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  1. #101
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    Predefinito Rif: Senza verità, niente risorgimento

    Citazione Originariamente Scritto da Venedig Visualizza Messaggio
    E' vero! In Mein Kampf Hitler parla di una necessità di unificazione del popolo tedesco dalla Baviera al Baltico e critica il partito autonomista bavarese
    Anzi a volerla dire tutta a fare la secessiun nel 1919 furono i gommunisti di Baviera con la repubblica autonoma dei consigli* bavaresi.
    Poi vabbeh, una masnada di Freikorps han fatto cambiare loro idea...








    *intesi come cellule comuniste nelle unità aggregative sociali, fabbrica , stato et similia.
    Ultima modifica di Miles; 11-04-10 alle 10:37
    Preferisco di no.

  2. #102
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    Lightbulb Rif: Senza verità, niente risorgimento

    Il centralismo può piacere solo: a) a chi comanda; b) a chi prova gusto a fare il servo.
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  3. #103
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    Predefinito Rif: Senza verità, niente risorgimento

    Citazione Originariamente Scritto da DuxLupus Visualizza Messaggio
    E medioevo e rinascimento?
    ....arieccoci. Lo sapevo.

    Ho perso letteralmente il mio tempo a scrivere tutto quel post. Ho ribadito per quasi 100 righe un concetto fondamentale che evidentemente non si riesce o si vuole accettare.

    La storia degli eventi accaduti in un determinato luogo (la semplice succesione cronologica) NON può essere utilizzata come "Storia nazionale" : questo perchè per "Storia nazionale" si intende l'insieme degli eventi attraversati da una comunità unita politicamente e culturalmente (comunità nazionale, per l'appunto) e che quindi reagisce in modo più o meno unitario a fronte degli eventi.

    l'Italia però NON era una nazione. Non lo è mai stata prima del 1861. Quindi i popoli che ebitavano la penisola NON formavano alcuna comunità nazionale, dal momento che militavano in differenti eserciti, sotto differenti bandiere e parlavano differenti lingue.

    L' " identità nazionale italiana" non esisteva. Poteva esistere , semmai, una vaga ed indistinta "identità italiana" (notare che ho tolto il "nazionale"), legata più che altro al mondo dell'arte e associata a certe aree della penisola (mi riferisco in questo al Rinascimento). Questa però non è fondamento sufficiente per una identità etnica, in primis, e tantomeno per un'identità politica.
    Si parla di cose profondamente diverse.

    La storiografia post-1861 per giustificare l'unità politica appena raggiunta (e traballante) ha voluto dare un significato politico unitario ad eventi che (pur nell loro valore) NON avevano alcun significato politico unitario. Un'intepretazione in chiave unitaria di eventi storici NON è un modo cristallino di scrivere la storia, bensì è il risultato di una agenda politica da rispettare : che si rispetta soffermandosi su certi eventi rispetto ad altri. Che evidenzia certe cose anzichè altre. Che interpreta un evento in una certa luce piuttosto che l'incontrario ; e che dopo aver fatto tale sapiente selezione di eventi (o per meglio dire frammenti) procede ad un'opera di "dilatazione" storiografica dell'utile a svantaggio dell'utile, tramite mille strumenti diversi.
    Una volta poi che un'intera generazione di storici(a tutti i livelli) è formata in una certa ottica.....continuerà a perpetuarla nella generazioni successive. I mole correnti diverse , sì ma sempre non molto lontano dalla matrice di fondo.

    Signori miei, una storiografia non si crea nello spazio di un solo giorno. E' frutto di una mentalità che si forma nello spazio di generazioni.


    Mi duole vedere come mi si è risposto cadendo PROPRIO nell'errore che io nel mio post originario avevo messo in guardia dal fare ! Eccolo il paradosso. Non dico altro.


    P.s. = con il medioevo andiamo più vicini a qualcosa che potremmo chiamare identità nazionale : la Lega dei comuni. Solo che si cade su 2 punti. In primis si tratta di sviluppo dell'identità civica più che nazionale (ma in fondo potremmo vedere l'emergere di un'identità civica come il seme germinale di una posteriore e più grande identità politica). In secundis, ben più grave, tale emergere di coscienza autonoma rispetto ad un occupante, riguarda le regioni del SETTENTRIONE ! Non tutta la penisola. Quindi prima di attribuire alla lega dei comuni un significato di unità ed indipendenza nazionale......riflettiamo un pochino. La sollevazione armata ed organizzata del settentrione hasignificato SI' una presa di coscienza collettiva, ma limitata geograficamente (per l'appunto) ad una parte di quella che noi chiamiamo Italia. Questo è oggettivo.
    Se si cerca poi di estendere questo emergere identitario a TUTTA la penisola, lì siamo fuori dalla storia oggettiva e siamo nel campo dell'interpretazione.
    Giusto per chiarirlo.

    Si potrebbe, certo, attribuire l'insorgere del fenomeno proprio a nord della valpadana per ragioni circostanziali e che quindi l'evento in sè benchè confinato ad una parte del paese vale, idealente, per l'INTERO paese. Ma questo si basa sull'assunto che l'Italia è omogenea etnicamente : cosa che NESSUNO è riuscito a dimostrare.


    Il regno d'Italia venne creato già dai longobardi.
    I Longobardi hanno fondato il Regno Longobardo (Longobardia mayor e minor).

    Che poi ha assuto la denominazione di "Regno di Italia" nei secoli successivi alla fine dei Longobardi stessi : come entità (formale) federata all'impero Carolingio prima e al Sacro Romano impero dopo.

    Entità puramente formale (nessun abitante del luogo si sarebbe qualificato come "suddito italiano") per indicare lo spazio a sud delle alpi nella suddivisione amministrativa carolingia o imperiale , che, tra l'altro, non andava più a sud che il centro-nord dell'attuale stato italiano.



    A parte la Francia quale altro stato attuale sarebbe la diretta emanazione di un regno romano-barbarico?La Spagna subì per secoli l'occupazione islamica, la Germania fu unificata solo dalla Prussia (regioni dal forte sostrato slavo), poi?
    Francia, Spagna (la cui unità si deve ai territori mai conquistati e la cui orgine risaliva ancora a visigoti), e Gran Bretagna.

    Sono i maggiori stati dell'occident Europeo.....ti basta ?

    Ps. = mi piace il caso Prussiano. Eh, in fondo anche lo stato italiano è stato unificato dal regno Sabaudo che ha un forte sostrato transalpino/cisalpino rispetto alla mediterranea penisola. C'è una affinità elettiva. Ma il caso tedesco merita un posto a parte (....).



    Infatti la latinità ridotta in ambito nazionale rappresenta una parziale degenerazione dell'idea stessa.

    Vabbeh. Entriamo in campo di idee molto grande. Vediamo cosa ne pensano gli altri, ok ?

    ATTENZIONE : si richiedono opinioni da tutti a proposito di quest'ultima affermazione.




    L'eredità dell'Impero Romano non la tirarono in ballo i risorgimentalisti, ma è un tema che ha accompagnato tutta la storia della penisola dal medioevo fino all'unità(da Ottone di Frisinga, che chiamava i lombardi romani, passando per Dante e Petrarca fino arrivare alle soglie dell'unità d'Italia
    Significa semplicemente che talmente famoso da essere stato strumentalizzato da più di UN attore politico nel corso della storia. Il fatto che i Longobardi venissero chiamati "romani" denota efficacemente la misura in cui il termine stesso avesse perso qualsiasi significato che non fosse quello di dominio del territorio e conquista.

    fossero arrivati i cinesi ed avessero invaso il paese, sarebbero stati chiamati "romani" o "espressione della "romanità" anche loro




    Atto predatorio?Guarda che se i Savoia poterono acquisire quei territori fu perchè in quei territori c'era almeno una parte della classe dirigente che dibatteva della necessità di unire politicamente da almeno un'ottantina d'anni.
    stiamo attorno all' 1,5-2,5 %

    (stando alla definizione di classe dirigente degli esperti di sociologia storica).


    Se quella dei Savoia fosse stata veramente una guerra di conquista anziché di liberazione non sarebbero stati accolti a braccia aperte, e anche al nord si sarebbe assistito ad insorgenze simili a quelle meridionali.
    Non ho idea di CHI sia stato accolto a braccia aperte. GARIBALDI forse ? Che si presenta con qualche migliaio di camicie rosse in veste di liberatore proto-socialista ? Probabile.

    I 100'000-150'000 militari in uniforme blu sabaudo invece hanno ingaggiato una vera e propria GUERRA interna contro la resistenza meridionale durata svariati anni (ma a generazioni di studenti l'hanno insegnata sotto il nome di "brigantaggio meridionale")




    L'Italia, soprattutto il centronord, è il paese per eccellenza dei campanili, ma si dovessero seguire questo genere di velleità bisognerebbe creare una miriade di piccoli stati, perchè se l'italiana è un'identità fittizia, lo è anche quella Lombarda, Piemontese o Emiliana.
    Nah. Le identità nazionali pre unitarie non erano così frammentate. Ed erano più tradizionali dello stato italiano successivo.


    La Francia iniziò il processo di unificazione statale solo a partire dal 1200, prima d'allora la monarchia era soltanto nominale e il regno era costituito da tutta una serie di feudi anche culturalmente piuttosto diversi tra loro, basta pensare alla differenza tra lingua d'oc e lingua d'oil
    Diciamo che il processo di unità è durato molto tempo, ma in ogni caso l'unità politica (dei confini, grossomodo) c'è dai tempi di Carlo Magno.

    FRANCIA = 800 D.C.

    ITALIA = 1861

    Ecco il confronto.


    Nel Rinascimento fu creata la Lega Italica che includeva tutti gli stati della penisola; sempre nella stessa epoca il papato rappresentava il fulcro della vita politica italiana, il papa infatti in quel periodo fu quasi sempre italiano e il collegio dei cardinali altro non era che l'espressione delle aristocrazie dei vari stati italiani; senza scordare che alla morte dell'ultimo Visconti rischiò di succedere alla guida del ducato milanese il re di Napoli, ciò avrebbe portato all'unificazione politica di buona parte della penisola 400 anni prima del Risorgimento.
    Ipotesi da dimostrare. Una ad una.

    A Torino il Papa contava reltivamente poco in ogni caso. Non sopravvalutiamo il Papa e la Chiesa. notate come proprio dalle terre savoiarde abbiano dato il benservito allo stato pontificio e all'influenza cattolica nel nuovo stato italiano (prova del fattoc he l'unità savoiarda del 1861 non p stata fatto in accodo ocn la Chiesa e che quindi non segue alcuna linea di continuità con alcun tentativo storico di unire la penisola nei secoli passati : lo stato italiano unitario NON è frutto di un qualche processo storico che vede coinvolte le forze cattoliche e della tradizione autoctona-italica nell'obbiettivo spirituale comune. Quanto una semplice estensione dei confini di una monarchia cisalpina e semi-francofona a finid potenza).



    Così come un abitante della Val Brembana ti avrebbe risposto ''Bergamasco'' e un brianzolo ''Milanese'', nessuno dei due avrebbe risposto ''Lombardo'', ''Veneto'' o ''Padano''.
    no no no. Non cambiare le carte in tavola.

    Ho menzionato (per me stesso) una nazionalità/identità che era ben precisa e non campanilistica.

  4. #104
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    Predefinito Rif: Senza verità, niente risorgimento

    Citazione Originariamente Scritto da Giò91 Visualizza Messaggio
    Ah una piccola precisazione della moderazione, giusto per chiarire: in questo forum le istanze federaliste e/o regionaliste possono benissimo trovare il loro posto. In questo forum non è ammesso però alcun sentimento anti-italiano nè tanto meno secessionista.
    Possono scrivere tutti dicendo la loro - incluso Mc Queen - ma non si esca da questi binari. Altrimenti, sappiate che le conseguenze sono quelle già note a tutti.

    Precisare prego. Cosa si intende per "anti italiano" ?

    Essere contro gli "italiani" in quanto etnia che si suppone unitaria ? Essere genericamente malevoli contro i popoli che abitano entro i confini dell'attuale stato italiano ? Essere contro lo STATO italiano ? Essere contro lo stato UNITARIO italiano (presente o quello del 1861) ?? Essere contro la nazione ? Negare che sia una nazione ? Concepire forme di stato alternative all'attuale ?

    spiegarsi meglio.
    Ultima modifica di Mc Queen; 11-04-10 alle 19:09

  5. #105
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    Predefinito Rif: Senza verità, niente risorgimento

    Citazione Originariamente Scritto da Mc Queen Visualizza Messaggio
    Precisare prego. Cosa si intende per "anti italiano" ?

    Essere contro gli "italiani" in quanto etnia che si suppone unitaria ? Essere genericamente malevoli contro i popoli che abitano entro i confini dell'attuale stato italiano ? Essere contro lo STATO italiano ? Essere contro lo stato UNITARIO italiano (presente o quello del 1861) ?? Essere contro la nazione ? Negare che sia una nazione ? Concepire forme di stato alternative all'attuale ?

    spiegarsi meglio.
    Che cos'è 'anti-italiano' lo decidiamo noi :sofico:
    In linea di massima, è passibile di censura - in quanto provocazione - l'insistere spasmodicamente e ossessivamente sulla presunta inesistenza di una nazione italiana secondo qualsiasi tipo di criterio (spirituale, culturale, etnico, razziale, linguistico, politico, ecc.).

  6. #106
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    Predefinito Rif: Senza verità, niente risorgimento

    Citazione Originariamente Scritto da Giò91 Visualizza Messaggio
    Che cos'è 'anti-italiano' lo decidiamo noi :sofico:
    lo supponevo.


    In linea di massima, è passibile di censura - in quanto provocazione - l'insistere spasmodicamente e ossessivamente sulla presunta inesistenza di una nazione italiana secondo qualsiasi tipo di criterio (spirituale, culturale, etnico, razziale, linguistico, politico, ecc.).
    Interessante. Sembra una legge ad personam ("ad utente" :sofico.

    Quindi anche se fosse mai avvalorata l'inesistenza di nazione italiana secondo tutti i canoni disponibili contemporaneamente (spirituale, culturale, etnico, razziale, linguistico, politico etc.) , sarebbe comunque inappropriato ed indelicato farlo presente qui su DR ? hefico:

    Ok. Nel caso dovesse uscire una mappa genetica dove si nota la distanza tra italiani della val padana e del mezzogiorno, vorrà dire che non la posterò attribuendole un significato anti-unitario. Assolutamente. Anzi, non dirò nulla e lascerò gli utenti a scervellarsi sul PERCHE' quella dannata "macchia" di campioni libanesi è tanto vicina ai campioni del mezzogiorno :sofico:hefico:
    Ultima modifica di Mc Queen; 11-04-10 alle 19:26

  7. #107
    SMF
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    Predefinito Rif: Senza verità, niente risorgimento

    Citazione Originariamente Scritto da Mc Queen Visualizza Messaggio
    lo supponevo.




    Interessante. Sembra una legge ad personam ("ad utente" :sofico.

    Quindi anche se fosse mai avvalorata l'inesistenza di nazione italiana secondo tutti i canoni disponibili contemporaneamente (spirituale, culturale, etnico, razziale, linguistico, politico etc.) , sarebbe comunque inappropriato ed indelicato farlo presente qui su DR ? hefico:

    Ok. Nel caso dovesse uscire una mappa genetica dove si nota la distanza tra italiani della val padana e del mezzogiorno, vorrà dire che non la posterò attribuendole un significato anti-unitario. Assolutamente. Anzi, non dirò nulla e lascerò gli utenti a scervellarsi sul PERCHE' quella dannata "macchia" di campioni libanesi è tanto vicina ai campioni del mezzogiorno :sofico:hefico:
    Mc Queen, fai poco lo spiritoso e ricorda che qua sei un 'ospite'. E' già tanto che - visti i precedenti - ti sia data la possibilità di scrivere. Adeguati e fai il bravo.
    Ultima modifica di Giò; 11-04-10 alle 19:28

  8. #108
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    Predefinito Rif: Senza verità, niente risorgimento

    L'ITALIA ERA GIÀ UNITA TREMILA ANNI FA

    di Claudio Finzi

    C'è una mostra a Roma al Museo preistorico ed etnografico Luigi Pigorini, che merita di essere visitata, se non altro per il suo carattere implicitamente polemico. Salite agli ampi scaloni e leggete titolo e sottotitolo: Prima Italia – l'arte italica del I millennio avanti Cristo. Problemi e polemiche incominciano già qui. E non solo fra i visitatori; non vanno d'accordo neppure gli organizzatori.

    Prima Italia ricorda curiosamente la denominazione che il puro folle della fantarcheologia francese, Robert Charroux, aveva attribuito a quella che comunemente chiamiamo preistoria: primaistoria. Un caso fortuito, certamente, ma pur sempre divertente. Il sottotitolo poi è un concentrato di provocazioni.

    Altro che l'ennesima mostra riguardante le cose bella, ma lontanissime, una disquisizione per immagini sui risultati archeologico-estetici di quanto è stato recuperato delle residue testimonianze artistiche prodotte sulla penisola italiana fra il 1000 avanti Cristo e la fine dello stesso millennio. Altro che eruditi discorsi; qui si è nel pieno del dibattito sollevato a suo tempo da Carlo Alienello, sul significato dell'unità italiana; siamo nel cuore di quanto si è appena discusso proprio in questi stessi giorni durante il nono incontro romano organizzato dalla Fondazione Gioacchino Volpe, intitolato «Cultura e nazione negli anni Ottanta», al quale, non a caso, hanno partecipato in prima fila antichisti come Giuliano Bonfante e Mario Attilio Levi.

    Insomma, di fronte a tutti coloro che a destra e a sinistra indifferentemente, negli ultimi decenni hanno sostenuto e sostengono che l'Italia del 1861 è una mera finzione giuridica, che ha sostituito l'espressione geografica del Metternich, si presentano gli archeologi guidati da Massimo Pallottino ad affermare che invece quest'Italia non è una mera finzione giuridica, non solo non è una mera espressione geografica, ma è al contrario una solida realtà vecchia di ben tremila anni. Il che non è poco; è potrebbe spiegare perché questo strambo Paese riesce a sopravvivere arrancando tra le ferite della seconda guerra mondiale, le lacerazioni della guerra civile che ci si ostina a tenere aperte, una ripartizione regionale assurda è irreale che non ha nulla a che vedere né con la geografia né con la storia né con l'economia.

    Né è un caso che si sia giunti a organizzare una mostra come questa. Poco importa il motivo occasionale, cioè una richiesta belga di mostra italiana in occasione del centocinquantesimo anniversario del regno del Belgio. Importa invece che alla richiesta di un'ennesima rassegna di arte etrusca Massimo Pallottino, nella sua qualità di presidente dell'Istituto di studi etruschi e italici, abbia risposto con la controfferta di una esposizione dedicata a tutta l'Italia preromana, quella appunto che da Bruxelles oggi è giunta a Roma in attesa di trasferirsi ad Atene per celebrare l'ingresso della Grecia nella comunità economica europea.

    Sembra dunque che ci sia resi finalmente conto dell'esistenza di un qualcosa in antico, che non è l'Italia romana, ma che non è neppure l'Italia etrusca con la quale l'Italia non romana finora era stata identificata. Tutte le regioni italiane vengono riportate in primo piano, non tanto in contrapposizione ad un'Italia etrusca prima e romana poi, bensì in quanto elementi costitutivi di un organismo anteriore, che nell'Italia romana sarà poi inserito e trasfuso, senza peraltro perdere la propria individualità e le caratteristiche peculiari di ogni stirpe e di ogni zona. In altre parole la mostra vuole presentare quella unità nel molteplice, che secondo quanto ha detto all'incontro della Fondazione Gioacchino Volpe il filosofo Marino Gentile, è la vera essenza della nazione, intesa in senso non giacobino, cioè livellatore e astrattamente unificatore.

    Ma… i ma e i problemi sono numerosi. Il primo è dato dalla massiccia presenza degli etruscologi. Oltre il prof. Pallottino i tre principali artefici sarebbero tutti etruscologi, e fin troppi degli oggetti esposti sono etruschi o di area etrusca. All'obiezione, che circola tanto tra i visitatori quanto tra gli organizzatori, lo stesso Pallottino risponde vivacemente che le cose non stanno così. I quattro, egli stesso compreso, «non sono etruscologi, bensì studiosi delle culture e civiltà dell'Italia preromana. Come d'altronde indicano anche i titoli delle loro cattedre universitarie». Né vi sono troppi etruschi alla mostra; tutta l'Italia è rappresentata, anche quella settentrionale. Restano fuori in parte le isole, le quali peraltro allora erano di fatto fuori in massima parte dal contesto italiano.

    D'altra opinione Sebastiano Tusa, archeologo che ha partecipato in prima fila all'organizzazione. Siciliano, non può accettare la scarsa presenza della sua isola nel contesto dell'esposizione; si sente posto in un canto; in senso storico-archeologico, dagli etruschi e dagli etruscologi.

    Altra grande assente, ma in modo più curioso, la Sardegna. E questo ci sembra inspiegabile, soprattutto dopo la scoperta di Monti Pramma, dove sono venute in luce numerose statue a grandezza maggiore del naturale risalenti (secondo il catalogo; ma perché curiosamente la schedatura di pezzi protostorici è stata affidata a un classicista?) al VII secolo a.C.

    L'altro punto dibattuto è il carattere della mostra, impostata per temi e non per culture o cronologie, così da essere, forse, non facilmente comprensibile da un pubblico totalmente profano. «Il problema non è qui, nella mostra», ci dice ancora Sebastiano Tusa, «bensì a monte. Dobbiamo e possiamo discutere se è ancora il caso di fare mostre come questa, a carattere storico-artistico, ma una volta accettato il principio la critica interna diviene inutile e sterile». D'altronde, questo è forse il modo più facile per colpire il pubblico. Ed è anche il terreno dove più facilmente riscontriamo un'effettiva comunanza tra popolazioni diversissime, come furono quelle dell'Italia preromana, fra le quali proprio le sollecitazioni artistiche ed estetiche venute dal di fuori spinsero artigiani, ceramisti e bronzisti, verso una unificazione parziale delle forme. E per quanto si voglia concedere agli altri elementi della vita umana, anche la categoria del bello esiste e non può essere cancellata.

    Ma non è l'unico terreno d'incontro. Nell'Italia del primo millennio convivevano lingue indoeuropee e lingue non indoeuropee; eppure «tra tutte esiste, almeno a partire dal VI secolo avanti Cristo» ci dice un glottologo come Giuliano Bonfante, che ha già visitato due volte la mostra e la definisce bellissima «una certa concordanza è assonanza. Si pensi al diffondersi della scrittura, mezzo potentissimo di unificazione. Ma anche i lessici si influenzano con un continuo scambio di elementi e parole, che investe tutto il complesso delle lingue parlate in Italia tanto indoeuropee quanto non indoeuropee».

    L'Italia sembra esistere quanto meno da 25 secoli. Aveva dunque ragione Dante quando, accomunando pietosamente vincitori e vinti, scriveva «di questa umile Italia fia salute/per cui morir la vergine Camilla/Eurialo e Turno e Niso di ferute».

    Non a caso uno degli elementi di forza di questa unione contrastata e contrastante fra le stirpi preromane è data dal culto di Ercole, diffuso quasi ovunque come testimoniano le centinaia di statuine bronzee raffiguranti l'eroe, ritrovate in tutte le regioni italiane. Una viene persino da Posada, sulla costa orientale della Sardegna. E con gli eroi e le loro tradizioni si mischiano le fedi religiose, i riti, le costumane e le consuetudini. Grazie anche agli stimoli esterni, fortissimi nel campo artistico già in età arcaica ma non assenti negli altri settori della vita umana; stimoli che non viaggiano soltanto con gli oggetti, ma sono portati da uomini che dall'VIII secolo e VII secolo dal Levante e anche dal lontano oriente e che lasciano traccia in qualche residuo onomastico o in qualche corredo tombale. Forse qualcuno giunse direttamente fin dai lontani paesi mesopotamici della scrittura cuneiforme.

    Questa Italia, questa civiltà italica così composita non fu cancellata dagli influssi esterni, che la stimolarono, ma non la uccisero né la livellarono. Non avvenne allora quella «razionalizzazione» della cultura e dello stesso paesaggio, denunciata all'incontro della Fondazione Volpe da Rosario Assunto per le epoche più recenti. Più tardi ancora Roma diede un diritto e una lingua comuni, ma non cancellò la natura delle popolazioni della penisola, che conservarono culti e religioni, abitudini e dialetti, benché un certo sincretismo e una certa pagina generale divenissero operanti. Fu un giusto equilibrio, riconoscibile anche attraverso alcune manifestazioni peculiari della cosiddetta arte provinciale.

    Ma la prova migliore del fatto che Roma non abbia sradicato le popolazioni italiche è data dal ricomparire nell'alto medioevo e anche più tardi di forme artistiche tipiche dell'astrattismo e del geometrismo preellenistico e preromano. «Ci sono consonanze impressionanti (è l'opinione di Umberto Broccoli, ispettore medievalista alla soprintendenza archeologica di Ostia antica) fra l'arte italica e l'arte medievale di quasi ogni parte d'Italia, con poche e rare eccezioni. Conosco direttamente per studio la Lunigiana, il Lazio, l'Abruzzo; ovunque dopo l'età romana riappare il geometrico e l'astratto delle età più antiche. Direi quasi che esistono consonanze fra il guerriero di Capestrano, il celebre capolavoro della protostoria abruzzese, e i rilievi sempre abruzzesi, di San Pietro ad Oratorio.».

    Insomma, Sabini, Peligni, Marsi, Peuceti, Dauni, Nuragici, Veneti, non sono mai morti e riappaiono nel medioevo, quando possiamo quasi dire nel Lazio ritornano anche i Latini, non più Romani in senso imperiale, ma popolazione italica fra popolazioni italiche.

    Il problema è che queste nuove angolazioni non divengano motivo di rivendicazioni particolaristiche vera e propria negazione della coesistenza in quello che fu lo stato romano. Il rischio è meno improbabile di quanto non possa apparire. E se quasi 150 anni fa il Canina usava le scoperte in Etruria per motivi campanilistici antinapoletani, oggi il pericolo è di voler ritrovare non già una Prima Italia (e per Giuliano Bonfante l'aggettivo prima rischia che si pensi a una seconda e così via, rompendo l'unità storica), bensì per frantumare l'Italia attuale in una miriade di particelle. Per passare insomma da una Italia dalle regioni ritagliate illuministicamente su una assurda carta pseudostorica e pseudogeografica a una Italia a pezzetti storicamente altrettanto illegittima. In qualche regione l'archeologia è già stata usata come arma per la politica attuale. Con risultati che se risibili non sono per questo meno pericolosi.

    Da «il Settimanale», a. VIII, n. 17, 28 aprile 1981.
    furono i riti italici ad entrare in grecia, e non viceversa.

    Platone, "libro delle leggi"

  9. #109
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    Predefinito Rif: Senza verità, niente risorgimento

    Citazione Originariamente Scritto da Kremator Visualizza Messaggio
    Il centralismo può piacere solo: a) a chi comanda; b) a chi prova gusto a fare il servo.
    Se tu pensi che col federalismo cessi la divisione di ruoli e condizionano chi comanda e chi obbedisce, stai fresco.
    Anzi, il federalismo porta ad una capillarizzazione delle poltrone che toglie anche i pochi aspetti positivi per chi "subisce" il potere (es. l'unitarietà della condotta, riferimento certo a livello normativo, ecc.)
    Preferisco di no.

  10. #110
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    Predefinito Rif: Senza verità, niente risorgimento

    L'ITALIA È UNA, PAROLA D'ARCHEOLOGO

    di Giovanni Pettinato

    Alla base dell'esposizione di Rimini si trova un progetto scientifico espositivo di ampio orizzonte, volto a una riflessione nuova sulle origini dell'Italia, che si può esprimere nella seguente domanda: esistono effettivamente un fondo etnico comune, un linguaggio, uno stile che mettono in comunicazione sin dall'antichità le pur diverse etnie e culture italiche e quale significato civile ebbe il progetto di conquista romana?

    È innegabile l'attualità del tema scelto: sono infatti ben note non soltanto le spinte autonomistiche delle diverse regioni di cui è composta l'Italia, non necessariamente ingiustificate, sul piano amministrativo, ma anche addirittura le proposte di vera e propria spartizione del territorio in più Stati confederati. Certo l'esposizione, non perseguendo intenti di natura politica, non vuole ovviamente rispondere a quesiti che non abbiano una ragion d'essere di carattere eminentemente scientifico, eppure baste percorrere l'itinerario offertoci dagli organizzatori per comprendere come, probabilmente, il problema posto da parte di alcuni nostri politici sia in gran parte inesistente. L'Italia, infatti, fin dal suo sorgere sia stata caratterizzata dalla complessità sia etnica che culturale delle differenti popolazioni che vi abitavano: ciò non ha impedito comunque – e l'aver messo in risalto questo aspetto è uno dei risultati maggiori della presente esposizione – che si riconosce una unità di fondo da parte di tutti i popoli coinvolti, al punto da accettare senza eccessivi patemi d'animo la coagulazione finale che si avrà sotto l'egida di Roma. Proprio savi recenti, infatti, hanno sottolineato la capacità di ogni popolazione italica di sviluppare i suoi tratti caratteristici, sia culturali che linguistici, pur nell'accettazione fondamentale di una struttura sovranazionale, da cui, è importante porre in risalto, non furono mai schiacciati.

    Ma che cosa si intende per «Antiche genti d'Italia»?

    La scelta degli organizzatori, che ha escluso dalla presente mostra gli Etruschi, i Celti della Gallia Cisalpina e tutta la Magna Grecia, ci fa comprendere che questa è dedicata alle popolazioni autoctone dello stivale italiano, già al periodo di Augusto chiamato Italia. Con questo non si vuole minimamente rifiutare l'altissimo apporto culturale delle tre civiltà escluse dalla mostra, ma solo riconoscere la loro estraneità al movimento culturale indigeno. È importante però sottolineare che le culture escluse, cui bisogna aggiungere per lo meno il potente fenomeno delle colonie fenicie, poterono entrare in rapporto con quella italica proprio perché quest'ultima aveva preso coscienza della sua unità. Così come si esprime a questo riguardo Sabatino Moscati nella premessa al Catalogo dell'esposizione: «A fronte degli apporti esterni alla formazione della civiltà storica in Italia, non meno rilevanti sono le componenti interne della penisola e delle isole, cioè le genti che si incontrarono con i colonizzatori stranieri e, in feconda simbiosi con essi, concorsero allo straordinario mosaico dell'Italia preromana. Appare chiaro, più volte, il fenomeno per cui le genti italiche emergono alla luce della storia per la sollecitazione straniera, specie greca, in seguito a una complessa reazione e interazione. Note ai Romani, e quindi a noi, soprattutto mediante il nome dei popoli, quelle genti si distribuiscono nelle varie regioni che, pur attraverso alternazioni marginali, hanno sostanzialmente conservato la loro identità attraverso i secoli. Spesso, anzi, i nomi dei popoli e delle regioni coincidono; sicché sotto l'uno e l'altro aspetto essi vanno considerati nella coscienza della continua dialettica etnico-culturale».

    Se si confrontano i nomi delle attuali regioni dello Stato italiano con la divisione in undici regioni operata da Augusto nel 41 a.C. ci si accorge che ben poco è cambiato da un punto di vista della nomenclatura in questi due millenni di storia. Si ritrovano infatti attestati i nomi di Campania, prima regione, Apulia e Calabria, seconda regione, Bruzio e Lucania, terza regione, Sannio, quarta regione, Piceno, quinta, sesta è l'Umbria, settima l'Etruria, ottava l'Emilia, nona la Liguria, decima Venezia-Istria, undicesima ed ultima la Transpadania: sotto queste denominazioni si nasconde un territorio che va dall'estrema punta dello stivale in Calabria siano alle Alpi al nord, ad esclusione delle isole e della Valle d'Aosta che saranno inglobate solamente in un secondo momento. Si tratta del territorio che Plinio il Vecchio nel libro terzo della Naturalis Historia, alla fine della descrizione geo-storica della penisola, così definisce: «Questa è l'Italia sacra agli dèi; queste le città dove vive la sua popolazione. E per di più l'Italia – terra che, sotto il consolato di Lucio Emilio Paolo e Gaio Attilio Regolo, all'annunzio della rivolta della Gallia, da sola, senza alcun aiuto straniero e, a quel tempo, ancor priva della Transpadania, mise in armi 80000 cavalieri e 700000 fanti – per abbondanza di minerali di ogni genere non è seconda a nessuna terra».

    Ci sentiamo di condividere appieno le parole del grande ammiraglio romano morto durante l'eruzione del Vesuvio che seppellì Pompei, non tanto per il tono in verità un poco enfatico, simile a molti altri, e meno sentiti, adagi noti alla cultura popolare, quanto piuttosto perché da essi traspare uno degli elementi caratterizzanti la civiltà italica, e cioè il rapporto strettissimo di tutte le culture in un crogiolo che già nei primi decenni del I secolo d.C., quando lo scrittore romano compose l'opera, era avvertito come un tutto unico inscindibile e perciò stesso invincibile. Non è certo un caso che l'alleanza di popolazioni che tra il 90 e l'88 a.C. si oppose in armi al dominio di Roma, prendendo sede a Corfinio denominò se stessa «Lega Italica», legittimando ed elevando a potenza politica quel nome che alcuni decenni dopo sarebbe divenuto la denominazione ufficiale del cuore dell'Impero Romano.

    Eppure gli inizi di tale denominazione, così fortunata, sono legati a un piccolissimo territorio e affondano le radici, come spesso per nomi di tale importanza, in un racconto mitico. Con essa infatti era in antico designata la parte liminare più meridionale dell'attuale Calabria, dove sarebbe approdato un eroe greco, Italo appunto, che creò proprio in quel luogo la prima colonia. Solo a poco a poco il nome si estese a tutta l'attuale Italia progredendo per gradi nell'arco di almeno 500 anni di storia, fino a giungere alla sua accettazione da parte di Augusto e dei suoi storici posteriori. Siamo, come si è detto, in ambito mitico. Gli studiosi però, pur accettando il fatto che la denominazione fosse ristretta a quel piccolo territorio, ritengono più valida l'ipotesi che tale nome sia da rapportare a vituli, «vitelli», in quanto una lunga serie di denominazioni geografiche dei popoli italici è di ultima derivazione dall'ambito faunistico (per esempio i Piceni dalla parola picus, che rappresenta un uccello).

    La mostra è didatticamente ben strutturata in quanto evidenzia nelle sue tre sezioni, sia le caratteristiche peculiari delle varie etnie che quei tratti che possono essere considerati comuni a tutte queste popolazioni; l'ordinamento è di tipo geografico e segue un itinerario che va da sud a nord. Nella prima sezione si mettono in risalto i tratti peculiari delle culture che parteciparono della civiltà italica – sui abbozza qui un quadro forzatamente parziale dei molti risultati scientifici che la mostra offrirà all'attenzione del visitatore, ponendo in modo precipuo la nostra attenzione appunto sui caratteri peculiari delle differenti culture. Si comincia dalla Calabria, abitata nell'antichità dai Bruzi; proprio scavi recenti condotti nella necropoli indigena di Francavilla Marittima e nell'insediamento fortificato di Castiglione di Paludi ci hanno rivelato una civiltà con un evidente delimitazione sia culturale che geografica; si tratta di una cultura venuta a contatto con quella greca e in un certo qual senso da questa soprafatta, ma assolutamente non annientata. Sui Lucani poi si stanno scoprendo gli abitati montani, tra cui, tipico, è quello di Serra di Vaglio; soprattutto dallo scavo delle necropoli emerge una produzione artigianale e artistica tra cui vanno segnalati, a partire dal V secolo a.C., oggetti di bronzo, in parte di carattere bellico e in parte domestico, e terracotte elaborate per decorazioni e per recipienti che rivelano una vena popolaresca e una vivacità coloristica fortemente autonoma. Sempre per quel che concerne questa regione molto interessanti si stanno rivelando gli scavi condotti nell'area meridionale della regione, che stanno mettendo in evidenza ogni giorno di più il ruolo culturale che giocò il popolo degli Enotri. Un altro aspetto interessante, poi, è l'espansione dei Lucani verso il Tirreno, attestato dalla conquista di Paestum e dalle splendide pitture funerarie rinvenute a centinaia nelle necropoli di quella città: se si ricorda la presenza sempre a Paestum di testimonianze etrusche, allora diviene evidente il convergere dell'iniziale influenza greca con i tratti peculiari delle culture indigene. In Puglia erano stanziati i Messapi, vera rivelazione degli ultimi tempi con le centinaia di iscrizioni riportate alla luce nella grotta marina di Roca Vecchia; dagli scavi di Arpi poi è emerso un insediamento la cui cinta esterna si estendeva per tredici chilometri. L'area geografica ed etnica dell'Italia meridionale si conclude con la Campania, quel territorio cioè che nel V e IV secolo a.C. indicava la porzione dipendente da Capua, l'ager campanus. Proprio da Capua provengono le più significative manifestazioni di un'antica civiltà autonoma, che trova le sue maggiori attestazioni nelle sculture in tufo, le ben note "madri" rappresentate come figure femminili che sorreggono in braccio uno o più bambini in fasce. Proprio la Campania, lo abbiamo già rilevato più su parlando di Paestum, è una terra di convergenza e d'incontro tra le genti più diverse oltre ai Lucani e agli Etruschi, infatti, vanno ricordati i Greci, gli Osci e i Romani.

    Nell'Italia centrale l'Abruzzo e il Molise coincidono con l'antico Sannio e la loro popolazione con i Sanniti, che opposero una veemente resistenza all'avanzata romana; l'omogeneità del grande Sannio è rivelata dagli insediamenti montani fortificati riemersi grazie alle ricerche archeologiche degli ultimi anni, soprattutto Monte Vairano presso Campobasso, e dalle necropoli che hanno restituito dei veri e propri tesori di statuaria, il prototipo dei quali è il celebre guerriero di Capestrano, come pure i ricchissimi bronzi dalle armi agli ornamenti come le tipiche catenelle di Alfedena. Ecco la descrizione che il De Franciscis fa della statua del guerriero di pietra: «È una scultura relativamente grande, alta poco più di 2 metri, in pietra tenera locale, con notevoli tracce di colorazione rossa È una figura maschile stante, armata. Poggia su una base. Ai piedi ha dei sandali; da un cinturone che gira intorno alla vita pende una specie di gonnellino bordato di una fascia decorata a meandro. Sul torace un disco, che potremmo chiamare un giustacuore, che dei legacci uniscono a un disco uguale al centro delle spalle. Sul petto sono disposte le armi: da un lato la spada e il pugnale sovrapposti, con decorazione di figurine di animali a bassorilievo, dall'altro l'ascia. Alle braccia dei ringrossi interpretati come armille: una a destra e due a sinistra, di cui l'inferiore ha dei pendagli a forma di lama di scure. Gli avambracci sono ripiegati sul petto e sulla vita. Al collo è un monile costituito da una collana con un pendaglio. La testa è presentata con una certa schematicità che mostra di non essere naturale, e siccome il volto è orlato da un ringrosso, si è pensato a una maschera; così le orecchia accartocciate sarebbero dei paraocchi. Uno strano copricapo si incastra su un perno al centro della testa; è a falda larghissima, nella parte inferiore con centri concentrici graffiti e dipinti; la parte superiore rappresenta una cresta di penne. Ai lati della figura due pilastrini la limitano giungendo fino alle ascelle, e sulle due facce esterne sono incise due lance». Nel Lazio la peculiare civiltà della regione è espressa dall'Osteria dell'Osa, ma sullo stesso Palatino è emerso un villaggio di antiche capanne databile all'VIII sec. a.C. Passando alla Toscana bisogna sottolineare che la regione moderna presenta dei confini differenti da quelli antichi, anche se tutta l'area è permeata dalla civiltà etrusca. L'Umbria poi, il cui nome è legato agli Ombri, già celebri per le "Tavole di Gubbio", ha recentemente manifestato la sua funzione di raccordo e di interscambio tra culture diverse, dimostrando di meritare la sua definizione di "cuore d'Italia". La rassegna dell'Italia centrale si conclude con le Marche, corrispondenti orientativamente al Piceno della ripartizione augustea, e con l'Emilia, che abbraccia l'area delimitata da Rimini, dal Po e dall'Appennino.

    Nel nord dell'Italia un'attenzione particolare è dedicata ai Veneti ad oriente ed ai liguri ad occidente, mentre la Transpadania, ultima regione acquisita da Augusto, nella quale è da ritrovare il territorio dell'attuale Lombardia, presenta dei caratteri difficilmente conciliabili con le culture delle genti italiche. Del resto non va dimenticato che lo stesso nome odierno è di derivazione alto-medievale; piuttosto una rilevanza hanno città come Como, Bergamo e Forum Licinii, tre famose città orobiche, che secondo alcuni sarebbero state fondate dai Celti.

    In conclusione, è proprio Sabatino Moscati che nella sua pregnante premessa individua i tratti peculiari e fondamentali che concorrono a determinare quell'idea unitaria di civiltà italica, idea con la quale abbiamo voluto iniziare questo contributo e che, lo ripetiamo, è alla base delle motivazioni dell'esposizione stessa. Essi vanno dalle cosiddetta "civiltà di abitato" all'edilizia religiosa, alle necropoli, vere e proprie protagoniste del territorio, e alla cosiddetta "civiltà di circondario", per non parlare poi della "civiltà delle strade", della "civiltà di montagna" e non da ultimo della "civiltà delle acque", sia marittime che fluviali e lagunari. Un'altra costante messa in luce dal Moscati è l'unità artistica dimostrata soprattutto dalla statuaria in pietra, ma anche dalla plastica in terracotta prevalentemente figurata. Ci piace concludere questa necessariamente parziale presentazione della mostra con le parole iniziali della premessa del Moscati: «Le scoperte archeologiche degli anni recenti gettano nuova e viva luce sulla storia e la cultura d'Italia prima della conquista di Roma: accrescono e integrano le conoscenze, modificano le opinioni correnti, aprono problemi significativi e talora inattesi. Da un capo all'altro del nostro Paese le genti che abitarono la penisola nella più antica fase della storia riemergono attraverso testimonianze che possono essere talvolta varie e difformi, ma che sono pure consistenti, evidenti, legate a tratti da significativi raccordi». Potrà sembrare enfatico, ma certo corrispondono a una realtà fortemente radicata nella cultura dell'Italia le significative parole pronunziate da Augusto nelle sue Res Gestae, allorché disse: «Iuravit tota Italia in me verba». Con queste parole infatti egli dimostrava di aver compreso l'unità culturale e storico-geografica del territorio italiano.

    Da «Il Sole 24 ore», domenica 13 marzo 1994, p. 25 – n. 70
    furono i riti italici ad entrare in grecia, e non viceversa.

    Platone, "libro delle leggi"

 

 
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