Su DR, in questo momento, i 4 thread "in cima" al forum riguardano tutti Che Guevara.
Su DR, in questo momento, i 4 thread "in cima" al forum riguardano tutti Che Guevara.


Quarant'anni fa veniva ucciso Che Guevara. Il comandante
guerrigliero aveva cercato di esportare il fenomeno
rivoluzionario cubano sia in Africa che in America Latina
che, essendo egli argentino, considerava nella sua interezza
un po' come la sua patria.
I fuochi di guerriglia dovevano accendere la rivoluzione:
è quel fuochismo che avrebbe affascinato Giangiacomo
Feltrinelli, molto poco leninista ma romantico e garibaldino
assai.
Il Che e i fascisti
In quarant'anni il Che è stato oggetto di tutte le
svalutazioni possibili, è stato ridotto a logo
pubblicitario, a simbolo di riconoscimento di tribu urbane
ultracapitaliste. Allora, quando morì, ma anche prima,
quando abbracciò il suo sogno rivoluzionario abbandonando
un ministero a Cuba, Ernesto Guevara poteva contare su tante
antipatie, molte delle quali tra i farisei del suo campo, ma
anche di tante simpatie tra coloro che la stupida logica
degli schemi vedeva come suoi avversari. Allora quando la
demenza e la sclerosi del dogmatismo alla Tartuffe non era
di moda tra gli eredi delle rivoluzioni nazionali, furono in
molti a sostenere il Che. Da Jean Thiriart, il fondatore di
Jeune Europe e del partito nazionale europeo che avrebbe
schierato volontari in Palestina a Juan Peron. Costui,
fascista tra i fascisti, esule in Spagna dopo esser stato
rovesciato dall'oligarchia clerico/militare legata a
Washington, aveva stretto un patto strategico con Fidel
Castro ed elogiava particolarmente il Che la cui lotta,
secondo il suo parere ufficiale, utilizzava il marxismo come
puro e semplice strumento per un ideale superiore.
Fu proprio Peron, l'ultimo degli statisti fascisti, ad
accogliere il Che nella Spagna franchista con il
beneplacito del Caudillo e a metterlo in contatto in
Algeria con Boumedienne.
Del resto Guevara aveva sostenuto Peron contro i comunisti
pochi anni prima in Argentina e uno dei suoi fuochi
guerriglieri, appunto nel paese natio soggetto a dittatura,
fu opera dei peronisti.
Il Che vivo, la crème del fascismo post-bellico era con
lui, il Che morto gli vennero dedicate molte riflessioni e
qualche agiografia come Une passion pour El Che di
Jean Cau di sensibilità nazionalsocialista.
Bianchi o neri?
Potrei quindi onorare Che Guevara sulla base dei miei
illustri predecessori e sentirmi per questo molto più
fascista dei fascisti che lo denigrano. Ma non sarebbe
sufficiente né corretto. Non lo voglio onorare solo
perché i migliori fascisti lo onorarono ma perché lo
merita di per sé.
Conosco le obiezioni, ne sento di continuo: da quando il
neofascismo è scaduto
nell'ombra reazionaria del codinismo borghese e ha smarrito
la sua anima e il suo più profondo significato
esistenziale e sacro le banalità sminunenti si
susseguono. Una di esse è che non si può onorare il Che,
non si può non essere contenti della morte del Che,
perché egli si batteva per distruggere i nostri valori.
Nostri? Valori? Suvvia: scherziamo?
Il Che si batteva per liberare il suo continente
dall'occupazione americana, dall'oppressione oligarchica e
dalle ingiustizie. Possiamo non condividere l'indirizzo dato
dal Che alla sua lotta, il suo impianto ideologico e
programmatico, ma non possiamo non sentire nostra la sua
lotta; e se non la sentiamo tale delle due l'una: o di
quella lotta non sappiamo niente o abbiamo sbagliato proprio
campo, siamo guardie bianche e non camicie nere!
Lotta e Vittoria
Infine non si può non onorare il Che perché un uomo che
abbandona cariche, onori, denari e privilegi per andarsene a
vivere nelle selve, tra i monti, con un pugno di compagni di
lotta, passando giornate intere con qualche goccio d'acqua
e, se dice bene, una galletta, un uomo che sogna e che resta
fedele al suo sogno mettendo carne, muscoli, nervi al suo
servizio, non può non essere onorato. Lo detta chiaramente
quel sentimento della vita, dell'onore e del sacro che è
alla base dell'Idea del mondo che fece grande la nostra
antichità e la nostra più recente primavera. Quell'Idea
del mondo che dalla Bhagavad Gita tramite i Luperci le
Legioni mithraiche, la Cavalleria fino ai Werwolf ha
significato tutto il meglio che memoria d'uomo ricordi e che
si condensa nella Dottrina di Lotta e Vittoria (che
non coincide con il successo tangibile ma con il trionfo su
di sé.
Chi non ha perso il bandolo di quel filo non può non
rispettare e non onorare l'eroe di Santa Clara.
Onore al Che: lotta e vittoria Comandante!
Gabriele Adinolfi


Quarant'anni fa veniva ucciso Che Guevara. Il comandante
guerrigliero aveva cercato di esportare il fenomeno
rivoluzionario cubano sia in Africa che in America Latina
che, essendo egli argentino, considerava nella sua interezza
un po' come la sua patria.
I fuochi di guerriglia dovevano accendere la rivoluzione:
è quel fuochismo che avrebbe affascinato Giangiacomo
Feltrinelli, molto poco leninista ma romantico e garibaldino
assai.
Il Che e i fascisti
In quarant'anni il Che è stato oggetto di tutte le
svalutazioni possibili, è stato ridotto a logo
pubblicitario, a simbolo di riconoscimento di tribu urbane
ultracapitaliste. Allora, quando morì, ma anche prima,
quando abbracciò il suo sogno rivoluzionario abbandonando
un ministero a Cuba, Ernesto Guevara poteva contare su tante
antipatie, molte delle quali tra i farisei del suo campo, ma
anche di tante simpatie tra coloro che la stupida logica
degli schemi vedeva come suoi avversari. Allora quando la
demenza e la sclerosi del dogmatismo alla Tartuffe non era
di moda tra gli eredi delle rivoluzioni nazionali, furono in
molti a sostenere il Che. Da Jean Thiriart, il fondatore di
Jeune Europe e del partito nazionale europeo che avrebbe
schierato volontari in Palestina a Juan Peron. Costui,
fascista tra i fascisti, esule in Spagna dopo esser stato
rovesciato dall'oligarchia clerico/militare legata a
Washington, aveva stretto un patto strategico con Fidel
Castro ed elogiava particolarmente il Che la cui lotta,
secondo il suo parere ufficiale, utilizzava il marxismo come
puro e semplice strumento per un ideale superiore.
Fu proprio Peron, l'ultimo degli statisti fascisti, ad
accogliere il Che nella Spagna franchista con il
beneplacito del Caudillo e a metterlo in contatto in
Algeria con Boumedienne.
Del resto Guevara aveva sostenuto Peron contro i comunisti
pochi anni prima in Argentina e uno dei suoi fuochi
guerriglieri, appunto nel paese natio soggetto a dittatura,
fu opera dei peronisti.
Il Che vivo, la crème del fascismo post-bellico era con
lui, il Che morto gli vennero dedicate molte riflessioni e
qualche agiografia come Une passion pour El Che di
Jean Cau di sensibilità nazionalsocialista.
Bianchi o neri?
Potrei quindi onorare Che Guevara sulla base dei miei
illustri predecessori e sentirmi per questo molto più
fascista dei fascisti che lo denigrano. Ma non sarebbe
sufficiente né corretto. Non lo voglio onorare solo
perché i migliori fascisti lo onorarono ma perché lo
merita di per sé.
Conosco le obiezioni, ne sento di continuo: da quando il
neofascismo è scaduto
nell'ombra reazionaria del codinismo borghese e ha smarrito
la sua anima e il suo più profondo significato
esistenziale e sacro le banalità sminunenti si
susseguono. Una di esse è che non si può onorare il Che,
non si può non essere contenti della morte del Che,
perché egli si batteva per distruggere i nostri valori.
Nostri? Valori? Suvvia: scherziamo?
Il Che si batteva per liberare il suo continente
dall'occupazione americana, dall'oppressione oligarchica e
dalle ingiustizie. Possiamo non condividere l'indirizzo dato
dal Che alla sua lotta, il suo impianto ideologico e
programmatico, ma non possiamo non sentire nostra la sua
lotta; e se non la sentiamo tale delle due l'una: o di
quella lotta non sappiamo niente o abbiamo sbagliato proprio
campo, siamo guardie bianche e non camicie nere!
Lotta e Vittoria
Infine non si può non onorare il Che perché un uomo che
abbandona cariche, onori, denari e privilegi per andarsene a
vivere nelle selve, tra i monti, con un pugno di compagni di
lotta, passando giornate intere con qualche goccio d'acqua
e, se dice bene, una galletta, un uomo che sogna e che resta
fedele al suo sogno mettendo carne, muscoli, nervi al suo
servizio, non può non essere onorato. Lo detta chiaramente
quel sentimento della vita, dell'onore e del sacro che è
alla base dell'Idea del mondo che fece grande la nostra
antichità e la nostra più recente primavera. Quell'Idea
del mondo che dalla Bhagavad Gita tramite i Luperci le
Legioni mithraiche, la Cavalleria fino ai Werwolf ha
significato tutto il meglio che memoria d'uomo ricordi e che
si condensa nella Dottrina di Lotta e Vittoria (che
non coincide con il successo tangibile ma con il trionfo su
di sé.
Chi non ha perso il bandolo di quel filo non può non
rispettare e non onorare l'eroe di Santa Clara.
Onore al Che: lotta e vittoria Comandante!
Gabriele Adinolfi


Quarant'anni fa veniva ucciso Che Guevara. Il comandante
guerrigliero aveva cercato di esportare il fenomeno
rivoluzionario cubano sia in Africa che in America Latina
che, essendo egli argentino, considerava nella sua interezza
un po' come la sua patria.
I fuochi di guerriglia dovevano accendere la rivoluzione:
è quel fuochismo che avrebbe affascinato Giangiacomo
Feltrinelli, molto poco leninista ma romantico e garibaldino
assai.
Il Che e i fascisti
In quarant'anni il Che è stato oggetto di tutte le
svalutazioni possibili, è stato ridotto a logo
pubblicitario, a simbolo di riconoscimento di tribu urbane
ultracapitaliste. Allora, quando morì, ma anche prima,
quando abbracciò il suo sogno rivoluzionario abbandonando
un ministero a Cuba, Ernesto Guevara poteva contare su tante
antipatie, molte delle quali tra i farisei del suo campo, ma
anche di tante simpatie tra coloro che la stupida logica
degli schemi vedeva come suoi avversari. Allora quando la
demenza e la sclerosi del dogmatismo alla Tartuffe non era
di moda tra gli eredi delle rivoluzioni nazionali, furono in
molti a sostenere il Che. Da Jean Thiriart, il fondatore di
Jeune Europe e del partito nazionale europeo che avrebbe
schierato volontari in Palestina a Juan Peron. Costui,
fascista tra i fascisti, esule in Spagna dopo esser stato
rovesciato dall'oligarchia clerico/militare legata a
Washington, aveva stretto un patto strategico con Fidel
Castro ed elogiava particolarmente il Che la cui lotta,
secondo il suo parere ufficiale, utilizzava il marxismo come
puro e semplice strumento per un ideale superiore.
Fu proprio Peron, l'ultimo degli statisti fascisti, ad
accogliere il Che nella Spagna franchista con il
beneplacito del Caudillo e a metterlo in contatto in
Algeria con Boumedienne.
Del resto Guevara aveva sostenuto Peron contro i comunisti
pochi anni prima in Argentina e uno dei suoi fuochi
guerriglieri, appunto nel paese natio soggetto a dittatura,
fu opera dei peronisti.
Il Che vivo, la crème del fascismo post-bellico era con
lui, il Che morto gli vennero dedicate molte riflessioni e
qualche agiografia come Une passion pour El Che di
Jean Cau di sensibilità nazionalsocialista.
Bianchi o neri?
Potrei quindi onorare Che Guevara sulla base dei miei
illustri predecessori e sentirmi per questo molto più
fascista dei fascisti che lo denigrano. Ma non sarebbe
sufficiente né corretto. Non lo voglio onorare solo
perché i migliori fascisti lo onorarono ma perché lo
merita di per sé.
Conosco le obiezioni, ne sento di continuo: da quando il
neofascismo è scaduto
nell'ombra reazionaria del codinismo borghese e ha smarrito
la sua anima e il suo più profondo significato
esistenziale e sacro le banalità sminunenti si
susseguono. Una di esse è che non si può onorare il Che,
non si può non essere contenti della morte del Che,
perché egli si batteva per distruggere i nostri valori.
Nostri? Valori? Suvvia: scherziamo?
Il Che si batteva per liberare il suo continente
dall'occupazione americana, dall'oppressione oligarchica e
dalle ingiustizie. Possiamo non condividere l'indirizzo dato
dal Che alla sua lotta, il suo impianto ideologico e
programmatico, ma non possiamo non sentire nostra la sua
lotta; e se non la sentiamo tale delle due l'una: o di
quella lotta non sappiamo niente o abbiamo sbagliato proprio
campo, siamo guardie bianche e non camicie nere!
Lotta e Vittoria
Infine non si può non onorare il Che perché un uomo che
abbandona cariche, onori, denari e privilegi per andarsene a
vivere nelle selve, tra i monti, con un pugno di compagni di
lotta, passando giornate intere con qualche goccio d'acqua
e, se dice bene, una galletta, un uomo che sogna e che resta
fedele al suo sogno mettendo carne, muscoli, nervi al suo
servizio, non può non essere onorato. Lo detta chiaramente
quel sentimento della vita, dell'onore e del sacro che è
alla base dell'Idea del mondo che fece grande la nostra
antichità e la nostra più recente primavera. Quell'Idea
del mondo che dalla Bhagavad Gita tramite i Luperci le
Legioni mithraiche, la Cavalleria fino ai Werwolf ha
significato tutto il meglio che memoria d'uomo ricordi e che
si condensa nella Dottrina di Lotta e Vittoria (che
non coincide con il successo tangibile ma con il trionfo su
di sé.
Chi non ha perso il bandolo di quel filo non può non
rispettare e non onorare l'eroe di Santa Clara.
Onore al Che: lotta e vittoria Comandante!
Gabriele Adinolfi




“Jon Lee Andreson “Che Guevara. Una vita rivoluzionaria” Edizioni “La biblioteca di Repubblica”.
Capitolo “L’uomo”, pagina 74.
“L’esplorazione dei concetti e delle origini del pensiero socialista guadagnava terreno. Ernesto si rivolgeva a Mussolini per il fascismo, a Josif Stalin per il marxismo, all’estroso fondatore del Partito socialista argentino Alfredo Palacios per la giustizia, a Zola per una critica definizione della cristiantità e a Jack London per una descrizione marxista della classe sociale.”