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  1. #71
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    Berlusconi al congresso dell'udc
    «Favelas a Roma. E non è colpa nostra»
    Il leader della Cdl: «Speriamo che l'Italia non diventi come la Capitale. Lunedì decideremo sul voto al dl»

    VERONA - - «Speriamo che l'Italia non diventi come Roma». E l'auspicio che Silvio Berlusconi, leader di Forza Italia e della Cdl, ha espresso a Verona, all’uscita dell’albergo Leon d’Oro, dove parteciperà a un congresso organizzato dall’Udc. Roma, ha detto il Cavaliere, è «una città in preda al degrado» e dove «ci sono le favelas». Ed è qualcosa che «non si può attribuire al precedente governo».

    VOTO SUL DECRETO - Berlusconi ha anche ammorbidito le polemiche sulla sicurezza: «Ieri non ho attaccato nessuno, mi sono limitato a dire che non si può avere l’impudenza di attribuire al precedente governo quanto è accaduto, che è frutto di chi predica l’inclusione sociale e poi propone un decreto legge». Berlusconi, che aveva definito il disegno di legge sulle espulsioni varato dal governo come un «decreto pecetta», ha aggiunto che «dobbiamo esaminare il decreto nei suoi particolari. Lunedì faremo una riunione e decideremo se votarlo o meno».

    ROMANIAE UE - Sul problema della Romania e del flusso di migranti in arrivo da quel Paese, il Cavaliere si è detto d'accordo con il ministro dell'Interno, Giuliano Amato, sostenendo che la soluzione alla questione «vada trovata in ambito europeo».

    http://www.corriere.it/politica/07_n..._decreto.shtml

  2. #72
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    Perché Veltroni non lo ha detto trent'anni fa che Pol Pot è stato come Hitler?

    di Stefano Magni

    http://www.loccidentale.it/node/8573

    Auschwitz come la Cambogia di Pol Pot, l’importante è condannare i totalitarismi. A dirlo è lo stesso Walter Veltroni, leader del Partito Democratico, erede diretto della tradizione del PCI. Dunque questa è forse la volta buona che il messaggio anti-totalitario passi senza essere tacciato di “grezzo comparativismo” o di “criminale revisionismo storico”.

    In particolare, lo scorso 29 ottobre, in occasione della presentazione del libro “L’illusione del bene” di Cristina Comencini, ha dichiarato che: “Ho visto le foto dei campi di concentramento di Pol Pot. Erano delle foto agghiaccianti, non diverse da quelle che tra 10 giorni troverò andando ad Auschwitz. Sono diversi i colori delle bandiere, diverse le motivazioni, ma la vita di quegli esseri umani è la stessa”. Certo viene da chiedersi: poteva pensarci prima? Riconoscere la brutalità dei regimi comunisti oggi è un dovere storico, ma non si può fare più nulla per il milione e mezzo di vietnamiti, per i due milioni e mezzo di cambogiani e le decine di milioni di russi ed europei orientali (60 milioni solo nell’ex Urss) assassinati dai loro stessi regimi. Nel 1975, si poteva ancora fare qualcosa. Si potevano far conoscere gli orrori del Sud-Est asiatico conquistato dai comunisti manu militari, si poteva agire direttamente per ospitare i rifugiati politici dell’Est europeo, si poteva premere sul governo per un’azione comune con gli Stati Uniti, per lanciare un messaggio chiaro all’Unione Sovietica e non permetterle di annettere tutta l’Asia sud-orientale. In parole povere: un vero democratico, negli anni ‘70, avrebbe dovuto essere in prima linea nella lotta contro le dittature comuniste, oltre che contro le dittature di destra. Ma cosa scriveva e pensava Veltroni mentre, sotto gli occhi di tutto il mondo, i Nord Vietnamiti conquistavano militarmente Saigon e i Khmer Rossi (che fino a quel momento erano stati appoggiati dal Vietnam del Nord), un mese dopo, prendevano Phnom Penh?

    Veltroni, che ora dichiara di non essere mai stato comunista, nel maggio del 1975 , su “Roma Giovane” (il mensile della FGCI), scriveva che: “I compagni vietnamiti ci hanno detto: ‘La nostra lotta è giusta, uniti vinceremo’. Ed hanno sconfitto la grande potenza americana e sono entrati a Saigon dove lavorano per costruire un Vietnam pacifico e indipendente”. E poi andava avanti nell’apologia del regime stalinista vietnamita (responsabile di 1 milione e mezzo di morti, prima, durante e dopo la Guerra del Vietnam), scrivendo che: “I soldati del GRP hanno scritto le parole che Ho Ci Min pronunciò nel ´68 prima dell´offensiva del TET: ‘Questa primavera sarà migliore di ogni altra; la notizia delle vittorie riempie di gioia tutto il paese, Nord e Sud, gareggiando in coraggio sconfiggono lo Yankee. Avanti, la vittoria è nelle nostre mani’. L’Indocina, l´Africa, l´America latina, la Cina, Cuba Socialista, il Portogallo, la Grecia, i paesi socialisti dell´Est europeo, tutto il mondo si colloca sulla strada della libertà e del progresso. Libertà, progresso, giustizia sociale, valori che si affermano in dimensioni sempre più ampie tra i giovani e che vanno tutte nella direzione del socialismo. Esso, lo sappiamo, non è dietro l´angolo. Coscienti di questo nel chiedere ai giovani il voto al PCI sentiamo di dover proporre qualcosa di più: un impegno coerente di coscienza e di lotta. Questa è la linea che prospettiamo ma non ne esistono, ne siamo convinti, altre”.

    In questi scritti non c’era alcun dubbio sull’immacolata concezione dei regimi comunisti, né c’era alcuna ammissione dei loro crimini. Anzi, nello stesso articolo, “I giovani, la libertà, il socialismo”, il giovane Veltroni rispondeva, a chi gli ricordava la natura criminale di quei regimi, che: “Ogni volta che tra i partiti politici si parla di socialismo alcuni di essi, in primo luogo la DC, partono in voli pindarici descrivendo a tinte fosche, come in un libro di Carolina Invernizio (romanziera gotica di fine ‘800, ndr), il carattere dittatoriale e le soppressioni della libertà che a parere loro (sic!) vigerebbero nei paesi socialisti. Non abbiamo mai esitato a far sentire alta la nostra voce quando abbiamo ritenuto che in questo o quel paese un intervento esterno comprimesse la libertà di quel popolo, così come non abbiamo mai mancato di sviluppare un dibattito serrato sulle questioni della democrazia socialista. Ma sempre in questi dibattiti si è affermato il carattere franco e aperto che caratterizza le discussioni tra partiti fratelli (quelli dell’Urss e dei paesi del Patto di Varsavia, ndr)”.

    Sarà utile, oggi, piangere sul latte versato? Sì, sempre che si ammetta che di latte ne è stato versato parecchio. Praticamente nessun comunista, a parte Massimo Caprara e pochissimi altri, ha pronunciato le due parole magiche “ho sbagliato”. Ma forse i tempi sono ancora poco maturi, anche se sono passati ben diciotto anni dal collasso del sistema comunista europeo. Infatti sono bastate le parole di Veltroni per far scattare la reazione di Marco Rizzo, del Partito dei Comunisti Italiani: “Sul comunismo, o ignora la storia, o è intellettualmente disonesto: quelle dittature (Hitler e Pol Pot, ndr) sono state battute dagli eserciti di due Stati comunisti, l’Armata Rossa e l’Esercito Popolare Vietnamita”. Forse Rizzo vuole ricordare a Veltroni che cosa scriveva sui comunisti vietnamiti solo un trentennio fa. Ma qui si passa dalla farsa alla tragedia, perché rivendicare l’eredità della “liberazione” comunista dell’Europa orientale e della Cambogia, vuol dire anche ereditare la responsabilità del bagno di sangue che ne è seguito. In Cambogia, il Vietnam comunista (e filo-sovietico) sconfisse rapidamente il regime comunista (ma filo-cinese) di Pol Pot nel 1979, instaurò un regime fantoccio guidato da Samrin (un Khmer Rosso convinto, rivale personale della cerchia di Pol Pot) che non ripristinò affatto le libertà perdute dai cambogiani, ma completò il genocidio, facendo altri 230.000 morti in poco meno di un decennio.

    Ci vuole ancora più coraggio a rivendicare la “liberazione” dell’Europa orientale da parte dell’Armata Rossa. Scacciato il nazismo, i Sovietici instaurarono, una dopo l’altra, le dittature che avrebbero sottomesso mezza Europa fino al 1989. Il processo di trasformazione dell’Europa orientale fu sanguinosissimo: 1 milione e mezzo di cittadini di origine tedesca fu ucciso nel corso delle espulsioni massicce da Polonia, Cecoslovacchia, Ungheria, Slovenia e Croazia. I partigiani polacchi vennero sistematicamente internati nei campi di concentramento gestiti direttamente dall'NKVD (l'antenato del KGB) e potevano scegliere fra l'arruolamento delle formazioni filo-comuniste del generale Berling, costituitesi su ordine di Mosca, o la deportazione. Le cifre della deportazione sono ignote: si conosce il numero di coloro che giunsero vivi nei gulag sovietici, ma non delle migliaia (decine di migliaia?) che perirono durante il viaggio. Si va da una stima minima di 20.000 a un massimo di 55.000 deportati. A questi vanno aggiunti altri 25.000-30.000 cittadini polacchi di etnia tedesca, molti dei quali non erano nemmeno collaborazionisti: basti pensare che almeno la metà di questi erano minorenni. Anche nella piccola porzione di Cecoslovacchia, "liberata" dai Sovietici durante la guerra, finirono nei gulag 40.000 persone, per motivi che variavano dall'accusa di collaborazionismo al semplice fatto di essere giudicati "borghesi".

    Passando a quelle che erano considerate nazioni nemiche dall'Unione Sovietica, perché erano alleate con la Germania nazista, l'occupazione dell'Armata Rossa costò moltissimo in rapporto alla popolazione. In Ungheria scomparvero 600.000 abitanti, su una popolazione che allora contava 9 milioni di anime e la cifra, come nel caso delle deportazioni dalla Polonia, non tiene conto di coloro (forse la maggioranza) che perirono durante il viaggio verso i gulag. In Bulgaria, Paese che non aveva partecipato direttamente alla guerra e non aveva inviato truppe contro l'Unione Sovietica, si scatenò quella che viene ricordata dai testimoni col nome di "epurazione selvaggia": circa 40.000 "nemici di classe" (sacerdoti, giudici, industriali, giornalisti, politici non comunisti) trucidati in pochi mesi dall'Armata Rossa. Una bella eredità di cui vantarsi, non c’è che dire.

  3. #73
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    stavo leggendo proprio quest'articolo su l'occidentale: illuminante!

  4. #74
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    Non si contano i campi rom, che proliferano senza controllo da parte dell’amministrazione

    Il Modello Roma è fallito
    Nei primi nove mesi del 2007 sono state sgomberate 5.241 persone, di cui 830 sono in strutture specifiche. E le altre?

    di Michela Giachetta

    http://www.opinione.it/pages.php?dir...t=7513&aa=2007

    Cos'altro deve succedere a Roma perché, caro Walter, decida di dimetterti? Il Modello Roma è fallito. E le prove sono sotto gli occhi di tutti. È fallita la politica dell'inclusione, fallita la mediazione con la sinistra radicale, da sempre critica nei confronti di qualsiasi tentativo di portare un po' d'ordine nel caos che a Roma da tempo regna sovrano. Fallito pure il tuo “buonismo”, parola che non ti piace, ma che era nella prova dei fatti. Resta la paura. E hai voglia di dire che non si può “fare sciacallaggio politico”, come puntualizza in queste ore il Pd romano. Che “non si può strumentalizzare la paura della gente”. La paura della gente c'è già e da tempo. Lo dicono tutti i sondaggi. Lo dicono le persone al mercato e quelle che salgono sui mezzi pubblici. Ora della paura se ne parla solo di più. Ora che il fenomeno rumeni è esploso in tutta la sua violenza. E che ha portato alla morte di una donna. Ma non è la prima. Anzi, ahinoi, è solo l'ultima di una serie.

    Adesso, caro Walter, spari contro i romeni, certo distinguendo il grano dall'olio, i buoni dai cattivi, ma dici di averne abbastanza. Aggiusti il tiro sul tema sicurezza. Sono state necessarie alcuni morti, però, perché si arrivasse a questo punto. Fino a ieri, sei stato a favore dell'inclusione. Hai sempre detto che era necessario attuare politiche per portare i rom a scuola, snocciolando numeri a inizio anno scolastico. Ma l'assessore capitolino alle Politiche Educative, Maria Coscia spesso è stata costretta ad ammettere che molti rom la scuola non hanno nemmeno mai vista. Alla faccia dei soldi spesi per loro. “Da gennaio a oggi sono state sgomberate 5.241 persone, di cui 830 si trovano oggi in strutture specifiche”, spiega il capogruppo dell'Ulivo nel consiglio comunale della Capitale, Pino Battaglia. E gli altri? Dove sono tutti gli altri. Alcuni, forse, se ne sono andati davvero. Ma la maggior parte è ancora in città. In insediamenti abusivi. Ad agosto erano 25 quelli gestiti dal Comune, un numero di gran lunga superiore è sorto in questi mesi, senza alcun tipo di controllo da parte dell’amministrazione, in particolare nelle periferie. Solo per citarne alcuni, in IV Municipio accampamenti si trovano all’interno del Pratone delle Valli, nelle aree delle stazioni Nuovo Salario e Fidene e al Ponte Tazio, mentre nel V si contano almeno sette grandi insediamenti rom.

    Ma è tutta la città ad essere invasa da poveracci di ogni etnia. Basta guardare sotto i ponti, quindici metri sotto la città che brilla, sulle sponde del Tevere. Perché non porti la Bellucci anche lì sotto, oltre che sul red carpet? Dopo una visita a Castel Sant'Angelo, scendi giù, quindici metri, centimetro più centimetro meno, e troverete le tende blu dei punkabbestia tedeschi e i loro cani. Sotto Ponte Milvio, che fa mostra di sé coi lucchetti dell'amore, ecco i bulgari sfollati dall'ultimo campo nomadi. A ponte Sisto ci sono i fuggiaschi del Bangladesh. Il Gazometro dei film d'autore, di Ozpeteck e della Città del Gusto, ristorante alla moda, “ospita” i romeni, a migliaia. Perché Roma è la città che include, certo. Salvo poi scoprirsi spaventata. E allora i mariti sono costretti ad andare a prendere le loro mogli alle stazioni, che non sono illuminate. E lo si sa da tempo. Le madri vivono con l'ansia di non vedere tornare le loro figlie a casa, perché si può incappare in una sparatoria notturna, come è successo circa un mese fa nei dintorni della stazione Nomentana (era un regolamento di conti fra i romeni). Ma anche prendere un mezzo pubblico può avere i suoi rischi.

    Nel migliore dei casi può capitare che la metro o l'autobus si fermi. Nel peggiore si può anche essere uccisi con un'ombrellata, come è successo a Vanessa Russo. E nemmeno usare le piste ciclabili evita i pericoli: Luigi Moriccioli, dopo 40 giorni di agonia, è deceduto a causa delle bastonate ricevute mentre stava usando la sua bicicletta a Tor Di Valle. Anche in quel caso, colpevoli due romeni, clandestini e senza fissa dimora. Per tacere del Patto della Legalità, siglato a maggio con il ministro Amato e che avrebbe dovuto portare entro tre mesi all'individuazione delle aree in cui inserire quattro campi rom. Di mesi ne sono passati sei, ma di quelle aree non se ne sa ancora nulla. Ora si invoca più durezza. Si trasforma un disegno di legge in decreto per dare immediatamente i poteri di espulsione al prefetto. Ma non ti sembra tardi, Walter?

  5. #75
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    In quella zona verrà costruito un parcheggio di 720 posti auto

    Addio a mezzo Pincio. Grazie al sindaco della capitale
    Ma Italia Nostra invia un esposto al procuratore della Repubblica contro la realizzazione dell’opera

    di Dimitri Buffa

    http://www.opinione.it/pages.php?dir...t=7516&aa=2007

    Ormai è ufficiale. Dopo le notizie di quest’estate che davano l’appalto come già aggiudicato per 30 milioni di euro, che verranno pagati solo dopo la consegna di un parcheggio da 720 posti auto, il sindaco di Roma si appresta a fare sventrare il Pincio alla impresa edile Sac di Claudio Cerasi. Che si impegna entro 30 mesi a consegnare il tutto anche se il parcheggio sarà in funzione dal 2010. Morale della storia, i romani potranno dire addio a mezza piazza del Popolo, dalla cui rampa del Valadier si accederà al parcheggio, e per i prossimi tre anni caos e cantieri assicurati. A Roma dunque, dopo Rutelli che aveva autorizzato lo scempio del Gianicolo per fare un piacere al clero durante il Giubileo del 2000, dovremo assistere inerti e inermi a questo ulteriore cataclisma. Stavolta per la maggior gloria di Veltroni. E della sua gioiosa macchina da guerra elettorale.

    Un progetto che sembra accordarsi con la recente ondata di megalomania del personaggio. Che oramai interviene dove può prediligendo i quartieri che lo votano. E tralasciando, ad esempio, quelli di Roma Nord, serbatoio berlusconiano da sempre e un tempo democristiano e socialista. Tanto che anche le altre giunte rosse romane hanno sempre negletto la zona nord della città, dalla Giustiniana all’Olgiata, dal Fleming a Saxa Rubra, lasciando stazioni di metropolitana e di trenini alla mercè di qualunque criminale. Basti pensare che per avere l’autobus all’Olgiata ci sono voluti venti anni e che quando qualcuno protestava con l’Atac dell’epoca si sentiva rispondere:“Ma tanto siete tutti ricchi e avete la macchina con l’autista per andare a prendere le vostre colf”. Inutile dire che Veltroni gode pure di ampi sostegni nella stampa capitolina, che sta tutta in mano a costruttori edili come Caltagiorne o Bonifaci. Per fortuna però, quelli di Italia Nostra, guidati dal prode Carlo Ripa di Meana, si sono ribellati al diktat veltroniano e chiamano la gente a sollevarsi perché Roma non perda il Pincio. E lo hanno fatto con un appello firmato da grandi urbanisti e architetti come l’ingegner Antonio Tamburrino e persino da uomini di cultura di sinistra come Alberto Asor Rosa. Nell’appello si legge fra l’altro che “.. un luogo unico al mondo verrà manomesso, involgarito e verrà intaccata per sempre la sua integrità.”

    E poi si accusa: “La motivazione ufficiale per questo parcheggio è quella di togliere le auto dal Tridente per pedonalizzarlo, ma in realtà il numero dei residenti e degli aventi diritto a comprare i posti macchina è molto più numeroso. Quindi le macchine al Tridente non saranno sicuramente eliminate”. La cosa più grave è che l’appalto prevede che se saranno trovati reperti durante gli scavi l’impresa Sac di Cerasi potrà usare una discarica per portarli lì. E chi s’è visto s’è visto. Senza avvertire nessuno al Comune. Ed è già stato documentato, dai primi scavi archeologici (subito interrotti senza nessuna garanzia di essere completati) che, sotto la terrazza del Pincio, si trovano importanti reperti ed interessanti e ancora non documentate strutture attribuite allo stesso Valadier che incanalavano le acque piovane tutelando la sua opera da infiltrazioni. Dice Ripa di Meana che “Italia Nostra ha verificato ulteriori possibilità di compromissione per il complesso monumentale e ha inviato esposti al Procuratore della Repubblica di Roma, chiedendo di verificare sia i rischi che possono intaccare l’integrità del complesso sia lo stravolgimento del carattere storico, artistico dell’intero bene culturale che a giudizio dell’Associazione è un intervento espressamente vietato da una serie di articoli del Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio”.

  6. #76
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    5 novembre 2007

    “Sì, sono stato consultato. Ma a Walter ho risposto, fai tu” Dice Massimo D’Alema alla Repubblica (5 novembre) Isolato, inseguito da gip e pm, tallonato dal Corriere della Sera, spernacchiato dalle diplomazie europee, il povero ministro degli Esteri conta su un’ultima carta (una carta che peraltro spesso gli ha dato soddisfazioni): la fondamentale inettitudine di Walter

    “Sono stato io a manifestare a Veltroni il desiderio di andare contropelo” Dice Vincenzo Cerami al Corriere della Sera (5 novembre) A parte la stronzata dell’andare contropelo, che è cosa contro natura sia per Cerami sia per Veltroni, il noto romanziere- sceneggiatore è perfetto per il sindaco di Roma: lo stesso gusto per le atmosfere dolciastre. Insieme stanno meditando di cambiare il nome del Pd in “Il partito è bello”

    “Abbiamo una bella compagine di governo Il problema è solo sintonizzarla” Dice Romano Prodi al Corriere della Sera (5 novembre) Maurizio Crozza che ha fatto lo spettacolino durante il quale premier ha pronunciato questa frase, si è molto lamentato. Uno si fa il culo da anni per fare il comico e arriva un politico e si mette a fare battute che fanno molto più ridere delle sue

    “Più junior che senior, più donne che uomini, più esponenti della società che politici di professione” Dice Monica Guerzoni sul Corriere della Sera riferendosi alla squadra messa insieme da Veltroni (5 novembre) Fassino è sempre più disperato: c’è chi giura di averlo visto comprare una parrucca e un reggiseno imbottito per prepararsi all’ennesimo tentativo di entrare al governo

    http://www.loccidentale.it/node/8639

  7. #77
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    Quando i Veltroni fanno Oh...

    Scritto da Perla

    http://www.legnostorto.com/index.php...19603&Itemid=1


    Col passare degli anni c’è chi diventa sempre più cinico e disincantato, smette di credere a Babbo Natale e alla Befana, guarda la realtà che lo circonda con spirito critico e, se è stato fortunato, si rallegra per non aver commesso troppe sciocchezze nella vita. C’è chi ha fatto politica e si sente a posto con se stesso, contando di essere cresciuto militando nella parte giusta, quella, per essere precisi, dove si sarebbe aspettato di incontrare idealmente Ayn Rand e dove orecchiava storie e filosofie liberali.
    C’è chi pensa che, se pure quella non fosse stata l’unica parte giusta, non si è però dovuto pentire di esserci stato perché mai nessuno, né dentro né fuori né vicino né lontano, si era reso complice del più piccolo crimine in nome del comune ideale.
    C’è chi si compiace di aver capito prestissimo, nonostante la generale santificazione, che il comunismo non era solamente un’idea sbagliata ma che dove aveva attecchito non poteva aver disseminato altro che il terrore.
    C’è chi quel tipo di terrore lo vedeva raffigurato ogni giorno ovunque e non si spiegava per quale giustificato motivo parlasse solo tedesco e italiano.
    C’è chi avrebbe voluto che quel sacrosanto monito: “per non dimenticare”, rinnovato ad ogni riproposizione delle immagini crudeli sulle atrocità nei lager nazisti, avesse accompagnato anche le immagini sulle atrocità commesse per circa un secolo dai comunisti al potere in ogni parte del mondo.
    Qualcun altro invece c’è che è sempre stato dalla parte sbagliata, che ha guidato per anni organizzazioni comuniste, che lo ha fatto da potente e squadrato dirigente del Pci-Pds-Ds, che si è reso complice degli errori, anche mortali, sottaciuti e nascosti durante trent’anni di omertosa carriera nel potente partito-azienda (foraggiato dai finanziamenti illeciti in rubli, Coop rosse capitali Unipol e altro) e che oggi si candida a governare l’Italia.
    Tuttavia, con lo stesso stupore di Quando i bambini fanno oh , eccolo spalancare la bocca e: “Oh, non mi ero mai accorto dei campi di concentramento di Pol Pot ”!”???. “Oh, ma davvero c’erano i gulag in Russia?”. “Oh, ma Mao aveva sterminato milioni di cinesi durante la sua rivoluzione e ha continuato anche dopo?”, eccetera. Leggendo qui si potranno trovare le varie dismissioni del pesante corredo ideologico di sinistra operate dal neo democratico Veltroni.

    http://new-italy.net/i-falsi-profeti...smo-e-liberta/

    Ma noi proprio non gli crediamo! Non si può confidare in un uomo che si esprime con questo legnoso politichese: “Io ero ragazzo negli anni settanta ma pensavo che avesse ragione Jan Palach e non i carri armati dell’invasione sovietica.”!!! Evidentemente per il compagno “mai stato comunista” in fondo tra un ragazzo che si dava fuoco in nome della libertà e gli spaventosi carri dell’Armata Rossa c’era stato solo un confronto dialettico su alcuni punti di vista divergenti!
    E tanto era convinto delle ragioni di Jan Palach che pochissimi anni dopo la tragedia di Praga, ancora inorridito dal criminale regime comunista, Veltroni entrò nel partito noto per essere il suo miglior alleato d’occidente e vi iniziò una brillantissima carriera di autentico partitocrate.
    Da anni, nonostante la sua storia, millanta di non essere mai stato comunista, ma provate ad ascoltare qui Fiamma Nirenstein, che con lui ha militato, nella loro non molto lontana gioventù, dentro la FGCI.

    http://www.fiammanirenstein.com/arti...oria=8&Id=1818

    Noi non crediamo a Walter Veltroni, crediamo a Fiamma Nirenstein, che fatichiamo ad immaginare col pugno chiuso alzato al fianco del compunto grigio segretario del Pci. Mentre Nel Veltroni di oggi, al contrario, continuiamo a vedere l’intransigente burocrate da comitato centrale, che ha cambiato look ma non forma mentis.
    Non gli crediamo perché non ci convince chi fonda, nei peggiori dei modi, un Partito chiamato democratico. «Democratico» è il termine più abusato da tutti gli ideologi e dittatori comunisti, da lui stesso riproposto ad ogni riformulazione nominale del partito di Togliatti.
    Forse persino gli americani, che lo adottarono in tempi non sospetti, non lo userebbero più, visto come tra di loro si è diffuso da tempo l’appellativo liberal.
    In un Paese occidentale moderno non ha senso ricorrere all’aggettivo democratico, è tautologico e vuoto di valore riformista, sa di stantìo e di rimasticato all’infinito, nondimeno è perfetto in bocca allo strano segretario del PD.
    Per quanto cerchi di nasconderselo, è realistico concludere che il già incoronato premier si sentirebbe completamente a disagio se venisse trascinato su un terreno non suo che portasse il nome di una vera rivoluzione liberale.
    Ha fondato, con altri “giovani” rottami del cattocomunismo, un partito vecchio, dove tutto è già scleroticamente sovietico ; dove c’è un segretario, un comitato di probiviri, tante sezioni e un immenso patrimonio finanziario e immobiliare, legato mani e piedi alla finanza rossa, al sindacato organico e ai poteri forti che paralizzano ogni volontà di riforma dello stato.
    In questo articolo di Marco Cavallotti la prova di cosa intendano Veltroni e i veltroniani per presa di distanza dall’esperienza comunista.

    http://www.legnostorto.com/index.php...=view&id=19589

  8. #78
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    Predefinito Cronache da Veltronia ...

    Citazione Originariamente Scritto da calvin Visualizza Messaggio
    democratici e trasformisti
    la voce di domani sui Vicerè di Faenza, un caso politico

    La Festa del Cinema di Roma, che ha avuto ospiti e protagonisti illustri internazionali e non, ha scelto di ignorare l’unico film storico italiano di prossima uscita, “i Viceré” di Roberto Faenza tratto dal romanzo di De Roberto, Goffredo Bettini, presidente della Fondazione Cinema per Roma, non l’ ha voluto alla Festa di Roma, senza nemmeno ritenere di vederlo. Faenza si è detto sgomento nel vedere che al suo film sull’Italia dell’800 e del Risorgimento hanno preferito l’inglese Elizabeth. Lando Buzzanca, uno dei protagonisti dei “Viceré”, ha detto a sua volta che Bettini ha commesso “un grave errore di valutazione”. Ci dispiace per Faenza e Buzzanca, ma Bettini, uomo esperto ed accorto e che conosce la letteratura italiana a fondo, non ha fatto nessun errore di valutazione. Al contrario, si è tutelato come meglio poteva e ripagando l’opera di Faenza con la stessa moneta con cui la cultura politica a cui Bettini appartiene ha considerato De Roberto per anni: l’oblio. Perché De Roberto ci dà una versione del Risorgimento e dell’Unità d’Italia che non è mai stata gradita a chi convinto che questo nostro paese sia costituzionalmente ed istituzionalmente il migliore paese possibile. Ci ricordiamo ad esempio il professor Viroli che ebbe modo di sostenere su un grande giornale nazionale, senza alcun contraddittorio, che la costituzione del ’48 realizzava “il sogno di Mazzini”, quasi che Mazzini potesse essere contento di una costituzione repubblicana scritta al 70% da comunisti e cattolici! Evidentemente qualcosa non funzionava già da prima se si pensa che l’unità d’Italia viene fatta anche con i generali francesi, gli stessi che avevano piegato anche la repubblica romana. E lo stesso concetto di libera Chiesa in libero Stato, è liberale certo, ma poco rispondente alle prerogative dei grandi stati nazionali che quando hanno potuto le chiese se le facevano su misura, con il clero scelto da loro. I Viceré aprono uno squarcio poco ortodosso sulla nostra storia patria, che non è apprezzato da chi proviene dalla cultura politica del compromesso come Bettini. Di più: De Roberto e Faenza calcano la mano sul trasformismo in politica e questo, ha ragione Buzzanca, dà molto fastidio. Bettini se ne intende. Mentore ed amico di un altro uomo politico che dai tempi della giovinezza nessuno tranne lui si ricorda kennediano. Andrea Romano, per esempio, lo ricorda maoista e ne fornisce in un recente libro la testimonianza. Ora l’uomo in questione è pienamente democratico, ma un testacoda può fare impressione lo stesso. Il trasformismo è un vizio radicato che certo non appartiene solo alla famiglia Uzada. Mai che si possa sospettare che i leader del domani sono sputati ai parassiti di ieri!

    Faenza: il pubblico giudicherà il mio film scartato dalla Festa

    di Cinzia Romani - martedì 06 novembre 2007, 07:00

    Come negli eventi fatali, ma rivelatori, la fortuna del nuovo film di Roberto Faenza, I Viceré (da venerdì nelle sale), rispecchia un incremento di arroganza da parte della classe politica dominante. E rimanda, perfetto gioco di specchi, al cuore del romanzo omonimo dello scrittore d’origine partenopea Federico De Roberto (1861-1927), noto per questa sua amara saga sui mali dell’Italia. Nei mesi precedenti alla presentazione ufficiale della smaltata pellicola con Alessandro Preziosi, Lando Buzzanca, Cristiana Capotondi, Lucia Bosè, Franco Branciaroli (un cast di attori molto bravi), la muta dei benpensanti si è scatenata. A lanciare l’ostracismo, la direzione artistica della Festa di Roma, che quest’estate ha visionato I Viceré, con pollice verso allo sfolgorante film, i cui costumi recano la firma di Milena Canonero, gettonata da Kubrick e da Coppola. Non a caso, man mano che, sui giornali, montava la panna polemica, sull’esclusione di un’opera d’autore, forse troppo attuale, dall’Auditorium romano un paio di giorni fa giungeva la consueta velina. Non è vero che l’abbiamo cassato perché rimanda alla mancata rivoluzione promessa dagli attuali governanti: il film non ci è piaciuto. Punto e basta. Questa, in sostanza, l’excusatio non petita con coda velenosa: non sarà che fate chiasso, per marketing? Con le prime piogge, poi, su I Viceré si è abbattuto il negazionismo di Bruxelles: alla proiezione organizzata per i potenti dell’EU, erano pochi gli europarlamentari italiani, ben di più e ancor più entusiasti quelli degli altri paesi. Risultato? Ieri Faenza, qui anche sceneggiatore, si teneva la testa tra le mani («mi spiace aver visto il comunicato della Festa del Cinema solo ieri, altrimenti avrei messo la didascalia “artisticamente non valido”», ha detto), mandando avanti la produttrice e compagna di vita Elda Ferri. La quale ha letto un comunicato, apparentemente «per chiudere una polemica», di fatto per levarsi pietre dalla scarpa. «La Detassis ha visto il film in più riprese, anche con gente, che nulla aveva a che fare con la Festa di Roma. Certe proiezioni in calendario sono state inspiegabilmente annullate», ha dichiarato la produttrice, lasciando intendere come alla selezione romana fossero presenti osservatori in veste politica.
    Ma cos’ha, di perturbante, questo potente affresco del marciume trasformista, che affligge gli italiani dai tempi di Garibaldi e che al Principe Giacomo (Buzzanca al suo meglio) fa dire: «Ora che l’Italia è fatta, dobbiamo fare gli affari nostri»? Il racconto inizia a metà Ottocento, alla fine del dominio borbonico in Sicilia, mentre nasce lo Stato italiano e Consalvo (Alessandro Preziosi), l’ultimo erede degli Uzeda, nobili catanesi con una vena di follia, confligge con un padre superstizioso (Lando Buzzanca) e prepotente, interessato solo ai beni del casato. Né servirà l’affetto della sorella (la Capotondi) o degli amici a placarne l’ansia ribelle e la voglia di rivincita sociale, presto sfociati in una carriera di deputato trasformista, sancita da un discorso elettorale, dove il diavolo e l’acqua santa si baciano. Proprio come capita, oggi, di sentire, nei discorsi ecumenici del leader Pd, quel Walter Veltroni, la cui versione parodistica offre Crozza in tivù. «Di tale coincidenza, noi ridiamo. Ma tanta amarezza mi rende pensoso», dice Preziosi, teso a diffondere nelle scuole la lettura de I Viceré (il romanzo è del 1894). «La cultura cattolica sa difendere i suoi valori, col Manzoni, quella laica non difende se stessa: non conosco un critico di sinistra, che abbia letto il romanzo. Il film è positivo, quale radiografia d’un corpo malato. Né mi confronto col Gattopardo di Visconti», nota Faenza, che qui rievoca i fasti bituminosi d’una Catania barocca, chiusa nei palazzi.

    tratto da http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=218581&START=0&2col=

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    Citazione Originariamente Scritto da calvin Visualizza Messaggio
    democratici e trasformisti
    la voce di domani sui Vicerè di Faenza, un caso politico

    La Festa del Cinema di Roma, che ha avuto ospiti e protagonisti illustri internazionali e non, ha scelto di ignorare l’unico film storico italiano di prossima uscita, “i Viceré” di Roberto Faenza tratto dal romanzo di De Roberto, Goffredo Bettini, presidente della Fondazione Cinema per Roma, non l’ ha voluto alla Festa di Roma, senza nemmeno ritenere di vederlo. Faenza si è detto sgomento nel vedere che al suo film sull’Italia dell’800 e del Risorgimento hanno preferito l’inglese Elizabeth. Lando Buzzanca, uno dei protagonisti dei “Viceré”, ha detto a sua volta che Bettini ha commesso “un grave errore di valutazione”. Ci dispiace per Faenza e Buzzanca, ma Bettini, uomo esperto ed accorto e che conosce la letteratura italiana a fondo, non ha fatto nessun errore di valutazione. Al contrario, si è tutelato come meglio poteva e ripagando l’opera di Faenza con la stessa moneta con cui la cultura politica a cui Bettini appartiene ha considerato De Roberto per anni: l’oblio. Perché De Roberto ci dà una versione del Risorgimento e dell’Unità d’Italia che non è mai stata gradita a chi convinto che questo nostro paese sia costituzionalmente ed istituzionalmente il migliore paese possibile. Ci ricordiamo ad esempio il professor Viroli che ebbe modo di sostenere su un grande giornale nazionale, senza alcun contraddittorio, che la costituzione del ’48 realizzava “il sogno di Mazzini”, quasi che Mazzini potesse essere contento di una costituzione repubblicana scritta al 70% da comunisti e cattolici! Evidentemente qualcosa non funzionava già da prima se si pensa che l’unità d’Italia viene fatta anche con i generali francesi, gli stessi che avevano piegato anche la repubblica romana. E lo stesso concetto di libera Chiesa in libero Stato, è liberale certo, ma poco rispondente alle prerogative dei grandi stati nazionali che quando hanno potuto le chiese se le facevano su misura, con il clero scelto da loro. I Viceré aprono uno squarcio poco ortodosso sulla nostra storia patria, che non è apprezzato da chi proviene dalla cultura politica del compromesso come Bettini. Di più: De Roberto e Faenza calcano la mano sul trasformismo in politica e questo, ha ragione Buzzanca, dà molto fastidio. Bettini se ne intende. Mentore ed amico di un altro uomo politico che dai tempi della giovinezza nessuno tranne lui si ricorda kennediano. Andrea Romano, per esempio, lo ricorda maoista e ne fornisce in un recente libro la testimonianza. Ora l’uomo in questione è pienamente democratico, ma un testacoda può fare impressione lo stesso. Il trasformismo è un vizio radicato che certo non appartiene solo alla famiglia Uzada. Mai che si possa sospettare che i leader del domani sono sputati ai parassiti di ieri!

    Faenza: il pubblico giudicherà il mio film scartato dalla Festa

    di Cinzia Romani - martedì 06 novembre 2007, 07:00

    Come negli eventi fatali, ma rivelatori, la fortuna del nuovo film di Roberto Faenza, I Viceré (da venerdì nelle sale), rispecchia un incremento di arroganza da parte della classe politica dominante. E rimanda, perfetto gioco di specchi, al cuore del romanzo omonimo dello scrittore d’origine partenopea Federico De Roberto (1861-1927), noto per questa sua amara saga sui mali dell’Italia. Nei mesi precedenti alla presentazione ufficiale della smaltata pellicola con Alessandro Preziosi, Lando Buzzanca, Cristiana Capotondi, Lucia Bosè, Franco Branciaroli (un cast di attori molto bravi), la muta dei benpensanti si è scatenata. A lanciare l’ostracismo, la direzione artistica della Festa di Roma, che quest’estate ha visionato I Viceré, con pollice verso allo sfolgorante film, i cui costumi recano la firma di Milena Canonero, gettonata da Kubrick e da Coppola. Non a caso, man mano che, sui giornali, montava la panna polemica, sull’esclusione di un’opera d’autore, forse troppo attuale, dall’Auditorium romano un paio di giorni fa giungeva la consueta velina. Non è vero che l’abbiamo cassato perché rimanda alla mancata rivoluzione promessa dagli attuali governanti: il film non ci è piaciuto. Punto e basta. Questa, in sostanza, l’excusatio non petita con coda velenosa: non sarà che fate chiasso, per marketing? Con le prime piogge, poi, su I Viceré si è abbattuto il negazionismo di Bruxelles: alla proiezione organizzata per i potenti dell’EU, erano pochi gli europarlamentari italiani, ben di più e ancor più entusiasti quelli degli altri paesi. Risultato? Ieri Faenza, qui anche sceneggiatore, si teneva la testa tra le mani («mi spiace aver visto il comunicato della Festa del Cinema solo ieri, altrimenti avrei messo la didascalia “artisticamente non valido”», ha detto), mandando avanti la produttrice e compagna di vita Elda Ferri. La quale ha letto un comunicato, apparentemente «per chiudere una polemica», di fatto per levarsi pietre dalla scarpa. «La Detassis ha visto il film in più riprese, anche con gente, che nulla aveva a che fare con la Festa di Roma. Certe proiezioni in calendario sono state inspiegabilmente annullate», ha dichiarato la produttrice, lasciando intendere come alla selezione romana fossero presenti osservatori in veste politica.
    Ma cos’ha, di perturbante, questo potente affresco del marciume trasformista, che affligge gli italiani dai tempi di Garibaldi e che al Principe Giacomo (Buzzanca al suo meglio) fa dire: «Ora che l’Italia è fatta, dobbiamo fare gli affari nostri»? Il racconto inizia a metà Ottocento, alla fine del dominio borbonico in Sicilia, mentre nasce lo Stato italiano e Consalvo (Alessandro Preziosi), l’ultimo erede degli Uzeda, nobili catanesi con una vena di follia, confligge con un padre superstizioso (Lando Buzzanca) e prepotente, interessato solo ai beni del casato. Né servirà l’affetto della sorella (la Capotondi) o degli amici a placarne l’ansia ribelle e la voglia di rivincita sociale, presto sfociati in una carriera di deputato trasformista, sancita da un discorso elettorale, dove il diavolo e l’acqua santa si baciano. Proprio come capita, oggi, di sentire, nei discorsi ecumenici del leader Pd, quel Walter Veltroni, la cui versione parodistica offre Crozza in tivù. «Di tale coincidenza, noi ridiamo. Ma tanta amarezza mi rende pensoso», dice Preziosi, teso a diffondere nelle scuole la lettura de I Viceré (il romanzo è del 1894). «La cultura cattolica sa difendere i suoi valori, col Manzoni, quella laica non difende se stessa: non conosco un critico di sinistra, che abbia letto il romanzo. Il film è positivo, quale radiografia d’un corpo malato. Né mi confronto col Gattopardo di Visconti», nota Faenza, che qui rievoca i fasti bituminosi d’una Catania barocca, chiusa nei palazzi.

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  10. #80
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    Veltroni già si pente del suo: ''Spezzeremo le reni alla Romania!''

    Scritto da Carlo Panella

    La demenza giovanile del Pd risalta in tutto il suo splendore in queste ore. La ''crisi rumena'' è conseguenza diretta, logica, meccanica, della più profonda e irresponsabile cultura del veltronismo e del prodismo, sommati a tutti gli ismi della sinistra italiana. Il campo Rom di Tor di Quinto è una sentina di violenze, delitti, impunità che si è formato ormai da una decina d'anni. Nel mio piccolo, mi è stata rubata una macchina, un'altra è stata rubata al padre della mia ex moglie, nel palazzo in cui lei abita 5 appartamenti sono stati svaligiati da giovani Rom tredicenni e ogni volta, ogni santissima volta, la Polizia ci diceva ''sono quelli di Tor di Quinto!''. E non facevano nulla. La consegna era di non fare nulla perché in quella baraccopoli la polizia non osava entrare, perché prima Rutelli e poi Veltroni hanno protetto la formazione di quella escrescenza in nome di un demente buonismo politically correct, anche se era chiaro da dieci anni che non si trattava di zingari, ma di un covo di malavita, di un orrore sotto tutti i profili.
    Poi, Rutelli e Veltroni hanno avuto il loro governo e hanno pensato bene di fare metastatizzare il cancro di Tor di Quinto. Il governo Prodi ha infatti tolto la moratoria sulla libera circolazione dei rumeni imposta dal governo Berlusconi e l'escrescenza di Tor di Quinto si è estesa a dismisura.
    Ci è scappato il morto, come non poteva non essere e allora Veltroni ha subito fatto dietrofront, ha dato ''il segnale'' e ha imposto quel ridicolo decreto che tanto indigna ora il governo rumeno.
    E' facile prevedere come finirà: il decreto o non passerà, o sarà emendato sotto dettatura della sinistra radicale fino a farlo diventare inutile.
    Veltroni si dimostra un dilettante allo sbaraglio sul tema della sicurezza e il suo ''modello Roma'' si dimostra per quello che è: tante Feste del Cinema, tante public relation, stese a mo' di coperta sopra il corpo di una città che inizia a marcire.

    Da:http://www.carlopanella.it

    http://www.legnostorto.com/index.php...=view&id=19609

 

 
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