







Roma fu la più grande integratrice di popoli diversi, che chiamò a partecipare al suo potere barbari e nordafricani, li civilizzò, addossando loro il peso di corresponsabilità nel governo, offrendo ad essi di «fare le cose insieme».
Settimio Severo era stato un bravo generale bèrbero, e fece una certa carriera nello Stato: diventò imperatore.
Quella è civiltà: siccome «c'è da fare» e tanto - governare un impero, sollevare le condizioni di vita e di cultura generali, più gente si guadagna a condividere il compito (e migliori si rendono quei collaboratori) meglio si fanno le cose, meglio avanza il progetto comune.
Lo stesso fece la Spagna, quando ebbe il suo impero: quando il re dovette decidere se stanziare i fondi per mandare Colombo nell'oceano, impresa mai tentata prima, il fatto che Colombo non fosse iberico, «dei nostri», non entrò nemmeno per un istante nella valutazione dei pro e dei contro.
Anche l'impero americano ha fatto qualcosa di simile, fino a quando non è caduto sotto il colpo di Stato di Bush e dei neocon.
Come applicare la lezione di Roma, senza retorica, nella attuale situazione italiana, ahimè ben poco imperiale?
Verso gli immigrati, direi questo: essi devono essere soggetti alle leggi nazionali con rigore eguale a quello usato per i cittadini; senza privilegi sui cittadini di nascita, senza mutui agevolati ed esenzioni dal ticket che sono negati ai cittadini nati qui.
Ci dev'essere anche la coscienza che i cittadini nati e cresciuti italiani hanno qualche «precedenza» nella divisione dei fondi, perché pagano le tasse da molto più che gli immigrati ed hanno contribuito di più alla nazione.
quoto in pieno Blondet nell'ultimo articolo pubblicato, penso che la parte in grassetto, ma anche questo pezzo che ho riportato in generale siano significativi.
Stesso trattamento giuridico per gli stranieri e stessa applicazione della legge sui criminali! Concentriamoci affinchè questo possa avvenire in maniera seria ed integrale, cosa che oggi non avviene.




La discussione è interessante, mi permetto di fare un'osservazione sul 'succo' del discorso di Celtic, per come l'ho capito. Fammi intendere, tu sostanzialmente fai una distinzione, ovvero poni l'accento più su un discorso di ordine pubblico che di identità?
Beh, sono due aspetti sicuramente diversi. L'unica domanda che mi pongo è: oggi non si può parlare di difesa dell'identità culturale piuttosto che di 'razza', che a mio parere è un termine che se usato nel nostro ambiente rischia solo di dare un'immagine esattamente coerente con quella che i nemici vogliono che sia data.
Insomma, parliamo di identità, che è anche un concetto più attuale.




la maggiorparte dei rom sono senza cittadinanza, è un loro diritto non averla, non si sentono rumeni e non la vogliono....