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Discussione: Che Guevara

  1. #61
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  2. #62
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  3. #63
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    Predefinito La Rivoluzione dei Popoli oppressi!

    Ernesto Che Guevara

    LA RIVOLUZIONE DEI POPOLI OPPRESSI

    Intervento di Ernesto Che Guevara per la Tricontinental (1967)

    Sono passati ventun anni dalla fine dell'ultima guerra mondiale e molte pubblicazioni, in lingue diverse, celebrano l'avvenimento, di cui è simbolo la sconfitta del Giappone. Un clima di apparente ottimismo regna in molti settori degli avversi campi in cui è diviso il mondo.

    Ventun anni senza guerre mondiali, in questo tempo di grandi contrapposizioni, di scontri violenti e di trasformazioni repentine, sembrano molti. Ma, senza analizzare i risultati pratici (miseria, degradazione, sfruttamento sempre più intenso di enormi settori del mondo), di questa pace per la quale tutti noi ci dichiariamo disposti a lottare, bisogna chiedersi se essa è reale.

    Non è nostra intenzione, in queste note, fare la cronaca dei numerosi conflitti locali che si sono susseguiti dopo la resa del Giappone; né è nostro compito fare il resoconto delle lotte civili, numerose e sempre più intense, succedutesi durante questi anni di pretesa pace. È sufficiente portare come esempio, contro questo avventato ottimismo, la guerra di Corea.
    In essa, dopo anni di lotta feroce, la parte settentrionale del paese fu sottoposta alla più terribile devastazione che appaia negli annali della guerra moderna: crivellata di bombe, priva di fabbriche, scuole e ospedali; priva di qualsiasi tipo di abitazione per ospitare dieci milioni di persone.
    In quella guerra sono intervenuti, sotto la ingannevole bandiera delle Nazioni Unite, decine di Paesi guidati militarmente dagli Stati Uniti, con la partecipazione in massa di soldati nordamericani e l'impiego della popolazione sudcoreana, arruolata come carne da cannone.
    Nell'altro campo, l'esercito e il popolo coreano e i volontari della Repubblica popolare cinese contavano sulle forniture e sulla perversione dell'apparato militare sovietico. I nordamericani, da parte loro, sperimentarono ogni sorta di armi distruttive - eccetto le termonucleari, ma comprese le batteriologiche e chimiche, sia pure in scala ridotta. Nel Vietnam si sono susseguite azioni belliche intraprese, quasi senza interruzione, dalle forze patriottiche di questo Paese contro tre potenze imperialistiche: il Giappone, la cui potenza subì una caduta verticale dopo l'esplosione delle bombe di Hiroshima e Nagasaki; la Francia, che, recuperate dal Giappone sconfitto le sue colonie indocinesi, ignorò le promesse fatte in momenti difficili; infine gli Stati Uniti, nell'ultima fase della contesa.

    Si verificarono scontri limitati in tutti i continenti, mentre in quello americano, per molto tempo, non si ebbero che tentativi di lotta di liberazione e pronunciamenti militari: cioè fino a che la rivoluzione cubana non diede il segnale d'allarme sull'importanza di questo Paese, scatenando le ire dell'imperialismo, che la costrinse a difendere le sue coste a Playa Giron, prima, e durante la crisi d'ottobre, poi. Quest'ultimo incidente avrebbe potuto provocare una guerra di incalcolabili proporzioni se si fosse verificato, sul problema di Cuba, uno scontro tra nordamericani e sovietici.
    Tuttavia, oggi il nodo delle contraddizioni è nei territori della penisola indocinese e nei Paesi vicini. Laos e Vietnam sono scossi da guerre civili che cessano di essere tali non appena compare, con tutto il peso della sua potenza, l'imperialismo nordamericano, cosicché tutta la zona si trasforma in un detonatore pronto a esplodere.
    Nel Vietnam lo scontro ha assunto caratteristiche di estrema acutezza. Non è però nostra intenzione fare la storia di questa guerra, ci limiteremo a segnalarne alcuni elementi fondamentali.

    Nel 1954, dopo la decisiva sconfitta di Dien-Bien-Phu, furono firmati gli accordi di Ginevra che dividevano il paese in due zone e impegnavano ad indire elezioni nel giro di 18 mesi, per decidere chi avrebbe dovuto governare il Vietnam e in che modo sarebbe stato riunificato il Paese. I nordamericani non sottoscrissero quest'accordo e cominciarono a manovrare per sostituire l'imperatore Bao-Dai, la cui tragica fine - quella del limone spremuto dall'imperialismo - è ben nota.
    Nei mesi successivi alla firma dell'accordo, regnò l'ottimismo tra le forze popolari. Furono smantellate le fortificazioni della lotta antifrancese nel sud del Paese e si attese l'applicazione del trattato. Però i patrioti compresero subito che ciò non sarebbe avvenuto se gli Stati Uniti non si fossero sentiti in grado di imporre la loro volontà nelle urne: cosa impossibile, anche se avessero utilizzato tutti i loro metodi fraudolenti.
    Nel Sud riprese la lotta che acquistò sempre maggior intensità fino al momento attuale, in cui l'esercito nordamericano è composto da quasi mezzo milione di invasori, mentre diminuisce il numero e soprattutto la combattività delle forze del governo fantoccio.

    Da quasi due anni, i nordamericani hanno cominciato a bombardare sistematicamente la Repubblica democratica del Vietnam nell'intento di fiaccare la combattività del Sud e obbligarlo, da posizioni di forza, a trattare. All'inizio, i bombardamenti erano più o meno isolati e venivano giustificati con il pretesto di rappresaglie contro supposte provocazioni del Nord. Poi sono aumentati in intensità e metodo, fino a trasformarsi in una gigantesca battuta condotta dalle unità aeree degli Stati Uniti, giorno per giorno, al fine di distruggere qualsiasi traccia di civiltà nel Nord del Paese. È un episodio della tristemente celebre escalation.
    Gli obiettivi materiali degli yenkees sono stati in buona parte raggiunti, nonostante l'intrepida difesa delle unità antiaeree vietnamite, nonostante i millesettecento e oltre aerei abbattuti e nonostante le forniture belliche del campo socialista.

    Esiste una penosa realtà: il Vietnam, questa nazione che rappresenta le aspirazioni, le speranze di vittoria di tutto un mondo arretrato, è tragicamente solo. Questo popolo deve sopportare i colpi della tecnica nord-americana quasi incontrastata nel Sud, con alcune possibilità di difesa nel Nord, ma è sempre solo.

    La solidarietà del mondo progressista con il popolo del Vietnam ha lo stesso sapore di amara ironia che aveva per i gladiatori del circo romano l'incitamento della plebe. Non si tratta di augurare la vittoria all'aggredito, ma di condividere la sua sorte, andare con lui alla morte o alla vittoria. Quando analizziamo la solitudine vietnamita, ci assale l'angoscia per questo momento illogico dell'umanità.

    L'imperialismo americano è colpevole di aggressione e i suoi crimini sono immersi in tutto il mondo. Lo sappiamo, signori! Ma sono colpevoli anche coloro che, al momento di decidere, hanno esitato a fare del Vietnam parte inviolabile del territorio socialista: ciò avrebbe forse comportato il rischio di una guerra mondiale, ma avrebbe anche costretto gli imperialisti nordamericani a una decisione. E sono anche colpevoli coloro che tengono in piedi una guerra di insulti e ripicche, cominciata già da tempo dai rappresentanti delle due maggiori potenze del campo socialista.

    Chiediamo, per averne una risposta onesta: è o non è isolato il Vietnam, costretto a pericolosi equilibri tra le due potenze in contrasto?
    Che grandezza quella di questo popolo! Che stoicismo e che valore quelli di questo popolo e che lezione per il mondo costituisce questa lotta.
    Ancora per molto tempo non sapremo se il presidente Johnson avesse veramente intenzione di iniziare alcune riforme necessarie al suo popolo, per attenuare le punte delle contraddizioni di classe che affiorano con forza esplosiva e sempre più spesso. Quello che è certo, è che le, misure annunciate con il pomposo titolo di "lotta per la grande società" sono cadute nel cimitero del Vietnam.
    La più grande potenza imperialista sente nelle viscere l'emorragia provocata da un Paese povero e arretrato e la sua favolosa economia risente dello sforzo bellico. Uccidere non è più il migliore affare per i monopoli.

    Armi di difesa, e in numero insufficiente, è tutto ciò che hanno questi soldati meravigliosi, oltre all'amore per la loro patria, la loro società e un valore a tutta prova. L'imperialismo è impantanato nel Vietnam; non ha via di scampo e cerca disperatamente un modo che gli permetta di uscire con dignità da questo pericoloso frangente. Ma i "quattro punti" del Nord e i "cinque" del Sud lo attanagliano rendendo più duro lo scontro.
    Tutto sembra indicare che la pace - questa pace precaria, cui si è dato questo nome solo perché non si è verificata nessuna conflagrazione di portata mondiale - sia ancora in pericolo, per qualche passo irreversibile e inaccettabile dei nordamericani.

    E a noi, sfruttati del mondo, quale compito spetta? I popoli dei tre continenti osservano e imparano la loro lezione nel Vietnam.
    Poiché con la minaccia della guerra gli imperialisti esercitano il loro ricatto sull'umanità, non temere la guerra è la risposta giusta: attaccare duramente e ininterrottamente in ogni punto di scontro, deve essere la tattica generale dei popoli.
    Ma nei luoghi in cui la misera pace che sopportiamo è stata rotta, quale sarà il nostro compito? Liberarci a qualsiasi costo!

    La situazione mondiale è molto, complessa. Il compito della liberazione tocca anche ai Paesi della vecchia Europa, sviluppati quanto basta per sentire tutte le contraddizioni del capitalismo, ma così deboli da non poter né seguire il ritmo dell'imperialismo né intraprendere questa strada.
    Lì le contraddizioni assumeranno nei prossimi anni carattere esplosivo; ma i loro problemi, e di conseguenza le loro soluzioni, sono diversi da quelli dei nostri popoli assoggettati ed economicamente arretrati. Lo sfruttamento imperialista si esercita soprattutto sui tre continenti arretrati: America latina, Asia e Africa. Ogni Paese ha proprie caratteristiche, ma che anche i continenti hanno, nel loro insieme, caratteristiche, proprie.
    L'America latina costituisce un complesso più o meno omogeneo; in quasi tutto il suo territorio i capitalisti monopolisti nordamericani detengono il predominio assoluto. I governi fantoccio o, nel migliore dei casi, deboli e timorosi, non sono in grado di opporsi agli ordini del padrone yankee. I nordamericani sono giunti all'apice della loro dominazione politica ed economica e non potrebbero andare molto più in là. Qualsiasi mutamento potrebbe trasformarsi in un regresso del loro predominio. La loro politica, quindi, è mantenere lo status quo. La loro linea d'azione si riduce, oggi, all'uso brutale della forza per impedire movimenti di liberazione di qualsiasi tipo.
    Con lo slogan "non permetteremo un'altra Cuba", si giustifica la possibilità di aggressioni a man salva come quella perpetrata contro Santo Domingo, o, prima, il massacro di Panama. Suona chiaro l'ammonimento che le truppe yankee sono pronte a intervenire dovunque, in America, venga alterato l'ordine stabilito e dovunque siano posti in pericolo gli interessi nordamericani. Questa politica conta su una impunità quasi assoluta: l'OSA è una maschera comoda, per screditata che sia. E l'ONU è di una inefficienza che rasenta il ridicolo o il tragico. Gli eserciti di tutti i Paesi dell'America latina sono pronti a intervenire per schiacciare i loro popoli. Si è costituita di fatto l'internazionale del delitto e del tradimento.
    D'altra parte, le borghesie autoctone hanno perso - se mai l'hanno avuta - ogni capacità di opporsi all'imperialismo di cui vanno a rimorchio. Non c'è scelta: o rivoluzione socialista, o caricatura di rivoluzione.
    L'Asia è un continente con caratteristiche differenti. Le lotte di liberazione contro le potenze coloniali europee hanno portato all'instaurazione di governi più o meno progressisti, la cui evoluzione posteriore si è risolta, in alcuni casi, in un approfondimento degli obiettivi primari della liberazione nazionale; in altri, in un ritorno a posizioni filoimperialistiche.

    Dal punto di vista economico, gli Stati Uniti avevano poco da perdere e molto da guadagnare in Asia. I cambiamenti li favoriscono. Lottano per sostituirsi ad altre potenze neocoloniali, per crearsi nuove sfere d'azione in campo economico, a volte direttamente, altre attraverso il Giappone. Esistono, però, condizioni politiche speciali, soprattutto nella penisola indocinese, che conferiscono all'Asia caratteristiche di capitale importanza e svolgono un ruolo importante nella strategia militare globale dell'imperialismo nordamericano.

    Esso accerchia la Cina attraverso la Corea del Sud, il Giappone, Formosa, il Vietnam del Sud e la Tailandia.
    Questa duplice situazione, un interesse strategico importante quanto l'accerchiamento militare della Repubblica popolare cinese, e l'aspirazione dei capitali nordamericani a penetrare questi grandi mercati che ancora non dominano, fanno dell'Asia una delle zone più esplosive del mondo, nonostante l'apparente stabilità al di fuori dell'area vietnamita.

    Pur con contraddizioni proprie, il medio oriente appartiene geograficamente a questo continente ed è in piena effervescenza, senza che si possa prevedere fin dove arriverà la guerra fredda tra Israele - appoggiato dagli imperialisti - e i Paesi progressisti della zona. È un altro vulcano minaccioso per il mondo.

    L'Africa ha la caratteristica di essere un campo quasi vergine per l'invasione coloniale. Sono avvenute trasformazioni che, in un certo modo, hanno costretto le potenze neocoloniali a rinunciare alle loro prerogative assolutistiche. Ma quando i processi si succedono senza interruzione, al colonialismo si sostituisce, senza violenza, il neocolonialismo che - per quanto concerne la dominazione economica ne è l'equivalente.

    Gli Stati Uniti non avevano colonie in questo continente: ora lottano per penetrare nelle riserve dei loro soci. Si può essere certi che, nella strategia dell'imperialismo americano, l'Africa costituisce la riserva a lunga scadenza. I suoi investimenti attuali sono considerevoli solo nell'Unione sudafricana; ora inizia la sua penetrazione nel Congo, Nigeria e altri Paesi, e ciò provoca una violenta concorrenza (per ora pacifica) con altre potenze imperialiste.
    Non ha, comunque, grandi interessi da difendere, salvo il suo preteso diritto a intervenire dovunque i suoi monopoli fiutino buoni profitti o grandi riserve di materie prime.
    Tutto ciò rende lecito porsi l'interrogativo sulle possibilità di liberazione dei popoli, a corta o media scadenza.
    Analizzando l'Africa, vediamo che si lotta con una certa intensità nelle colonie portoghesi della Guinea, Mozambico e Angola: con notevoli successi nella prima, e con risultati alterni nelle altre. Vediamo che continua la lotta tra i successori di Lumumba e i vecchi complici di Ciombe nel Congo, lotta che attualmente sembra volgere a favore di questi ultimi che hanno "pacificato" a loro vantaggio gran parte del Paese; ma la guerra è sempre latente.
    In Rodesia il problema è diverso: l'imperialismo britannico si è servito di tutti i meccanismi di cui disponeva per consegnare il potere alla minoranza bianca che oggi lo detiene. Il conflitto - secondo l'Inghilterra - non è certo ufficiale. Ma questa potenza, con la sua abituale abilità diplomatica - chiamata anche "ipocrisia", in buona lingua - ostenta disgusto di fronte alle misure prese dal governo di Jan Smith. Il suo ambiguo atteggiamento è appoggiato da alcuni Paesi del Commonwealth e attaccato, invece, da buona parte dei Paesi dell'Africa negra, siano o non siano docili vassalli dell'imperialismo inglese.
    La situazione potrebbe diventare esplosiva se prendessero corpo gli sforzi dei patrioti negri per prendere le armi e se il movimento fosse concretamente appoggiato dalle nazioni africane vicine. Ma, per ora, tutti i problemi vengono ventilati in organismi innocui come I'ONU, il Commonwealth o I'OUA.

    L'evoluzione politica e sociale dell'Africa non lascia, però, prevedere una situazione rivoluzionaria a livello continentale. Le lotte di liberazione contro i portoghesi finiranno certo con la vittoria, ma il Portogallo non ha alcun peso come potenza imperialista. Gli scontri di importanza rivoluzionaria sono quelli che mettono in scacco tutto l'apparato imperialista, anche se ciò non significa che si debba cessare di lottare per la liberazione delle tre colonie portoghesi e per la radicalizzazione delle loro rivoluzioni.
    Comincerà una nuova epoca in Africa solo quando le masse negre del Sud Africa o della Rodesia intraprenderanno la loro autentica lotta rivoluzionaria, o quando le masse depauperate di un Paese si leveranno per riscattare, dalle mani dell'oligarchia al governo, il loro diritto a una vita degna.
    Finora si succedono colpi di mano militari con i quali un gruppo di ufficiali sostituisce un altro gruppo o un governante che non serve più gli interessi di casta o quelli delle potenze che occultamente lo manovrano. Non ci sono, però, sussulti popolari.

    Nel Congo, queste tendeze hanno avuto un fugace impulso dal ricordo di Lumumba, ma si sono indebolite negli ultimi mesi.

    In Asia, come abbiamo visto, la situazione è esplosiva. E i punti di frizione non sono costituiti soltanto dal Vietnam e dal Laos, dove è in corso la lotta. C'è anche la Cambogia, dove in qualsiasi momento può cominciare l'aggressione diretta nordamericana; ci sono la Tailandia, la Malesia e, probabilmente, l'Indonesia, dove non possiamo pensare sia stata detta l'ultima parola, nonostante la distruzione del partito comunista quando i reazionari hanno preso il potere; c'è, probabilmente, il medio oriente.

    In America latina si lotta, armi alla mano, in Guatemala, Colombia, Venezuela e Bolivia, mentre le prime avvisaglie si avvertono in Brasile. Ci sono altri focolai di resistenza che nascono e si estinguono. Ma in quasi tutti i Paesi di questo continente sono mature le condizioni per una lotta che, per essere vittoriosa, non può non prevedere almeno l'instaurazione di un governo di tipo socialista.
    In questo continente si parla praticamente una sola lingua, salvo che in Brasile, con il quale i popoli di lingua spagnola possono, però, capirsi, data l'analogia tra i due idiomi. Esiste una identità tanto profonda tra le classi di questi Paesi, che si raggiunge una identificazione di tipo "internazionale americano" molto più completa che in altri continenti. Lingua, costumi, religione, uno stesso padrone unisce questi popoli. Il grado e le forme di sfruttamento sono simili nei loro effetti per sfruttatori e sfruttati di una buona parte dei Paesi della nostra America. E la ribellione sta maturando in fretta.

    Possiamo chiederci: questa ribellione, che frutti darà? Di che tipo sarà? Sosteniamo da tempo che, per le sue caratteristiche similari, la lotta in America acquisterà - al momento giusto - dimensioni continentali. L'America latina sarà teatro di molte grandi battaglie condotte dall'umanità per la sua liberazione.
    Nella prospettiva di questa lotta a livello continentale, le battaglie di oggi sono solo episodi: e tuttavia hanno già dato martiri che sono entrati nella storia americana per aver versato il contributo di sangue necessario in questa ultima fase della lotta per la piena libertà dell'uomo.
    Tra loro vi sono il comandante Turcios Lima, il prete Camillo Torres, il Comandante Fabricio Ojeda, i comandanti Lobaton e Luis de la Puente Uceda, figure di primo piano nei movimenti rivoluzionari del Guatemala, della Colombia, del Venezuela e del Perù.

    Ma la mobilitazione attiva del popolo crea i nuovi dirigenti. Cesar Montes e Yon Sosa tengono alta la bandiera del Guatemala; Fabio Vasquez e Marulanda quella della Colombia; Bouglas Bravo a occidente e Américo Martin dirigono i rispettivi fronti in Venezuela.
    Nuovi fronti si apriranno in questi e in altri Paesi americani, come già è avvenuto in Bolivia; cresceranno, con tutte le difficoltà che comporta il pericoloso compito del rivoluzionario moderno. Molti moriranno vittime dei loro errori, altri cadranno nella dura battaglia che si approssima. Nuovi dirigenti e nuovi combattenti sorgeranno nel fuoco della lotta rivoluzionaria. La guerra stessa selezionerà i suoi combattenti e i suoi dirigenti, mentre gli agenti yankees di repressione aumenteranno. Oggi vi sono consiglieri militari in tutti i Paesi dove esiste lotta armata. L'esercito peruviano, a quanto sembra, ha condotto una vittoriosa battuta contro i rivoluzionari di questo Paese, anche perché consigliato e addestrato dagli yankees. Ma se i focolai di guerriglia si formeranno con sufficiente abilità politica e militare, diventeranno praticamente imbattibili e costringeranno gli yankees a inviare altri uomini. Nello stesso Perù, figure ancora sconosciute stanno riorganizzando con tenacia e fermezza la lotta di guerriglia.
    A poco a poco, le armi antiquate, sufficienti a reprimere piccole bande armate, si trasformeranno in armi moderne; i gruppi di consiglieri militari si trasformeranno in combattenti nordamericani: finché, a un certo punto, saranno costretti a inviare crescenti quantitativi di truppe regolari per assicurare la relativa stabilità di governi i cui eserciti fantoccio si disintegreranno di fronte agli attacchi dei gruppi di guerriglia. Questa è la strada del Vietnam. Questa è la strada che devono seguire i popoli. Questa è la strada che seguirà l'America, dove i gruppi in armi potranno caratterizzarsi formando giunte di coordinamento per rendere più difficile il compito repressivo dell'imperialismo yankee e più facile la vittoria della propria causa.

    L'America, questo continente dimenticato dalle ultime lotte politiche di liberazione, che comincia a farsi sentire nella Tricontinentale con la voce dell'avanguardia dei suoi popoli, la rivoluzione cubana, avrà un compito ben più importante: creare il secondo o terzo Vietnam.
    In definitiva, bisogna rendersi conto che l'imperialismo è un sistema mondiale, fase suprema del capitalismo, e che bisogna batterlo in un grande scontro mondiale. La finalità strategica di questa lotta deve essere la distruzione dell'imperialismo. Tocca a noi, sfruttati e "arretrati" del mondo, eliminare le basi di sostentamento dell'imperialismo; tocca ai nostri Paesi oppressi, da cui rapinano capitali, materie prime, tecnici e operai a basso costo - e dove esportano nuovi capitali, strumenti di dominio, armi eccetera - riducendoci a una dipendenza assoluta.
    L'elemento fondamentale di questa strategia sarà, dunque, la liberazione reale dei popoli che avverrà, nella maggioranza dei casi, attraverso la lotta armata e che in America, quasi ineluttabilmente, si trasformerà in rivoluzione socialista. Se si vuol distruggere l'imperialismo bisogna identificarne la testa: gli Stati Uniti d'America.
    La finalità tattica della nostra lotta, a livello generale, è costringere il nemico a uscire dal suo ambiente e a lottare in luoghi dove le sue abitudini di vita si scontrino con la realtà imperante. Non si deve sottovalutare l'avversario. Il soldato nordamericano è tecnicamente capace e appoggiato da mezzi di tale ampiezza che lo rendono terribile. Gli manca quello stimolo ideologico che, al contrario, possiedono in sommo grado i suoi più accaniti avversari di oggi: i vietnamiti. Potremo vincere questo esercito soltanto nella misura in cui sapremo minare il suo morale: ciò avverrà se sapremo infliggergli sconfitte senza lasciargli tregua.

    Ma questo piccolo schema per la vittoria presuppone enormi sacrifici dei popoli; sacrifici che bisogna esigere già oggi, alla luce del giorno, e che forse saranno meno dolorosi di quelli che dovremmo sopportare rifiutando costantemente la lotta nella speranza che altri ci tolgano le castagne dal fuoco.
    L'ultimo Paese che si libererà, lo farà probabilmente senza lotta armata e gli saranno risparmiare le sofferenze di una guerra lunga e crudele come sono le guerre dell'imperialismo. Vi è, tuttavia, la possibilità di uno scontro a livello mondiale, e allora sarà impossibile evitare questa lotta e le sue conseguenze: si soffrirà tutti e anche di più.
    Non possiamo predire il futuro, ma non dobbiamo mai cedere all'infame tentazione di farci portabandiera di un popolo che anela alla sua libertà, rinnegando la lotta che per la libertà e aspettando che ci venga elargita dalla vittoria degli altri. È giustissimo evitare ogni sacrificio inutile: perciò è molto importante appurare le effettive possibilità che ha l'Americaassoggettata di liberarsi in forma pacifica.
    Per noi, la risposta è chiara. Sia o meno questo il momento indicato per iniziare la lotta, non possiamo farci nessuna illusione - né ne abbiamo il diritto - di ottenere la libertà senza combattere. E le lotte non saranno semplici manifestazioni di piazza contro i gas lacrimogeni, né scioperi generali pacifici; e neppure la lotta di un popolo infuriato che distrugga in due o tre giorni l'apparato repressivo delle oligarchie al governo. Sarà una lotta lunga e cruenta, il cui fronte sarà nei rifugi guerriglieri, nelle città, nelle case dei combattenti (dove la repressione cercherà facili vittime tra i familiari), nella popolazione contadina massacrata, nei villaggi e nelle città distrutte dal bombardamento nemico. Ci costringono a questa lotta: non c'è altra alternativa che prepararla e decidersi a farla. Gli inizi non saranno facili: saranno difficilissimi. Tutta la capacità di repressione, tutta la brutalità e la demagogia delle oligarchie si porranno al servizio del nemico. Il nostro compito, all'inizio, è sopravvivere. Poi agirà l'esempio perenne della guerriglia con la propaganda armata nell'accezione vietnamita del termine: vale a dire, la propaganda degli attacchi, dei combattimenti, che si possono vincere o perdere: ma si fanno. Il grande insegnamento della invincibilità della Guerriglia farà presa sulle masse dei diseredati. La galvanizzazione dello spirito nazionale, la preparazione a compiti più duri, per opporsi a repressioni più violente. L'odio come fattore di lotta - l'odio intransigente contro il nemico - che spinge oltre i limiti naturali dell'essere umano e lo trasforma in una reale, violenta, selettiva e fredda macchina per uccidere. I nostri soldati devono essere così, Un popolo senza odio non può vincere un nemico brutale.

    Bisogna portare la guerra nei luoghi del nemico: a casa sua, dove si diverte. Renderla totale. Bisogna impedirgli di avere un solo istante di respiro, un minuto di sosta, fuori e persino dentro le sue caserme: attaccarlo dovunque sia. Farlo sentire una bestia braccata dovunque vada.
    Allora il suo morale cadrà. Si farà ancora più bestiale, certo, ma si noteranno i primi segni della inevitabile decadenza.
    Bisogna che si formi un vero internazionalismo proletario. Con eserciti proletari internazionali, per i quali la bandiera sotto la quale si lotta sia la causa sacra della redenzione dell'umanità, in modo che morire sotto le insegne del Vietnam, del Venezuela, del Guatemala, del Laos, della Guinea, della Colombia, della Bolivia, del Brasile - per citare solo i Paesi dove oggi si combatte in armi - costituisce una gloria e una aspirazione per un americano, un asiatico, un africano e anche per un europeo. Ogni goccia di sangue versata in una patria che non è la propria è una esperienza che chi sopravvive può poi applicare nella lotta per la liberazione della sua terra. Ogni popolo che si libera è una parte di battaglia vinta per la liberazione del proprio popolo. È tempo di attenuare le nostre divergenze e di porci tutti al servizio della lotta.

    Tutti sappiamo - e non ce la possiamo nascondere - che grandi controversie agitano il mondo in lotta per la libertà. Controversie che hanno assunto un carattere e una violenza tali da rendere molto difficili, se non impossibili, il dialogo e la conciliazione. Cercare il modo di iniziare un dialogo che i contendenti rifiutano, è inutile. Ma il nemico è là, colpisce tutti i giorni e minaccia nuovi colpi. Questi colpi ci uniranno oggi, domani e dopo. Chi lo capisce e si prepara a questa unione necessaria, avrà la riconoscenza dei popoli.
    Data la violenza e l'intransigenza con cui ogni parte difende la propria causa, noi, i diseredati, non possiamo prender partito per l'una o l'altra forma di manifestare le divergenze, anche se - a volte - possiamo condividere alcune posizioni dell'una o dell'altra parte, o in maggior misura le posizioni di una parte che quelle dell'altra. Nel momento della lotta, il mondo in cui si manifestano i contrasti attuali, è una debolezza. Tuttavia, nelia situazione in cui siamo, volerli comporre a parole, è un'illusione. La storia li cancellerà o darà loro la vera spiegazione.
    Nel nostro mondo in lotta, tutte le divergenze sulla tattica, sui metodi di azione per il conseguimento di obiettivi militati, devono essere analizzate con il rispetto dovuto alle opinioni altrui. Ma sul grande obiettivo strategico, la distruzione totale dell'imperialismo con la lotta, dobbiamo essere intransigenti. Queste le nostre aspirazioni: distruzione dell'imperialismo con l'eliminazione del suo principale baluardo, il dominio imperialista degli Stati Uniti d'America, assumendo come tattica la liberazione graduale dei popoli, a uno a uno o a gruppi, trascinando il nemico a una difficile lotta fuori dal suo terreno liquidando le sue basi di sostentamento, cioè i territori che gli sono soggetti.

    È una guerra lunga e, lo ripetiamo una volta di più, una guerra crudele. Che nessuno si illuda al momento di iniziarla, e che nessuno esiti a iniziarla per paura delle conseguenze che potrebbe portare al suo popolo. È quasi l'unica speranza di vittoria. Non possiamo eludere l'appello di quest'ora. Ce lo insegna il Vietnam con la sua continua lezione d'eroismo, con la sua tragica e quotidiana lezione di lotta e di morte per la vittoria finale. Lì, i soldati dell'imperialismo sentono il disagio di chi - abituato al livello di vita ostentato dalla nazione nordamericana - deve scontrarsi con una terra ostile, l'insicurezza di chi non può muoversi senza sentire che calpesta suolo nemico, la morte per chi esce dalle fortezze, l'ostilità di tutto un popolo. Ciò si ripercuote sulla situazione interna degli Stati Uniti e provoca il sorgere di un fattore che l'imperialismo, nel suo pieno vigore, riesce ad attenuare: la lotta di classe anche all'interno.

    Come possiamo non guardare a un futuro luminoso e vicino, se due, tre, molti Vietnam fioriranno sulla superficie della terra, con il loro prezzo di morte, con le loro immense tragedie, con il loro eroismo quotidiano, con i reiterati colpi all'imperialismo, costretto così a disperdere le sue forze sotto l'urto dell'odio crescente dei popoli del mondo?
    Se tutti fossimo capaci di unirci per fare i nostri colpi più forti e sicuri, perché gli aiuti di ogni genere ai popoli in lotta fossero più efficaci, quanto grande sarebbe il futuro e quanto vicino! Se a noi - che in un piccolo punto del mondo adempiamo il dovere che proclamiamo, mettendo al servizio della lotta il poco che ci è consentito dare: il nostro sangue, il nostro sacrificio toccherà un giorno di questi morire in una terra qualsiasi, ma nostra, perché bagnata dal nostro sangue, si sappia che abbiamo misurato la portata delle nostre azioni e che ci consideriamo soltanto unità del grande esercito del proletariato. E ci sentiamo orgogliosi di aver imparato dalla rivoluzione cubana e dal suo capo la grande lezione che proviene dalla sua posizione in questa parte del mondo: "che importano i pericoli o i sacrifici di un uomo o di un popolo, quando è in gioco il destino dell'umanità".

    La nostra azione è tutta un grido di guerra contro l'imperialismo e un appello all'unità dei popoli contro il grande nemico del genere umano: gli Stati Uniti d'America.

    E dovunque ci sorprenda la morte, sia benvenuta, purché il nostro grido di guerra raggiunga chi è pronto a raccoglierlo e un'altra mano si tenda ad impugnare le nostre armi e altri uomini si preparino a intonare canti di lutto con il tambureggiare delle mitragliatrici e nuovi gridi di guerra e di vittoria.


  4. #64
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  6. #66
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    Predefinito Una passione per Che Guevara

    Una passione per Che Guevara Scritto da Francesca del Campo venerdì 01 aprile 2005 Autore: Jean Cau
    Titolo: Una passione per Che Guevara
    Edizioni: Vallecchi, Firenze, 2004
    Pagine: 140

    La cultura occidentale, imbevuta di razionalità cinica, esperta di ormai standardizzate strategie comunicative e nemica di un’effettiva pluralità di pensiero, ci ha insegnato che il primo strumento per combattere il nemico anche più pericoloso è quello di renderlo muto, di non fargli esprimere il proprio messaggio, tanto più se si tratta di un messaggio che potrebbe avere serie conseguenze sulla solidità dello status quo.
    Esistono diversi mezzi per ridurre un nemico all’impossibilità di parlare: uno è eliminarlo fisicamente, una procedura non più utilizzata da chi, disponendo di più sofisticati mezzi di controllo, presta una minuziosa attenzione a non compiere mosse che potrebbero inimicargli una parte più o meno consistente dell’opinione pubblica. Vi è poi il sistema utile ed elegante di far scomparire nel nulla il nemico in questione, negandogli l’accesso ai mezzi di comunicazione di massa, attraverso i quali potrebbe convincere qualcuno della bontà delle sue opinioni: è un mezzo utilizzato di frequente e che, se chi ne subisce gli effetti non possiede potenti mezzi propri, ha una riuscita sicura con nessun rischio. Esiste poi un mezzo estremo, a cui si deve ricorrere quando il nemico diventa troppo forte: uno strumento costoso e di difficile applicazione ma molto efficace. Si tratta di purgare i messaggi sgraditi dei loro contenuti più pregnanti, allentarne il significato, metterli in sordina, ridurli a vaghe risonanze, fittizie ed eteree, prive di sbocco nella realtà, annegate in un’immagine utopica.
    È appunto quest’ultima la soluzione applicata dai custodi dell’ideologia liberale oggi egemone ad Ernesto “Che” Guevara, ucciso in tempi in cui la guerra fredda ancora infuocava il mondo e gli Stati Uniti continuavano a costruire con pazienza la loro rete di controllo planetario. Troppo grande era ormai la fama di questo guerrigliero, spinto senza apparenti motivazioni razionali a comandare massacranti guerriglie in paesi nei quali lui stesso era un estraneo. Troppo grande era la sfida che aveva lanciato ad un Occidente che, dopo un breve momento di incertezza, aveva eletto la rivoluzione cubana a spauracchio per il “mondo libero”. Guevara, argentino espatriato per inseguire i suoi sogni di rivoluzione, insieme all’amico fraterno Fidel Castro aveva guidato contadini e poi studenti nella guerriglia contro il dittatore Batista in nome della dignità della nazione cubana, ma anche e soprattutto di un’idea anticapitalista, di un marxismo rivisitato e corretto e, più di ogni altra cosa, in nome del popolo. Troppo grandi erano stati i successi che si era permesso di strappare questo guerrigliero spesso più simile, nell’aspetto, a uno straccione che a un ribelle imbevuto di letteratura rivoluzionaria. Troppo grande era stato l’impatto delle gesta, spesso mistificate e strumentalizzate, del “comandante”, tanto grande che per evitare a quell’eco di spargersi troppo lontano negli spazi temporali della storia, chi ne avversare le idee e i propositi doveva anestetizzare il messaggio che trasportava il suo pesante nome. Si doveva trovare un sistema per renderne innocua l’immagine dopo la morte, per farne un simbolo progressivamente distaccato dal significato profondo delle sue azioni. Bisognava mercificare il volto del Che, ridurlo ad icona, digerirne il fascino e polverizzarlo sotto forma di gadgets venduti per pochi spiccioli su qualsiasi bancarella. Si dovevano sottrarre ad Ernesto Guevara de la Serna la religiosità profonda da cui era stato posseduto, l’humanitas che aveva espesso e la passione fanatica per un’idea rivoluzionaria a cui aveva dedicato la vita.
    Il poetico libro di Jean Cau, l’ex segretario di Sartre che si è creato e poi trascinato sino alla morte una fama di intellettuale di destra non conformista che non rende ragione alla forza della sua eresia, non racconta la vita di Ernesto Guevara tramite uno sterile elenco di fatti, ma ne ripercorre i momenti fondamentali e ne interpreta la traiettoria complessiva con dovizie di particolari, nomi, luoghi, date ed aneddoti talvolta estremamente crudi. Una passione per Che Guevara, pubblicato in francese nel 1979 e proposto al pubblico italiano da Vallecchi venticinque anni dopo, non è una lista di vicende e persone; è l’occasione che l’autore coglie per un viaggio nella propria esistenza in compagnia dell’ammirazione che conserva nei confronti di un rivoluzionario che tale è rimasto fino in fondo senza compromessi e senza mezze misure, sinceramente radicale. Cau non è attratto da Che Guevara per l’alone mitico che è stato costruito attorno alla sua figura; anzi, lo rifiuta il mito, a tratti schernendolo, in alcuni passi quasi demolendolo. Ne assimila piuttosto la profonda, eroica e severa umanità fino quasi ad immedesimarsi in una persona che, come lui, sente irrefrenabili la spinta alla ribellione e il desiderio di combattere, pur senza vedere la fine della guerra o il barlume della vittoria. In fondo, sostiene Guevara, “La vittoria è il mito di cui solo un rivoluzionario può sognare”; e Cau aggiunge: “la guerriglia è verità, la vittoria mito”. Il “comandante” appare dunque agli occhi dell’intellettuale francese come un duro e spietato Don Chisciotte quindi, un rivoluzionario che non sa adattarsi al ruolo di ministro dell’economia a Cuba, un uomo capace di conquistare un’isola e di ripartire per altre avventure in cui mettere in gioco la pelle per far trionfare le proprie convinzioni.
    È l’uomo Guevara ad interessare Cau; è il “cristiano”, come lo chiama lui, davanti al quale nessun malato appare di seconda categoria, che non trascura di “leccare le piaghe” a nessun lebbroso indio, che si siede tra sudici indigeni che navigano ammucchiati in traballanti barche trascinate da corde sottili a loro volta legate a decorosi yachts. È il guerrigliero “senza briglie e senza sella”, che per sopravvivere ha bisogno di un inalatore, precari come sono i suoi polmoni di asmatico, a sorprendere Cau e a riempirlo di ammirazione, di stupore e a tratti di rabbia. Ma ad affascinarlo non è un eroe idealizzato e mondato di ogni tratto inquietante, come verrebbe un’iconografia conformista; è anche l’uomo che non si lascia impietosire dai compañeros indisciplinati o traditori e li fucila o li colpisce a sangue freddo, è l’uomo a cui viene rinfacciato di aver insanguinato Cuba e la Bolivia con il suo sogno rivoluzionario e soltanto per seguire la sua fanatica passione di rivolta. Nel libro Cau descrive un uomo distrutto fisicamente, provato dal superamento di ogni limite umano di sopportazione di dolore, fame, malattie, ferite ed orrore. Ma la guerriglia è più forte, l’idea è più forte, diventa la vita stessa.
    Più e più volte Jean Cau ringrazia esplicitamente il guerrigliero argentino per essere morto all’apice della sua gloria, all’apoteosi del suo fanatismo, per non aver oltrepassato la soglia dei quaranta anni e non aver avuto il tempo di imborghesirsi e di diventare come il fratello Castro, piegato sotto il peso della politica e ingrassato dai profitti dei compromessi. Si spinge addirittura ad ipotizzare che il guerrigliero argentino volesse essere catturato, come avvenne, nella gola del Churo l’8 ottobre 1967: era allora che Guevara voleva morire, e morendo allora, sostiene il suo scomodo biografo, era consapevole di vivere per sempre: “ci sono mille modi di suicidarsi: Verlaine l’assenzio, Rimbaud l’Etiopia, l’Occidente la democrazia e Guevara la giungla”. Ecco qual è l’idea che Cau ha del personaggio che così tante volte gli ha attraversato la mente e lo ha riempito di ammirazione e di disprezzo allo stesso tempo: “checché si pensi non è [la politica] il problema: non si fabbrica una leggenda con la politica”. Ammirazione per l’uomo, per l’asmatico, per l’eroe. Disprezzo per il mito costruito sulle sue gesta.
    Non spetta a chi apprezza un libro come quello di cui stiamo parlando tracciare l’apologia del “comandante” che cercò di fare dell’America Latina il teatro di un’inarrestabile rivoluzione anticapitalista: fiumi di inchiostro e quintali di pagine hanno assolto a questo compito cercando, diversamente da quanto fa Cau, di analizzare più il politico che l’uomo, il Guevara degli scritti socio-politici più che il rivoluzionario, rintanato nella giungla boliviana o a capo di un manipolo di contadini sulla Sierra Maestra. Il Guevara uomo è stato messo a tacere dalla leggenda, è stato ammutolito nei posters venduti nelle fiere di partito o depositati sui pavimenti delle metropolitane di mezzo mondo. Si è perso nelle discussioni di adolescenti che indossano spavaldamente magliette sulle quali troneggia il suo viso pensieroso, assorto nel fumo dell’inseparabile sigaro. È stato assimilato dall’Occidente che gli era nemico. È stato inghiottito, insieme al suo messaggio rivoluzionario, nelle camerette di giovani succubi della globalizzazione e incapaci di fare un gesto di ribellione guidato dalla volontà di giustizia “cristiana”, ma che ugualmente tengono la sua foto appesa alle pareti.
    Il mito del “Che” rimane saldo nella memoria collettiva, ma sicuramente molto lontano dalla maggior parte delle persone, vecchie o giovani, che sostengono a parole di farne un esempio di vita: si è trasformato in una leggenda, incapace di fornire linfa alla lotta contro vecchi e nuovi nemici con la passione propria dell’uomo Ernesto Guevara de la Serna. Probabilmente il mito continuerà a troneggiare ancora per anni, ma perderà sempre più significato e sarà sconfitto, perché il messaggio profondamente religioso dell’uomo che gli ha dato vita verrà perduto, la sua passione e il suo fanatismo andranno perduti, come la sua severità a tratti feroce, che tanta ammirazione ha suscitato in Jean Cau. Sarà mantenuto vivo un mito in naftalina, incapace di nuocere. Sarà allora piena la soddisfazione dei fautori del capitalismo selvaggio e della globalizzazione, e apparirà evidente l’ingenuità di tutti coloro che hanno contribuito, incoscientemente, alla mitizzazione e al conseguente disconoscimento dell’essenza ribelle dell’uomo Guevara.
    La globalizzazione celebra oggi il suo trionfo, e con essa un processo di omologazione delle menti e di mercificazione dell’esistenza; gli Stati Uniti d’America, che a questo processo offrono un modello e un potente impulso, hanno stravinto, almeno per il momento, la loro incessante guerra contro tutti i Che Guevara della storia. Nessun idealista contrario alle regole dettate dall’ideologia liberale assurge agli onori degli organi di comunicazione di massa. La più potente e duttile delle armi della globalizzazione e dei suoi sostenitori distorce, esalta o sminuisce, falsifica o esagera, demonizza o sublima qualsiasi fenomeno e avvenimento che possa servirle a portare l’opinione pubblica dalla parte dei vincenti. Su questo piano il comandante Che Guevara non aveva nessuna esperienza; non era preparato ad affrontare questo tipo di guerra delle parole, così diversa da quella in auge ai suoi tempi, e ha perso, diluendosi in un’immagine commercializzata. Era un uomo rude il “Che”, orgoglioso, superbo, estraneo ai compromessi, e il suo ricordo, nella versione edulcorata che oggi ne alimenta un superficiale mito di massa, pecca di ingenuità. Sia ringraziato Jean Cau, che ha avuto il coraggio di ricordarcelo.

  8. #68
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  9. #69
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    Predefinito Juan Domingo Peron - SULLA MORTE DEL COMANDANTE GUEVARA

    SULLA MORTE DEL COMANDANTE GUEVARA
    Madrid, 24 ottobre 1967

    Compañeros,
    è con profondo dolore che ho preso conoscenza di una perdita irreparabile per la causa dei popoli che lottano per la loro liberazione. Noi salutiamo come dei fratelli tutti quelli che, in qualche parte del mondo, e sotto qualsiasi bandiera, lottano contro l’ingiustizia, la miseria e lo sfruttamento. Noi sentiamo il legame che ci unisce a tutti coloro che affrontano con coraggio e determinazione l’insaziabile voracità dell’imperialismo che asserve i popoli con la complicità degli oligarchi antinazionali sostenuti dal Pentagono. Oggi, un giovane che fu anche uno straordinario combattente è morto eroicamente difendendo questa causa. La rivoluzione latino-americana gli deve molto: Ernesto Che Guevara. La sua morte ci commuove perché egli era dei nostri, il migliore tra noi, un esempio di moralità, di spirito di sacrificio e di disinteresse. La sua fede assoluta nella giustezza della causa che difendeva gli ha dato questa forza, questo coraggio e questo valore che lo elevano oggi al rango degli eroi e dei martiri. Alcune agenzie di stampa hanno voluto presentarlo come un nemico del peronismo. Quale assurdità! Anche supponendo che nel 1951, egli abbia realmente partecipato al tentativo di colpo di Stato contro il governo popolare d'Hipolito Yriongoyen, cosa per nulla dimostrata, questo resterebbe un evento isolato, un episodio della sua vita, durante il quale egli sarebbe stato utilizzato dall’oligarchia. L'essenziale è riconoscere i suoi errori, e nessuno potrà pretendere che il Che non ne abbia fatto onorevole ammenda. Nel 1954, mentre egli lotta a fianco del governo popolare guatemalteco di Jacob Arbenz, attaccato militarmente dall’esercito degli Stati Uniti, io diedi personalmente delle istruzioni al ministro per gli affari esteri, in modo di trovare una soluzione alla difficile situazione in cui questo giovane e valoroso argentino si era trovato. Egli poté così raggiungere il Messico sano e salvo. La sua vita, la sua epopea devono servire da esempio per la nostra gioventù, per la gioventù di tutta l’America Latina. L'imperialismo tenta di macchiarne la memoria perché teme il fascino e l’enorme prestigio che egli ha acquisito tra le masse popolari che subiscono la dura realtà dei popoli assoggettati. Sono stato informato che il Partito Comunista argentino aveva preso l’iniziativa di una campagna di denigrazione. Questo non ci sorprende. Essi hanno sempre difeso delle posizioni contrarie agli interessi nazionali. I peronisti possono testimoniare che i comunisti hanno costantemente combattuto i movimenti nazionali e popolari. Un giorno o l’altro, l’ora dei popoli, l’ora delle rivoluzioni nazionali verrà in America Latina, il processo è irreversibile. L'equilibrio è rotto ed è infantile pensare che si potrebbe vincere senza rivoluzione la resistenza delle oligarchie e dei monopoli reazionari dell’imperialismo. La rivoluzione socialista si farà, e se un combattente cade, è già pronto un altro che prenderà il suo posto. I movimenti rivoluzionari nazionali devono saperlo. È anche la sola cosa di cui devono convincersi per poter abbattere gli usufrutti del privilegio. La maggior parte dei governanti dell’America Latina sono incapaci di risolvere il problema nazionale perché essi non rispondono agli interessi nazionali. La verbosità rivoluzionaria non basta, ci vuole un’azione rivoluzionaria, con una struttura, una visione strategica e una tattica che diano una forma concreta alla rivoluzione. Noi non miglioreremo la nostra condizione a meno che non se ne siamo capaci. La lotta sarà aspra, anche se io resto convinto che i popoli sono sempre destinati a trionfare. I nostri avversari hanno su di noi una superiorità materiale incontestabile; ma noi possiamo contare sulla straordinaria forza morale che ci anima, sulla giustezza di una causa che ha per sè la giustificazione della storia. In accordo con la sua tradizione e le sue lotte, il peronismo, movimento nazionale, popolare e rivoluzionario rende omaggio all’idealista, al rivoluzionario, al comandante Ernesto Che Guevara, il guerrigliero argentino morto in battaglia per il trionfo delle rivoluzioni nazionali in America Latina.

    Juan Domingo Peron

    Traduzione dal francse a cura di Belgicus
    Tratto dal sito www.voxnr.com

  10. #70
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    Predefinito Perchè Che Guevara?

    PERCHÈ CHE GUEVARA?

    di Marco Bagozzi

    Ucciso due volte, secondo Gabriele Adinolfi: la prima dalle dai militari bolivariani, che rappresentavano la «reazione rozza e feroce» armata dagli Stati Uniti, la seconda, « senza mai smettere di commettere il crimine, facendone scempio, il tifo del popolo "progressista" che con la rivoluzione del Che nulla, ma proprio nulla ha in comune». Cosa centra, infatti, il Che Guevara con un certo ambiente "sinistroide" rivoluzionario da salotto? Sono molti a chiederselo. Se lo chiede anche Rossana Rossandra in un suo articolo sul Manifesto: non è che il Che non era democratico? forse il Che non era neppure un pacifista, un ecologista, un femminista o un gay? Avrebbe forse votato l'Ulivo di Prodi?
    Che Guevara era, di sicuro, un comunista. Così lui si definiva e quello era il suo modello. Ma un comunista certamente diverso, dai comunisti che siamo abituati a conoscere. La dottrina comunista materialista era a lui lontana anni luce(«La Rivoluzione Cubana ha inizio là dove Marx lascia la scienza per impugnare il fucile rivoluzionario», «A Marx, come pensatore, come studioso delle dottrine sociali e del sistema capitalista in cui si trovò a vivere, si possono evidentemente obiettare alcune inesattezze»). Più che un Marx o un Gramsci il Che si potrebbe riconoscere il un D'Annunzio o in un Lord Byron. I sovietici lo vedevano con diffidenza, e così anche Mao. Gli unici a darne solidarietà internazionale furono il suo connazionale Peròn, il "fascista" Franco e il tunisino Boumedienne… Ciò che di più anticomunista vi era allora.
    Il Che, il guerrigliero, il militante, il libertario eroe romantico della guerra rivoluzionaria, il medico ribelle, l'eterodosso comunista che disprezza il potere, il cavaliere dell'ideale, come lo definisce Massimo Fini nel suo "Il Ribelle" (non a caso). Il Che, questo Che, piaceva e piace tuttora anche a destra. Fino al '68 Guevara era un eroe "neutro", poi divenne "di sinistra", per quella pessima abitudine tutta sessantottina di dividere il mondo in due grandi categorie. Ma bastano pochi aneddoti per vedere come "a destra" la passione per il Che non è del tutto ingiustificata.
    La sua morte, avvenuta nel 1967, ne ha creato il mito e il suo primo biografo italiano, nel '68, fu il "ragazzo di salò" Adriano Bolzoni (che in seguito ha raccontato gli anticomunisti russi e la "guerra dei neri"). Sempre negli anni sessanta esce il libro del francese Jean Cau Una passione per il Che, nel quale il Che è un moderno Cristo laico che ripercorre la sua "passione". Anche i militanti della Giovane Italia, il movimento giovanile del M.S.I., ricordano il Che nell'articolo "Il fascista Che Guevara" dove è scritto: «Guevara uomo, Guevara intellettuale, giudicato secondo il suo stile di vita, è ben lontano dal "proletariato"di Marx, e si avvicina assai più al superuomo di Nietzsche o all'individualismo aristocratico di Alfredo Oriani. La stessa profonda ammirazione che tutti, soprattutto i giovani, hanno provato per Guevara, dimostra che il mondo ha ancora bisogno di eroi». Eroi romantici: dai "classici" D'Annunzio e Junger si approda agli "esotici" Guevara e Castro(«In un modo o nell'altro, lo abbiamo amato tutti, Fidel. Posso testimoniarlo appieno, personalmente, perché allora io ero un ragazzo che militava nelle formazioni dell'estrema destra: e, contro il parere dei nostri padri e dei nostri fratelli maggiori per i quali era solo un "comunista", anche noi andavamo pazzi per lui. Era l'uomo della politica tradotta nelle dimensioni della generosità e dell'avventura… Fidel, allievo dei gesuiti, giovane cattolico irrequieto che leggeva Bernanos e si ispirava ai primi eroici e puri falangisti spagnoli, quelli sacrificati dalla furia repubblicana e dal cinismo di Franco, quel Fidel ci piaceva, ci incantava. »scrive Franco Cardini). Proprio Castro ricorda il Che con queste parole «Il Che non cadde per difendere un altro interesse, per difendere un'altra causa che non fosse la causa degli sfruttati e degli oppressi di questo continente [...] il Che era, dal punto di vista
    militare, un uomo straordinariamente aggressivo. Se come guerrigliero aveva un tallone d' Achille, quel tallone d'Achille era la sua eccessiva aggressività, il suo assoluto disprezzo del pericolo» e come afferma Bolzoni: «Non c'è bisogno di essere comunisti, non c'è bisogno di essere Guevara per capire che si deve insorgere davanti alla ingiustizia, e che determinate situazioni non
    possono essere eterne che abbisognano d'una trasformazione radicale»
    Difatti non c'è bisogno di essere comunisti, difatti la rivoluzione cubana di comunista ha ben poco. Il movimento rivoluzionario era, di fatti, eterogeneo al suo interno, la rivoluzione ha inizialmente un carattere liberale che mirava a ribaltare il regime dittatoriale, autoritario e filo americano di Fulgencio Batista e a creare uno stato sociale. Solo in un secondo momento Cuba diverrà comunista, cioè quando capirà che per ottenere autonomia e indipendenza rispetto al "colosso yankee", dovrà avvicinarsi all'altro colosso, l'U.R.S.S, ma in realtà ha sempre seguito una "via cubana" al socialismo.
    Il Che aveva fatto breccia immediatamente dopo la sua barbara uccisione nei cuori dell'allora fascistissimo Bagaglino che produsse persino un 45 giri veramente double face. Conteneva da una parte "Il mercenario di Lucera" e dall'altra "Addio Che". Spiegava, il Bagaglino, nel retro copertina, la ragione che l'aveva spinto a rendere quest'omaggio a due figure così opposte in apparenza: la loro identità esistenziale. E il testo della canzone dedicata a Guevara conteneva delle farsi che dicevano tutto. "La gente come te non crepa nel suo letto, non muore di vecchiaia…" e ancora "Non eri come loro, dovrai morire solo, addio Che!".
    Il Che Guevara vicino a Skorzeny ad Ettore Muti e a Benito Mussolini.
    E sarà la penna eretica di Giano Accame, sul conservatorismo Il Borghese del febbraio 1968, a proporre il paragone fra il dettato rivoluzionario guevarista e pensatori come Von Salomon, Guenon ed Evola. Anche se sarà proprio Evola dalle colonne dello stesso giornale, qualche mese dopo (agosto'68) a parlare in termini dispregiativi del guerrigliero definito bandito e gangster.
    E sarà ancora un associazione fascistissima, la Federazione Nazionale dei Combattenti della Repubblica Sociale Italiana (una scissione "a sinistra" dell'Unione Nazionale Combattenti R.S.I.), molti anni dopo, ad accostare Mussolini a Guevara. Accanto alla foto di un Mussolini pensante ed a una frase profetica del testamento del Duce («Sarà un giovane. Io non sarò più. Lasciate passare questi anni di bufera. Un giovane sorgerà. Un puro. Un capo che dovrà immancabilmente agitare le idee del Fascismo») c'è la foto di un sorridente Guevara con accanto una sua frase:«Trovare la formula per perpetuare nella vita quotidiana il comportamento eroico della guerriglia è, dal punto di vista ideologico, una delle nostre missioni fondamentali... Lo strumento per mobilitare il popolo deve essere fondamentalmente di ordine morale»
    Guevara si forma politicamente nell'Argentina durante il periodo del regime gustzialista Peròn, fautore della "democrazia organica" anticomunista e antiliberale, un fascismo in salsa sudamericana. Proprio Peròn, grande ammiratore di Mussolini, scrisse il famoso "Proclama al Movimento Giustizialista in occasione della morte del Comandante Ernesto Che Guevara" nel quale si legge «… è con profondo dolore che ho preso conoscenza di una perdita irreparabile per la causa dei popoli che lottano per la loro liberazione. Noi salutiamo come dei fratelli tutti quelli che, in
    qualche parte del mondo, e sotto qualsiasi bandiera, lottano contro l'ingiustizia, la miseria e lo sfruttamento». Guevara ammirava molto il leader giustizialista tanto da inviargli una copia del suo libro sulle tecniche di guerriglia con tanto di dedica. In tutti i suoi scritti si può leggere chiari riferimenti ad un socialismo diverso da quello marxista ortodosso:«Resta ancora nella classe operaia molto di quella mentalità che si limitava a mettere in luce una sola differenza, da un lato l'operaio e dall'altro il padrone, una mentalità semplicistica che conduceva tutte le analisi a quell'unica grande divisione: operai e padroni » Ben poco comunista questo eroe comunista…
    Il pensiero del "Che", una volta compiuta la rivoluzione cubana, strategicamente si articola su due livelli: la rivoluzione latino-americana e la lotta dei popoli contro l'imperialismo. Occorre ricordare che Guevara è stato essenzialmente un comandante guerrigliero e che il suo maggiore contributo al marxismo-leninismo è stato quello di aver sviluppato la teoria della "guerra
    rivoluzionaria". La grande Patria, così chiamava il continente latino-americano, era un enorme paese da salvare dalle fauci del gigante yankee. I comunisti italiani erano lì, cani da guardia del comintern sovietico, a criticare il sogno del Che. Non passava giorno che Cuba e i loro leader non venissero delegittimati. Fino alla morte. Dopo la morte, la cultura progressista fa del Che un eroe, un mito, un esempio. I baldi figli di papà in corteo hanno la sua maglia, portano baschi con la stella rossa, e appendono i suoi poster al muro… Era soprattutto l'immagine del Che, con gli occhi di fuoco, la barba lunga e i capelli al vento ad attrarre tutti i ragazzi di quegli anni. Di Destra e di Sinistra. Ma a destra interessava soprattutto l'etica dell'eroismo, che gli aveva spinti ad amare il poeta Mishima che si suicida con il seppuku per contrastare la perdita dei valori tradizionali del suo Giappone causati dall'imperialismo USA, i kamikaze giapponesi, l'impresa senza speranze di D'Annunzio, e il giovane Jan Palch che si da fuoco per protesta contro l'invasione dell'Armata Rossa. D'altronde come diceva Bolzoni, in seguito alla morte eroica del comandante Che Guevara, «Non è drammaticamente dannunziano tutto ciò, non è sostanzialmente antimarxista?» Mi viene proprio da rispondere di si. Un personaggio che va oltre tutti gli schemi, ma che è stato, solo dopo la morte, mitizzato da una sinistra radical-chic, e demonizzato da una destra troppo attenta a non perdere i suoi voti conservatori.
    In occasione del ventennale della morte sarà proprio la Nuova Destra a ricordare il Che. Gli viene dedicata la prima pagina della rivista Elementi.
    Dopo solo magliette, poster, gadget, slogan. «Il nostro Guevara per loro è solo una maglietta a dieci euro». Polemica, quella della commercializzazione di Guevara, interna anche alla sinistra. Da sinistra si contesta anche «il culto di Guevara» che avrebbe, a detta di Liberazione, fatto dimenticare il processo storico rivoluzionarioe le masse che lo hanno animato. Il commento de Il secolo d'Italia, fa ben capire cosa è il Guevara per una certa destra:«La sinistra vera si rivela per quello che è nel profondo, ricoprendo i marxismo-leninismo, il rifiuto della dimensione eroica della vita, rimuovendo le dimensioni della spiritualià e dell'immaginario». Il Che, guerriero solitario e romantico, contro le mass uniforme e massificate. Destra contro Sinistra. Il Che poteva nascere in qualsiasi tempo. Era il figlio di un mondo passato, diverso, alternativo a questo Mondo Moderno. Era lì, in piedi fra le rovine, a combattere per un mondo diverso per una giustizia veramente giusta, per una vera Libertà. Questo era Guevara, un guerriero dello spirito, che amava guerra e armi, nemico del Potere, in cerca di sempre nuove avventure. Il Che è quella dimensione superiore che è mancata al materialismo marxista, e che fu la causa della sua disfatta. Il Che pronto a battersi per l'idea in qualunque luogo in qualsiasi tempo. D'altronde non era stato Evola a scrivere: «La mia Patria è la dove si combatte per l'Idea»?
    E non era stato Guevara a dire «Patria o muerte!»?

    "La Rivoluzione si fa attraverso l'uomo,ma l'uomo deve forgiare giorno per giorno il suo spirito rivoluzionario"
    Ernesto "Che " Guevara

    "Voi siete disarmati, se il vostro spirito è armato, se la vostra fede è potente e la vostra disciplina fermissima"
    Benito Mussolini

    ”Ogni nostra azione è un grido di guerra contro l'imperialismo, è un appello vibrante all'unità dei popoli contro il grande nemico dei popoli: gli Stati Uniti d'America. In qualunque luogo ci sorprenda la morte, che sia la benvenuta, purché il nostro grido di guerra giunga a un orecchio ricettivo, e purché un'altra mano si tenda per impugnare le nostre armi e altri uomini si apprestino a intonare canti di morte con il crepitio delle mitragliatrici e nuove grida di guerra e di vittoria”
    Ernesto "Che" Guevara, "Creare due, tre, molti Vietnam"

    da www.generazioneeuropa.it

 

 
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