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  1. #51
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    E' Partito Democratico ma non è ancora arrivato

    di Stefano Fossi

    http://www.loccidentale.it/node/8295

    La musica è finita, gli amici se ne vanno. Ma se quella di sabato alla Fiera di Milano sia stata un’inutile serata o l’inizio di una stagione nuova per la sinistra italiana sarà soltanto il tempo a stabilirlo. Quel che è certo è che la prima riunione dell’Assemblea costituente del Partito Democratico è stata segnata soprattutto da un desiderio: far risuonare all’interno e all’esterno un grande segnale di discontinuità rispetto al passato. Un’ansia di rinnovamento dettata dall’esigenza di consumare il battesimo della nuova creatura, divincolandosi dall’abbraccio mortale, dal legame indissolubile, dall’eredità perdente dell’esecutivo in carica.

    «Mi fido di te» canta Jovanotti mentre Walter Veltroni e Romano Prodi si abbracciano, sorridenti. E’ questa la foto della giornata, l’immagine-simbolo di un sogno comune diventato realtà e celebrato di fronte a una platea di 2800 delegati. Peccato che il quadretto conciliante del vecchio e del nuovo che si stringono la mano, pronti a lavorare insieme in perfetta armonia confligga con quella sorta di contratto di divorzio pronunciato in pubblico che è il discorso del neo-segretario. Il sindaco di Roma non ci sta a fare da vittima sacrificale sull’altare dell’immagine da salvare di un governo boccheggiante e lo dimostra nella declinazione concreta del suo manifesto. Messo da parte l’abito buonista che da sempre lo contraddistingue, Veltroni decide di inviare una serie di messaggi ai suoi vecchi e nuovi compagni d’avventura. E così se Prodi parla di un partito degli iscritti. Veltroni risponde evocando, invece, un partito di “cittadini elettori” perché, dice, “l’iscrizione non potrà più essere una condizione per partecipare”. Se Prodi soffia parole d’ordine obbligate e cerca spazi, alleati, supporti, Veltroni gioca a fare il leader, disegnando un partito a vocazione maggioritaria, ossia un partito che al pari di molti altri in Europa, possa legittimamente aspirare a vincere le elezioni e, se possibile, governare da solo. Un partito che non può che basarsi su una forte leadership monocratica come, ca va sans dire, è quella rappresentata dal neo-segretario uscito “plebiscitato” dalle primarie.

    Su questo terreno la capacità di Veltroni di smarcarsi dalle pressioni della vecchia classe dirigente e comandare davvero in prima e quasi unica persona potrà essere misurata in tempi ristretti. Saranno le soluzioni organizzative adottate nei prossimi mesi a emettere il verdetto e a dire con chiarezza di quanta libertà di movimento potrà godere il segretario.

    Il primo test dell’inevitabile braccio di ferro interno si è avuto già sabato quando, durante la sua replica finale, Veltroni ha annunciato la lettura di un dispositivo il cui testo sarebbe stato distribuito di lì a breve ai 2800 delegati dell’assemblea. Una road map costruita con Dario Franceschini e i segretari regionali in cui si indicano le prossime tappe del Pd. Il segretario scorre veloce: «Punto uno: propongo Dario Franceschini come vicesegretario del partito», e così via. La parola passa ad Anna Finocchiaro che legge i trecento nomi dei delegati chiamati a comporre le tre commissioni Statuto, Manifesto, Codice etico. A lettura eseguita, Finocchiaro chiede alla platea di alzare la delega per voto. «Dispositivo e commissioni sono approvate». Parte la musica, l’assemblea è finita. Peccato che questo metodo vada decisamente di traverso a una parte dei delegati, in testa gli ulivisti doc capeggiati da Arturo Parisi, che considerano alla stregua di un blitz quello messo in atto da Veltroni. «Stamane – attacca Parisi – avevo voluto illudermi che il Partito democratico di Veltroni potesse rappresentare una nuova stagione dell’Ulivo. Son bastate poche ore perchè a quella che mi era sembrata una fioritura seguisse una gelata. Il tempo esatto intercorso tra le belle parole e le prime decisioni del partito, prese a conclusione della Assemblea». Un affondo subito fatto proprio dall’ex sfidante delle primarie Rosy Bindi che si dice “preoccupata, delusa, rammaricata per le conclusioni di Veltroni. Questi sono poteri speciali, Walter vuole decidere lui, punto e basta”. La chiosa è velenosa e riporta alla luce lo spettro e l’accusa più temuta: quella dell’eterno ritorno dei vecchi riti della politica. “Si è scelta di nuovo la modalità vecchia e centralistica di chiedere ai costituenti di ratificare decisioni prese altrove e da pochi dirigenti dei vecchi partiti» attacca il ministro della Famiglia. Un accusa che scardina, con un colpo netto, la pretesa discontinuità della nuova formazione, al suo primo vero test pubblicoo. E semina dubbi sullo stesso carattere democratico del Partito Democratico

  2. #52
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    Non basta l'adorazione dei media per fare del Pd una novità

    di Gaetano Quagliariello

    http://www.loccidentale.it/node/8303

    La stampa del week-end - quella che in Italia conta -, si è trasformata in uno smisurato peana mediatico per il Partito democratico e per il suo leader Walter Veltroni. Dalla enfatizzazione del significato simbolico del luogo dell’assemblea - Milano - considerato, con ogni evidenza, esotico; fino alla celebrazione della supposta portata epocale dell’evento. Il tutto condito dall’immancabile “lacrima sul viso” della studentessa in cerca di un futuro migliore, all’ombra dello sguardo compassionevole del “piccolo padre”. E dall’ancora più stucchevole lettera dell’ “imprenditore corretto” che invoca un riferimento politico sobrio e solido, in grado di comprendere quanta generosità vi sia nella sua ricerca del profitto.

    Lettura didatticamente istruttiva per chi sa leggere. Perché squarcia il velo di facili inchieste su qualche casta passeggera, mostrando finalmente il grado d’effettiva indipendenza del giornalismo nostrano dal potere vero. E perché lascia in bocca l’inconfondibile retrogusto del regime facendo intuire, a chi non l’ha vissuto, quanto possa essere opprimente il conformismo quando non vi sono voci, per quanto flebili, fuori dal coro.

    Ma non solo per queste ragioni i giornali della domenica fanno apprezzare la democrazia. Il fatto è che quando vi è anche solo uno straccio di competizione politica, persino gli endorsement più spudorati possono provocare effetti non voluti, ritorcendosi contro coloro che si vorrebbe in realtà favorire. Ed è proprio questo che potrebbe accadere al Partito Democratico e al suo leader se presto non si scioglieranno le contraddizioni che la grande stampa, con il suo atteggiamento tra l’ammirato e il supino, sta amplificando.

    Il Partito Democratico, infatti, ha scelto di abolire le tessere e di eleggere il proprio leader carismatico attraverso una consultazione popolare precedente alla costituzione di qualsivoglia organismo. L’assemblea di Milano ha amplificato la portata della scelta mettendo al cospetto del leader una platea di quasi tremila delegati senza intermediazioni di sorta. I giornali che contano, dal loro canto, hanno enfatizzato il potere salvifico di Walter Veltroni rispetto alla stessa maggioranza nella quale è in qualche misura coinvolto. E, a riprova della non casualità di questa catena, Bindi e Parisi – due che, a dispetto di una supposta differenza sessuale, sono tra i pochi nel Pd a mostrar di avere attributi – fanno sapere di non volerci stare a far la parte dei comprimari.

    Un partito siffatto, e per di più presentato come prodigioso evento, per non entrare in contraddizione patente con sé medesimo, ha bisogno che il sistema politico al quale si riferisce abbia una vocazione maggioritaria. Non è solo questione di sistema elettorale; è qualcosa di più complesso. Per l’essenziale, ha bisogno di un sistema nel quale esso rappresenti senza possibilità d’equivoco una delle due polarità prevalenti, in una situazione di riconosciuta egemonia all’interno del proprio schieramento e di reciproca legittimazione con il partito più forte del campo avverso.

    Veltroni nel suo discorso d’insediamento non ha eluso del tutto questo nodo. Lo ha affrontato indirettamente ma chiaramente, affermando di essere disposto ad allearsi solo con quanti concorderanno sul programma e accetteranno l’egemonia del Partito Democratico. Implicitamente, ha così ammesso che il nuovo partito è lo strumento attraverso il quale intende muovere alla conquista di Palazzo Chigi.

    Tutto il resto del suo discorso, però, è andato in controtendenza evidenziando quanto, a dispetto di certi entusiasmi giornalistici, la via sia in realtà stretta. Per quanto concerne la riforma delle istituzioni, per lui parlano i fatti. Se si prende in considerazione quella attualmente in discussione alla Camera, fortemente voluta da Luciano Violante, si scopre che consiste, nella sostanza, nel consolidamento del “parlamentarismo debole”: tutt’altra cosa rispetto alla “rivoluzione maggioritaria” necessaria al Pd. Se poi si passa al fondamentale capitolo della legge elettorale, l’indeterminazione di Veltroni diviene addirittura patetica. Sul referendum ha ribadito l’ormai abituale “vorrei ma non posso”. Sul resto è riuscito persino a far di meglio. Dopo aver espresso nella relazione introduttiva la preferenza per il modello francese, nella replica ha affermato che, più realisticamente, andrebbero anche bene un sistema tedesco con ascendenze spagnole o, perché no?, un sistema spagnolo con ascendenze tedesche. Per concludere che, vista la necessità di ricercare maggioranze ampie, a sciogliere la matassa è bene che sia il Parlamento. Infine, se si registrano i toni dell’assemblea, non sembra proprio che il Pd abbia voglia di girare la pagina dell’anti-berlusconismo: circostanza che allontana l’inverarsi del fatto maggioritario complicando, nel contempo, l’assalto al voto centrista e borghese-moderato.

    C’è ora da chiedersi: dietro queste incongruenze vi è solo la tradizionale indeterminatezza veltroniana, corollario del suo “buonismo”, o qualcosa di più politicamente significativo? Veltroni, in realtà, se volesse muoversi con efficacia nella direzione nella quale la stampa che lo appoggia cerca di sospingerlo, dovrebbe mettere a repentaglio il governo della sinistra e, così facendo, aprire un contenzioso di lungo periodo con Romano Prodi che lui, memore di precedenti esperienze di compagni del suo ex-partito, non intende aprire. Può sperare che il lavoro sporco lo faccia Berlusconi, riuscendo nel tentativo di mandare a casa l’attuale governo. Ma, a questo punto, la scelta si farà stringente. Potrà decidere di andare alle urne. In questo caso correrà il rischio della sconfitta ma, in compenso, potrà determinare i futuri gruppi parlamentari e, quel che più conta, salvare una seppur precaria incardinatura maggioritaria del sistema. Potrà, invece, tener fede a quanto affermato: assecondare i progetti di governo tecnico concedendo, per quanto concerne le riforme – e in particolare quella elettorale - le mani libere ad alleati e avversari. Ma a quel punto, verrebbero meno le condizioni strutturali per l’esistenza di un partito a vocazione maggioritaria. E il Partito democratico si trasformerebbe presto nel ridicolo simulacro di un progetto che, per qualche giorno, qualcuno avrà proclamato grande.

  3. #53
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    http://www.lastampa.it/redazione/cms...7083girata.asp

    Blitz sulle poltrone e scoppia la rissa



    Oltre ai posti di prima fila, Walter si accaparra di fatto i segretari provinciali. Parisi: un golpe
    FABIO MARTINI
    INVIATO A MILANO
    Dopo cinque ore di apprezzata «ninna nanna», Walter Veltroni li aveva tranquillizzati tutti. Romano Prodi, seduto lassù al tavolo della presidenza, era tutto contento per la ritrovata popolarità tra il popolo ulivista, che lo sta riscoprendo come tenace capo della «resistenza» ai voltagabbana e al ritorno di Berlusconi.

    Massimo D’Alema, seduto in prima fila, sorrideva e non lasciava trasparire emozioni. Franco Marini, col cartellino «Invitato» sul taschino della giacca, scherzava su quella condizione per lui inusuale: «Che eresia!». Piero Fassino, gratificato da applausi e complimenti, si era andato a sedere nella terza fila delle poltroncine, come un delegato qualunque. Nessuno se lo aspettava, ma proprio in coda, durante la replica finale, Walter Veltroni ha strappato la tela nella quale, bene o male, si stavano ritrovando quasi tutti i notabili e quasi tutti i duemilaottocento costituenti.

    E’ stato quando, senza preavvisi, il nuovo leader del Pd ha chiesto all’assemblea di «votare» un decalogo nel quale venivano avanzate proposte molto impegnative e mai discusse fino a quel momento: la nomina a vicesegretario di Dario Franceschini, a tesoriere di Mauro Agostini, l’istituzione di tre commissioni fitte fitte di nomi, quelli che saranno poi i veri costituenti, addetti a scrivere le bozze di Statuto e di Manifesto del nuovo partito; la decisione di far eleggere i segretari provinciali del Pd direttamente dai delegati eletti in ciascuna provincia per la Costituente, una formula originale, inedita e di cui non c’era traccia nel dibattito delle cinque ore precedenti.

    Finito di leggere il decalogo, Veltroni si è appellato al cuore dei delegati («Fare questo partito è stato il sogno mio e di Romano») e subito dopo, anziché passare ai voti, la «regia» ha fatto partire l’Inno di Mameli. Come dire: la seduta è tolta. Notabili e delegati si sono alzati per cantare l’inno nazionale. Ma finita la musica - con tutti i delegati in piedi - si è «scoperto» che bisognava ancora votare. Si sono alzati mugugni e urla di dissenso, soprattutto quando sono stati letti i nomi di alcuni dei membri (come Ciriaco De Mita) chiamati a far parte delle Commissioni. Si è passati subito dopo al voto, col metodo de «prendere o lasciare», anche perché nessuno - dalla platea ma neppure dalla presidenza - ha proposto una votazione punto per punto. Formalmente una procedura ineccepibile, ma condotta secondo una regia tutta tesa a dissipare il dissenso. Ma prima che si voti per alzata di mano, senza dare nell’occhio, se ne va il ministro della Difesa Arturo Parisi, uno dei padri del Pd, e sussurra a Franco Monaco: «Un golpe, questo è un golpe!». Commento per gli amici, irriferibile in pubblico.

    E gli altri big del partito? Basta avvicinarsi a Massimo D’Alema e chiedergli cosa ne pensa del decalogo e lui: «Quale decalogo? Sono le decisioni dell’Assemblea, è stato votato dal popolo...». Una risposta velata di sottilissima ironia, ma un professionista dell’esperienza di D’Alema non è tipo da mettersi a guastare il primo compleanno del Pd. Ma se, a caldo, si chiede al vicepresidente dei senatori dell’Ulivo Nicola Latorre, se lui e gli altri notabili sapessero qualcosa del «pacchetto Veltroni», lui sorride e sostiene: «No, l’ho appreso poco fa, assieme agli altri delegati». E Rosy Bindi: «Sono preoccupata e delusa ma confido e spero di non trovarci davanti al caso di Hyde e Jackyll...».

    Certo, il Veltroni della relazione di apertura aveva invocato la «centralità del cittadino-elettore», la nuova figura attorno alla quale far ruotare un nuovo modello di partito, incardinato sul sistema delle primarie continue, dei forum, consultazioni a tema via Internet. Un modello che aveva entusiasmato un personaggio come Parisi, aveva fatto storcere il naso a qualche notabile abituato alle logiche di apparato e dunque nulla lasciava presagire lo strappo del pomeriggio. Sopraggiunto nella giornata in cui Romano Prodi e Walter Veltroni sono tornati a scambiarsi attestati di stima, frutto anche di contatti personali che si sono intensificati negli ultimi giorni. E il leader del Pd - che non vuole una riforma elettorale alla tedesca che scardinerebbe il progetto del Pd - ha lasciato intendere che lui preferirebbe «il referendum» alla permanenza dell’attuale legge elettorale. Proprio come Romano Prodi.



    ma come, lui che è tanto buono e comprensivo con tutti come può aver avuto questi atteggiamenti arroganti tipici di certa vecchia sinistra???
    sarà stato certamente mr.hyde...

  4. #54
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    Singolari coincidenze di un sabato di fine ottobre

    Due matrimoni (Pd e Casini). E un funerale

    http://www.opinione.it/

    A Milano si celebra in pompa magna la prima Assemblea Costituente del Partito Democratico, ovvero il matrimonio di Walter Veltroni con il suo stesso ego. E già, super Walter stavolta si è superato e non trovando nessuno degno della sua persona ha deciso di rendere ufficiale il suo grande amore per se stesso. Per la cosa che ha sempre sognato da oltre 30 anni, parentesi africana a parte: il Partito Democratico, dove partito sta per Walter e Democratico sta per Veltroni. Nella capitale morale ci sarà anche il nonno Romano, poverino, quello a cui batteranno le mani a prescindere da quello che dirà, perchè tanto ormai gli è rimasto poco da vivere. Politicamente parlando. A Siena, invece, saranno un centinaio gli invitati al matrimonio tra il numero uno dell’Udc Pierferdinando Casini ed Azzurra Caltagirone, la figlia di Francesco Gaetano Caltagirone, l’editore del Messaggero nonché sponsor numero uno di Walter Veltroni...

  5. #55
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    DI’ QUALCOSA SU MALPENSA

    di Mario Giordano

    Ha debuttato a Torino. S'è fatto incoronare a Milano. La prossima volta passeggerà per Verona o Treviso, chi lo sa? Magari farà anche un giro in gondoleta a Venezia per mostrare che il Partito Democratico, in fondo, sta pure nelle calli, oltre sui calli, come ormai pensano molti, e qualcuno anche all'interno del medesimo Pd. Se i romani non stanno attenti, nell'ansia di apparire nordofilo e pro-padano, tra un po' Walter Veltroni trasferirà all'ombra della Madonnina persino il Campidoglio. Sindaco di Roma sì, ma con sede sul Naviglio. Che ci volete fare? L'uomo è fatto così. Ama piacere. E questa storia che le regioni settentrionali, in cui si produce il 54 per cento della ricchezza italiana, non siano accorse in massa a votarlo, lo disturba quasi quanto un'intervista di Rosy Bindi o una battuta di D'Alema. Non è difficile immaginarlo chiuso nella sua stanza, fra una foto di Bob Kennedy e una figurina di Pizzaballa, intento a interrogarsi: specchio delle mie brame, chi è il più nordico del reame? E quando sente la risposta, gli va di traverso persino la musica di Jovanotti.
    Tipicamente Walter. Del resto nella sua vita ha sempre cercato di mettere insieme gli opposti: anticomunista dentro il partito comunista, filo americano ma strizzando l'occhio a Fidel, juventino ma con la sciarpa giallorossa e le coccole a Totti. Adesso, per esempio, sbarca a Milano e cita fra i personaggi importanti della città il commissario Calabresi. Perfetto. Ma non era stato lui uno dei primi a volere Sofri libero?
    Qualche tempo fa ha detto che l'esperienza di sindaco di Roma sarebbe stata l'ultima politicamente significativa. E infatti subito dopo è diventato segretario del Pd. Aveva anche annunciato che sarebbe andato in Africa. Probabilmente ha perso l'aereo. Niente volontariato, addio spirito di missione: l'unica missione che adesso gli sta a cuore è quella di conquistare il Nord. Dalla giungla equatoriale a quella delle fabbrichette: in fondo, veltronianamente parlando, che differenza c'è?
    Certo, conquistare il Nord rimanendo sindaco di Roma non è impresa facile. Tanto più se Roma, a differenza di quanto dice la teoria ufficiale dei walter-cantori, è tutt'altro che bene amministrata. Ma, se Veltroni consente, ci permettiamo di dargli un piccolo consiglio: dica qualcosa di sinistra o di destra, non importa, ma dica qualcosa su Malpensa. Ci pensi bene: non si può essere favorevoli al Nord e insieme favorevoli alla liquidazione del grande hub del Nord. Si capisce, l'Alitalia è a Roma, Fiumicino è a Roma, le logiche del palazzo sono a Roma. Ma le imprese sono qui, nel settentrione. E Veltroni, oltre le chiacchiere, da che parte sta? Risponda, se può. Altrimenti le gite al Nord restano allegre scampagnate. Risotto allo zafferano e bagna cauda per gradire, ma poi finisce sempre con la solita zuppa alla romana.

    http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=216541&PRINT=S

  6. #56
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    “Walter Veltroni a nemmeno 24 ore dalla sua investitura muove subito sulla scacchiera della poltica”
    Dice una nota non firmata in apertura della prima pagina dell’Unità (29 ottobre).

    Dopo 36 dalla sua investitura è, poi, previsto che trebbierà il grano a dorso nudo, a 48 ore attraverserà a nuoto il Tevere, a 64 ore correrà i cento metri in dieci secondi netti. E, comunque, già da subito se passate per il centro di Roma, e vedete una lucina sempre accesa di notte, sappiate che è Lui che lavora anche per voi...

    “Questa era un’assemblea costituente non una festa costituente”.
    Dice Arturo Parisi alla Repubblica (29 ottobre)

    E allora, perché mai vi siete scelti Veltroni come leader?

    http://www.loccidentale.it/node/8331

  7. #57
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    Pd: Veltroni, no a partito del leader
    Dopo l'approvazione della Finanziaria, si apre fase nuova
    (ANSA) - ROMA, 30 OTT - I due milioni e mezzo di voti alle Primarie non significa che il Pd sara' "un partito del leader". Lo ha detto Veltroni. Il segretario del Partito democratico ha parlato ai gruppi parlamentari dell'Ulivo di Camera e Senato. "Se la maggioranza riuscira' ad approvare la Finanziaria - ha detto - si aprira' una fase politica nuova". Secondo sondaggi dei vertici del Pd, la nuova formazione riformista si attesta oggi al 37,5%. La sinistra radicale al 6,8%...

    http://www.ansa.it/site/notizie/awnp...130118932.html

    Cerca di mettere una pezza ma nel frattempo da i numeri...

  8. #58
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    Il carnefice compagno

    Scritto da Davide Giacalone

    Pol Pot ed Hitler, Auschwitz ed i campi cambogiani non sono la stessa cosa. Si possono capire ed apprezzare le parole di Veltroni, ma solo perché partono da un punto di vista malato: egli ha fatto parte e si rivolge ad un mondo che ha negato i crimini del comunismo. Sono passati quasi venti anni dal crollo dell’Unione Sovietica, questi ragazzi farebbero bene ad accelerare un po’ il passo. Se, allora, voleva dire che i crimini contro l’umanità sono sempre e parimenti esecrabili, ha ragione. Ma per tutto il resto le sue parole sono ancora largamente reticenti.

    Veltroni deve mettersi in testa che non serve a nulla comunicarci che si sentiva avversario di Breznev fin da piccolo, giacché è vissuto in un partito che si reggeva in piedi grazie ai soldi di quel signore. E deve capire che i crimini del comunismo, gli stermini di massa, le deportazioni ed i campi di concentramento sono noti da moltissimi anni e, al contrario della Shoah, niente affatto notizie riservate per le cancellerie. Fa piacere sapere che, dopo aver visto delle fotografie (?!), ci si rende conto di quegli orrori, ma non sarebbe male sentire anche qualche parola di scuse, se non altro per la moscia scarsezza di riflessi. Così come sarebbe interessante sentire qualche riflessione sul presente, e non solo sui massacri del passato: Cuba è un gelido lager tropicale, un campo di concentramento a cielo aperto, un popolo ridotto in miseria dal comunismo castrista. Si può sentire qualche cosa oggi, o ci tocca aspettare venti anni dalla morte, sempre tardiva, del dittatore?

    Non c’è dubbio che Pol Pot fa parte del quartetto (con Hitler, Mao e Stalin) dei provetti sterminatori, ma sarà il caso di ricordare che la popolarità dei suoi Khmer Rossi derivava dall’essere in guerra contro gli Stati Uniti, che allora (1970) cercavano in Cambogia i Viet Cong. Quanti secoli occorrerà attendere prima che il Veltroni di turno, con aria pensosa, dica: sapete, l’ho sempre detto, in cuor mio, gli americani avevano ragione e la loro sconfitta regalò a quei popoli fame ed oppressione.

    Solo la negazione di ieri consente di pensare ad impossibili eguaglianze. L’unica cosa che le dittature hanno sempre in comune è l’idea che il bene comune sia intuito da pochi e vada imposto agli altri. Per il resto, trattasi di carogne differenti.

    www.davidegiacalone.it

    http://www.legnostorto.com/index.php...19549&Itemid=1

  9. #59
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    Obama respinge Brad e Angelina. E Veltroni?

    Allora la notizia è questa: Barak Obama, il candidato democratico alle presidenziali americane più sexy e politically correct che ci sia, ha respinto il sostegno alla sua campagna elettorale offerto dalla coppia di attori più glamour d'America - Brad Pitt e Angelina Jolie, per non apparire "troppo hollywoodiano".

    "Abbiamo già George Cloney e Matt Damon" hanno commentato dal suo entourage, "Brad è un ottimo ragazzo ma non volevamo che finisse per proiettare sul candidato un'immagine troppo frivola con tutte queste stelle di Hollywood attorno".

    Il pensiero corre subito al neo-eletto segretario del partito democratico, Valter Veltroni, che è almeno altrettanto politically correct di Obama anche se molto meno sexy.

    Non piacerebbe anche a voi un giorno sentirlo dire: ho rifiutato il sostegno di Fiorella Mannoia e Antonello Venditti per non sembrare troppo frivolo e "sanremese". O meglio ancora: ho preferito declinare l'aiuto di - mettiamo - Margherita Buy e Massimo Ghini - per non schiacciare la mia immagine su Cinecittà. E l'anno prossimo non starò una settimana sul tappeto rosso dell'auditorium a farmi sbacciucchiare da comparse e comprimari.

    Vi piacerebbe ma non succederà.

    http://www.loccidentale.it/node/8435


  10. #60
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    Veltroni e i romeni di Roma

    Scritto da Paolo-di-Lautreamont

    http://www.legnostorto.com/index.php...19561&Itemid=1

    L'Ansa è subito andata in soccorso di Veltroni, preoccupata forse che il sindaco di Roma potesse anche solo lontanamente essere messo in crisi dalle sterminate baraccopoli che si estendono nella periferia di Roma, nelle quali languono poveracci e criminali, ladruncoli e sfortunati. Senza che il sindaco dai 10 miliardi di euro di passivo abbia fatto nulla di concreto (a parte le Notti Bianche, utili a stordire la plebaglia, a parte i Festival del cinema).

    Suona alquanto ridicolo dipingere il segretario del PD nelle vesti di aiuto-Sceriffo attento alla certezza delle regole, puntuale e puntuto accusatore che ha spinto addirittura un governo ad adottare il provvedimento di autorizzare l'espulsione immediata dei delinquenti (ma ci voleva l'ennesimo stupro con omicidio per ripristinare ciò che per gli italiani c'è -o c'era- da secoli, ovvero il classico Foglio di via? Ma abbandoniamo l'Ultimo dei democristiani redskin e la sua richiesta di "pugno duro"...

    Una osservazione aggiuntiva mi sovviene dopo aver visto qualcosa dell'Infedele che aveva tra gli ospiti Benedetto della Vedova. La trasmissione era dedicata al tema: Per gli italiani le paghe più basse d'Europa. Non so se è stata ricordata in trasmissione, ma una cosa su questo argomento va assolutamente detta.
    E' dal 1961 che -tranne i 5 anni di Berlusconi- l'Italia è governata dal centrosinistra. Da Fanfani a Prodi c'è stato un lungo e ininterrotto flusso di Tutori degli operai, dei poveri, degli oppressi, degli afflitti.
    Anche i sindacati in tutti questi anni hanno tutelato a loro volta poveri, operai, oppressi, e si sono preoccupati di loro -a pagamento- molto ma molto bene....
    Questi sono i risultati: gli italiani hanno le paghe più basse d'Europa. Non credo che ciò sia "merito" della bravura degli imprenditori italiani. Sono convinto che ciò sia "merito" della stratosferica incapacità di sindacati e partiti del centrosinistra.
    Spero che gli elettori, quando saranno chiamati a votare, facciano questa semplice equazione. Purtroppo, però, manca la cultura della responsabilità, e la macchina del Tutoraggio di massa fa in modo che nessuno si accorga che i responsabili ci sono e non pagano da 46 anni. Anzi hanno affossato alquanto il Paese, dagli anni del Boom.

 

 
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