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  1. #81
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    Neanche i liberal americani credono più nei sogni di Veltroni

    E’ triste constatare che la Roma del 2007 è un posto meno sicuro e meno piacevole da vivere (e visitare) di quanto fosse sei anni fa: la più sferzante delle bocciature dell’amministrazione capitolina di Walter Veltroni viene dalla The New York Review of Books, una rivista molto chic, che storicamente rappresenta l’opinione dell’America di sinistra, quella che occupa il primo posto nel cuore del sindaco.

    Si tratta insomma di una sconfitta subita “in casa”. L’articolista parla dell’area inquinata, dei traffico, dei bus giganteschi e poi approda al tema sicurezza che liquida con una condanna senza appello: “Droghe e violenze sono adesso più evidenti che negli anni di piombo”. E poi giù critiche al sindaco dei lustrini che non pensa però a governare la città: “Volonteroso e pronto a dare spettacolo, Walter Veltroni crea Festival del Cinema e Notti Bianche, accompagna studente in Ruanda, Malawi e Auschwitz, si fa vedere con Bob Geldof, Leonardo Di Caprio e Rigoberta Menchu… Ma.. Come spesso i cittadini sottolineano, il Terzo Mondo può essere trovato proprio sotto i piedi del sindaco: nelle sporche strade di Roma piene di buchi, fra i giovani senegalesi che vendono borse firmate e false… Mentre per un numero sempre più significativo di stranieri il processo di integrazione sta fallendo. Per aiutarli servirebbe a Roma un sindaco con la vocazione e l’umiltà di fare quanto non fa notizia ma è comunque essenziale: sorvegliare, pulire, riparare le strade”.

    Una descrizione impietosa che è stata fatta prima dei recenti, gravissimi fatti di violenza che hanno sconvolto Roma. Se l’articolista avesse avuto notizia anche di questi avrebbe colpito anche più duro, ma basta così per liquidare senza possibilità di riabilitazione il “modello Roma” e, soprattutto, il modello politico veltroniano. Quella strategia grazie alla quale il sindaco ha ottenuto il consenso della sinistra antagonista e delle fasce sociali moderate, dando soldi ai centri sociali e consentendo ai commercianti del centro di riempire di tavoli strade e piazze, di trasformarle in un gigantesco pub all’aperto (su questo aveva già protestato l’Herald Tribune) in nome del turismo. Così come in nome del turismo il ministro Rutelli ha giustificato lo sfregio fatto all’Altare della Patria. Sono stati staccati 150mila biglietti, quindi, la profanazione con ascensori verdi e tavernette per le feste di compleanno è più che giustificata.

    E’ singolare come coloro che si sono presentati quali difensori dei valori contro il mercimonio, spieghino i loro atti di governo con il modesto aumento di qualche entrata. Anche perché – se di Roma passa l’immagine di una città degradata, imbruttita e insicura – addio turisti. Il sindaco però non sembra sentirci da questo orecchio e va avanti a colpi di piccone. Invece di occuparsi della sicurezza delle stazioni della metropolitana, o della bonifica dei sessanta campi nomadi intorno alla capitale, sta sventrando il Pincio. Costruirà sotto al più bel colle di Roma un auto garage da quasi 800 posti.

    Continua imperterrito, dunque, Veltroni. Eppure si ha sempre più l’impressione che il grande “venditore di sogni” non possa più non fare i conti con i guasti che ha prodotto nella realtà. Non se ne sono accorti solo i romani ma persino gli intellettuali della “Grande Mela”.

    http://www.loccidentale.it/node/8697

  2. #82
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    Red face Veltroni paga ai rom i corsi d’archeologia. E si fa rubare i reperti

    Tra le tante iniziative originali, ce n’è una che è tornata d’attualità proprio lunedì scorso, in seguito a un controllo della polizia municipale nel campo sosta di via dei Gordiani: gli agenti hanno trovato, oltre alla droga nascosta nei container, anche un reperto archeologico - la testa di una statuetta di epoca romana - sul quale ora la Sovrintendenza sta facendo una perizia. Nel 2003 la giunta Veltroni, con due determinazioni dirigenziali, aveva stanziato 45mila euro a favore dei giovani rom di via dei Gordiani, nell’ambito del progetto denominato «Archeo-nomadi». In sostanza, come spiegavano i documenti capitolini, «alcuni giovani rom hanno mostrato un grande interesse nell’attività di scavo e di ritrovamento dei reperti» in quell’area dove sorgeva l’antica villa dei Gordiani. Ecco perché il Campidoglio aveva pensato di finanziare i corsi destinati ad «assistenti archeologi rom» che, evidentemente, con il passare del tempo e l’acquisizione delle necessarie competenze, si sono presto trasformati in «tombaroli tzigani». L’area in questione, che fino a pochi giorni fa il Comune considerava un «campo modello», era stata al centro dell’attenzione per un altro progetto che aveva sollevato un polverone di polemiche. L’ex presidente della giunta regionale del Lazio Piero Badaloni l’aveva scelto per sostituire i vecchi container con 52 villette dotate di ogni comfort: dal patio, al camino nel salone, dal giardino privato ai campi da tennis e da calcetto. Era la primavera del 2000, i nomadi già esultavano, ma poi Storace vinse le regionali e le villette rimasero sulla carta...

    http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=218737&START=1&2col=

  3. #83
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    ...archeo-nomadi...questa è incredibile...

  4. #84
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    Critiche a Veltroni
    A Bucarest rimuovono i campi dei rom mentre sul Tevere no

    Mentre il premier romeno Tariceanu stava arrivando in Italia, il presidente della Romania Traian Basescu in un'intervista al quotidiano il "Messaggero" ci ha ricordato che in Italia il fenomeno della criminalità e il problema della sicurezza legato a ai rom "non nascono ora". E Basescu riserva parole critiche sia al governo rumeno sia a quello italiano perché "hanno agito con troppo ritardo" e "soltanto quando hanno sentito la pressione dei giornali e della pubblica opinione".



    Verissimo. Quello di Basescu è il linguaggio di un uomo politico capace di mostrare senso di responsabilità, lo stesso che vorremmo sentire dai premier dei due governi che si stanno incontrando. Sempre il presidente Basescu, affrontando il problema specifico dei rom, ha dichiarato: "Quando qui si accampano alle porte di Bucarest, facciamo una cosa molto semplice: rimuoviamo il campo". E poi ha aggiunto: "Tutto questo l'ho spiegato a lungo e in modo approfondito al sindaco di Roma. Per questo, sentendo certe sue considerazioni sui romeni, l'ho trovato scorretto". Lette anche queste parole, è il caso di una riflessione ulteriore. Perché se occorre essere estremamente fermi con i criminali, bisogna anche che tutte le misure necessarie vengano prese. A Bucarest sbaraccano i campi rom, a Roma no. Qui nasce il problema. Tanto che il presidente della Romania respinge al mittente le accuse che sono state rivolte al suo paese: "Penso che le vostre forze dell'ordine abbiano uomini e mezzi a sufficienza come noi. Debbono solo applicare la legge fino in fondo". Ciò significa che a suo modo di vedere noi la legge non l'abbiamo applicata e non l'abbiamo applicata per una malintesa filosofia dell'accoglienza, evidentemente così radicata da non preoccuparsi di distinguere i criminali e chi violava la legge dai cittadini onesti.

    C'è poco da chiedere al governo romeno le referenze sui suoi cittadini che vengono da noi. Sono le nostre forze dell'ordine che devono saper monitorare la situazione entro i nostri confini: abbiamo già osservato come il ministero dell'Interno nel merito abbia mostrato più di un difetto. Di certo non c'è dubbio che qui si tratta di un problema europeo da affrontare con strumenti europei, ma intanto l'Italia deve essere in grado di fare la sua parte. Per questo l'opposizione ha chiesto di intervenire con delle specifiche proposte sul decreto sicurezza elaborato dal governo, perché temiamo, come pure è evidente all'opinione pubblica * e vale la pena di leggere l'editoriale di Barenghi sulla "Stampa" di mercoledì - che le divergenze all'interno della coalizione di governo sono eclatanti e tali da rendere difficile una comune collaborazione su questo tema. Tanto che ci pare che dopo aver fatto la faccia feroce, quasi ad incitare la caccia al rom (secondo "Liberazione" almeno), il governo sia pronto a mollare. Difatti Giuliano Amato, nella necessità di accontentare la sinistra radicale, si è preoccupato di far sapere che non si procederà ad espulsioni di massa. Purtroppo Amato non ha ancora compreso la lezione. Basta lanciare questo messaggio - "non vi saranno espulsioni di massa" - per avere un'invasione di massa, l'ennesima che si sta preparando grazie all'inettitudine di questo esecutivo.

    Roma, 7 novembre 2007

    tratto da http://www.nuvolarossa.org/modules/n...p?storyid=4440

  5. #85
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    Crozza lo imita, Veltroni s’infuria

    articolo di Luca Telese

    Il sindaco di Roma a Ballarò non ride alle battute del comico, poi replica stizzito: "Se mi ci riconosco? Ma manco per niente"

    Roma - Maurizio Crozza lo imita, e Walter Veltroni ci resta male, folgorato da primi piani impietosi di Ballarò. O almeno così sembra, guardando alla moviola la puntata di martedì sera, in cui si è rivelato platealmente uno dei pochi talloni d’Achille noti del nuovo leader del Pd: uno scarsissimo senso dell’autoironia quando viene motteggiato in pubblico.
    Una prima avvisaglia, ad essere filologici, c’era già stata alla festa di Azione Giovani (settembre scorso, a Roma) quando i ragazzi di An gli avevano preparato la domanda trabocchetto posta da un militante così: «Cosa ha fatto lei, in concreto, per la Borgata Pinarelli?». Veltroni aveva iniziato a rispondere tenendosi sul vago, ma dilungandosi assai sul «risanamento delle periferie intrapreso dall’amministrazione». Finché Giorgia Meloni, leader di Ag che conduceva il dibattito, lo aveva fermato: «Sindaco, ci scuserai, ma è uno scherzo: la borgata Pinarelli esiste solo nei film di Tomas Milian!». Risate corali, espressione interdetta di Veltroni. Fin qui nulla di strano: i goliardi di Ag avevano «pizzicato» anche Silvio Berlusconi (con un finto dittatore Pai Mei tratto da Kill Bill), e Gianfranco Fini, con un inesistente profugo della minoranza cattolica «kazara» (inventato di sana pianta) che chiedeva aiuto all’allora ministro degli Esteri. Senonché Veltroni, invece di prenderla con la stessa ironia di Fini («siete dei kazzari con due zeta»!) aveva iniziato ad arrampicarsi sugli specchi: «Ma io non stavo rispondendo a lui... ». E poi: «Conosco più borgate io che molti altri messi insieme». E ancora: «Sono stato alla Borgata Cerquette Grandi, che tu forse non sai nemmeno dov’è!». E persino alla fine, anziché sdrammatizzare, aveva tenuto a ribadire: «Comunque nello scherzo non c’ero caduto!».
    Con Crozza, da Ballarò si è fatto il bis. Tutto è successo in otto roventi minuti, sei di imitazione, otto primi piani di Walter che passa dal sorriso allo sconcerto, sotto il bombardamento del comico. E dire che poco prima di lui, Pier Ferdinando Casini, spontaneo o no (sembrava scioltissimo), aveva riso di gusto, facendo bellissima figura. Crozza lo aveva sfottuto sul matrimonio con Azzurra: «Si è sposato solo una settimana fa, grazie per essere venuto in luna di miele a Ballarò!». E il leader dell’Udc si divertiva come se non si parlasse nemmeno di lui. Al secondo affondo di Crozza («è vero che la prima notte di nozze l’avete passata a letto con Bruno Vespa, che doveva scrivere l’ultimo capitolo del suo libro sull’amore?») si era persino aggiunto all’applauso dello studio.
    Veltroni invece parte bene e finisce male. Alla prima battuta, quando il comico gli dice che suo figlio non sa dirgli chi è il suo migliore amico «perché non ha fatto le primarie» ride con singulto. Alla seconda peggiora: «È vero che per rispondere al problema della criminalità ha organizzato un festival del cinema romeno?» (lui ride, ma si morde anche le labbra). Alla terza, con Crozza che gli chiede se anche sua moglie scriverà una lettera a La Repubblica come la Lario batte gli occhi. Alla quarta, quando Crozza imita la voce di Berlusconi («ho più donne di lui!») batte gli occhi come per dire: dove vai a parare? Alla sesta, quando il comico dice che in caso di «spallata» e crisi di Prodi lui «organizzerà un festival, l’inaugurazione di un asilo, o la presentazione di un libro» sospira e gli si legge in viso: ce n’è ancora per molto? Il comico lo martella. La regia adesso proietta un Crozza truccato da Veltroni che parla male dei comunisti («non sanno chi è Pizzaballa, non amano l’Equipe ’84!») e sostiene la tesi inverosimile che lui è stato comunista solo per errore: «Ero iscritto al Pci, ma credevo che fosse la Polisportiva Canottieri Italia!». Il Veltroni-Crozza dice che lui aveva scambiato «le vittime dei Gulag per le Ombre rosse di John Ford». Il vero Veltroni in studio è inquadrato di profilo. Terreo. Il Veltroni-Crozza chiude con una battutaccia sul ma-anchismo del leader, la tendenza a tenere insieme tutto: «Leggete questo libro di Amalia Frignazza: mi è piaciuto molto, ma, pacatamente, mi ha anche fatto cagare». Veltroni ha gli occhi spalancati. Si passa la lingua fra i denti. «Si riconosce?», chiede Crozza. E lui: «Ma manco per niente». Comunicazione di servizio: nello staff, oltre ai sei portavoce, urge sparring partner anti-satira.

    http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=219015&PRINT=S

  6. #86
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    Ultime da Walter

    di Andrea Camaiora - 6 novembre 2007

    «Veltroni ha detto che vuole il partito leggero. Non vuole nemmeno più le tessere! Va a finire che noi smantelliamo l'organizzazione mentre voi di Forza Italia ne avete finalmente iniziato a comprendere l'importanza». Si sfogava così, appena pochi giorni fa, un dirigente provinciale diessino che conosce molto bene la pancia del suo partito. Era abbattuto, e anche se forse esagerava un po' ha fotografato bene una delle molte insoddisfazioni che agitano i quadri del Pd. Paradossalmente, i più insoddisfatti del new deal veltroniano sono proprio i diessini. Tutta questa modernizzazione di facciata che sbandiera il sindaco di Roma li lascia perplessi...

    Come se non bastasse, la prima Assemblea costituente del Partito Democratico ha deluso molti. Veltroni, infatti, ha presentato ai delegati, in chiusura di Assemblea, un dispositivo che indica le prossime tappe del Pd, e con esso i nomi dei componenti le commissioni Statuto, Manifesto e Codice etico. Dispositivo e commissioni sono stati approvati senza dibattito e senza mozioni. Tutto finito. Arrivederci alla prossima. Comprensibile, quindi, l'irritazione della Bindi e di Parisi, il quale ha detto, senza peli sulla lingua: «Stamattina avevo voluto illudermi che il Partito Democratico di Veltroni potesse rappresentare una nuova stagione dell'Ulivo. Sono bastate poche ore perché a quella che mi era sembrata una fioritura seguisse una gelata». L'effetto-Veltroni non ha quindi portato grandi benefici al neonato Pd. Un recente sondaggio della Nexus attribuisce alla nuova formazione il 27-28%, dietro Forza Italia. Un po' poco per chi va cianciando da settimane di «vocazione maggioritaria» del nuovo partito: a giudicare dai numeri sul campo sarebbe forse meglio parlare di «aspirazione maggioritaria».

    Ma se i benefici per il Pd non ci sono, proviamo ad esaminare quelli per il governo. Bene, c'è poco da analizzare: la maggioranza è evaporata. Di cosa stiamo parlando, quindi? Di Veltroni che chiede un rimpasto di governo con conseguente riduzione di dicasteri, a cui Prodi è fermamente avverso? Del fatto che l'ennesima grana per l'esecutivo, quella sulla sicurezza e l'immigrazione, è emersa dalla città di Roma di cui Veltroni è sindaco? Sembra davvero che il segretario del Pd sia incapace di risolvere i problemi di maggioranza e governo e che, anzi, rappresenti per quest'ultimo un concreto pericolo. La pensa così il direttore de L'Occidentale, Giancarlo Loquenzi, che ha scritto proprio di recente: «Quello che più colpisce in questo disastro più umano che politico è l'uomo nuovo, cioè Walter Veltroni. Colui che doveva planare come un'ala salvatrice sulla tempesta e rischiarare la rotta. Invece è lì che cincischia, che non sceglie, sempre incerto tra la via più facile e quella più conveniente. Vuole e disvuole, dissimula».

    Un'analisi degli interventi sulla stampa del neo-leader del Pd negli ultimi 30 giorni conferma questa tesi: Veltroni ha scritto 8 volte spaziando sugli argomenti più disparati: il 3 di ottobre ha vergato una lettera aperta su L'Unità rivolta ad Andrea Benedino e Paola Concia, portavoce nazionali di Gay Left, dal titolo «I vostri diritti sono i miei». Nella lettera il sindaco di Roma, maestro di «ma-anchismo», scrive che la politica buona è quella «che rifiuta la logica dell'aut-aut perché fa propria quella dell'et-et». Insomma, l'idea di tenere insieme tutto e il contrario di tutto. Ovviamente Veltroni promette a Benedino e Concia di realizzare l'impegno assunto dall'Unione con gli elettori per i Dico. Ma questa è un'altra storia. Il giorno successivo all'uscita su L'Unità, Walter sceglie un giornale del Mezzogiorno, Il Mattino, per un intervento sui problemi del Sud. Il titolo è: «Con il Sud per rompere il silenzio». Lo scritto è interminabile. Citiamo soltanto l'alfa e l'omega del suo ragionamento, perché ne rappresentano la miglior sintesi: «Il Mezzogiorno non deve marcire nell'assistenzialismo che mortifica l'uomo e crea spazi per la violenza e la camorra». E poi: «A sconfiggere la camorra e le mafie saremo tutti noi, insieme». Semplicemente disarmante. Il giorno seguente Veltroni è nuovamente su L'Unità con un'illeggibile melassa sul caso Politkovskaja, dal titolo «La lezione di Anna». I più coraggiosi vadano a leggerlo, noi che lo abbiamo fatto non siamo stati capaci di trovare nulla di citabile.

    Due interventi sul quotidiano fondato da Antonio Gramsci sono però un po' troppi. In fondo c'è il Partito Democratico e la cosa va rispettata. Ecco dunque, il 6 ottobre, un'uscita su Europa, quotidiano della Margherita. Il titolo di Menichini è rassicurante: «Così il Pd sosterrà la ricerca». Veltroni fotografa la situazione esistente, per non sbagliare dà qualche colpa al centrodestra e infine dice con coraggio che «sostenere la ricerca non è un lusso, è una necessità». Siamo d'accordo con lui. Perché allora il Pd, di cui è leader, in questa Finanziaria come nella precedente non ha stanziato cifre considerevoli per la ricerca? Mistero. Il 12 ottobre, comunque, Walter si fa autorevole, deciso, persino austero. E dalle colonne de Il Tempo rivolge un appello al Prefetto di Roma, Carlo Mosca, circa i problemi della sicurezza in città. Incredibile! Ma il sindaco di Roma non è lui? Veltroni scrive che sarà grato al Prefetto «per quanto potrà fare affinché questi episodi non si verifichino più (il riferimento è ad una studentessa aggredita da un rom, ndr), per restituire al quartiere condizioni di vita serena». Non v'è dubbio, per certe affermazioni ci vuole coraggio.

    In ogni caso, il 12 ottobre, doppietta: Walter interviene sia su La Stampa che su L'Espresso. Sul quotidiano torinese si occupa di politica internazionale con «L'Europa e le sanzioni all'Iran». Il titolo dell'Espresso è invece: «Sarà una rivoluzione». Stupefacente la sintesi, ma lo stile è quello di sempre. Scrive infatti Veltroni: «Dal Lingotto in poi, ho lavorato per introdurre profonde novità nella nostra cultura politica, proprio partendo dai programmi». Infine, il 20 ottobre, sul Corriere della Sera, Veltroni ritorna ad occuparsi della questione iraniana con «Fermare l'Iran». Anche su questo fronte, come del resto su tutti gli altri, dimentico del ruolo di leader della forza di maggioranza relativa in Parlamento, il sindaco della capitale invoca «un'iniziativa italiana ed europea» senza spiegarne modalità, tempi, strategia.

    In conclusione, si può dire che l'estensione delle riflessioni di Veltroni è inversamente proporzionale al peso dei contenuti. Si tratta per lo più di acqua fresca. La crisi che affligge, non da oggi, la sinistra italiana ha bisogno di ben altro del «ma-anchismo» veltroniano.

    Andrea Camaiora

    http://www.ragionpolitica.it/testo.8...me_walter.html

  7. #87
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    Tv. Casini batte Veltroni, 1 a 0

    di Paolo Pillitteri

    http://www.opinione.it/pages.php?dir...t=7647&aa=2007

    Così a spanne, il faccia a faccia a “Ballarò” fra il leader del Pd e il leader dell'Udc sembra finito a favore di Casini. Intendiamoci:fare opposizione è oggi molto più semplice e redditizio che stare al governo, soprattutto in e con questo governo, soprattutto su certi temi caldi e drammatici come l'immigrazione. Eppure, a Veltroni non mancavano frecce all'arco,basti pensare alla più pungente, ovverosia alla sua distanza dal governo resa ancor più visibile dalla decisione improvvisa,una sorta di felice intuizione leaderistica, per il decreto, lasciando perdere il disegno di legge sulla sicurezza. Ma, appena toccato sul vivo da un pimpante Casini - che sembra avere ripreso i contatti col Cavaliere proprio sul tema clou della prossima campagna elettorale - ecco che il leader plebiscitato del Pd ha mostrato per dir così la corda, cioè il suo lato più debole e vulnerabile. Che è, appunto, il nodo delle espulsioni, dei campi nomadi, delle baraccopoli, del degrado.

    E' un vero e proprio nodo scorsoio attraverso cui devono e dovranno passare le capacità vere e non quelle presunte di chi si pone come capo di un nuovo partito della sinistra riformista in alternativa alla destra ricompattata intorno al Cavaliere su un supertema per il quale questa maggioranza, che è pur sempre la maggioranza del leader del Pd, mostra incertezze, dubbi, indecisioni, buonismi d'accatto che lo stesso Veltroni sembrava aver liquidato,costringendo i riottosi Prodi e Amato sulla linea della fermezza e dell'urgenza. Il fatto è che la politica non è esattamente quella che il sempre efficace Crozza mimava in trasmissione nel “suo” Walter bonne a tout faire col geniale tormentone del “ma anche”. La politica è, semmai, il suo contrario, è la capacità di fare, di decidere, di assumere responsabilità.

    Nel caso di Veltroni, poi, non si tratta soltanto, come è stato giustamente detto, di liberarsi da simili accomodamenti, di rinunciare cioè alla sua vocazione condiscendente, di gradimento erga omnes, pronta a lasciare aperte tutte le porte, a praticare qualsiasi alternativa. Ciò che appare un vero e proprio limite, una sorta di pesante palla al piede, peraltro sottolineata dall'incalzante Casini, è la sua doppia personalità, di leader politico e di sindaco. Di Roma, specialmente. Non per via di quello definito un tempo cumulo di cariche, ma proprio perché Roma è ormai diventata paradigmatica, e doppiamente: per il tradizionale centralismo inviso profondamente al Nord produttivo (Roma ladrona!) e, nella fattispecie, nel modello plasmato dal veltronismo rovesciatosi di colpo nel suo opposto negativo per via della tragedia di Tor di Quinto. Quel segmento di città buio e degradato divenuto teatro osceno di un assassinio metropolitano ai bordi di una delle tante, troppe baraccopoli abusive, ha allargato il suo cono d'ombra sull'intera città, smontando le tessere di un mosaico festoso che era stato scientificamente realizzato dal Primo cittadino. E ciò che doveva essere il punto di eccellenza su cui fare leva s'è rivelato un boomerang. Una palla al piede, appunto.

  8. #88
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    Belpietro: Veltroni leader del paese dei furbi

    http://blog.panorama.it/opinioni/200...i-furbi/print/

    L’Editoriale

    Dicono che in politica la furbizia sia considerata una dote, ma talvolta rischia di sconfinare nella spregiudicatezza. E questo mi pare il caso della linea tenuta da Walter Veltroni in materia di sicurezza. Rileggendo le dichiarazioni rese nell’ultima settimana dal sindaco di Roma, si ha prova dello slalom verbale compiuto dal segretario del Pd. Martedì 30 ottobre Veltroni batteva le mani alle norme varate dal governo, definendole efficaci e socialmente equilibrate. «Ora i cittadini sanno che possono contare su misure che contribuiranno a determinare quel clima di sicurezza e serenità che è compito di politici e amministratori garantire» disse il sindaco della capitale, omettendo di aggiungere che le leggi dovevano ancora essere approvate, che avrebbero comunque potuto subire vistose modifiche in Parlamento e che per la loro entrata in vigore sarebbero stati necessari almeno 6 mesi, forse un anno.
    Già il giorno dopo l’opinione del segretario Pd era però mutata. Avuta notizia dell’omicidio di Giovanna Reggiani da parte di un pregiudicato romeno e temendo d’essere accusato di buonismo nei confronti degli extracomunitari, Veltroni ha mostrato i muscoli: «È necessario assumere iniziative straordinarie e d’urgenza sul piano legislativo. Il pacchetto sicurezza va benissimo, ma si tratta di disegni di legge». Lo stesso giorno il sindaco ha spiegato che la colpa è della Romania, che «ha aperto i boccaporti e ci manda migliaia di persone. Prima dell’ingresso della Romania nell’Unione Europea, Roma era la città più sicura del mondo».
    Qualche giorno dopo il segretario del Pd si è ripentito e, presentando un libro sui lager nazisti, ha mitigato i suoi giudizi antiromeni ammonendo (gli altri, ça va sans dir) a non seminare e coltivare la paura. «In passato sulla paura è stata costruita la discriminazione degli ebrei. Bisogna avere razionalità: far convivere identità con dialogo, la sicurezza con l’integrazione».

    Che il nuovo leader del centrosinistra sia un po’ ondivago l’hanno capito persino i romeni, che per bocca del loro capo di governo lo hanno accusato di scorrettezza. Ma Veltroni non si è abbattuto e ha esortato tutti a non coltivare gli istinti più nascosti in noi, soprattutto la paura degli altri: da questa non dobbiamo farci dominare.
    Forse sarebbe meglio non farci dominare neppure dagli eccessi di furbizia. A forza di voler essere per il dialogo e l’integrazione, ma anche per il rigore, in Italia si è prodotta quella confusione di leggi che di fatto non consente di avere una politica seria d’immigrazione e nemmeno garantisce la legalità. Fra indulti e successivi inasprimenti di pena, tra scelte d’accoglienza dello straniero e decreti d’espulsione, il caos è massimo e neppure le forze dell’ordine sanno più cosa fare. È vero che questo è il paese dei furbi, ma si ricordi Veltroni che gli elettori diffidano di chi è troppo furbo: temono d’essere fregati.
    E a proposito di fregature. Il centrodestra per anni ha battuto sul tema della sicurezza e ne ha fatto un cavallo di battaglia. Adesso che sindaci e ministri di centrosinistra si sono accorti che gli italiani sono più preoccupati della criminalità che delle troppe tasse, il centrodestra che fa? Poco o nulla. Gianfranco Fini chiede più espulsioni, Silvio Berlusconi accusa il centrosinistra di lassismo. Invece di capitalizzare ciò che ha fatto in passato, la Casa delle libertà lascia spazio alla sinistra.
    La settimana prossima, oltre a manifestare per le dimissioni di Prodi, la Cdl dovrebbe presentare un suo disegno di legge per inasprire la Bossi-Fini e nuove norme per garantire maggior sicurezza ai cittadini (con investimenti, mezzi e uomini). Non so se servirà al Paese (il Polo ovviamente non ha i numeri per fare approvare le sue proposte), ma di sicuro servirà al centrodestra. Fatevi furbi, cari deputati polisti: troppa scaltrezza fa male, ma un po’ aiuta.

    maurizio.belpietro@mondadori.it

  9. #89
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    “Non possiamo dire banalmente che la sicurezza non è né di destra né di sinistra”
    Dice Rosy Bindi alla Stampa (9 novembre)
    Nel Partito democratico usano ormai l’avverbio “banalmente” come sinonimo di “veltronianamente”

    http://www.loccidentale.it/node/8874

  10. #90
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    Se anche Crozza si genuflette a Veltroni non ci resta che piangere

    Crozza è un comico di successo e prende in giro un po’ tutti. Fino a Domenica nessuno se lo sarebbe immaginato letteralmente in ginocchio davanti al leader politico. Eppure è successo.

    C’è un antefatto: nel corso della settimana scorsa Walter Veltroni era andato a Ballarò. E Crozza aveva aperto la trasmissione – come fa di solito – con il suo siparietto comico sulle personalità presenti. Un po’ di ironia su tutti e una imitazione neanche troppo cattiva e nemmeno granché riuscita del sindaco di Roma. Ma è bastata a innervosire il “pupone” della politica.

    Si è visto subito che non aveva gradito: la reazione è stata secca, anche se “pacatamente, serenamente”. Sembrava finire lì, ma Walter non demorde mai. Qualche giorno dopo, cioè domenica scorsa, Crozza ha dovuto “pagare pegno”. La trasmissione da lui condotta sulla 7 si è collegata via audio con casa Veltroni, dove il supersindaco passava la serata in pantofole e pigiama - come lui stesso ha raccontato – e per una ventina di minuti non ha fatto altro che tesserne le lodi. Il bravo conduttore ha esordito con un fantozziano “quanto è simpatico lei”. Poi gli ha fatto da spalla per le sue battute tutt’altro che smaglianti e infine si è scusato per la performance di Ballarò: “Io politicamente sono d’accordo con Lei.. ma sa, sono un comico..”

    Insomma, la scena è stata veramente penosa: il vessillifero della satira piegato in due, ridicolizzato da se medesimo, servile e plaudente davanti al grande capo di tutti gli uomini spettacolo. Veltroni, infatti, ha costruito in venticinque anni di impegno profuso in quel mondo una capacità di controllo a dir poco straordinaria. Le commissioni che decidono i fondi al cinema e al teatro sono rimpinzate di “suoi uomini” tanto da far innervosire persino il neoministro dei Beni e delle Attività culturali, Francesco Rutelli.

    Non si muove foglia nel mondo della celluloide che Il Walter non voglia. In quanto, poi, sindaco di Roma dispensa direttamente fiumi di danaro a attori, registi, comparse, cineasti, musicisti. Dalle notti bianche all’attività dell’auditorium e giù per i rivoli dei capitoli di spesa locali, i beneficiati sono tanti. Se a questo si aggiunge che Veltroni è uno degli uomini più ammanigliati in Rai (per anni ha spartito le assunzioni per conto del Pci e poi del Pds) si capisce bene che un uomo di spettacolo ha un imperativo: se vuol sopravvivere non gli conviene inimicarsi il supersindaco. Crozza a Ballarò ha giocato a fare l’uomo libero, ma quando ha visto il “pupone” incazzato, ha capito che non gli conveniva. Rapido dietrofront e genuflessione in diretta televisiva. Così va il mondo.

    http://www.loccidentale.it/node/9449

 

 
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