quella battaglia, né per sapere fino a che punto possa aver agito in modo eccessivamente aggressivo, ma, ripetiamo, se come guerrigliero aveva un tallone d'Achille, quel tallone d'Achille era la sua eccessiva aggressività, il suo assoluto disprezzo del pericolo.
    E in questo ci è difficile andare d'accordo con lui, poiché per noi la sua vita, la sua esperienza, le sue capacità di capo battagliero, il suo prestigio e tutto ciò che egli significava in vita erano molto di più, straordinariamente più di quanto forse egli giudicasse se stesso. Sul suo comportamento può avere influito l'idea che gli uomini hanno un valore relativo nella storia, che le cause non vengono sconfitte quando gli uomini cadono e che l'incontenibile cammino della storia non si trattiene né si tratterrà davanti alla caduta dei capi.
    E ciò è certo, non si può mettere in dubbio. Dimostra la sua fede negli uomini, la sua fiducia nelle idee, la sua fiducia nell'esempio. Tuttavia, come dissi pochi giorni or sono, avremmo preferito di tutto cuore vederlo fautore di vittorie: le plasmava sotto il suo comando, le plasmava sotto la sua direzione le vittorie, poiché gli uomini della sua esperienza, del suo calibro, con le sue capacità davvero singolari, sono uomini fuori dal comune.
    Siamo in grado di apprezzare tutto il valore del suo esempio e siamo assolutamente convinti che il suo esempio verrà emulato e servirà affinché dal seno dei popoli nascano uomini come lui.
    Non è facile coniugare in una persona tutte le virtù presenti in lui. Non è facile che una persona, spontaneamente, sia in grado di sviluppare una personalità come la sua. Direi che si tratta di quel genere di uomini difficili da eguagliare e praticamente impossibili da superare. Ma diremmo anche che uomini come lui contribuiscono, con il loro esempio, a creare uomini della stessa stirpe.
    Nel Che non ammiriamo solo il guerriero, l'uomo capace di grandi prodigi, ciò che fece, ciò che stava facendo, il fatto stesso di confrontarsi da solo assieme a un pugno di uomini contro un esercito oligarchico, istruito dai comandanti yankee forniti dall'imperialismo yankee, appoggiato dalle oligarchie di tutti i paesi vicini - questo fatto di per se stesso costituisce un prodigio straordinario. E se si cerca tra le pagine della storia, forse non si troverà nessun caso in cui qualcuno, con un numero così ridotto di uomini, abbia intrapreso un compito altrettanto prestigioso, in cui qualcuno con un numero così ridotto di uomini abbia ingaggiato la lotta contro forze così cospicue. Tale prova di fiducia in se stesso, tale prova di fiducia nei popoli, tale prova di fede nella capacità degli uomini in combattimento, si potrà forse intravedere nelle pagine della storia, ma comunque non si potrà trovare nulla di simile.
    E cadde.
    I nemici credono di avere sconfitto le sue idee, di avere sconfitto il suo concetto di guerriglia, di avere sconfitto le sue convinzioni sulla lotta rivoluzionaria armata. Ma ciò che hanno ottenuto è stato, con un colpo di fortuna, di eliminare la sua vita fisica; ciò che riuscì loro fu di ottenere i vantaggi fortuiti che nella guerra può ottenere un nemico. E quel colpo di fortuna, non sappiamo fino a che punto è stato aiutato da quella caratteristica a cui abbiamo fatto riferimento prima, quell'eccessiva aggressività, quell'assoluto disprezzo per il pericolo durante i combattimenti.
    Così accadde anche nella nostra guerra di indipendenza. Durante un combattimento a Punta Brava. In un combattimento a Dos Rios uccisero Antonio Maceo, apostolo della nostra indipendenza, veterano di centinaia di combattimenti. In simili combattimenti morì un'infinità di patrioti della nostra guerra indipendentista. E, tuttavia, ciò non causò la sconfitta della causa cubana.
    La morte del Che, come abbiamo detto alcuni giorni fa, è un colpo duro, è un colpo tremendo per il movimento rivoluzionario poiché lo priva indubbiamente di un capo della sua classe, esperienza e capacità.
    Ma si sbaglia chi canta vittoria. Si sbagliano coloro che credono che la sua morte rappresenti la sconfitta delle sue idee, la sconfitta delle sue tattiche, la sconfitta delle sue idee di guerriglia, la sconfitta delle sue tesi. Perché quell'uomo che cadde come un uomo mortale, come un uomo che si era esposto molte volte alle pallottole, come militare, come capo, è mille volte più capace di quelli che lo uccisero grazie a un colpo di fortuna.
    Tuttavia, come devono affrontare i rivoluzionari questo colpo avverso? Come devono affrontare questa perdita?
    Quale sarebbe l'opinione del Che se dovesse esprimere un giudizio su questo punto? La sua opinione la espresse chiaramente quando scrisse, nel suo messaggio alla Conferencia de Solidaridad Latinoamericana, che se la morte lo avesse sorpreso sarebbe stata sempre la benvenuta, purché quel suo grido di guerra fosse giunto a un orecchio in ascolto e un'altra mano si fosse allungata per impugnare l'arma.
    E quel suo grido di guerra non raggiungerà un orecchio in ascolto, raggiungerà milioni di orecchie in ascolto! E non una mano, ma milioni di mani, ispirate dal suo esempio, si allungheranno per impugnare le armi! Nasceranno nuovi capi. E gli uomini, le orecchie in ascolto e le mani che si tendono hanno bisogno di capi che sorgeranno dalle fila del popolo, così come sono nati i capi di tutte le rivoluzioni.
    Quelle mani non potranno contare su un capo dall'esperienza straordinaria, dall'enorme capacità del Che. Quei capi si formeranno durante la lotta, quei capi nasceranno in seno ai milioni di orecchie in ascolto, ai milioni di mani che prima o poi si allungheranno per impugnare le armi. Non pensiamo che, nell'ordine pratico della lotta rivoluzionaria, la sua morte debba avere una ripercussione immediata. Ma il Che, quando impugnò di nuovo le armi, non stava pensando a una vittoria immediata, non stava pensando a un trionfo rapido davanti alle forze delle oligarchie e dell'imperialismo. La sua mente di combattente esperto era preparata a una lotta prolungata, di cinque, dieci, quindici, vent'anni, se necessario. Egli era disposto a lottare cinque, dieci, quindici, vent'anni, tutta la vita se fosse stato necessario!
    È con questa prospettiva nel tempo che la sua morte, che il suo esempio - è così che dobbiamo dire - avrà una ripercussione tremenda, avrà una forza invincibile.
    Coloro che si attaccano al colpo di fortuna cercano invano di negare la sua capacità come capo e la sua esperienza. Il Che era un capo militare straordinariamente capace. Ma quando ricordiamo il Che, quando pensiamo al Che non stiamo pensando solo alle sue virtù militari. No! La guerra è un mezzo e non un fine, la guerra è uno strumento dei rivoluzionari.
    L'importante è la rivoluzione, l'importante è la causa rivoluzionaria, sono le idee rivoluzionarie, gli obiettivi rivoluzionari, i sentimenti rivoluzionari, le virtù rivoluzionarie!
    Ed è in quel campo, nel campo delle idee, nel campo dei sentimenti, nel campo delle virtù rivoluzionarie, nel campo dell'intelligenza, oltre alle sue virtù militari, che noi sentiamo l'immensa perdita che la sua morte ha significato per il movimento rivoluzionario.
    Perché il Che riuniva, nella sua straordinaria personalità, virtù che raramente si presentano assieme. Spiccò come insuperabile uomo d'azione, ma il Che non era solo un insuperabile uomo d'azione; il Che era un uomo dal pensiero profondo, di intelligenza visionaria, un uomo di profonda cultura. Riuniva nella sua persona l'uomo di idee e l'uomo d'azione.
    Ma il Che poteva riunire questa doppia caratteristica di uomo di idee, e di idee profonde, e di uomo d'azione, solo perché riuniva le virtù che si possono definire come l'espressione più precisa delle virtù di un rivoluzionario: uomo integerrimo, uomo dall'onore supremo, di assoluta sincerità, uomo dalla vita stoica e spartana, uomo nel cui comportamento è impossibile trovare una sola macchia. Con le sue virtù creò ciò che si può chiamare un vero modello di rivoluzionario.
    Quando scocca l'ora della morte, di solito si fanno discorsi, si decantano le virtù dei defunti, ma poche volte come in questa occasione si può dire di un uomo, con maggiore esattezza, quello che diciamo del Che: che costituì un vero esempio di virtù rivoluzionarie!
    Aveva un'altra qualità, che non è una qualità dell'intelletto, che non è una qualità della volontà, che non è una qualità che deriva dall'esperienza, dalla lotta: è una qualità del cuore, perché era un uomo straordinariamente umano, straordinariamente sensibile! Per questo diciamo, quando pensiamo alla sua vita, quando pensiamo al suo comportamento, che costituì il caso singolare di un uomo rarissimo, in quanto fu in grado di coniugare nella sua personalità non solo le caratteristiche di uomo d'azione, ma anche quelle di uomo di pensiero, di uomo dalle immacolate virtù rivoluzionarie e di eccezionale sensibilità umana, unite a un carattere di ferro, a una volontà d'acciaio, a una tenacia indomabile. E per questo ha lasciato in eredità alle generazioni future non solo la sua esperienza, le sue conoscenze di soldato insigne, ma anche le opere della sua intelligenza. Scriveva con il virtuosismo di un classico. I suoi racconti sulla guerra sono insuperabili. La profondità del suo pensiero è impressionante. Non scrisse mai su alcun argomento se non con straordinaria serietà, con straordinaria profondità, e non dubitiamo che alcuni dei suoi scritti passeranno ai posteri come classici del pensiero rivoluzionario.
    E così, quale frutto della sua intelligenza forte e profonda, ci ha lasciato un'infinità di ricordi, un'infinità di resoconti che, senza il suo lavoro, senza i suoi sforzi, si sarebbero potuti dimenticare forse per sempre.
    Lavoratore instancabile, negli anni in cui fu al servizio della nostra patria non conobbe un solo giorno di riposo. Molte furono le responsabilità assegnategli: presidente del Banco Nacional, direttore della Giunta per la pianificazione, ministro dell'Industria, comandante di regioni militari, capo di delegazioni politiche, economiche o amichevoli.
    La sua intelligenza dalle mille sfaccettature era in grado di intraprendere con il massimo della sicurezza qualsiasi compito in qualsiasi ordine, in qualsiasi senso. Così rappresentò in modo brillante la nostra patria in numerose conferenze internazionali, diresse brillantemente i soldati durante i combattimenti, nello stesso modo fu un modello di lavoratore in ciascuna delle istituzioni a cui dovette sovrintendere, e per lui non ci fu un giorno di riposo, non ci fu un'ora di riposo! E se osservavamo le finestre del suo ufficio, le luci restavano accese fino alle ore piccole, studiava o, meglio ancora, lavorava e studiava. Perché era uno studioso di tutti i problemi, era un lettore infaticabile. La sua sete di comprendere lo scibile umano era praticamente insaziabile e dedicava allo studio le ore tolte al sonno.
    Dedicava i regolari giorni di riposo al lavoro volontario. Fu l'ispiratore e il massimo propulsore di quel lavoro che è oggi l'attività di centinaia di migliaia di persone in tutto il paese, il propulsore di quell'attività che ogni giorno assume maggior forza tra le masse del nostro popolo.
    E come rivoluzionario, come rivoluzionario comunista, veramente comunista, aveva una fiducia infinita nei valori morali, aveva una fiducia infinita nella coscienza degli uomini. E dobbiamo dire che col suo modo di pensare vide con assoluta chiarezza nelle risorse morali la leva fondamentale per la costruzione del comunismo nella società umana.
    Pensò, sviluppò e scrisse molte cose. E vi è qualcosa che bisogna ricordare in un giorno come oggi, cioè che gli scritti del Che, il pensiero politico e rivoluzionario del Che, avranno un valore permanente nel processo rivoluzionario cubano e nel processo rivoluzionario dell'America Latina. È fuor di dubbio che il valore delle sue idee, delle sue idee sia come uomo d'azione, sia come uomo di pensiero, sia come uomo di chiare virtù morali, sia come uomo di insuperabile sensibilità umana, sia come uomo dalla condotta impeccabile, ha e avrà un valore universale.
    Gli imperialisti cantano vittoria davanti al guerrigliero morto in combattimento; gli imperialisti cantano vittoria davanti al colpo di fortuna che li ha portati a eliminare un uomo d'azione così formidabile. Ma forse gli imperialisti ignorano o vogliono ignorare che il carattere dell'uomo d'azione era una delle tante sfaccettature della personalità di questo combattente. E se si tratta di dolore, noi piangiamo non solo la perdita dell'uomo d'azione, noi piangiamo la perdita dell'uomo virtuoso, noi piangiamo la perdita dell'uomo dalla squisita sensibilità umana: e ci addolora pensare che aveva solo trentanove anni al momento della morte, ci addolora pensare che abbiamo perso l'opportunità di ricevere i frutti di quell'intelligenza e di quell'esperienza in continuo sviluppo.
    Noi ci rendiamo conto dell'entità della perdita per il movimento rivoluzionario. Ma tuttavia è lì che si trova il lato debole del nemico imperialista: credere che con l'uomo fisico si liquidi il suo pensiero, credere che con l'uomo fisico si liquidino le sue idee, credere che con l'uomo fisico si liquidino le sue virtù, credere che con l'uomo fisico si liquidi il suo esempio. E lo credono in modo talmente immorale che non temono di divulgare, come fosse la cosa più naturale del mondo, ciò che successe dopo che il Che era stato ferito gravemente in combattimento. Non si sono tirati indietro neppure davanti alla ripugnanza della procedura, non si sono tirati indietro di fronte all'indecenza del riconoscimento. E hanno divulgato come diritto degli sbirri, hanno divulgato come diritto degli oligarchi e dei mercenari, l'aver sparato contro un combattente della rivoluzione ferito gravemente. Il peggio è che hanno anche spiegato il perché l'hanno fatto, aggiungendo che il processo in cui avrebbero dovuto giudicare il Che sarebbe stato tremendo, adducendo che sarebbe stato impossibile far sedere su un banco di tribunale un rivoluzionario simile.
    E non solo questo: non hanno vacillato nel far sparire i suoi resti. E, verità o menzogna, annunciano di aver cremato il cadavere, fatto con il quale iniziano a dimostrare la loro paura, con il quale iniziano a dimostrare che non sono convinti che liquidando la vita fisica del combattente liquidano le sue idee e liquidano il suo esempio.
    Il Che non cadde per difendere un altro interesse, per difendere un'altra causa che non fosse la causa degli sfruttati e degli oppressi di questo continente; il Che non cadde per difendere un'altra causa se non quella dei poveri e degli umili di questa terra. E i suoi nemici più accaniti non osano neppure discutere il modo esemplare e il disinteresse con cui difese tale causa.
    E di fronte alla storia, gli uomini che agiscono come lui, gli uomini che fanno di tutto e danno tutto alla causa degli umili, diventano ogni giorno più grandi dei giganti, ogni giorno che passa si addentrano più velocemente nel cuore dei popoli. E questo i nemici imperialisti iniziano già a percepirlo, e non tarderanno a verificare che alla lunga la sua morte sarà come un seme dal quale nasceranno molti uomini decisi a emularlo, molti uomini decisi a seguire il suo esempio.
    E noi siamo assolutamente convinti che la causa rivoluzionaria in questo continente si rimetterà dal colpo, che la causa rivoluzionaria in questo continente non verrà sconfitta da questo colpo.
    Dal punto di vista rivoluzionario, dal punto di vista del nostro popolo, come dobbiamo guardare all'esempio del Che? Pensiamo forse d'averlo perso? È certo che non vedremo nuovi scritti, è certo che non torneremo ad ascoltare di nuovo la sua voce. Ma il Che ha lasciato al mondo un patrimonio, un grande patrimonio, e di questo patrimonio noi - che lo conosciamo così bene - possiamo essere, in modo considerevole, i suoi eredi.
    Ci ha lasciato il suo pensiero rivoluzionario, ci ha lasciato le sue virtù rivoluzionarie, ci ha lasciato il suo carattere, la sua volontà, la sua tenacia, il suo spirito di lavoro. In una parola, ci ha lasciato il suo esempio! E l'esempio del Che deve essere un modello per il nostro popolo, l'esempio del Che deve essere il modello ideale per il nostro popolo!
    Se desideriamo esprimere come vogliamo che siano i nostri combattenti rivoluzionari, i nostri militanti, i nostri uomini, dobbiamo dire senza vacillare in nessun modo: che siano come il Che! Se desideriamo esprimere come vogliamo che siano gli uomini delle future generazioni, dobbiamo dire: che siano come il Che! Se desideriamo dire come vogliamo che vengano educati i nostri bambini, dobbiamo dire senza vacillare: che siano educati nello spirito del Che! Se vogliamo un modello d'uomo, un modello d'uomo che non appartiene a questo tempo, un modello d'uomo che appartiene al futuro, dico di cuore che questo modello senza una sola macchia nel comportamento, senza una sola macchia nell'atteggiamento, senza una sola macchia nel modo d'agire, questo modello è il Che! Se vogliamo esprimere come desideriamo che siano i nostri figli, dobbiamo dire con tutto il cuore di veementi rivoluzionari: vogliamo che siano come il Che!
    Il Che si è trasformato in un modello non solo per il nostro popolo, ma per qualsiasi popolo dell'America Latina. Il Che innalzò alla più alta espressione lo stoicismo rivoluzionario, lo spirito di sacrificio rivoluzionario, la combattività del rivoluzionario, lo spirito di lavoro del rivoluzionario e il Che portò le idee del marxismo-leninismo alla loro espressione più fresca, più pura, più rivoluzionaria. In questi tempi, nessun uomo come lui ha condotto al livello supremo lo spirito internazionalista proletario!
    E quando si parla di internazionalista proletario, e quando si cerca un esempio di internazionalista proletario, quell'esempio, al di sopra di qualsiasi altro, è l'esempio del Che! Nella sua mente e nel suo cuore erano scomparsi le bandiere, i pregiudizi, gli sciovinismi, gli egoismi: era disposto a versare il suo sangue generoso per la sorte di qualsiasi popolo, per la causa di qualsiasi popolo, e disposto a versarlo spontaneamente e disposto a versarlo subito! E così, il suo sangue fu versato su questa terra quando lo ferirono in diversi combattimenti; il suo sangue per la redenzione degli sfruttati e degli oppressi, degli umili e dei poveri, venne versato in Bolivia. Quel sangue fu versato per tutti gli sfruttati, per tutti gli oppressi; quel sangue fu versato per tutti i popoli d'America e fu versato per il Vietnam, perché là, combattendo contro le oligarchie, combattendo contro l'imperialismo, sapeva di offrire al Vietnam la più alta espressione della sua solidarietà!
    Ecco perché, compagni e compagne della Rivoluzione, noi dobbiamo guardare con fermezza e decisione al futuro; ecco perché dobbiamo guardare con ottimismo al futuro. E cercheremo sempre nell'esempio del Che l'ispirazione, l'ispirazione alla lotta, l'ispirazione alla tenacia, l'ispirazione all'intransigenza di fronte al nemico e l'ispirazione al sentimento internazionalista!
    Ecco perché noi, stanotte, dopo questa manifestazione impressionante, dopo questo incredibile - per la sua grandezza, per la sua disciplina e per la sua devozione - atto di riconoscenza della folla, che dimostra come questo sia un popolo sensibile, che dimostra come questo sia un popolo grato, che dimostra come questo popolo sia solidale con la lotta rivoluzionaria, che dimostra come questo popolo sappia onorare la memoria dei coraggiosi che cadono in combattimento, che dimostra come questo popolo sappia riconoscere quelli che lo servono, che dimostra come questo popolo sia solidale con la lotta rivoluzionaria, che dimostra come questo popolo innalzi e mantenga sempre in alto e sempre più in alto le bandiere rivoluzionarie e i principi rivoluzionari; oggi, in questi momenti di ricordo, eleviamo il nostro pensiero, con ottimismo, al futuro, con ottimismo assoluto nella vittoria definitiva dei popoli e diciamo al Che, e con lui agli eroi che combatterono e caddero assieme a lui: Fino alla vittoria, sempre!
    Patria o morte!
    Vinceremo!

  6. #96
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    Citazione Originariamente Scritto da OLTRE LA MORTE Visualizza Messaggio
    Ottimo: è quello che ci vorrebbe ogni tanto!

    Bella lì Giò!
    Ti ringrazio.
    Ho unito la maggior parte delle discussioni sul Che, così il dibattito si può concentrare principalmente su un 3d.
    Ve ne sono altre, ma per evitare un eccessivo "pout pourri" non le ho unite tutte, lasciando le principali.

  7. #97
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    Predefinito Il mio amico Che (di Ahmed Ben Bella)

    Il mio amico Che (di Ahmed Ben Bella)




    Il testo scritto da Ahmed Ben Bella è stato letto dalla moglie Zohra
    Ben Bella nella cerimonia di commemorazione per l'anniversario della
    morte del Che, tenutasi ad Atene il 9 ottobre 1987.
    In francese nell'originale, è stato pubblicato dal grande quotidiano
    greco "Tanea" e da altri giornali.


    Da vent'anni il Che richiama le nostre coscienze. Ed è dalla Bolivia
    che ha scelto di farlo.
    Da quella Bolivia il cui nome è ormai legato al suo - così come egli
    evoca il ricordo di Bolìvar e di Sucre - e che fu già nel passato un
    paese fondamentale per la storia degli uomini, nella loro ricerca
    sconfinata di dignità e libertà. Al di là del tempo e dello spazio,
    udiamo ancora oggi l'appello lancinante del Che che ci costringe a
    rispondere: "Sì, solo la rivoluzione armata permette l'avvento di una
    società e di un uomo nuovo. Sì, solo la rivoluzione armata ci potrà
    liberare di tutte le forme più odiose di alienazione". Con la propria
    morte il Che ha già risposto. Anche se il sol dell'avvenire non appare
    sempre puntuale agli appuntamenti della storia, anche se bisogna
    riprendere il lavoro da capo cento volte, sappiamo però con certezza
    che non visarà alternativa alla rivoluzione armata, fino a quando
    l'uomo sarà sfruttato, oppresso e alienato.
    Essa soltanto potrà dare un senso alla vita di coloro che sopravvivono
    stando in ginocchio o può restituire loro una dimensione autentica,
    sollevandoli forse addirittura a una statura da giganti.
    Ed essa soltanto può riuscire a fare dell'uomo un essere luminoso.
    E' la stessa luce che abbiamo visto irradiare dal corpo nudo del Che,
    disteso in qualche luogo sperduto del Nancahuazu, in quelle foto
    apparse in tutto il mondo, mentre il messaggio profondo del suo ultimo
    sguardo penetrava nel più intimo della nostra anima. Quella luce e quel
    messaggio vivranno finchè vivrà il mondo. Ci seguiranno all'infinito,
    come un appello insistente a trascendere noi stessi in quei momenti
    essenziali della vita che decidono il nostro futuro.
    "In qualunque luogo ci sorprenda la morte - egli scriveva - sia la
    benvenuta, purchè questo nostro grido di guerra sia arrivato a un
    orecchio ricettivo e un'altra mano si tenda per impugnare le nostre
    armi, e altri uomini si apprestino a intonare i canti luttuosi col
    crepitio delle mitragliatrici e nuovi gridi di guerra e di vittoria".
    Del Che, questo ci resterà eternamente. Al di là degli episodi che
    hanno segnato la sua vita; al di là di tutta la critica malevola che
    pretenderebbe di sezionare i fatti e le sue gesta, aggrottando le
    sopracciglia e redigendo una contabilità del contesto che accompagnava
    quei fatti, dei successi e dei fallimenti; al di là di tutta la feccia
    dei vari "avrebbe dovuto fare così" o dei "se fosse andata in questo
    modo, allora…"
    Che cosa allora…?
    Al di là infine, di questa lettura meccanica e superficiale della
    storia, che fa l'autopsia agli avvenimenti e ai fatti, ma tenta di
    ignorare l'uomo artigiano della storia, l'uomo col suo respiro di vita
    effimero, ma così grande e a volte così fragile. Quest'uomo, il cui
    corpo continua a non essere fatto d'altro che di carne e sangue e che,
    nella sofferenza o nella malattia, a volte lo tradisce. Capace anche di
    trascendere se stesso, di spingere ancora e sempre più lontano i propri
    limiti: quest'uomo è il vero miracolo della natura. E così era il Che.
    E' un'altra lettura, ben più profonda, che si deve compiere per ridare
    ai fatti e alle sue gesta il loro senso reale. Egli odiava soprattutto
    - e li odiava perché lil conosceva troppo bene - i trucchi
    dell'opportunismo, con le sue volute e le sue finte sembianze. E
    riusciva a smascherarli anche dove essi si credevano meglio
    dissimulati. Egli sapeva invece che erano quelli i veri becchini delle
    rivoluzioni. Dotato di una lunga e ricca esperienza, con la mano ferma
    di un chirurgo che si serve del bisturi, operò per estirpare questo
    tumore maligno inserito nel corpo della rivoluzione.
    Il Che ha parlato e scritto sulla guerriglia, ma non ha lasciato un
    codice preciso del perfetto guerrigliero. Tale codice, gli uomini
    saranno sempre in grado di inciderlo sulle proprie tavolette, quando vi
    saranno costretti dalle circostanze e dagli avvenimenti, quando avranno
    finalmente accettato di rischiare la propria vita per un ideale e
    quando questo ideale si confonderà con la loro vita. Riusciranno a
    vincere? O forse perderanno? Poco importa, perché è la lotta stessa che
    arricchisce la vita, che conferisce all'uomo i titoli di nobiltà ed
    eleva la sua coscienza.
    Più di tutto questo, più che un manuale di dialettica, il Che ha
    lasciato delle idee e un codice di vita, affinchè - come egli diceva -
    "questo amore per l'umanità vivente si trasformi in fatti concreti, in
    atti che servano d'esempio, di mobilitazione." Fidel ha detto di lui
    che "il suo tallone d'Achille era il suo assoluto disprezzo del
    pericolo". Forse fu questo il suo tallone d'Achille, ma certamente
    anche la sua forza e la sua grandezza.
    E' vero , il Che era un prode; ma un prode consapevole, col corpo
    indebolito dall'asma.
    A volte io l'accompagnavo sulle alture di Chrèa, sopra a Blida, e
    vedevo arrivare la crisi, il suo viso farsi di un colore verdastro. Chi
    ha letto il suo Diario boliviano sa in che stato fosse la sua salute;
    mentre affrontava le terribili prove fisiche e morali disseminate lungo
    il suo cammino.
    Infine, al di là dell'immagine imperitura inscritta in fondo ai nostri
    ricordi e ai nostri cuori, il Che è per noi un'arte di vivere e di
    morire.
    E' impossibile parlare del Che senza parlare di Cuba e dei rapporti
    particolari che ci univano, tanto la sua storia, la sua vita, sono
    legate a questo paese che fu per lui una seconda patria, prima di
    tornare dove lo chiamava la rivoluzione. Io lo conobbi alla vigilia
    della crisi internazionale legata alla questione dei missili e del
    blocco di Cuba imposto dagli Stati Uniti. L'Algeria accedeva
    all'indipendenza, il primo governo era stato appena costituito e il
    capo del governo algerino doveva partecipare, in quel mese di settembre
    del 1962, alla sessione dell'Onu in cui si sarebbe issata
    simbolicamente la bandiera algerina sopra la sede delle Nazioni Unite;
    una cerimonia che consacrava la vittoria della nostra lotta di
    liberazione nazionale e l'ingresso dell'Algeria nel consesso delle
    nazioni libere. L'ufficio politico del Fln aveva deciso che quella
    visita alle Nazioni Unite doveva essere seguita da una visita a Cuba.
    Ma più che di una visita, si trattava di un atto di fede per
    sottolineare i nostri rapporti politici. L'Algeria voleva dimostrare
    pubblicamente una solidarietà totale con la rivoluzione cubana e in
    particolare in quei momenti difficili della sua storia.
    Invitato alla Casa Bianca, ebbi delle discussioni accese e franche con
    Kennedy, a proposito di Cuba.
    Alla domanda diretta che gli posi: "Intendete arrivare a uno scontro
    frontale con Cuba?", egli non lasciò aleggiare alcun dubbio sulle sue
    intenzioni reali e mi rispose:"No, se non ci sono missili sovietici;
    sì, nel caso contrario". Tentò con insistenza di dissuadermi dal
    viaggiare a Cuba con un volo diretto in partenza da New York, arrivando
    addirittura ad evocare il pericolo di un attacco contro l'aereo cubano
    che doveva trasportarmi, da parte dell'opposizione cubana residente a
    Miami.
    A queste intimidazioni a malapena velate, ribattei che ero un fellagha
    e che non mi lasciavo intimidire dalle minacce degli harkis, algerini o
    cubani che fossero.
    Il nostro arrivo a Cuba si svolse in un'atmosfera di entusiasmo
    popolare indescrivibile. Il programma prevedeva delle discussioni
    politiche nella sede del partito all'Avana, subito dopo l'arrivo della
    nostra delegazione. Ma le cose si svolsero in maniera del tutto
    diversa. Appena le nostre valige furono depositate nel luogo in cui
    dovevamo alloggiare, ci mettemmo immediatamente a discutere con una
    certa animazione con Fidel, Che, Raùl e gli altri dirigenti che ci
    accompagnavano. Restammo così a parlare per delle ore.
    Ovviamente io riferii ai dirigenti cubani l'impressione che avevo
    ricevuto dal mio incontro con Kennedy e i suoi propositi bellicosi.
    Alla fine di queste discussioni appassionate, condotte attorno a dei
    tavoli che evavamo messo uno di fronte all'altro, ci rendemmo conto di
    avere esaurito praticamente il programma dei temi che avremmo dovuto
    affrontare e che l'incontro alla sede del partito non aveva più ragion
    d'essere. Di comune accordo, decidemmo quindi di passare direttamente
    al programma delle visite che dovevamo compiere attraverso il paese.
    Questo aneddoto dà un'idea dei rapporti completamente liberi d'ogni
    protocollo che fin dall'inizio dovevano rappresentare la caratteristica
    essenziale, la norma dei legami che avrebbero unito la rivoluzione
    cubana e quella algerina., ma anche dei legami personali che mi hanno
    unito a Fidel e al Che. Lo stesso doveva verificarsi nel tipo di
    relazioni che i nostri due paesi hanno mantenuto attraverso le loro
    ambasciate. Per esempio, lo statuto particolare di cui godeva
    l'ambasciatore Serguera, insediato ad Algeri in una proprietà libera da
    oneri di affitto; la possibilità che egli aveva, di incontrarmi in
    qualsiasi momento senza passare attraverso il Ministero degli affari
    esteri; le mie visite frequenti all'Ambasciata cubana e la reciprocità
    nei confronti del nostro ambasciatore a Cuba; tutto ciò conferiva ai
    nostri rapporti un calore che raramente si incontra nel campo delle
    relazioni diplomatiche e che stava a testimoniare una solidarietà senza
    incrinature.
    La conferma doveva avvenire in maniera spettacolare in occasione del
    primo allarme grave che minacciò la rivoluzione algerina, all'epoca dei
    fatti di Tindouf, nell'ottobre del 1963. Il nostro giovane esercito -
    aapena uscito da una lotta di liberazione e privo d'una copertura
    aerea, dal momento che non avevamo un solo aereo, né forze meccanizzate
    - fu attaccato sul terreno a lui più sfavorevole, non potendo
    utilizzare i soli metodi che conosceva e che aveva sperimentato nel
    corso della lotta di liberazione: vale a dire, la guerra di guerriglia.
    Il deserto e le ampie distese erano lontane dalle montagne delle
    Aurès, di Djurdjura, dalla penisola di Collo e di Tlemcen, che era
    stato il suo ambiente naturale e delle quali, il nostro esercito
    conosceva tutte le risorse e i segreti. I nostri nemici avevano deciso
    che bisognava spezzare lo slancio della rivoluzione algerina prima che
    essa diventasse troppo forte e trascinasse ogni cosa al suo passaggio.
    Nasser ci fornì immediatamente la copertura aerea di cui avevamo
    bisogno e Fidel, Che, Raùl e i dirigenti cubani ci inviarono un
    contingente di blindati con alcune centinaia di soldati che furono
    diretti verso Bedeau, a sud di Sidi Bel Abbès. Lì feci loro una visita,
    dove si trovavano pronti a entrare in azione se la guerra nel deserto
    fosse continuata.
    I mezzi corazzati inviati da Cuba possedevano dei dispositivi a raggi
    infrarossi che ne permettessero l'impiego di notte ed erano stati
    consegnati loro dai sovietici, con la condizione esplicita che non
    dovessero in nessun caso essere messi in mano a paesi terzi, ivi
    compresi dei paesi comunisti come, per esempio, la Bulgaria. Ebbene,
    nonostante le restrizioni imposte da Mosca e incuranti dei divieti, i
    cubani non avevano esitato a inviare i propri mezzi blindati in aiuto
    della rivoluzione algerina in pericolo. La mano degli Stati Uniti era
    più che evidente dietro i fatti di Tindouf e noi sapevamo che gli
    elicotteri, che trasportavano le truppe di Hassan II, erano pilotati da
    americani. E ciò giustificava ampiamente la presenza dei carri armati
    cubani in Algeria. Al fondo sono le stesse ragioni di solidarietà
    internazionale che spingeranno in seguito i dirigenti cubani a
    intervenire al di là dell'oceano Atlantico, in Angola e altrove.
    Le circostanze nelle quali si svolse l'arrivo di questo contingente
    meritano di essere riferite perché mostrano, più di qualunque altro
    esempio, la natura dei nostri rapporti privilegiati con Cuba e i suoi
    dirigenti. A settembre del 1962, all'epoca della mia visita a Cuba,
    Fidel aveva tenuto ad onorare la promessa che il suo paese aveva fatto,
    di fornire un aiuto di due miliardi di vecchi franchi alla rivoluzione
    algerina: tenuto conto della situazione economica di Cuba, questi ci
    dovevano essere inviati, non in valuta ma in zucchero. Ma nonostante le
    mie proteste - visto che ritenevo che all'epoca Cuba avesse bisogno del
    proprio zucchero ancora più di noi - egli non volle darmi retta.
    Pressappoco un anno dopo questa discussione, mentre si svolgeva la
    vicenda di Tindouf, una nave battente bandiera cubana giunse nel porto
    di Orano. Insieme al carico di zucchero promesso, avemmo la sorpresa di
    trovare alcune centinaia di soldati cubani e qualche decina di mezzi
    blindati,
    accorsi in aiuto della rivouzione algerina.
    Un dettaglio può riassumere lo spirito di quell'iniziativa: su un
    foglio staccato da un quaderno di scuola, Raùl mi inviava un breve
    messaggio per annunciarmi quel gesto di solidarietà.
    Ovviamente non potevamo lasciar partire vuota la nave, e così la
    riempimmo di prodotti algerini e, dietro consiglio dell'ambasciatore
    Seguera, vi aggiungemmo alcuni cavalli arabi. Iniziava in tal modo, tra
    i nostri due paesi un baratto a carattere-non commerciale, posto
    all'insegna del dono e della solidarietà e che, a seconda delle
    circostanze e anche delle necessità, divenne un elemento originale dei
    nostri rapporti con la rivoluzione cubana. Questo nuovo tipo di scambi,
    che rovesciavano tutte le concezioni mercantili delle relazioni
    commerciali - dal momento che anche i nostri ministri del commercio con
    l'estero non furono mai coinvolti in tale forma di baratto - fu
    praticato con altri paesi amici, come l'Egitto di Nasser, il Mali di
    Mobido, la Guinea di Sèkou Torè, la Tanzania di Nyerere, il Congo di
    Massemba -Debat o il Ghana di N'Krumah. Abbiamo dato, ma abbiamo anche
    ricevuto molto e non si è mai saputo quanto.
    Il Che era consapevole in modo particolare delle innumerevoli
    restrizioni che ostacolano e indeboliscono un'autentica azione
    rivoluzionaria, così come dei limiti che incontra qualunque esperienza
    - sia pure la più rivoluzionaria - a partire dal momenti in cui si
    trova ad affrontare direttamente o indirettamente, le regole
    implacabili delle leggi di mercato e della razionalità commerciale.
    Egli le ha denunziate pubblicamente in occasione della Conferenza
    afroasiatica che si tenne ad Algeri. D'altro canto, le condizioni
    umilianti con le quali si era conclusa la questione dei missili a Cuba
    e l'accordo intervenuto tra l'Urss e gli Usa avevano lasciato la bocca
    amara.
    Io ebbi all'epoca uno scambio di opinioni molto duro sull'argomento
    con l'ambasciatore sovietico. E tutto ciò unito alla situazione che
    esisteva in Africa e che lasciava sperare in immense potenzialità
    rivoluzionarie, aveva condotto il Che a ritenere che l'anello debole
    dell'imperialismo si trovasse sul nostro continente e che egli vi
    dovesse ormai consacrare le proprie forze.
    Al momento di abbandonare Fidel gli scrisse:"Altre terre del mondo
    reclamano il contributo dei miei modesti sforzi…sui nuovi campi di
    battaglia porterò…la sensazione di compiere il più sacro dei doveri:
    lottare contro l'imperialismo ovunque esso sia".
    E ovviamente il Che intendeva partecipare fisicamente alle nuove
    battaglie che si preparavano.
    Io cercai di fargli notare che forse non era quello il modo migliore
    di aiutare l'ascesa rivoluzionaria che si stava realizzando sul nostro
    continente. Anche se una rivoluzione armata può e deve trovare dei
    sostegni all'estero, essa deve ciononostante creare delle proprie basi
    interne sulle quali appoggiarsi per giungere alla vittoria. Essa deve
    dare vita ad una propria dinamica interna, mossa da una sensibilità e
    da risorse mentali che il genio di un popolo produce su un suolo e su
    un terreno particolari, nonstante il tipo di ideologia che li irriga.
    Il Che però non ammetteva che il proprio impegno non fosse anche
    fisico e totale. Si recò a Cabinda, nel Congo-Brazzaville, a più
    riprese. Rifiutò l'aereo speciale che volevo mettergli a disposizione
    per garantire una maggiore discrezione nei suoi spostamenti. Avvisai
    allora gli ambasciatori algerini di tutta la regione di mettersi a sua
    disposizione in caso di necessità. Lo rivedevo ad ogni suo ritorno
    dall'Africa e passavamo delle ore a discutere, a scambiarci le idee. E
    ogni volta tornava impressionato dalla favolosa ricchezza culturale del
    continente, ma poco soddisfatto dei rapporti con i partiti marxisti dei
    paesi che aveva visitato ele cui concezioni lo irritavano.
    L'esperienza di Cabinda, unita a quella che in seguito doveva fare con
    la guerriglia attiva nella regione dell'ex-Stanleille, lo avevano
    profondamente deluso. Si era potuto rendere conto finalmente della
    realtà di alcune delle difficoltà che avevo indicato nei nostri
    incontri e in particolare del fatto di intervenire, con un'azione
    fisica proveniente dall'esterno, su una detrminata situazione
    rivoluzionaria. Parallelamente al Che, noi svolgevamo un'altra azione
    per sostenere la rivoluzione armata nello Zaire occidentale. In accordo
    con Nyerere, Nasser, Mobido Keita, N'Krumah e Sèkou Tourè, l'Algeria
    dava il proprio contributo inviando armi attraverso l'Egitto, per mezzo
    di un vero e proprio ponte aereo, mentre l'Uganda e il Mali si
    impegnavano a fornire i quadri militari. Fu al Cairo - dove ci eravamo
    riuniti su mia iniziativa - che fu elaborato questo piano di aiuti e
    avevamo iniziato ad applicarlo proprio nel momento in cui ci giungeva
    l'appello disperato dei dirigenti della lotta armata. Purtroppo e
    malgrado i nostri sforzi, l'iniziativa giunse troppo tardi e quella
    rivoluzione fu soffocata nel sangue con l'assassinio di Lumumba.
    Durante uno dei suoi soggiorni ad Algeri, il Che mi fece una richiesta
    da parte di Fidel e della direzione rivoluzionaria cubana. Per loro non
    era più possibile intervenire efficacemente a partire da Cuba in aiuto
    alla rivoluzione armata in America latina. Poiché Cuba era sottoposta
    ad una rigida sorveglianza, non si poteva organizzare nulla di serio in
    direzione dell'America del Sud, per inviarvi le armi e i quadri
    militari che erano stati addestrati a Cuba. L'Algeria non si sarebbe
    potuta sostituire a Cuba? Per quanto riguardava la distanza, ci si rese
    conto che non si trattava dopotutto di un grande svantaggio, e anzi
    poteva essere il contrario, tenedo conto che essa giocava a favore
    della segretezza necessaria per il successo di un'operazione di tale
    importanza.
    La mia risposta fu ovviamente spontanea e positiva. E così cominciò
    imediatamente l'organizzazione delle strutture necessarie ad accogliere
    i movimenti rivoluzionari dell'America latina, poste sotto il controllo
    diretto del Che. Nel giro di poco tempo i rappresentanti di tutti
    questi movimenti rivoluzionari furono traportati ad Algeri, dove io li
    incontrai a più riprese in compagnia del Che.
    Uno stato maggiore composto dai vari movimenti, si stabilì sulle
    alture di Algeri, in una grande villa circondata da giardini che, a
    titolo simbolico, avevamo deciso di donare loro.
    Quella Villa Sunini era stata un luogo famoso, il cui nome è passato
    alla storia. Durante la lotta di liberazione nazionale era stata un
    centro di tortura, in cui avevano trovato la morte molti membri della
    resistenza algerina. Un giorno il Che mi disse:"Ahmed, abbiamo appena
    ricevuto un duro colpo; degli uomini addestrati alla Villa Sunini sono
    stati catturati alla frontiera tra il paese tale e talaltro - non mi
    ricordo più di quali paesi si trattasse - e ho paura che parleranno
    sotto tortura".
    Era molto inquieto e temeva che la segretezza del luogo in cui si
    preparavano le azioni armate, venisse meno, permettendo ai nostri
    nemici di scoprire la vera natura delle società d'import-export che
    avevamo costituito in America latina per aiutare la rivoluzione armata
    e la cui attività reale non aveva evidentemente nulla a che vedere con
    la loro apparente ragione sociale.
    Il Che era partito da Algeri, quando avvenne il colpo di stato
    militare del 19 giugno 1965, contro il quale, del resto, mi aveva messo
    in guardia. La sua partenza da Algeri, seguita dalla morte in Bolivia e
    la mia scomparsa per quindici anni, devono essere collocate nel
    contesto storico caratterizzato dal riflusso che seguì l'ascesa
    vittoriosa delle lotte di liberazione. Quello stesso riflusso che suonò
    a morto, dopo l'assassinio di Lumumba, anche per i regimi progressisti
    che avevano visto la luce nel Terzo mondo e tra gli altri, per quelli
    di N'Krumah, Mobido Keita, Sukarno e Nasser. Questa data dell'8 ottobre
    (1967), inscritta a lettere di fuoco nelle nostre memorie, evoca una
    giornata incommensurabilmente triste per il prigioniero solitario che
    all'epoca mi trovavo a essere, nel momento in cui le radio annunciavano
    la morte di quel mio fratello e i nemici che avevamo combattuto insieme
    intonavano il loro sinistro canto di vittoria.
    Che non gioiscano troppo, tuttavia. Perché più ci allontaniamo da
    quella data e più si diradano nella memoria le circostanze in cui
    terminò la guerriglia quel giorno, lì nel Nancahuazu, più presente
    appare invece il ricordo del Che nello spirito di coloro che lottano e
    sperano. Oggi più che mai egli si inserisce nella trama della vita
    quotidiana. Qualcosa di lui resta attaccato ai loro cuori, alla loro
    anima, nascosto come un tesoro imperituro nella parte più profonda, più
    segreta e ricca del loro essere, riscaldandone il coraggio e
    attizzandone l'energia.
    Un giorno, il silenzio opaco della mia prigione, gelosamente custodito
    da alcune centinaia di soldati, fu spezzato da un gran frastuono. Fu
    così che venni a sapere che a solo qualche centinaio di metri di
    distanza c'era Fidel, in visita a una fattoria-modello molto vicina, e
    ignaro certamente del fatto che io mi trovassi in quella casa moresca,
    isolata sulla collina e della quale egli poteva intravedere i tetti al
    di sopra delle cime degli alberi. Era stato certamente per le stesse
    ragioni di discrezione che quella casa era stata scelta dall'esercito
    colonialista come un centro di tortura.
    In quel momento una marea di ricordi rimontò alla superficie, una
    coorte di volti, e davanti ai miei occhi passò come un film patinato
    dal tempo: da quando c'eravamo lasciati, il Che non era ancora mai
    apparso così vividamente nella mia memoria. In verità, il suo ricordo,
    ovunque noi andiamo, ci ha sempre accompagnato; ciò vale per me e per
    mia moglie, la stessa che vi legge queste parole ce vi rivolgo e che
    gli rende, come ha sempre fatto, una venerazione senza pari. Nessuno
    più di lei aveva il diritto di leggervele.
    Una grande foto del Che è sempre stata appesa sui muri della nostra
    prigione e il suo sguardo è stato testimone della nostra vita
    quotidiana, delle gioie e dei dolori. Ma un'altra foto, piccola e
    ritagliata da una rivista, che avevo incollato su un cartone e protetto
    con un foglio di plastica, ci ha sempre accompagnato nelle nostre
    peregrinazioni. E' la più cara ai nostri occhi. Oggi essa si trova a
    Maghnia, il mio villaggio natale, nella casa dei mie genitori che ormai
    non ci sono più e dove abbiamo lasciato i nostri ricordi più preziosi
    prima di partire per l'esilio. E' la foto del Che disteso, a torso nudo
    e dal cui corpo irradia tanta luce. Tanta luce e tanta speranza.

  8. #98
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    Predefinito "che": Un Rivoluzionario Scomodo

    "CHE": UN RIVOLUZIONARIO SCOMODO
    di Giuliano Naria
    <<L'odio come fattore di lotta, l'odio intransigente per il nemico, che spinge l'essere umano oltre i limiti naturali e lo trasforma in un'efficace, violenta, selettiva e fredda macchina per uccidere. I nostri soldati devono essere così; un popolo senza odio non può trionfare su un nemico brutale>>. (Ernesto "Che" Guevara: "Creare due, tre, molti Vietnam") .
    Quando era vivo, lo chiamavano "rivoluzionario da farmacia", "avventuriero", dopo la sua morte lo hanno rivalutato per trasformarlo nel rivoluzionario buono da contrapporre a quelli cattivi, cioè a quelli che, come lui, hanno provato a fare la rivoluzione. Improvvisamente, qualche anno fa, lo hanno tirato fuori dal limbo della storia, in cui lo avevano collocato, per trasformarlo in un mito da consumare e da sfruttare, adattandolo al gusto di ogni palato. Ne è venuto fuori quanto di più surreale si potesse immaginare: "un James Dean" latino-americano, un "beat" senza chitarra, "una Teresa di Calcutta" di sinistra, un "rivenditore di motociclette usate" senza patente, un "esistenzialista" un po' romantico, e, peggio del peggio: "un Bertinotti giovane". Stimati falsi intellettuali hanno potuto pubblicare le loro cazzate, e persino farci i soldi, rincorrendo e alimentando questa moda. Ridicoli voltagabbana più o meno telegenici, per agguantare un pizzico di notorietà, hanno urlato insulse asinate contando su di un ascolto garantito e, spesso, complice. Ci si sarebbe aspettati che qualcuno dei "guevaristi" più accesi, che bazzicano i "Centri sociali" e le sezioni di "Rifondazione comunista" si fosse pronunciato contro questo scempio, ma erano occupati a chiedere "marijuana libera" o a discutere sull'ultima giacca del loro segretario e hanno preferito tacere.
    Infine, sull'onda di un contraddittorio penoso tra l'ex-rivoluzionario Regis Debray e una delle figlie del "Che" riguardante " ciò che non siamo mai stati e comunque non siamo più", finalmente Rossana Rossanda ha preso la penna in mano e con il suo classico stile di dire e non dire, ha oscuramente accennato ad una verità che gente come lei avrebbe il dovere, ma non ha fatto, di rivelare ai giovani. Questa verità, la Rossanda, non ha poi rivelato, lasciandoci tutti, giovani e non giovani, in spasmodica attesa. Nel suo articolo sul Manifesto, però,adombra un fattaccio: forse il "Che" non era democratico, forse il "Che" non era neppure un pacifista, un ecologista, un femminista o un gay. Forse non era un dissociato, un pentito, un voltagabbana e, oggi come oggi, non avrebbe votato "Ulivo" e letto Liberazione nella sala d'attesa di una organizzazione umanitaria. Forse era uno di quei cattivi comunisti da cui la creazione del suo mito "usa e getta" ci avrebbe dovuto proteggere e immunizzare. O forse la banda degli "intelligenti" che ha messo in pedi il teatro si è accorta di stare esagerando, se qualcuno leggesse veramente le opere del "Che", non quelle degli illustri biografi, magari potrebbe cominciare a dubitare e poi indignarsi, e poi ancora pensare di trasformare il mondo con il mitra in mano. Chissà!
    L'irritazione della Rossanda ha contribuito a demitizzare il "Che", a farlo ritornare quello scomodo rivoluzionario che è sempre stato. E pertanto bisogna ringraziarla. Ora, fuori dal mito e fuori dai denti, forse sarà possibile riprendere i testi di Guevara, leggere la sua strategia e imparare a confrontarsi con la sua azione.
    Il pensiero del "Che", una volta compiuta la rivoluzione cubana, strategicamente si articola su due livelli: la rivoluzione latino-americana e la lotta dei popoli contro l'imperialismo. Occorre ricordare che Guevara è stato essenzialmente un comandante guerrigliero e che il suo maggiore contributo al marxismo-leninismo è stato quello di aver sviluppato la teoria della "guerra rivoluzionaria". Ci dispiace sottolinearlo, il "Che" non ha mai scritto poesie o canzoni, ma si e soffermato soprattutto sulle tecniche guerrigliere e sulle motivazioni che spingono un uomo a trasformarsi in un soldato e a combattere. La "teoria del foco", cioè del focolaio guerrigliero, a suo tempo fece discutere e ricevette numerose critiche ma anche altrettante adesioni. Almeno due generazioni di latino-americani hanno sentito come supremo dovere non quello di girare il continente in motocicletta, ma quello di dare inizio ad una lotta armata che si trasformasse in una guerra di liberazione. E molti di questi sono morti dopo aver imbracciato il fucile.
    L'esempio del "Che" ha portato uomini e donne anche in Occidente non a dedicarsi alla riproduzione delle magliette con il volto barbuto del comandante, ma a cercare di creare le condizioni per impiantare una guerra popolare nei loro paesi. Possono aver commesso errori, ma non certo quello di aver tentato di aprire un processo rivoluzionario nel cuore del dominio imperialista.
    Il "Che" dunque ci ha rimesso tre lasciti (oltre a quello, enorme, di aver partecipato come dirigente politico-militare alla rivoluzione cubana e alla costruzione del socialismo a Cuba): l'esempio, la teoria, la strategia. L'esempio: non basta parlare bisogna agire in prima persona, prendere le armi e combattere. La teoria del "foco": non occorre aspettare all'infinito le cosiddette condizioni rivoluzionarie, bisogna contribuire a crearle e l'organizzazione di una banda guerrigliera è il più importante contributo che ciascuno di noi può dare. E la strategia che lui stesso condensò in una frase: "creare due, tre, molti Vietnam".
    Credo che un "guevarista", e anche un non guevarista, debba riflettere su questi lasciti, piuttosto che dedicarsi ad organizzare insulse tavole rotonde, in attesa che cominci il concerto, in cui gli ipocriti, i traditori, e tutti coloro che quando ebbero l'opportunità di seguire l'esempio del "Che" non lo fecero, tengano banco tra gli applausi ingenui dei fumatori di marijuana e degli estimatori di giacche.
    Torniamo un attimo alla strategia. Dice il "Che" (ma, se non l'avete ancora fatto, andatevelo a leggere che è meglio!) che la rivoluzione nel continente latino-americano ( la "Patria Grande"), pur mantenendo una specificità paese per paese, è un unico processo dato che i tratti comuni sono e restano forti e presenti. Unico è il dominio dettato dall'imperialismo statunitense e dai loro servi che occupano posizioni di potere nelle varie nazioni. Comune è il passato coloniale, le forme di sfruttamento e di oppressione. Comune è, in larga parte, la lingua, la cultura, i valori, la fame e la sofferenza. Come comune fu, in larga parte, la lotta di indipendenza dal dominio coloniale, e ora l'ansia di rivolta e di riscatto. Comune è il senso di appartenenza, ontologico si potrebbe quasi dire, tra i vari popoli e individui che abitano questo grande continente.
    Questo progetto, per il quale il "Che" morì in Bolivia, è ancora attuale, a mio giudizio, e ciò che più importa, inquadrato in una differente concezione, ancora in corso.
    "Creare due, tre, molti Vietnam", ovvero la seconda lama della forbice della strategia guevarista, è una provocazione (in senso intellettuale) che conserva, a mio parere, tutto il suo significato euristico. Contro l'equivoco umanitarismo delle associazioni, contro il pacifismo ipocrita, contro la solidarietà fasulla, conviene ricordare che l'internazionalismo proletario consiste nell'individuazione del nemico comune, che oggi è sempre lo stesso di ieri: l'imperialismo, in primo luogo nordamericano, e nella lotta mortale contro di esso. Occorre perciò che ciascuno trasformi il proprio paese in un Vietnam per non trovarci ad ogni nuova situazione a dire: "che fare per gli hutu? ... E per i bosniaci?... ;Dobbiamo manifestare contro i Talibani o sostenere il Papa?"
    In questo momento di atroce confusione, occorre fare chiarezza e occorre che tutti facciano chiarezza. La politica deve tornare al posto di comando. Inseguire, belando, i disastri provocati dall'imperialismo e dalla logica del dominio e del profitto comporta che, a un certo punto, senza saperlo uno si trovi a combattere sullo stesso fronte insieme al... nemico! E' quello che sta succedendo. Alcuni l'hanno capito e se lo tengono per sé: anche loro sono il nemico.
    L'aridità intellettuale, l'eterna ingenuità, la mancanza di curiosità portano all'egemonia dei mostri, al regno dell'idiozia. Alimentando un processo di svilimento della ragione. Alcuni semplici paragoni tratti dalla fenomenologia del quotidiano ci aiutano a capire. E' come coloro che credono di fare del bene perché danno mille lire al povero bambino albanese trovato al semaforo e non sanno, o fanno finta di non sapere, che quel bambino è schiavo di una mafia di farabutti e le mille lire finiscono in mano ai farabutti perpetuando la schiavitù dei bambini. E' come coloro che si credono pacifisti ed ecologisti perché vogliono mettere al bando le mine antiuomo senza aver messo al bando prima le bombe atomiche e i missili intelligenti, privando i poveri di una delle poche armi alla loro portata. O quelli che chiedono l'abolizione del servizio militare in favore di un esercito professionale, in modo che il popolo sia espropriato anche del diritto simbolico di difendere la propria libertà. Gli esempi sono infiniti e aumentano con lo scorrere del tempo.
    Dunque: creare due, tre, molti Vietnam. La liberazione di noi stessi non può essere opera che di noi stessi.
    <<Ogni nostra azione è un grido di guerra contro l'imperialismo, è un appello vibrante all'unità dei popoli contro il grande nemico dei popoli: gli Stati Uniti d'America. In qualunque luogo ci sorprenda la morte, che sia la benvenuta, purché il nostro grido di guerra giunga a un orecchio ricettivo, e purché un'altra mano si tenda per impugnare le nostre armi e altri uomini si apprestino a intonare canti di morte con il crepitio delle mitragliatrici e nuove grida di guerra e di vittoria>>. ( Ernesto "Che" Guevara: "Creare due, tre, molti Vietnam" ).

  9. #99
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    O Hitler a Mosca, o Stalin a Lisbona! Fuori gli yankee!!
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    Predefinito Dedicato al Che

    Quanto tempo è passato da quel giorno d'autunno
    di un ottobre avanzato, con il cielo già bruno,
    fra sessioni di esami, giorni persi in pigrizia,
    giovanili ciarpami, arrivò la notizia...

    Ci prese come un pugno, ci gelò di sconforto,
    sapere a brutto grugno che Guevara era morto:
    in quel giorno d'ottobre, in terra boliviana
    era tradito e perso Ernesto "Che" Guevara...

    Si offuscarono i libri, si rabbuiò la stanza,
    perché con lui era morta una nostra speranza:
    erano gli anni fatati di miti cantati e di contestazioni,
    erano i giorni passati a discutere e a tessere le belle illusioni...

    "Che" Guevara era morto, ma ognuno lo credeva
    che con noi il suo pensiero nel mondo rimaneva...
    "Che" Guevara era morto, ma ognuno lo credeva
    che con noi il suo pensiero nel mondo rimaneva...


    Passarono stagioni, ma continuammo ancora
    a mangiare illusioni e verità a ogni ora,
    anni di ogni scoperta, anni senza rimpianti:
    " Forza Compagni, all'erta, si deve andare avanti! "

    E avanti andammo sempre con le nostre bandiere
    e intonandole tutte quelle nostre chimere...
    In un giorno d'ottobre, in terra boliviana,
    con cento colpi è morto Ernesto "Che" Guevara...

    Il terzo mondo piange, ognuno adesso sa
    che "Che" Guevara è morto, mai più ritornerà,
    ma qualcosa cambiava, finirono i giorni di quelle emozioni
    e rialzaron la testa i nemici di sempre contro le ribellioni...

    "Che" Guevara era morto e ognuno lo capiva
    che un eroe si perdeva, che qualcosa finiva...
    "Che" Guevara era morto e ognuno lo capiva
    che un eroe si perdeva, che qualcosa finiva...


    E qualcosa negli anni terminò per davvero
    cozzando contro gli inganni del vivere giornaliero:
    i Compagni di un giorno o partiti o venduti,
    sembra si giri attorno a pochi sopravvissuti...

    Proprio per questo ora io vorrei ascoltare
    una voce che ancora incominci a cantare:
    In un giorno d'ottobre, in terra boliviana,
    con cento colpi è morto Ernesto "Che" Guevara...

    Il terzo mondo piange, ognuno adesso sa
    che "Che" Guevara è morto, forse non tornerà,
    ma voi reazionari tremate, non sono finite le rivoluzioni
    e voi, a decine, che usate parole diverse, le stesse prigioni,

    da qualche parte un giorno, dove non si saprà,
    dove non l'aspettate, il "Che" ritornerà,
    da qualche parte un giorno, dove non si saprà,
    dove non l'aspettate, il "Che" ritornerà !


  10. #100
    OLTRE LA MORTE
    Ospite

    Predefinito

    Purtroppo se non fermate Sabotaggio domattina di discussioni sul Che ne trovate un migliaio o giù di lì....

    buon lavoro!

 

 
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