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Discussione: da "Avvenire"

  1. #41
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    Citazione Originariamente Scritto da polemiko Visualizza Messaggio
    certo che la distinguo... tutte e due però guarda caso hanno il medesimo capo supremo in Terra... un capo che stranamente è primo rappresentante di una religione (la Chiesa Cattolica) che sopravvive... e nel contempo governa uno Stato (la Città del Vaticano) che tendenzialmente marcisce in quanto Stato...
    Marcio lo Stato del Vaticano? Ma se è l'unico Stato al mondo la cui cittadinanza è VOLONTARIA, totalmente sussidiario e libero...

    Facciamo un piccolo paragone tra come è amministrato il Vaticano e come è amministrato un qualsiasi altro gioiello di Stato moderno?
    Che so... pure Montecarlo va bene. Secondo voi quale Stato è più GIUSTO? Il Vaticano delle suore, dei preti e dei religiosi o il Montecarlo dei banchieri, degli yacht e del casinò?
    Io penso non di siano dubbi possibili.

  2. #42
    Super Troll
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    [QUOTE=di tutto ciò che non è Stato, che non è quindi imposto dall'alto, ma viene dal basso, dalla volontà dei singoli) è solo lo specchio della PAURA che si nutre nei confronti della persona umana. Che, lo ricordo di nuovo, PREESISTE a qualsiasi istituzione statale.[/QUOTE]
    non è paura,. .. è rottura di palle... perchè i poveri la chiesa li ha scoperti solo dopo marx... e perchè usa i poveri per farsi il patrimonio immobiloiare èiù grande del mondo con i soldi nostri....
    se i poveri li assistesse lo stato non ce ne sarbbero più.... come non ce ne sono e non ce ne erano dove non ci sono chiese ne religioni... ma solo veri uomini liberi...
    su questo forum è meglio non rispondere ai fessi!
    PURTROPPO GLI ITALIANI SI BEVONO QUALSIASI MINCHIATA, DA SEMPRE (CETTO LA QUALUNQUE)

  3. #43
    Agares
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    Citazione Originariamente Scritto da Razionalista Visualizza Messaggio
    Questa è fantastica!!!n Mi sto scompisciando. Rido per non piangere. Se non ti dispiace allora ti va bene se lo Stato si riprende quei 4 miliardi annui che regala alla Chiesa Cattolica?
    Lo stato non regala proprio nulla a nessuno. Semmai è il contribuente che sceglie di dare quei soldi alla chiesa cattolica. Potrebbe darli allo stato come potrebbe versarli per altri 100 mila motivi. Sta di fatto che è una sua libertà e quei soldi non sono dello stato, perchè quello stesso stato ha dato al contribuente il diritto di finanziare chi vuole. C'è pure chi li vuole lasciare allo stesso stato ma son questioni di scelte personali.

  4. #44
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    Il Vaticano di Marcinkus e dello IOR, di Michele Sindona e Andreotti...

  5. #45
    Super Troll
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    Citazione Originariamente Scritto da Agares Visualizza Messaggio
    Lo stato non regala proprio nulla a nessuno. Semmai è il contribuente che sceglie di dare quei soldi alla chiesa cattolica. Potrebbe darli allo stato come potrebbe versarli per altri 100 mila motivi. Sta di fatto che è una sua libertà e quei soldi non sono dello stato, perchè quello stesso stato ha dato al contribuente il diritto di finanziare chi vuole. C'è pure chi li vuole lasciare allo stesso stato ma son questioni di scelte personali.
    perchè continjui a dire bugie????
    non è cosi che funziona,.e ,lo sai benissimo
    su questo forum è meglio non rispondere ai fessi!
    PURTROPPO GLI ITALIANI SI BEVONO QUALSIASI MINCHIATA, DA SEMPRE (CETTO LA QUALUNQUE)

  6. #46
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    Citazione Originariamente Scritto da Agares Visualizza Messaggio
    Lo stato non regala proprio nulla a nessuno. Semmai è il contribuente che sceglie di dare quei soldi alla chiesa cattolica. Potrebbe darli allo stato come potrebbe versarli per altri 100 mila motivi. Sta di fatto che è una sua libertà e quei soldi non sono dello stato, perchè quello stesso stato ha dato al contribuente il diritto di finanziare chi vuole. C'è pure chi li vuole lasciare allo stesso stato ma son questioni di scelte personali.

    Questo è quello che ti fanno pensare.Anche se non firmi per nessuno gran parte dell'otto per mille va lo stesso alla Chiesa. Funziona un pò come le elezioni: la gente firma e poi la distribuzione percentuale delle firme vale per tutta la torta: è un idea di Tremonti anni '80 tanto per risollevare le casse della Chiesa. E quello vale solo un miliardo. Ci sono le esenzioni ICI e altre belle cosette.. adesso le cerco precise e le posto

  7. #47
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    http://www.repubblica.it/2007/09/sez...la-chiesa.html

    conti della Chiesa
    ecco quanto ci costa


    di CURZIO MALTESE
    "Quando sono arrivato alla Cei, nel 1986, si trovavano a malapena i soldi per pagare gli stipendi di quattro impiegati". Camillo Ruini non esagera. A metà anni Ottanta le finanze vaticane sono una scatola vuota e nera. Un anno dopo l'arrivo di Ruini alla Cei, soltanto il passaporto vaticano salva il presidente dello Ior, monsignor Paul Marcinkus, dall'arresto per il crack del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi. La crisi economica è la ragione per cui Giovanni Paolo II chiama a Roma il giovane vescovo di Reggio Emilia, allora noto alle cronache solo per aver celebrato il matrimonio di Flavia Franzoni e Romano Prodi, ma dotato di talento manageriale. Poche scelte si riveleranno più azzeccate. Nel "ventennio Ruini", segretario dall'86 e presidente dal '91, la Cei si è trasformata in una potenza economica, quindi mediatica e politica. In parallelo, il presidente dei vescovi ha assunto un ruolo centrale nel dibattito pubblico italiano e all'interno del Vaticano, come mai era avvenuto con i predecessori, fino a diventare il grande elettore di Benedetto XVI.
    Le ragioni dell'ascesa di Ruini sono legate all'intelligenza, alla ferrea volontà e alle straordinarie qualità di organizzatore del personaggio. Ma un'altra chiave per leggerne la parabola si chiama "otto per mille". Un fiume di soldi che comincia a fluire nelle casse della Cei dalla primavera del 1990, quando entra a regime il prelievo diretto sull'Irpef, e sfocia ormai nel mare di un miliardo di euro all'anno. Ruini ne è il dominus incontrastato. Tolte le spese automatiche come gli stipendi dei preti, è il presidente della conferenza episcopale, attraverso pochi fidati collaboratori, ad avere l'ultima parola su ogni singola spesa, dalla riparazione di una canonica alla costruzione di una missione in Africa agli investimenti immobiliari e finanziari.




    Dall'otto per mille, la voce più nota, parte l'inchiesta di Repubblica sul costo della chiesa cattolica per gli italiani. Il calcolo non è semplice, oltre che poco di moda. Assai meno di moda delle furenti diatribe sul costo della politica. Il "prezzo della casta" è ormai calcolato in quattro miliardi di euro all'anno. "Una mezza finanziaria" per "far mangiare il ceto politico". "L'equivalente di un Ponte sullo Stretto o di un Mose all'anno".

    Alla cifra dello scandalo, sbattuta in copertina da Il Mondo e altri giornali, sulla scia di La Casta di Rizzo e Stella e Il costo della democrazia di Salvi e Villone, si arriva sommando gli stipendi di 150 mila eletti dal popolo, dai parlamentari europei all'ultimo consigliere di comunità montane, più i compensi dei quasi trecentomila consulenti, le spese per il funzionamento dei ministeri, le pensioni dei politici, i rimborsi elettorali, i finanziamenti ai giornali di partito, le auto blu e altri privilegi, compresi buvette e barbiere di Montecitorio.

    Per la par condicio bisognerebbe adottare al "costo della Chiesa" la stessa larghezza di vedute. Ma si arriverebbe a cifre faraoniche quanto approssimative, del genere strombazzato nei libelli e in certi siti anticlericali.

    Con più prudenza e realismo si può stabilire che la Chiesa cattolica costa in ogni caso ai contribuenti italiani almeno quanto il ceto politico. Oltre quattro miliardi di euro all'anno, tra finanziamenti diretti dello Stato e degli enti locali e mancato gettito fiscale. La prima voce comprende il miliardo di euro dell'otto per mille, i 650 milioni per gli stipendi dei 22 mila insegnanti dell'ora di religione ("Un vecchio relitto concordatario che sarebbe da abolire", nell'opinione dello scrittore cattolico Vittorio Messori), altri 700 milioni versati da Stato ed enti locali per le convenzioni su scuola e sanità. Poi c'è la voce variabile dei finanziamenti ai Grandi Eventi, dal Giubileo (3500 miliardi di lire) all'ultimo raduno di Loreto (2,5 milioni di euro), per una media annua, nell'ultimo decennio, di 250 milioni. A questi due miliardi 600 milioni di contributi diretti alla Chiesa occorre aggiungere il cumulo di vantaggi fiscali concessi al Vaticano, oggi al centro di un'inchiesta dell'Unione Europea per "aiuti di Stato". L'elenco è immenso, nazionale e locale. Sempre con prudenza si può valutare in una forbice fra 400 ai 700 milioni il mancato incasso per l'Ici (stime "non di mercato" dell'associazione dei Comuni), in 500 milioni le esenzioni da Irap, Ires e altre imposte, in altri 600 milioni l'elusione fiscale legalizzata del mondo del turismo cattolico, che gestisce ogni anno da e per l'Italia un flusso di quaranta milioni di visitatori e pellegrini. Il totale supera i quattro miliardi all'anno, dunque una mezza finanziaria, un Ponte sullo Stretto o un Mose all'anno, più qualche decina di milioni.

    La Chiesa cattolica, non eletta dal popolo e non sottoposta a vincoli democratici, costa agli italiani come il sistema politico. Soltanto agli italiani, almeno in queste dimensioni. Non ai francesi, agli spagnoli, ai tedeschi, agli americani, che pure pagano come noi il "costo della democrazia", magari con migliori risultati.

    Si può obiettare che gli italiani sono più contenti di dare i soldi ai preti che non ai politici, infatti se ne lamentano assai meno. In parte perché forse non lo sanno. Il meccanismo dell'otto per mille sull'Irpef, studiato a metà anni Ottanta da un fiscalista all'epoca "di sinistra" come Giulio Tremonti, consulente del governo Craxi, assegna alla Chiesa cattolica anche le donazioni non espresse, su base percentuale. Il 60 per cento dei contribuenti lascia in bianco la voce "otto per mille" ma grazie al 35 per cento che indica "Chiesa cattolica" fra le scelte ammesse (le altre sono Stato, Valdesi, Avventisti, Assemblee di Dio, Ebrei e Luterani), la Cei si accaparra quasi il 90 per cento del totale. Una mostruosità giuridica la definì già nell'84 sul Sole 24 Ore lo storico Piero Bellini.

    Ma pur considerando il meccanismo "facilitante" dell'otto per mille, rimane diffusa la convinzione che i soldi alla Chiesa siano ben destinati, con un ampio "ritorno sociale". Una mezza finanziaria, d'accordo, ma utile a ripagare il prezioso lavoro svolto dai sacerdoti sul territorio, la fatica quotidiana delle parrocchie nel tappare le falle sempre più evidenti del welfare, senza contare l'impegno nel Terzo Mondo. Tutti argomenti veri. Ma "quanto" veri?

    Fare i conti in tasca al Vaticano è impresa disperata. Ma per capire dove finiscono i soldi degli italiani sarà pur lecito citare come fonte insospettabile la stessa Cei e il suo bilancio annuo sull'otto per mille. Su cinque euro versati dai contribuenti, la conferenza dei vescovi dichiara di spenderne uno per interventi di carità in Italia e all'estero (rispettivamente 12 e 8 per cento del totale). Gli altri quattro euro servono all'autofinanziamento. Prelevato il 35 per cento del totale per pagare gli stipendi ai circa 39 mila sacerdoti italiani, rimane ogni anno mezzo miliardo di euro che il vertice Cei distribuisce all'interno della Chiesa a suo insindacabile parere e senza alcun serio controllo, sotto voci generiche come "esigenze di culto", "spese di catechesi", attività finanziarie e immobiliari. Senza contare l'altro paradosso: se al "voto" dell'otto per mille fosse applicato il quorum della metà, la Chiesa non vedrebbe mai un euro.

    Nella cultura cattolica, in misura ben maggiore che nelle timidissime culture liberali e di sinistra, è in corso da anni un coraggioso, doloroso e censuratissimo dibattito sul "come" le gerarchie vaticane usano il danaro dell'otto per mille "per troncare e sopire il dissenso nella Chiesa". Una delle testimonianze migliori è il pamphlet "Chiesa padrona" di Roberto Beretta, scrittore e giornalista dell'Avvenire, il quotidiano dei vescovi. Al capitolo "L'altra faccia dell'otto per mille", Beretta osserva: "Chi gestisce i danari dell'otto per mille ha conquistato un enorme potere, che pure ha importantissimi risvolti ecclesiali e teologici". Continua: "Quale vescovo per esempio - sapendo che poi dovrà ricorrere alla Cei per i soldi necessari a sistemare un seminario o a riparare la cattedrale - alzerà mai la mano in assemblea generale per contestare le posizioni della presidenza?". "E infatti - conclude l'autore - i soli che in Italia si permettono di parlare schiettamente sono alcuni dei vescovi emeriti, ovvero quelli ormai in pensione, che non hanno più niente da perdere...".

    A scorrere i resoconti dei convegni culturali e le pagine di "Chiesa padrona", rifiutato in blocco dall'editoria cattolica e non pervenuto nelle librerie religiose, si capisce che la critica al "dirigismo" e all'uso "ideologico" dell'otto per mille non è affatto nell'universo dei credenti. Non mancano naturalmente i "vescovi in pensione", da Carlo Maria Martini, ormai esiliato volontario a Gerusalemme, a Giuseppe Casale, ex arcivescovo di Foggia, che descrive così il nuovo corso: "I vescovi non parlano più, aspettano l'input dai vertici... Quando fanno le nomine vescovili consultano tutti, laici, preti, monsignori, e poi fanno quello che vogliono loro, cioè chiunque salvo il nome che è stato indicato". Il già citato Vittorio Messori ha lamentato più volte "il dirigismo", "il centralismo" e "lo strapotere raggiunto dalla burocrazia nella Chiesa". Alfredo Carlo Moro, giurista e fratello di Aldo, in uno degli ultimi interventi pubblici ha lanciato una sofferta accusa: "Assistiamo ormai a una carenza gravissima di discussione nella Chiesa, a un impressionante e clamoroso silenzio; delle riunioni della Cei si sa solo ciò che dichiara in principio il presidente; i teologi parlano solo quando sono perfettamente in linea, altrimenti tacciono".

    La Chiesa di vent'anni fa, quella in cui Camillo Ruini comincia la sua scalata, non ha i soldi per pagare gli impiegati della Cei, con le finanze scosse dagli scandali e svuotate dal sostegno a Solidarnosc. La cultura cattolica si sente derisa dall'egemonia di sinistra, ignorata dai giornali laici, espulsa dall'universo edonista delle tv commerciali, perfino ridotta in minoranza nella Rai riformata. Eppure è una Chiesa ancora viva, anzi vitalissima. Tanto pluralista da ospitare nel suo seno mille voci, dai teologi della liberazione agli ultra tradizionalisti seguaci di monsignor Lefebrve. Capace di riconoscere movimenti di massa, come Comunione e Liberazione, e di "scoprire" l'antimafia, con le omelie del cardinale Pappalardo, il lavoro di don Puglisi a Brancaccio, l'impegno di don Italo Calabrò contro la 'ndrangheta.
    Dopo vent'anni di "cura Ruini" la Chiesa all'apparenza scoppia di salute. È assai più ricca e potente e ascoltata a Palazzo, governa l'agenda dei media e influisce sull'intero quadro politico, da An a Rifondazione, non più soltanto su uno. Nelle apparizioni televisive il clero è secondo soltanto al ceto politico. Si vantano folle oceaniche ai raduni cattolici, la moltiplicazione dei santi e dei santuari, i record di audience delle fiction di tema religioso. Le voci di dissenso sono sparite. Eppure le chiese e le sagrestie si svuotano, la crisi di vocazioni ha ridotto in vent'anni i preti da 60 a 39 mila, i sacramenti religiosi come il matrimonio e il battesimo sono in diminuzione.

    Il clero è vittima dell'illusoria equazione mediatica "visibilità uguale consenso", come il suo gemello separato, il ceto politico. Nella vita reale rischia d'inverarsi la terribile profezia lanciata trent'anni fa da un teologo progressista: "La Chiesa sta divenendo per molti l'ostacolo principale alla fede. Non riescono più a vedere in essa altro che l'ambizione umana del potere, il piccolo teatro di uomini che, con la loro pretesa di amministrare il cristianesimo ufficiale, sembrano per lo più ostacolare il vero spirito del cristianesimo". Quel teologo si chiamava Joseph Ratzinger.

    (Hanno collaborato Carlo Pontesilli e Maurizio Turco)


    (28 settembre 2007)

  8. #48
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    Citazione Originariamente Scritto da Razionalista Visualizza Messaggio
    Ma che c..o dici? Pretino guarda che le esenzioni ICI e l'otto per mille gonfiato oltre ai professori di religione e altre menate varie vengono fatte con soldi statali!!! IO LI RIVOGLIO INDIETRO CON GLI INTERESSI!!!!

    Pensa anche all'Istituto Opere Religiose.. se l'idea di religione è quel marciume lì sono contento dopo la cresima di essermene andato... d'altronde a qualcosa serve pure lo spirito santo.. Io sono stato otto anni dalle suore all'asilo e alle elementari: ho alsciato tanto affetto per alcune, paura per altre ma adesso mi accorgo che molte sono anche stronze. Non possono certo mancare le lesbiche e quelle che non sono caste ma questo non mi fa pensare che sarebbero meno caritatevoli..la Chiesa invece le caccerebbe se la cosa fosse pubblica per questa o quella (non che una ricettacolo di omosessualità come la Chiesa si meravigli di ciò)

    Lasciando stare la sbrodolata di luoghi comuni e inesattezze che sciorini, ma spiegami un pò: sei sicuro che TU hai il diritto di parlare per lo Stato italiano? Dovìè sto Stato italiano, ripeto, che secondo te è proprietario del mio lavoro, della mia casa e persino (pare) della mia persona?
    Di nuovo: io ho scelto di essere cattolico e di sostenere la Chiesa, ma non ho affatto scelto di sostenere lo Stato italiano. Eppure devo conviverci.
    E vabbè, lo faccio pure (perché riconosco l'intrinseca ineluttabilità di questa cosa). Ma è evidente che allora lo Stato deve trattarmi come una PERSONA, libera e con dei diritti inalienabili. Tra i quali PRETENDO che ci siano quelli religiosi, visto e considerato che la Chiesa PREESISTE allo Stato.

  9. #49
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    Nessuno vuole impedire la pratica religiosa di nessuno (anche se su questo non tutti siamo d'accordo dato che molti imbecilli vogliono impedire la costruzione di moschee) a me basterebbe che non mi chiedessero soldi per andare avanti e che non siano la sola religione ad averli quantomeno

  10. #50
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    Citazione Originariamente Scritto da UgoDePayens Visualizza Messaggio
    Oggi su Avvenire:


    SUOR EUGENIA E LE CONSORELLE
    COME UNA MADRE HA RISCATTO DELLE PROSTITUTE
    MARINA CORRADI
    Eugenia Bonetti è una suora di 70 an*ni. Come missionaria della Consola*ta ha passato 23 anni in Kenya. Poi è tor*nata in Italia. Una sera del giorno dei Morti, diversi anni fa, stava andando a Messa, quando l’ha fermata per strada u*na ragazza nigeriana. «Madre, voglio par*larle », fa la ragazza. «Vieni in chiesa con me, dopo mi racconti», risponde la suo*ra – con quell’attitudine dei missionari a non stupirsi mai della faccia di chi li fer*ma per strada, e nemmeno dei vestiti che indossa. La sconosciuta era una prosti*tuta portata in Italia come altre migliaia, per forza o per disperazione. Però, an*nientata dal suo “lavoro” di comprata e venduta, voleva liberarsi, e smettere.
    È così che una piccola minuta suora lom*barda allora verso la sessantina – l’età in cui gli altri vanno in pensione – comin*cia a mettere su una rete di 110 case di ac*coglienza gestite da suore di vari ordini, sotto la direzione dell’Unione supe*riori maggiori italia*ne. In dieci anni, da quando un articolo della legge sull’im*migrazione consen*te a chi denuncia i propri sfruttatori un permesso di sog*giorno per il reinse*rimento, nelle case e nei conventi di suor Eugenia sono passa*te cinquemila ragaz*ze (come racconta il servizio nelle pagine interne) e in otto su dieci hanno trovato un lavoro, o hanno scelto di tornare in patria. Alcune, che erano incinte, il figlio se lo sono tenute – è bastato avere una faccia amica accanto. Migliaia di rume*ne, moldave, africane, venute qui a sedi*ci anni a battere un marciapiedi, educa*te a una ferrea obbedienza dall’omicidio di qualche compagna trovata ammazza*ta di botte in una roggia, hanno rico*minciato a vivere grazie a suor Eugenia e alle sue compagne. Ma, lo conoscevate il volto di quella suora, e il suo nome?
    La cosa singolare è che in un mondo in cui si diventa famosi anche per una pa*rolaccia detta in tv, donne così siano, al grande pubblico, quasi sconosciute. Una foresta che cresce non fa rumore, è pro*prio vero: migliaia di donne liberate dai loro “padroni” possono passare inosser*vate, come una notizia banale. Ma qual*cosa affascina nell’operare di queste donne vestite di nero o di grigio, come invisibili, oppure viste solo nell’immagi*ne stereotipata di chi le giudica delle mo*raliste, delle bacchettone, creature fuori dal tempo anacronisticamente soprav*vissute nella modernità. Ciò che meravi*glia è il loro fare pienamente concreto – concrete tanto da sapere accogliere e e*ducare delle ragazze che pochi vorreb*bero in casa; ma senza slogan, senza al*cun rumore, senza alcun proclama me*diatico. Un fare ostinato e invisibile, con*tro a un visibilissimo, assordante quoti*diano rumore.
    Sembra la cifra, questo lavorio silenzio*so, di un approccio alla realtà che chia*meremmo profondamente femminile, e pazienza se qualcuno se ne scandaliz*zerà. Un’attenzione concreta alla perso*na che si ha davanti: semplicemente a quella, che sia figlio, alunno, paziente, o una poveretta importata dall’Est come u*na cosa. Un’accoglienza all’altro che è poi declinazione in forme diverse di un’atti*tudine materna – altra espressione oggi*giorno politicamente scorretta. Il lavoro oscuro delle sorelle invisibili di suor Eu*genia come di migliaia di altre, negli asi*li, negli ospizi, con gli extracomunitari, è una maternità - più forte ancora di quel*la carnale, giacché è più difficile amare un vecchio o una ragazza della strada, che tuo figlio. Una maternità, e questo spie*ga perché il mondo non se ne accorge. Ma anche perché, nel silenzio dei titoli, lo stesso mondo ne viene trasformato profondamente, alla radice, in ogni fac*cia accolta e amata.

    http://edicola.avvenire.it/ee/avveni...Setup=avvenire

    Nessun commento mi viene se non un sospiro...

    Soltanto grazie a queste suore!

 

 
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