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Discussione: Leonardo Sciascia

  1. #21
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    "Papà" Michele Greco e Licio Gelli

    Di Sciascia Leonardo - 1 marzo 1986



    “Papà” Michele Greco e Licio Gelli

    di Leonardo Sciascia

    SOMMARIO. Da qualche anno, le rivelazioni sulla mafia “cadono su un terreno fertile”, dimostrando la giustezza di quanto lo stesso Sciascia aveva scritto dopo l’assassinio del generale Dalla Chiesa, e cioè che probabilmente entro poco tempo si sarebbe assistito allo “sgretolamento” del mito della mafia, che sembra aver perso la testa “sentendosi estromessa dallo Stato e abbandonata ai giudici”. Anche il secolare muro dell’omertà “ha cominciato a cedere”. La recente cattura del “papa” Michele Greco contribuisce a demitizzare la mafia. Un sintomo è nel fatto che questo potentissimo uomo ha trovato per nascondersi solo un “rifugio da pecoraio”. Altro sintomo è che da tempo si aveva notizia dell’operazione in corso per catturarlo, ma Michele Greco non ne ha avuto avviso tempestivo… Qualcosa sta mutando…

    (CORRIERE DELLA SERA, 1· marzo 1986)

    Qualche anno fa, dopo l’assassinio del generale Dalla Chiesa, ho scritto su questo giornale che come nel giro di qualche mese avevamo visto crollare il mito dell’efficienza e dell’imprendibilità delle Brigate rosse, così, anche se più lentamente, avremmo visto sgretolarsi il mito della mafia. E me ne pareva segno anche l’assassinio del generale, nella catena già cominciata e poi continuata degli assassinii che i giornali chiamano “eccellenti”. Segno, dicevo, che la mafia, avvertendo il tentativo di svincolarsi e defilarsi della parte politica che dal dopoguerra alla fine degli anni settanta le aveva consentito prosperità e impunità, sentendosi estromessa dallo stato e abbandonata ai giudici di buona volontà, aveva perso la testa e si era data ad azioni eversive contro quello stato che prima la copriva di un‘“egida impenetrabile” (l’espressione è di don Pietro Ulloa, procuratore del re a Trapani nel 1838: dicesi milleottocentotrentotto).
    Qualche scriteriato non so se con della malafede in aggiunta di questa opinione mi redarguì: quasi io volessi dare alibi alla parte politica più responsabile, fino a quel momento, della prosperità e impunità mafiosa; mentre la mia era soltanto una semplice riflessione sui fatti, un far quattro dalla somma di due e due.
    Quel che da allora è accaduto, ci vuol nera malafede per affermare che mi abbia messo in torto. Le azioni eversive e controproducenti della mafia sono continuate e pare si siano fermate o per la presa di coscienza degli effetti “aggravanti” che producevano o per un ritorno alle antiche regole, sulla soglia di questo grande processo. E si sono fermate, comunque, un po’ troppo tardi, quando i danni provocati dai colpi di testa erano ormai irreparabili. E poi accaduto che il secolare muro dell’omertà ha cominciato a cedere. E non che non ce ne fosse stato, negli anni scorsi, qualche avviso, solo che chi si attentava a fare delle rivelazioni sulla mafia era considerato un pazzo: e si può dire che lo fosse, se non teneva conto del rischio, abbastanza elevato e prevedibile, di essere considerato pazzo.
    Ogni cosa conviene che accada a suo tempo: e solo da qualche anno le rivelazioni sulla mafia cadono su un terreno fertile, a volte fin troppo fertile nel senso dell’immaginazione, del romanzo, del vasto rameggiare di credenze e di ipotesi.
    Oggi, con la cattura di Michele Greco, a pensarci su per un momento, due elementi si aggiungono a demitizzare la mafia: se Michele Greco, detto “il papa” (o, come altrimenti si vuole, “il papà”: ed è incredibile che non si riesca ad accertare questo dettaglio filologico), davvero merita questo soprannome. Il primo è che quest’uomo ricco, potente, rispettato e temuto, con vaste amicizie anche altolocate, con relazioni internazionali, non abbia trovato nella sua latitanza che un rifugio da pecoraio e in una zona che la tradizionale densità mafiosa esponeva alla vigilanza della polizia e ai più accurati rastrellamenti.
    Il procuratore Paino è convinto che, per regola, un capomafia non può abbandonare il territorio su cui esercita sovranità, che non può abbandonare la “famiglia”: quasi come il capitano di un vascello che affonda. Di ciò io convinto non sono: e che non volesse o non potesse rischiare di rifugiarsi in zone che sentiva meno protette, più infide, è comunque cosa su cui riflettere. Confrontato a quello di Gelli, il potere di Michele Greco in questa circostanza ci appare molto più precario, insicuro, labile. Il secondo elemento è questo: dell’operazione che i carabinieri stavano facendo per catturarlo, i giornali ebbero indicazione anche se vaga in tempo utile. Com’è che con eguale tempestività se la mafia è onnipotente e onnipresente come generalmente si crede Michele Greco non ne ebbe avviso?


    Qualcosa sta mutando, qualcosa è già mutato: con buona pace di coloro che ancora non vogliono crederci. O che vorrebbero non fosse vero. E non per complicità o interesse, ma per il gusto di continuare a parlarne, a inveire. Così a Robespierre che parlava contro i nemici della Rivoluzione, qualcuno non ricordo se in assemblea o in piazza gridò: “Ma ti dispiacerebbe, se non ce ne fossero più!”

    Da www.radioradicale.it

  2. #22
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    Sciascia: responsabilità del giudice

    Di Sciascia Leonardo - 7 agosto 1983


    Sciascia: responsabilità del giudice

    di Leonardo Sciascia

    SOMMARIO: Il caso Tortora è l’ennesima occasione per ribadire la gravità della situazione in cui versa l’amministrazione della giustizia in Italia: accuse che non trovano alcun riscontro in un solo indizio oggettivo; 856 ordini di cattura di cui 200 sbagliati; accuse che nascono solo dall’infermità mentale di camorristi pentiti. Il tutto porta a riflettere sui giudici e sui loro errori: bisognerebbe far fare ad ogni magistrato, appena vinto il concorso, almeno tre giorni di carcere o, meno utopisticamente, “caricarli di responsabilità” (civile) senza togliergli l’indipendenza.

    (Il Corriere della Sera del 7 agosto 1983)

    Su questo giornale, discutendo con Pieroni dei mali d’Italia, all’incirca tre mesi fa, la campagna elettorale appena cominciata, mettevo al primo posto le carenze e disfunzioni dell’amministrazione della giustizia. Speravo - e credevo, e mi aspettavo - che un tal male trovasse priorità programmatica fra quelli che la compagine governativa venuta fuori dalle elezioni dovrebbe e deve affrontare. Ma mi pare sia stato non contemplato, e come accantonato: forse appunto perché si presentava come il più spinoso. Il che non mi pare un buon segno. L’espressione “rimandare a miglior tempo” non fa davvero al caso. Se si rimanda, si rimanda a peggior tempo. Un simile problema non può trovare nel tempo attenuazione: può soltanto aggravarsi. E si aggraverà se non si trova rimedio.
    Mi rivolgo perciò, come cittadino, come amico, come persona che con lui di questo problema si è trovato a parlare con concorde accoramento, al presidente del consiglio: a chiedergli che il problema non venga accantonato, che lo si affronti con serenità, con equilibrio, con criterio. A rassicurare i cittadini, a restituire quella fiducia nella giustizia che si va perdendo, se non si è addirittura perduta.
    Il caso Tortora è l’ennesima occasione per ribadire la gravità e l’urgenza del problema. Un mese fa, alla televisione francese, ho dichiarato le mie perplessità e preoccupazioni relativamente alla massiccia operazione contro la camorra promossa dagli uffici giudiziari di Napoli e la mia personale convinzione che Tortora sia innocente. Non mi chiedo: “E se Tortora fosse innocente?”: sono certo che lo è. Il fatto di conoscerlo personalmente e di stimarlo uomo intelligente e sensibile (non l’ho mai visto in televisione), può anche essere considerato elemento secondario e magari fuorviante; ma dal giorno del suo arresto io ho voluto dare astrazione dal rapporto di conoscenza e di stima e ho soltanto tenuto conto degli elementi di consapevolezza che i giornali venivano rilevando. Non ne ho trovato uno solo che insinuasse dubbio sulla sua innocenza. Sono tutti elementi “esterni”, che non trovano riscontro alcuno, non dico in quel che conosciamo della personalità e del modo di vivere di Enzo Tortora, ma che non trovano convalida alcuna in un solo indizio che possa dirsi oggettivo o probante.
    Trovare nell’archivio di un camorrista una lettera diretta a Tortora come complice o confratello (ma è stata trovata?) non comporta certezza che Tortora l’abbia mai ricevuta. Il solo riscontro, la sola e vera prova, sarebbe il trovare un documento simile presso Tortora, in casa di Tortora o negli ambienti da lui frequentati e in cui gli sarebbe stato possibile nasconderlo. E lasciamo stare le squallide mitomanie che casi come questo accendono (e basterebbe, da parte del magistrato inquirente, una telefonata al commissariato di quartiere qualche giorno o qualche ora prima di andare a raccattare la testimonianza), ma il mancato riscontro di quello che possiamo chiamare “voto sanguinario” (nessuna cicatrice è stata trovata ai polsi di Tortora; e se ne avesse avuta una per essersi imbattuto in un bicchiere rotto?), non era già motivo per metterlo - almeno provvisoriamente in libertà?
    Stiamo parlando del caso capitato a un uomo che gode di tanta popolarità e simpatia. E qui insorge la domanda: i guai gli sono venuti appunto per la popolarità e simpatia di cui godeva - e nel senso che alla spettacolarità dell’operazione, la sua inclusione conferiva ulteriore spettacolarità - o un caso simile può capitare a qualsiasi cittadino italiano? Purtroppo, credo non ci sia alternativa: la risposta è affermativa, per l’una e per l’altra ipotesi. Le accuse dei camorristi pentiti a Tortora non sono state, prima dell’arresto, accuratamente e scrupolosamente vagliate, perché gli ottocentocinquantasei mandati di cattura trovavano apice, davano misura della vastità e intransigenza dell’operazione, proprio in quello contro Tortora.
    Del resto - come è stato detto, ripetuto e non smentito - se su ottocentocinquantasei ordini di cattura ben duecento erano sbagliati e le persone arrestate per errore sono state rimesse in libertà nel giro di pochi giorni (ma si consideri: svegliate all’alba con le loro famiglie, le abitazioni perquisite, ammanettate, portate in carcere, tenute fino a quando non si è avuta cognizione dell’errore; cose che lasciano il segno per una vita intera), è facile immaginare che in tanta fretta e confusione il nome di Tortora, fatto con sicurezza dai pentiti, appunto sia apparso come il più sicuro, oltre che il più eclatante. Non c’era possibilità di equivoco, rischio di omonimia: il presentatore televisivo, l’uomo che milioni di spettatori conoscevano.
    Ma sono stato impreciso nel dire che non c’è stata smentita del fatto che duecento cittadini sono stati arrestati per errore. Ne è stata fatta circolare una subdola, incredibile, allarmante: che molti dei rilasciati rientreranno in carcere. Giustamente Biagi commenta: “Come dire che si può sbagliare fino a tre volte: arresto, scarcerazione, altra cattura. Ma qual è la buona?”
    Non credo nell’infermità mentale quando viene invocata o riconosciuta nei processi di mafia. Ma nella camorra e nei camorristi qualcosa di simile all’infermità mentale si intravede. Se vi piace potete anche chiamarla immaginazione, fantasia: io continuerò a considerarla infermità, criminale follia di criminali. Una follia, si capisce, non priva di metodo: e consiste il metodo nel confondere, nell’intorbidire, nel seminare sospetti e accuse, nel coinvolgere quante più persone è possibile. Un costruire, insomma, uno di quei castelli di carte che basta poi toglierne una, alla base, perché tutta la costruzione crolli. E ho l’impressione che la carta Tortora sia stata messa proprio a chiave di tutta la costruzione: una volta che si sarà costretti a toglierla, l’intera costruzione crollerà e tutto apparirà sbagliato e privo di credibilità. E resterà il problema del come e del perché dei magistrati, dei giudici, abbiano prestato fede ad una costruzione che già fin dal primo momento appariva fragile all’uomo della strada, al cittadino che soltanto legge o ascolta le notizie. E qui entriamo nel vivo.
    Ogni cittadino, quale che sia la sua professione o mestiere, ha l’abito mentale della responsabilità. Che faccia un lavoro dipendente o che ne eserciti uno in proprio e liberamente, sa che di ogni errore deve rendere conto e pagarne il prezzo a misura della gravità e del danno che, alle istituzioni da cui dipende e alle persone cui ha prestato opera, ha arrecato, a parte l’amor proprio che ciascuno mette nel far bene il proprio lavoro. Ma un magistrato non solo non deve rendere conto dei propri errori e pagarne il prezzo, ma qualunque errore commesso non sarà remora alla sua carriera, che automaticamente percorrerà fino al vertice, anche se non con funzioni di vertice. E credo sia, questo, un ordinamento solo e assolutamente italiano.
    Inutile dire che dentro un ordinamento simile che addirittura sfiora l’utopia, ci vorrebbe un corpo di magistrati d’eccezionale intelligenza, dottrina e sagacia non solo, ma anche, e soprattutto, di eccezionale sensibilità e di netta e intemerata coscienza. E altro che sfiorare l’utopia: ci siamo in pieno dentro. E come uscirne, dunque?
    Un rimedio, paradossale quanto si vuole, sarebbe quello di far fare ad ogni magistrato, una volta superate le prove d’esame e vinto il concorso, almeno tre giorni di carcere fra i comuni detenuti, e preferibilmente in carceri famigerate come l’Ucciardone o Poggioreale. Sarebbe indelebile esperienza, da suscitare acuta riflessione e doloroso rovello ogni volta che si sta per firmare un mandato di cattura o per stilare una sentenza. Ma mi rendo conto che contro un’utopia è utopia anche questa. Un rimedio più semplice sarebbe quello di caricare di responsabilità i magistrati senza preventivamente togliere loro l’indipendenza: e cioè di dare a ogni cittadino ingiustamente imputato, una volta che viene prosciolto per più o meno assoluta mancanza di indizi, la possibilità di rivalersi su coloro che lo hanno di fatto sequestrato e diffamato. Quanti casi non abbiamo visto di gravissime imputazioni dissoltesi nella formula dell’assoluta mancanza di indizi?
    Se non ricordo male, anche il dottor Sarcinelli, vicegovernatore della Banca d’Italia, è stato rimesso in libertà con tale formula. E senza possibilità di rivalsa. Il che non appartiene alla civiltà, al diritto, ma alla barbarie e alla giungla.


    Bisogna però dire che in un caso come questo di Tortora e dei duecento cittadini arrestati per errore non ha giocato soltanto la condizione di potere della magistratura. Ha giocato anche, e forse principalmente, l’introduzione nella legislazione italiana della figura dei pentiti. Ma già più di una volta ne ho fatto discorso, e prima ancora che ad evidenza se ne verificassero i nefasti effetti.



    Da www.radioradicale.it

  3. #23
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    Semplice discorso sul caso Tortora, sul caso giustizia e sui casi nostri

    Di Sciascia Leonardo - 14 ottobre 1983


    Semplice discorso sul caso Tortora, sul caso giustizia e sui casi nostri

    di Leonardo Sciascia

    SOMMARIO: I giudici, per non essere inibiti ad esercitare la propria professione, respingono ai margini della coscienza la preoccupazione dell’errore, e vogliono sentirsi confortati da un’assenza di critica sul loro operare: questa situazione di privilegio ha fatto sì che in Italia i tribunali siano diventati altari: l’amministrazione della giustizia ha assunto un che di religioso, di imperscrutabile e l’opinione pubblica ha perso il diritto di vigilanza e di critica sui casi che presentano oscurità. Anche questo è un problema che riguarda il caso Tortora, non solo quello della sua colpevolezza o della sua innocenza.

    (Il Corriere della Sera del 14 ottobre 1983)

    Jacques de Pressac, diplomatico cui debbo ottime traduzioni in francese di alcuni miei libri, una diecina d’anni addietro, parlando del caso Calas e del “Trattato della tolleranza” di Voltaire, di cui si dibatteva nel “Contesto” che avevo da poco pubblicato, mi disse: “Ma sa che Voltaire può essersi sbagliato?”; e mi promise di farmi avere un libro in cui si ragionava del possibile errore di Voltaire. E puntualmente me lo inviò in dono.
    E’ un volume della serie “Enigmes et Drames judiciaires” che l’editore parigino Perrin pubblicò intorno al 1930. S’intitola “L’affaire Calas”, autore Marc Chassaigne. Ma confesso di non essere andato, nella lettura, molto al di là della prefazione: e non per il timore di scoprire che Voltaire si era sbagliato. Lo ammetto anzi, il suo errore, come probabile. Ma che importanza ha che si sia sbagliato? Importante è che sulla giusta o errata visione dei fatti sia nato il “Trattato della tolleranza”.
    Come epigrafe alla prefazione, Chassaigne mette una frase di una lettera in cui Voltaire, nel 1762, dice di conoscere soltanto gli elementi in favore di Calas: il che gli par poco per prendere decisamente partito. E’, da parte di Chassaigne, una insinuazione. Vero è che Voltaire, alla data della lettera, aveva già preso partito, ma non mancò, nei mesi successivi, di prendere conoscenza anche degli elementi di accusa: che lo confermarono nel partito già preso.
    Con questa preliminare insinuazione, che Voltaire abbia preso partito senza conoscere tutti gli atti del processo, riesce impossibile credere a Chassaigne quando nella prefazione dichiara di voler rimettere al lettore la scelta tra le ipotesi che il libro svolge del caso Calas e di non preferirne, per conto suo, alcuna. Di queste tre ipotesi - dice Chassaigne - una, quella di Voltaire, ha avuto la meglio e corre per il mondo; ma sembra dimenticare che su una delle altre due, che gli pare siano rimaste in ombra, Jean Calas fu impiccato. In quanto alla terza, non avendo letto tutto il libro, ho l’impressione, però non infondata, che sia un’ipotesi media, volta a non dare intera ragione a Voltaire e non intero torto ai giudici: e par di capire che il segreto desiderio di Chassaigne sia quello che, ove il lettore non si convinca dell’errore di Voltaire, accetti almeno l’ipotesi di un torto e di una ragione non nettamente assegnabili ma di cui in ugual misura partecipano i giudici che hanno condannato a morte Calas e Voltaire che ne ha riscattato l’innocenza. E in ciò dimenticando che, presentando come dubbioso il caso, il torto resta sempre da assegnare ai giudici: poiché il dubbio è assiomatico che vada sempre in favore dell’imputato.
    Per mio conto, formulo una ipotesi su Chassaigne: che fosse uno di quei funzionari della pubblica amministrazione o un giudice che - come frequentemente in Francia - marginalmente alla loro attività, o una volta in pensione, si occupano di cose che stanno tra la letteratura, la storia e la loro professione.
    Inclino anzi a credere fosse un giudice: poiché soltanto un giudice può avere tanta sensibilità professionale e corporativa da assumersi, anche a tanta distanza di tempo, la difesa di altri giudici e muovendo, in definitiva, dalla più o meno sommersa convinzione che gli errori giudiziari non esistano o che sempre e comunque abbiano delle giustificazioni.
    E pur laicamente combattendo contro una simile credenza o presunzione, bisogna ai giudici concedere qualcosa, almeno nel senso di capirli: esercitano una professione che per definizione deve stare “al di sopra”, e quindi in condizione di isolamento; una professione difficile e di quotidiana inquietudine. E sarebbero inibiti ad esercitarla se non riuscissero a respingere ai margini, in un marginale baluginio della coscienza, la preoccupazione dell’errore. Hanno bisogno anzi, singolarmente e ancor più in quanto corporazione, di credere impossibile l’errore.
    Poiché la società li ha delegati a punire la violenza con la violenza (la violenza di condannare un uomo alla perdita della libertà, senza dire di dove lo si può ancora condannare alla perdita della vita), hanno bisogno di sentirsi sicuri, confortati, se non da un continuo e generale consenso, da una generale indifferenza e comunque da un’assenza di critica sul loro operare. Da ciò l’afflato corporativo, per cui soltanto da loro e tra loro può farsi distinzione tra i migliori e i peggiori, e l’irritabilità ad ogni critica che venga dal di fuori.
    E li si può capire, ripeto: ma al tempo stesso senza cedere di vigilare su questa loro credenza o presunzione e di combatterla quando con più evidenza si manifesta. La delega di giudicare non è stata data a tutti i giudici e a ciascuno una volta per tutte; la società, l’opinione pubblica, ha il diritto di vigilanza e di critica su ogni caso giudiziario che presenta oscurità e contraddizioni e di far distinzione tra i giudici migliori e i giudici peggiori; e la loro professionalità (parola oggi abusata: e forse per il fatto che in ogni branca e categoria la si sente venir meno) non è così assoluta e invalicabile da non consentire che l’occhio estraneo o, se si preferisce, profano, vi penetri e vi si soffermi. E anzi: nessuno, anche se sprovvisto di ogni supporto diciamo tecnico, si può considerare estraneo e profano riguardo all’amministrazione della giustizia.
    Presupponendo la scienza del cuore umano alla pari di quella dei codici, e magari in maggior misura quella del cuore umano, l’amministrazione della giustizia riceverebbe anzi danno da una eccessiva professionalità. Insomma, quando un uomo sceglie la professione di giudicare i propri simili, deve pur rassegnarsi al paradosso - doloroso per quanto sia - che non si può essere giudice tenendo conto dell’opinione pubblica, ma nemmeno non tenendone conto. Alla somma delle proprie inquietudini, bisogna preventivare l’aggiunta di quelle che verranno dall’attenzione che l’opinione pubblica dedica a certi casi. E questo vale per ogni latitudine, per qualsiasi paese in cui i tribunali non siano stati mutati in are.
    Ma appunto in Italia si manifesta una certa tendenza a tal mutamento. E forse è da dire, meno foscolianamente, in altari: ricordando quella proverbiale espressione per cui lo scoprirli è operazione di verità (e lo scoprire altari e altarini dovrebbe essere funzione assidua di coloro che hanno a che fare con la carta stampata e con altri mezzi che comunicano e formano opinione). L’amministrazione della giustizia, insomma, viene assumendo un che di ieratico, di religioso, di imperscrutabile - e con conseguenti punte di fanatismo.
    Elementi che hanno contribuito a questo stato d’animo, che ormai circola come sangue nel corpo della magistratura, a questa situazione di irresponsabilità, di privilegio, di refrattarietà e insofferenza ad ogni critica in cui pare la magistratura tenda ad arroccarsi, sono stati - a dirla sommariamente - questi: l’ordinamento di assoluta indipendenza che si è voluto - giustamente - dare al potere giudiziario e in cui però, di fatto, è insorta la dipendenza partitocratica; il vuoto che è venuto in sé promuovendo il potere esecutivo e che è stato come un invito (e una necessità) a che il potere giudiziario lo riempisse; la confusione in cui il potere legislativo si è abbattuto.
    Con quanto ho detto finora non credo di aver divagato rispetto al caso di cui oggi si dibatte e che va sotto il nome di Enzo Tortora. Ho voluto dire che il problema non è soltanto quello dell’innocenza o colpevolezza di Tortora, ma d’ordine generale, di tutti gli italiani e di ognuno. Quand’anche Tortora risultasse, al di là di ogni dubbio, responsabile dei reati di cui è imputato, il problema sussisterebbe negli stessi termini e coloro che lo agitano e continueranno ad agitarlo resterebbero comunque nel giusto.
    A chi domanda - e si irrita - perché proprio sul caso Tortora lo si agita, è facile rispondere: perché appunto su questo caso, per la notorietà del protagonista, abbiamo avuto le informazioni necessarie alla formazione di una opinione, di un giudizio.
    Anni addietro, un mio amico - e amico di tanti “intellettuali” - è stato arrestato con grave imputazione. A tutti coloro che lo conoscevano, un giornale chiese opinione sul caso: e tutti abbiamo risposto che lo credevamo innocente (come era e, grazie a Cesare Terranova, fu riconosciuto). Dopo di che il giornale mosse un demagogico attacco a tutti quelli che si erano dichiarati per l’innocenza, accusandoci di spirito di consorteria, e che non avremmo fatto le stesse dichiarazioni per un qualsiasi poveraccio. Attacco, come si vede, di assoluta gratuità; e della stessa natura di quelli che oggi vengono mossi a chi esprime critiche al comportamento dei magistrati nel caso Tortora. Vi occupate di Tortora - hanno l’aria di dire - perché è un privilegiato e lo volete privilegiato anche di fronte alla giustizia. E si insinua persino che agiscano, in chi lo difende, interessi economici. Ignobile insinuazione, bassamente intimadatoria. Si difende Tortora per difendere il nostro diritto, il diritto di ogni cittadino, a non essere privato della libertà e a non essere esposto al pubblico ludibrio senza convincenti prove della sua colpevolezza.
    Personalmente, dell’innocenza di Tortora sono sicuro. Ma mi sarei trattenuto - a meno che non me lo avessero chiesto, come allora quel giornale - dall’esprimere pubblicamente questo mio giudizio se, un giorno dopo l’altro, attraverso quella che si suol chiamare fuga di notizie (e non è, poiché evidentemente alle notizie viene dall’interno aperta la porta e consegnate a fidate mani), non mi fossero stati forniti gli elementi che rendevano oggettivo il mio giudizio.
    La magistratura campana può protestare quanto vuole se non ammette che quella che definisce “un’iniziativa giudiziaria contro la malavita organizzata” è stata, a dir poco, frettolosa e caratterizzata da un’allarmante percentuale d’errori.
    Invece che rivolgersi alla stampa con qualcosa di simile al “Ragazzino, lasciami lavorare!”, dovrebbe almeno rispondere, se non a tutti gli italiani al Consiglio superiore della magistratura (e ci sarebbe poi la fuga di notizie), se è vero che duecento persone sono state arrestate per omonimia (arrivando a trattenerle in carcere anche per tre mesi, come un povero marittimo di Eboli, e speriamo non ce ne siano in carcere altri); se è vero che in un paese campano una diecina di persone di uguale cognome sono state arrestate per trovarne una sola accusata di appartenere alla camorra; se è vero che al momento in cui contro Tortora è stato spiccato mandato di cattura a suo carico c’era soltanto la denuncia di due “pentiti” e il numero di telefono trovato nella rubrica di un non pentito; e se un siffatto modo di fondare un mandato di cattura non finisca con l’incoraggiare coloro che non hanno nulla da perdere al divertimento di far mettere in galera quanti e chi a loro piace; se è vero che la trovata di accusare Tortora di aver profittato dei soldi raccolti per i terremotati sia stata provocata da un anonimo e afferrata a volo come diversivo; se è vero che la testimonianza del Margutti, il cui passato gli è stato sbandierato in televisione, faccia parte dei cardini dell’accusa; se è vero che tutti gli elementi che si crede valgano a dare immagine di un Tortora dedito a delinquere escano sollecitamente, e in violazione del segreto istruttorio, dall’ufficio stesso che quel segreto dovrebbe mantenere (e non si vede da quale altro ufficio possano uscire, se camorra o servizi segreti non vi hanno nascosto microfoni). Sono domande che attengono alla “professionalità”. E lasciamo da canto quelle che riguardano la coscienza.

    Da www.radioradicale

  4. #24
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    Processo Tortora: la valle del sonno

    Di Sciascia Leonardo - 4 settembre 1986


    Processo Tortora: la valle del sonno

    di Leonardo Sciascia

    SOMMARIO: un’analisi critica della requisitoria del Pubblico Ministero Armando Olivares contro Enzo Tortora nel processo di primo grado presso il tribunale di Napoli. La tesi di Olivares: »E’ stato un ingenuo , »vittima della politica : diamogli dunque sei anni di reclusione. In quanto al diritto, lasciamolo ancora nella valle del sonno in cui giace.

    (Notizie Radicali n· 206 del 4 settembre 1986 - Panorama del 7 settembre 1986)

    Leggo la requisitoria del Pubblico ministero Armando Olivares (bel nome da vice regno spagnolo) al processo d’appello contro la Nuova camorra organizzata: la Nco, altra sigla che è venuta ad aggiungersi al lessico già abbastanza intricato delle sigle. E si dice per dire, processo contro la Nco: poiché non si sa bene contro chi si volgano, in prima e seconda istanza, questi processi napoletani, configurandosi piuttosto -a mia impressione- in una specie di autoprocesso all’amministrazione della giustizia, a un suo modo di essere ed affermarsi.
    La leggo, la requisitoria del Pubblico ministero, nella »sbobinatura che della registrazione ha fatto il Partito radicale: e magari ci sarà qualche errore di trascrizione, qualche parola mal sentita o saltata; ma non è per queste zeppe che la lettura riesce faticosissima, la più faticosa in cui mi sia imbattuto in più che mezzo secolo di esercizio. Le virgole, i punti e virgole, i due punti, gli interrogativi, i trattini, le parentesi, le virgolette che aprono e chiudono le citazioni, mancano del tutto. Ci sono soltanto i punti fermi, che sono tali per modo di dire. E si capisce e giustifica che coloro che hanno »sbobinato ne abbiano fatto a meno: non si riesce a capire quando e dove collocarli. Le incertezze e i sobbalzi sintattici dell’oratore; il suo andare e venire dentro gli atti e le cose ascoltate come dentro una gabbia cercando inutilmente un’uscita; il suo afferrare un concetto per la coda restando con la sola coda nella mano: non a un discorso che abbia premessa, svolgimento e conclusione ci si trova di fronte, ma a un franare incontenibile di parole, di »materiali di riporto da cui con estrema difficoltà si può disseppellire qualche coccio, ma disparato e di impossibile assemblaggio.
    Quando io andavo a scuola, e la scuola appariva già abbastanza malandata (ma davvero c’è stato un tempo in cui andava bene?) si raccontava l’aneddoto di quella commissione di esami in cui, interrogato in storia, il candidato dice ad un certo punto: »I galli hanno sceso per le Alpi ; al che il professore di lettere dolcemente osserva: »se si potrebbe dire , così suscitando l’indignazione del presidente, che esclama: »Dove abbiamo giunto! . Ma ormai non si tratta più di errati ausili dati ai verbi e di sfasamento di modi e tempi, che peraltro concedevano di capire quel che si voleva dire: si tratta, ormai, di non riuscire a trovare nelle parole l’argomento, il concetto, il discorso. Le parole davvero volano; e continuano a volare senza identità -come gli Ufo- quando si tenta di fermarle in scrittura. Magari congiuntivi e condizionali saranno a posto, ma è la sicurezza e chiarezza di quel che si vuole comunicare che vien meno. Questa impressione ho avuto assistendo per una mattinata al maxi-processo di Palermo, quando deponeva Buscetta: e soltanto quel che diceva Buscetta mi era comprensibile. Ma non perché, credo, Buscetta fosse in grado di parlare un italiano migliore, ma perché sapeva quel che voleva o non voleva dire, perché ci aveva pensato su, perché gli era necessaria la misura, l’accortezza, la precisione. Il problema è tutto qui: nel conoscere l’argomento di cui si parla, nel farsene un’opinone, un giudizio: e nel portare avanti quell’opinione, quel giudizio, con quell’esattezza che può essere coronata dal »come volevasi dimostrare -che la dimostrazione sia interamente convincente o meno. Si può anche partire -senza accorgersene o accorgendosene- da un anello che non tiene: ma una concatenazione deve pur esserci.
    E per tornare alla requisitoria del dott. Olivares, eccone uno stralcio, un esempio: »Io vorrei mutuare per un momento la mia posizione con quella di coloro che si sono improvvisati giuristi, operatori del diritto o quel che sia, ma che sostanzialmente erano politici, trinciando giudizi in difesa di un dogma sostanzialmente, per poter dire da quel buon politico che sono che Tortora un politico, non lo era affatto, che Tortora un politico non lo è mai stato, forse Tortora sarà stato strumentalizzato dalla politica, probabilmente sarà una vittima della politica, ma invece un politico non si può dire neanche oggi che presiede un partito che ha dei rappresentanti in Parlamento, e ritengo che sia così, sbaglierò, non lo so, ma io così ho visto Tortora fin dal primo momento; e allora perché Tortora sarebbe stato scelto a copertura? perché è un personaggio popolare? Sì, era un personaggio popolare perché in quel momento gestiva una rubrica televisiva popolare, quindi era certamente molto conosciuto, ma certamente un politico non era e certamente non poteva essere scelto a copertura di uno scandalo di Stato. Io avrei immaginato, supposto, che un’operazione del genere fosse stata fatta per Negri, per esempio, perché politico Negri lo era sul serio a fine rivoluzionario, avrei potuto pure trovare degli inquirenti sempre politicizzati fino al collo perché indubbiamente ci voleva acquiescenza di costoro per poter organizzare una copertura di questo genere, e allora in questo caso, sfruttando il fatto così come lo definisce Pandico avrebbe azzardato una copertura, ma nei confronti di Negri, non nei confronti di un Tortora che non c’entra assolutamente nulla e che io ricordo esclusivamente come il simpatico conduttore di una trasmissione televisiva, Portobello, che gestì un mercatino, un pappagallo, quel che sia, ma comunque niente altro che quello. Ripeto: Tortora io l’ho considerato non un politico, e tuttora ritengo che sia stato una vittima della politica, ma non certamente un politico; mi perdonerà, ma è quello che io penso, che io ritengo, probabilmente sbaglierò, ma il mio pensiero è esclusivamente questo .
    Quel che il dottor Olivares (la cui prosa mi sono permesso di depurare di qualche ripetizione e di aiutare con qualche segno di interpunzione) vuol dire, è questo: che non è vero che »pentiti e magistrati abbiano scelto Tortora -personaggio popolare sì, ma non politico- per far dimenticare il caso Cirillo. Quel che invece non avrebbe voluto dire, e che invece dice, e in un senso che si può dire univoco, è che Tortora è vittima della politica. In qual senso si può dire »vittima della politica se non nel fatto che il suo diventare politico, il suo candidarsi ed essere eletto nelle liste di un partito politico, l’assunzione del suo caso a problema politico della giustizia in Italia, ha provocato l’irritazione e l’accanimento nei suoi riguardi, prescindendo dai termini di diritto che soli si sarebbero dovuti usare per giudicarlo? Voce dal sen sfuggita…


    Non si capisce perché Tortora, di fronte al diritto, di fronte alle leggi che devono giudicarlo, nella valutazione delle prove e degli indizi di colpevolezza, sia una »vittima della politica . Ma il dottor Olivares insiste fino alla fine in questa sua idea fissa. In conclusione, un buon ragazzo, prima, non si sa come, forse ricattato, coinvolto nel traffico della droga: poi rovinato dalla politica. »E’ stato un ingenuo : diamogli dunque sei anni di reclusione. In quanto al diritto, lasciamolo ancora nella valle del sonno in cui giace.



    Da www.radioradicale.it

  5. #25
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    Il maresciallo e Sua Eccellenza

    Di Sciascia Leonardo - 16 febbraio 1986




    Il maresciallo e Sua Eccellenza

    di Leonardo Sciascia

    SOMMARIO. Mentre si apre a Palermo “il grande processo” [il cosiddetto maxiprocesso” alla mafia, n.d.r.], Sciascia sottolinea un episodio accaduto al processo in corso nella seconda sezione di corte d’ Assise, a poca distanza dall’altro: in questa sede, nel corso della sua deposizione, il maresciallo dei carabinieri Vincenzo Bucca, richiesto di dare il nome di un personaggio “noto e influente” di Collesano, faceva il nome del Primo presidente della corte d’appello di Palermo, Giovanni Pizzillo. Il giorno seguente, però, il maresciallo forniva una versione edulcorata dell’interessamento del magistrato alle vicende cittadine…

    “Inquietante l’affermazione del giorno 12 - avverte Sciascia - ancora più inquietante la “correzione di tiro” del giorno dopo”.

    (CORRIERE DELLA SERA, 16 febbraio 1986)

    Il grande processo comincia lentamente ad avviarsi. Ci vorrà almeno un mese perché entri nel vivo e ancora molti mesi perché l’istruttoria si svolga nel dibattimento. Intanto, gli inviati dei giornali non sanno che fare per animare i loro resoconti, per colorirli, per dargli quella vivacità che i lettori si aspettano. Eppure, qualcosa di più interessante da fare ci sarebbe, basterebbe, per esempio, spostarsi dalla grande aula in cui si svolge il processo massimo a quella del palazzo di giustizia in cui, nella seconda sezione della corte d’assise, se ne svolge uno più piccolo, a carico di dieci esponenti (si capisce presunti) della cosiddetta “mafia di Collesano”. Tra gli imputati sono il veterinario del paese e il figlio dell’ex sindaco.
    Nell’udienza del giorno 12, questo processo ha avuto strabilianti battute. Deponeva il maresciallo dei carabinieri Vincenzo Bucca. L’avvocato Angelo Bonfiglio, ex presidente della regione siciliana e attualmente deputato al parlamento, gli chiede chi fosse quel personaggio “noto e influente” alla cui morte gli equilibri della mafia di Collesano sono saltati ed è cominciata, tra le cosche, guerra aperta.
    Il maresciallo, che ciò aveva scritto in un suo rapporto, tranquillamente risponde che l’uomo dell’equilibrio era “sua eccellenza Giovanni Pizzillo, già primo presidente della corte d’appello di Palermo”.
    Il cronista registra il silenzio, l’imbarazzo, lo scambio di sguardi tra giudici e avvocati. Poi l’avvocato Bonfiglio invita il pubblico ministero a prendere atto della dichiarazione e, conseguentemente, a chiamare come teste il dottor Pizzillo. “Non si può,” risponde il pubblico ministero, “l’alto magistrato è morto da tre anni.” Che fosse morto, il maresciallo l’aveva già detto nel suo rapporto: né l’avvocato Bonfiglio poteva ignorarlo, come nemmeno noi lo ignoriamo.
    L’indomani, chiamato a precisare la sua affermazione, il maresciallo dichiara: “Il dottor Pizzillo era molto affezionato a Collesano, suo paese d’origine, e teneva molto che non succedesse nulla di brutto… Fino a quando l’alto magistrato era vivo, nessuno si era mai permesso di commettere azioni criminose… I suoi compaesani nutrivano un particolare riguardo nei suoi confronti, fino al punto da evitare di commettere azioni delittuose che avrebbero potuto costituire offesa per sua eccellenza.”
    La cronaca di questa udienza, il Giornale di Sicilia la intitola: “Il maresciallo corregge il tiro: Pizzillo era giusto ed amato.”


    Inquietante l’affermazione del giorno 12. Ancora più inquietante la “correzione di tiro” del giorno dopo.


    Da www.radioradicale.it



  6. #26
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    Quei mafiosi "pentiti" di sessant'anni fa

    Di Sciascia Leonardo - 23 febbraio 1986


    Quei mafiosi “pentiti” di sessant’anni fa

    di Leonardo Sciascia

    SOMMARIO: Il processo alla mafia che si svolge a Palermo riporta alla memoria dell’a. episodi dell’infanzia, segnati anch’essi da quel che intorno a lui si diceva dei processi mafiosi del tempo. Tra quel tempo e l’oggi sono passati quasi sessant’anni e il fascismo. Durante il quale, mentre il consenso al regime cresceva in grazia delle iniziative di politica estera e della stabilità della lira e quindi del costo della vita, la gente in Sicilia applaudiva agli arresti, ai processi, alle condanne inflitte a mafiosi, ma anche consentiva senza proteste alle torture che si diceva fossero inflitte agli arrestati. Il prefeto Mori, tra l’altro, usava una speciale tecnica, che consisteva nel mettere in difficoltà quei “galantuomini” che avessero subìto furti o danni dalla mafia e poi fossero riusciti a rientrare nel possesso della refurtiva: quei “galantuomini”, messi alle strette, finivano prima o poi per fare qualche nome compromettente, su cui si imbastivano processi quasi sempre del tutto “indiziari”, ma che andavano spesso “dritti come frecce al giusto bersaglio”. Se ne parlava, in casa, liberamente; meno liberamente fuori casa, così come accade anche oggi. Ma “questo è oggi il vantaggio: che a muoversi contro la mafia è finalmente lo stato democratico”.

    (CORRIERE DELLA SERA, 23 febbraio 1986)

    Una constatazione che mi avviene oggi di fare, piuttosto semplice ed ovvia, ma non priva di significato, è che la mia infanzia è stata in qualche modo segnata da tutto quel che sentivo intorno ai grandi processi contro la mafia che tra Agrigento e Palermo allora si svolgevano; e che oggi, in vecchiaia, mi trovo a seguirne altri e soprattutto quello di Palermo, numerosissimo di imputati che suscitano le stesse aspettative, le stesse speranze, gli stessi timori. E sono passati quasi sessant’anni. E con una dittatura di mezzo che proclamava di volere annientare la mafia e che a tal fine mostrava di operare fino all’abuso. Ma il fatto è che il fascismo aveva soltanto anestetizzato la mafia, e spesso facendo più o meno volontaria confusione tra il dissenso politico e la criminalità associata; ma in quanto ad estirparla ci voleva altro.
    Forse ci voleva anche più tempo, a far sì che la generazione mafiosa presa nella rete di Mori naturalmente si spegnesse e non tornasse in auge al crollo della dittatura; ma soprattutto ci voleva, per dirla semplicisticamente, più diritto: nel senso che bisognava mettere i siciliani nella condizione di scegliere, appunto, tra il diritto e il delitto e non tra il delitto e il delitto. Ma l’istanza del diritto ancora non appariva: si usciva da un mondo in cui ce n’era ben poco, perché se ne sentisse la mancanza. Il mondo della democrazia diciamo giolittiana, che io continuo a vedere attraverso il giudizio di Salvemini.
    In quelli della mia infanzia, che lo storico chiama “gli anni del consenso”, tante erano le ragioni per darglielo, al regime fascista: a parte l’inattuata democrazia, specialmente nelle regioni del Sud, c’erano quei colpi di testa in politica estera che gli italiani vedevano come acquisizione di prestigio; c’era la rivalutazione del combattentismo; c’era la fine degli scioperi (poiché gli scioperi, ieri come oggi, sono sacrosanti quando li facciamo noi, insopportabili disordini quando li fanno gli altri); e c’era, soprattutto, il fatto che le cinquecento lire di stipendio dell’insegnante, dell’impiegato, mai sono state tante (in rapporto, si capisce, ai bisogni) come allora. E in Sicilia diventava ragione di consenso anche la lotta alla mafia.
    Degli arresti, dei processi, delle condanne, nelle famiglie o in ristretta cerchia di amici si parlava con soddisfazione. E a tal punto arrivava la soddisfazione che delle torture, che si diceva gli arrestati subissero nelle caserme dei nuclei di polizia giudiziaria, si parlava con un certo raccapriccio ma senza disapprovazione. Torture da cui venivano fuori sporadiche confessioni che erano poi regolarmente ritrattate davanti ai giudici; né c’erano mafiosi pentiti. Più proficua era la tecnica di investigazione escogitata, pare, da Mori; e consisteva nel convocare quei “galantuomini” che negli ultimi anni avevano subito grossi furti, prevalentemente di bestiame, ed erano poi riusciti non certo per intervento della polizia a riavere la roba che era stata a loro involata. Su questi fatti, le informazioni gli venivano soprattutto dai “campieri”, specie di guardie giurate del feudo che, prima in amicizia sia coi carabinieri che coi mafiosi, a quel punto avevano deciso di lasciar cadere i mafiosi e di tenersi ai carabinieri. Qualcosa di simile ai pentiti di oggi: e ne ebbero da Mori gratifiche, riconoscimenti e decorazioni al merito civico. Altra fonte d’informazioni erano i portieri degli stabili cittadini, che quasi per regolare precettazione erano tenuti a dare alla polizia notizie sugli inquilini.
    Convocati, dunque, i “galantuomini” che si sapeva avessero subito dei furti e poi ottenuta la restituzione, la polizia chiedeva loro a chi si erano rivolti per ottenere tanto. Non rispondevano volentieri, si capisce: ci voleva spesso un soggiorno di qualche ora o di qualche giorno in camera di sicurezza. Ma finivano col dirli, quei nomi: che erano a volte di “mediatori” (cosi li chiamava don Pietro Ulloa, procuratore del re del re borbone a Trapani: il primo ad aver dato una descrizione precisa della “fratellanza” mafiosa), di “amici degli amici”; a volte di capi veri e propri. Su questi nomi veniva poi agevole intessere la trama dei collegamenti, delle dipendenze e interdipendenze; ed anche delle rivalità, non meno probanti delle amicizie. C’erano anche allora le “cosche” tra loro nemiche: e quel mio racconto che s’intitola Western di cose nostre, che qualche anno fa ebbe lunga diluizione televisiva, ne è esempio veridico, storia vera.
    Furono i processi di allora, quasi tutti indiziari. Ma ricordando quel che se ne diceva, gli indizi andavano dritti come frecce al giusto bersaglio. In un paese in cui ci si conosce tutti, quelle imputazioni indiziarie che i processi sciorinavano erano già da prima certezze. E se ne parlava liberamente in famiglia e tra amici, ma con molta cautela fuori. Ed è comprensibile che qualcosa di simile oggi accada in una città come Palermo, ritagliabile in paesi e ciascuno in cui tutti si conoscono. Sulla soglia del giudizio, sul punto di dire la propria vera opinione, di esprimere la propria soddisfazione per gli arresti e i processi, il cittadino è assalito da un dubbio, da una paura: è davvero la volta buona, continuerà davvero questa lotta alla mafia fino a consegnarla, se non al definitivo annientamento, all’impotenza? Se dopo sessant’anni ci si ritrova allo stesso punto, e anzi peggio; se la mafia ha dato tal prova di vitalità da resistere alla volontà di annientarla di uno stato tirannico, è possibile ci rie
    sca invece lo stato democratico, con tutte quelle garanzie che offre alla libertà del cittadino e che non è difficile mutare in coefficienti d’impunità?


    Ma appunto questo è oggi il vantaggio (o meglio: il dato della speranza): che a muoversi contro la mafia è finalmente lo stato democratico, lo stato di diritto: e principalmente del diritto di non sopportare soprusi, angherie, diretti o indiretti sfruttamenti, torbide intrusioni della delinquenza associata nella cosa pubblica.


    Da www.radioradicale.it

  7. #27
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    Al maxiprocesso ho visto Don Chisciotte

    Di Sciascia Leonardo - 16 marzo 1986


    Al maxiprocesso ho visto Don Chisciotte

    di Leonardo Sciascia

    SOMMARIO. Ricorda che Manzoni segnalò, nella sua lettura in spagnolo del Don Chisciotte, la parola “mafia” (che però lui,Sciascia, non è mai riuscito a trovare nel capolavoro del Cervantes). Ricorda anche che Borges aveva scritto, parlando dell’Argentina, una frase sugli “uomini d’onore” che si attagliava perfettamente alla mafia siciliana. Dunque, nel “sentire” mafioso c’è qualcosa di spagnolo. Quel che oggi, dunque, i non siciliani colgono di sgradevole nei siciliani ha l’antica radice che Borges segnala e registra. Non si tratta di “connivenza”, ma di “un modo di essere”. Non per tutti i siciliani, comunque, perché la cultura ha saputo rimuovere certi comportamenti.

    (L’ESPRESSO, 16 marzo 1986)

    Manzoni lesse in spagnolo il Don Chisciotte; e quando si imbatteva in parole o espressioni ancor vive nel dialetto milanese, diligentemente le annotava. Ne fece poi un elenco, che diede a degli amici: e da loro ci è stato conservato. Nell’elenco è la parola “mafia”, non registrata dai dizionari della lingua spagnola e finora per me introvabile nel Don Chisciotte. L’ho cercata, nell’edizione Aguilar delle opere di Cervantes, in tutti i luoghi in cui pensavo potesse trovarsi; ho chiesto soccorso agli amici che molto meglio di me conoscono lo spagnolo e Cervantes. Inutilmente. Non mi resta che rileggere, dopo circa trent’anni, il libro dal principio alla fine; e prevedo con fatica, se il diletto di rileggerlo sarà insidiato e guastato dalla caccia a quella sola parola.
    Mi interessa ritrovarla, quella parola, non solo per liberarmi da un’ossessione, piccola quanto si vuole ma ossessione, ma anche per trovarvi rispondenza a un passo di Borges che mi è, per cosi dire, saltato agli occhi trovandolo isolato nel “Borges A/Z” recentemente pubblicato da Ricci: una specie di dizionario borgesiano curato da Gianni Guadalupi. Alla voce “argentino”, che Guadalupi trae dall’Evaristo Carriego, Borges dice di aver sempre pensato che l’Argentina fosse irrimediabilmente diversa dalla Spagna; ma ad un certo punto due righe del Don Chisciotte sono bastate a convincerlo di essere in errore. Le due righe sono queste: “… che nell’aldilà ciascuno se la veda col proprio peccato”, ma in questo mondo “non è bene che uomini d’onore si facciano giudici di altri uomini dai quali non hanno avuto alcun danno”.
    Credevo anch’io, come Borges, che nella mafia, nel “sentire mafioso”, nell’indifferenza della maggior parte dei siciliani di fronte alla mafia, non ci fosse nulla di spagnolo: ma questo passo di Borges, con dentro le due righe di Cervantes, mi ha convinto che sbagliavo. E poi la parola, la finora introvata parola registrata dal Manzoni. Voglio dire: quel che oggi, mentre si celebra il grande processo contro la mafia, i non siciliani colgono di sgradevole e di condannabile nei siciliani, ha questa antica radice: il non voler giudicare uomini da cui credono di non aver ricevuto alcun danno.
    Non tutti i siciliani, si capisce: poiché la cultura - quella vera in tanti è riuscita a rimuovere questo sentimento e atteggiamento. Ed è comprensibile che l’imbattervisi dia a un non siciliano impressione di connivenza, di complicità: mentre semplicemente si tratta di un “modo d’essere”. E tanto più negativa impressione, questo sentimento e atteggiamento, per il fatto che molti ne sostengono la validità col dire che dalla mafia e dai mafiosi non hanno avuto alcun danno diretto, personale; mentre certamente, inevitabilmente, tutti i siciliani ne hanno avuto danno indiretto e di enorme proporzione.


    E chiaro che non sto rifugiandomi nella letteratura per cercare alibi, ma come sempre per capire. Certo, ci sono altre ragioni che possono giustificare l’indifferenza e lo scetticismo dei siciliani, dei palermitani particolarmente, di fronte al grande processo: e non ultima quella che i commerci continuano ad essere taglieggiati come prima, forse peggio di prima. Ma, a chi sappia ben vedere il significato di questo processo, non è ragione per conferirgli poca importanza. Il processo è importante, e di effetti che si dispiegheranno nel tempo.



    Da www.radioradicale.it

  8. #28
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    Buscetta, la piuma e il piombo

    Di Sciascia Leonardo - 18 aprile 1986


    Buscetta, la piuma e il piombo

    di Leonardo Sciascia

    SOMMARIO. Commenta la deposizione che Buscetta sta facendo al processo. A suo avviso, Buscetta sembra solo desideroso di far presto e di “tornarsene negli Stati Uniti”. Sollecitato a fare nomi di uomini politici, non li fa. Dovrebbe essere chiaro, insomma, che quel che doveva dire, Buscetta lo ha detto in istruttoria, ed è “insensato” sperare che dica di più. Egli non è “l’angelo sterminatore della mafia”. Peraltro, nonostante tutto, egli (che si definisce “dissociato”, non “pentito”) si sente ancora uomo della mafia, la “mafia di una volta”. Sciascia riferisce di una battuta del testimone che spiega cosa significhi la mafia “di una volta”.

    (CORRIERE DELLA SERA, 18 aprile 1986)

    Buscetta parla con voce ferma, pacata. Quale che sia la domanda che gli si rivolge, non si innervosisce, a momenti sembra anzi divertirsene. Come quando l’avvocato di Greco gli domanda se ricorda di essere stato arrestato dalla guardia di finanza, il tale anno, il tale giorno, nelle acque di Crotone. “Che cosa vuol dire nelle acque?” domanda Buscetta: a mollo, sul bagnasciuga, su una barca? E poi, chiarito il senso della domanda, risponde che non nelle acque di Crotone era stato quel giorno arrestato, ma sulla terraferma di Taranto.
    Si sarà benissimo accorto, in questi giorni, di aver perduto la benevolenza della stampa: ma non sembra darsene pensiero. E presumibile che sia soltanto impaziente di liberarsi dell’incombenza che il processo di Palermo gli assegna e di tornarsene negli Stati Uniti dove, esaurito il suo ruolo di testimone d’accusa, spera di avere con altro nome e altro volto una sicura cittadinanza. Benissimo: sa pure che gli basterebbe fare il nome di un uomo politico, e preferibilmente democristiano, per riguadagnare al doppio il favore della stampa. Ma non lo fa. Anzi: se, quando il giudice gli domanda il nome dell’uomo politico che lui aveva detto di aver incontrato nell’atrio di un albergo romano insieme a Nino Salvo, risponde di non ricordare, alla stessa domanda fatta da un avvocato di parte civile risponde di non ricordare nemmeno l’incontro. E così la parte civile contribuisce a destituire di credibilità la testimonianza di Buscetta, che è l’operazione cui prevalentemente si dedicano gli avvocati della difesa.
    Dovrebbe esser chiaro, a tutti coloro che agiscono in questo processo, che tutto quello che era possibile spremere da Buscetta si trova negli atti istruttori: e per ragioni comprensibilissime, considerando la situazione ambientale e psicologica di un imputato o testimonio di fronte a un solo giudice, del tutto diversa da quella in cui viene a trovarsi nel processo dibattimentale. E non parliamo poi di quel che è sempre accaduto ai processi dibattimentali che hanno a che fare con la mafia, in cui regolarmente, tipicamente, le dichiarazioni rese in istruttoria subiscono una riduzione o negazione. Sperare che Buscetta dica qualcosa di più è alquanto insensato. Se mai qualcosa di meno: come di fatto accade.
    Invece che ironizzare sul “cantare” di Buscetta e sulle sue “stecche”, la stampa dovrebbe fare un po’ di autocritica sul fatto di aver creduto e di aver fatto credere che Buscetta fosse l’angelo sterminatore incombente sull’intera mafia siciliana e internazionale. Buscetta è semplicemente un uomo che ha visto intorno a sé cadere familiari ed amici, che sente in pericolo la sua vita, e vuole dalla parte della legge trovare vendetta e riparo. Con tutto quel che la stessa stampa gli propina sui letali pericoli che chi parla o è sul punto di parlare corre in Italia, e persino nelle carceri di massima sicurezza, è umanamente spiegabile che Buscetta tenda a non moltiplicare il numero dei suoi nemici, e specialmente di quei nemici che ancora “possono”. Che poi dai suoi ospiti americani abbia avuto ammonizione a non far nomi di politici italiani, ipotesi che si sente aleggiare tra coloro che seguono attivamente questo processo, è anche possibile: benché viene da pensare che almeno un nome, uno solo, in questo momento avrebbe fatto gioco a certa insofferenza della polizia americana nei riguardi dell’Italia.
    Peraltro la mentalità di Buscetta è perfettamente mafiosa: la sua alleanza con la legge non l’ha per nulla scalfita. Dalla parte della legge continua a fare quel che avrebbe fatto dentro una “famiglia” ancora capace di far qualcosa: restituisce i colpi ricevuti, si vendica. Ed è appunto perciò credibile in quel che rivela. Nella misura, insomma, per cui è incredibile non sappia certe altre cose, è credibile conosca bene e colpisca giusto nelle cose che afferma.
    Giustamente si dice “dissociato” e non “pentito”. Non è pentito di aver fatto parte della mafia, ne coltiva anzi l’ideologia, la nobiltà: della mafia s’intende di una volta. Che cosa poi fosse “mafia di una volta”, non si capisce bene. Non ammazzava giudici e carabinieri, non produceva e commerciava droga: va bene. Ma omicidi, taglieggiamenti, usurpazioni e soprusi, indubbiamente ne faceva. E c’è una impagabile battuta di Buscetta, in risposta all’avvocato che gli domanda di Sindona e di quel che era venuto a fare in Sicilia. Vale la pena trascrivere l’intera sequenza.
    Avvocato Maffei: “Si ricorda per quali canali avvenne l’incontro con Sindona e i suoi amici Bontade e Inzerillo?
    Buscetta: “Non ne parlammo mai… Bontade mi disse che Sindona era solo un pazzo… Non c’era niente da parlare.”
    Avvocato Maffei: “Ma Sindona parlò di una rivoluzione. Bontade non era preoccupato di essere custode di simili segreti?”
    Buscetta (ridendo): “I segreti di Sindona! Erano una piuma, in confronto ai segreti che aveva Bontade.”


    Una piuma, i segreti di Sindona. Si può immaginare di qual piombo fossero i segreti della vecchia, buona, nobile mafia, che Bontade custodiva.

    Da www.radioradicale.it

  9. #29
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    Ma la mafia non ha una sola cupola

    Di Sciascia Leonardo - 27 dicembre 1987


    Ma la mafia non ha una sola cupola

    di Leonardo Sciascia

    SOMMARIO. Dà un giudizio positivo sulla sentenza che ha assolto Liggio, per insufficienza di prove. E’ un sintomo buono, che indica “osservanza del diritto, della legge, della Costituzione”. Resta comunque dell’avviso che i maxiprocessi “mettano in pericolo l’amministrare giustizia”. L’impalcatura istruttoria del processo ha retto alle prove, non ha retto invece la “teoria della cupola”, detta altrimenti “teorema Buscetta”. La mafia non è fatto unitario, ma una sorta di “confederazione di mafie”, spesso in conflitto tra loro, e questo nonostante che Michele Greco venga definito il “papa” della mafia. Si tratta, al più, di un “papa” scismatico, di una mafia scismatica che oggi trova conveniente che “nelle patrie carceri vengano… ospitate… persone che, libere, sarebbe stata costretta ad eliminare”. Ne è riprova l’assassino di Antonino Ciulla appena uscito dal carcere dopo l’assoluzione.

    (CORRIERE DELLA SERA, 27 dicembre 1987)

    Confesso che dalla sola udienza del maxiprocesso cui ho assistito sono uscito con una impressione di sgomento. Era una delle giornate in cui Buscetta rispondeva alle domande degli avvocati; e tranne Buscetta, che con calma e precisione rispondeva, tutto era confusione. Fierissimi dubbi mi assalirono riguardo alla conduzione e all’andamento del processo; e mi pare di averne anche scritto su questo giornale. Ma quel che della sentenza mi è dato oggi conoscere cancella l’impressione di allora. La sentenza non mi pare frutto della confusione; vi si intravede anzi quell’osservanza del diritto, della legge, della Costituzione che i fanatici vorrebbero far cadere in desuetudine. E basti considerare l’assoluzione di Liggio, che a me pare fatto anche più importante della condanna di altri.
    Tutta la leggenda che intorno a questo personaggio si muove, tutte le attribuzioni di cui i giornali lo gratificano, tutti i gravi sospetti che lo toccano (e che anch’io condivido) non sono parsi alla corte sufficienti per pronunciare su di lui una condanna. Rassicurante decisione, per chi ancora è affezionato al diritto; e quasi assurge a segno del tabula rasa che i giudici han saputo fare dei pre giudizi esterni, piuttosto clamorosi e pressanti. Ciò riconoscendo, non recedo dall’opinione che i maxiprocessi mettano in pericolo l’amministrare giustizia, se della giustizia si ha idea.
    Che l’impalcatura istruttoria abbia sostanzialmente resistito al processo dibattimentale si può senz’altro dire, ma mi pare non abbia invece retto né poteva la teoria della “cupola”, altrimenti detta “teorema Buscetta”. Non ho mai creduto che la mafia fosse un fatto fortemente unitario e piramidale; e ritengo che il crederlo produca fuorviazioni, rischi, cedimenti a facili e momentanee soddisfazioni (come quelle che nei media si notano di fronte all’esito di questo processo).
    La mia opinione è stata sempre che la mafia è una confederazione di mafie: qualche volta in pace, qualche volta in accordo, spesso in conflitto. Conflitti che è da credere nascano appunto dalla volontà di prevaricare, di sconfinare, di sconvolgere l’equilibrio federativo per farne uno stato unitario e assolutistico (usiamo, si capisce, termini approssimativi).
    Il fatto che la sentenza riconosca Michele Greco come “papa” non vuol dire che non esistano altri papi, antipapi e papineri; e gli è toccato anzi la brutta sorte di essere, all’interno di quella mafia di cui lo si dice capo, “il papa” di un evento scismatico talmente nuovo e grave nella storia delle mafie, da trovarsi a dover affrontare una specie di oggettiva alleanza tra gli scismatici e le leggi dello stato. Fatto inaudito e si spera di nessun vantaggio, se non provvisorio, se non precario, per gli scismatici.
    Del qual vantaggio che sarà provvisorio e precario nella misura in cui i tutori della legge e l’opinione pubblica sapranno prenderne coscienza si può cercare di trovare una definizione breve e netta: la mafia scismatica ha scoperto a sé conveniente il fatto che nelle patrie carceri vengano più o meno lungamente ospitate tante di quelle persone che, libere, sarebbe stata costretta ad eliminare affrontando qualche spesa e qualche rischio. Di ciò è già stata segno l’eliminazione del “confidente” che aveva permesso la cattura di Michele Greco: atto che è stato generalmente valutato come una vendetta per conto del “papa” ed era invece da ascrivere a tentativo di aggravare la sua posizione giudiziaria. Ed oggi se ne ha la prova del nove nell’assassinio di Antonino Ciulla; la sera stessa dell’assoluzione, della scarcerazione. Che sarà stata anche una vendetta, ma soprattutto è da intendere come un dire alla corte che l’ha assolto: “Avete fatto bene per gli altri, avete sbagliato con lui.” E possono queste mie considerazioni (che non vogliono minimamente scalfire la validità e la giustezza del processo) apparire paradossali, ma ne affido la validità al tempo, e non lontanamente.



    Da www.radioradicale.it

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