
Originariamente Scritto da
Lev Davidovic
Riguardo all'antichità classica, greca e latina, più che teorie comunistiche ed egualitaristiche (che non mancarono ma appartenevano al regno dell'utopia moraleggiante, del paradosso filosofico e della commedia) ebbero grande importanza i due filoni di pensiero che caratterizzeranno poi tutta la storia del pensiero occidentale: l'idealismo e il materialismo.
Col dipanarsi della lotta di classe in Grecia, tra le aristocrazie terriere e la borghesia impreditoriale emergente, si sviluppò anche un acceso scontro di idee, per quanto l'una o l'altra scuola filosfica non corrispondessero necessariamente ad una classe ben precisa nè ad un preciso credo politico, dato che la cultura alta, tranne nel caso dell'Atene democratica limitatamente al teatro, era appannaggio di una selezionatissima élite.
Da un lato, i pesantori ionici che gettarono i semi dell'analisi empirica della realtà naturale, Eraclito (il padre della "dialettica"), Democrito (l'inventore dell'atomismo), Anassagora (il filosofo del nous), i sofisti (dileggiatori della morale e del senso comune e teorici della superiorità dell'uomo sulla natura), più tardi Aristotele e infine Epicuro, sono stati in qualche modo i padri del materialismo moderno. Fermo restando che Aristotele fu l'assertore della naturalità della schiavitù e del principio della superiorità biologica dell'uomo libero sullo schiavo...
Dall'altro, Parmenide e Platone i padri dell'idealismo: in principio c'era l'Idea...dicevano. Platone di comunistico non aveva niente, antidemocratico accanito, voleva esportare ad Atene -e, fallito l'esperimento, a Siracusa- il modello idealizzato dello Stato oligrarchico-militare spartano. Ma i tempi erano cambiati e il sonoro calcio in culo ricevuto dalla storia lo spinse ta le braccia dell'utopia politico-metafisica e dell'incoerenza elevata a sistema.
A Roma, terra di uomini con i piedi per terra, non è mai esistito un pensiero organico, un sistema filosofico onnicomprensivo del reale: le divergenze di idee venivano regolate nella pratica, e spesso senza andare troppo per il sottile. La cultura serviva o come propaganda spicciola o come evasione dalla vita pubblica, come ripiego per quegli uomini politici che dalla vita pubblica erano stati estromessi. Si pensi a Sallustio, Cicerone o Seneca.
I capi populares, cioè filo-plebei, erano essi stessi perlopiù aritsocratici, che si appoggiavano sulle masse (anche se tra i plebei erano compresi i ricchi imprenditori di umile origine) per promuovere spesso interessi ben poco collettivi: Cesare fece la sua fortuna affilandosi al partito dei populares...
I Gracchi erano aristocratici in buona fede ma volevano ritornare ai vecchi tempi, quelli del cittadino-soldato-piccolo proprietario, ormai tramontati. Quanto a Catone il Censore, rimase famoso per quel "Carthago delenda est" urlato in senato, che segnò l'inizio inarrestabile dell'imperialismo espansionista romano. Curioso che il tetragono conservatore della tradizione avita, fustigatore dei costumi esterofili (o come direbbero i fasci "allogeni"), contribuì all'evento che avrebbe trasformato il destino di Roma e spazzato via la tradizione dei padri.