E' giunto il momento di cambiare pagina Servono infrastrutture, un "federalismo intelligente", una Banca del Sud
Il programma del PdL per la Calabria
Elaborato dai Repubblicani e condiviso da tutta la coalizione.
Per la Calabria ed il Sud occorre una svolta: cambiare pagina. Parliamo del Sud, non del Mezzogiorno: termine legato ad un passato che, seppure ha prodotto qualche risultato, ha perso ogni carattere identificativo. Parliamo di Sud e non di aree sottoutilizzate, come sono indicate le nostre "terre" nel linguaggio burocratico dei documenti governativi. Calabria e Sud: due riferimenti diretti, capaci, tuttavia, di definire non solo una zona dell'Italia, ma un insieme di esperienze, di culture, di aspettative e volontà di cambiamento. Le parole nascondono sempre un significato più profondo. Non nascono per caso, ma sono il prodotto di ciò che si vuole evocare, il risultato di una storia e di un protagonismo per troppi anni ignorato e spesso mortificato.
Non c'è solo l'orgoglio del Nord. Che si manifesta in un movimento politico, non a caso, legato al Popolo della libertà. Il Sud può esprimere una passione civile altrettanto prorompente. Basta ritrovare la fiducia in noi stessi, la consapevolezza della nostra storia, ed il lucido ricordo di quello che è stato il contributo reso dalla nostra "terra" allo sviluppo complessivo dell'Italia. Il miracolo economico italiano è stato costruito grazie al sacrificio di migliaia di emigrati meridionali, che hanno abbandonato le loro case, affrontato le difficoltà di un lungo viaggio verso le grandi cattedrali industriali dell'hinterland lombardo o piemontese.
Quando diciamo che occorre cambiare pagina, ricordiamo tutto questo ed anche una mancanza di gratitudine che ferisce più dello stato di abbandono in cui la politica nazionale ci ha condannato. Non aspetteremo oltre. Vogliamo essere partecipi del nostro sviluppo e del nostro riscatto. In nome di quello che abbiamo dato e non abbiamo ricevuto. Allo Stato centrale chiediamo di fare quello che lo Stato federale tedesco ha fatto e sta facendo per consolidare la sua unità nazionale. Si parla troppo e male dei trasferimenti di risorse. Nulla si dice, invece, di un impegno che, se parametrato sugli standard europei appare del tutto inadeguato. Lo ribadiamo non per assumere un atteggiamento questuante, ma per rispettare la verità storica e sfatare il mito che il Sud costituisca una palla al piede di cui sarebbe il caso di liberarsi.
Ai concittadini del Nord, che pure hanno motivo di lamentarsi delle inadempienze della macchina burocratica dello Stato centrale, diciamo che la battaglia è comune. Dobbiamo cambiare pagina. E farlo insieme per dare all'Italia una prospettiva di sviluppo e di benessere collettivo. Non è un sermone elettorale. Il mondo sta cambiando di fronte ai nostri occhi, con una rapidità che spesso non riusciamo a percepire. Mondi lontani, fino a ieri condannati al sottosviluppo, sono divenuti oggi il motore della crescita e dello sviluppo. Il Sud del Pianeta non è più la patria dei "dannati della Terra", come scriveva qualche anno fa una grande intellettuale magrebino, ma un cantiere aperto dove emancipazione e riscatto sociale sono divenuti la leva potente per la ricerca di un benessere collettivo. Noi vogliamo fare altrettanto.
Infrastrutture innanzitutto. Questo è il primo obiettivo che ci poniamo. Infrastrutture materiali ed immateriali: le grandi autostrade della modernità. Quindi formazione, conoscenza, comunicazione. Le grandi tecnologie che segnano la nostra epoca. Se mancano, ogni discorso sulla centralità del mercato – il cardine di una cultura liberale – diventa un'astrazione. Se le vie di comunicazione sono insufficienti, se strade ed autostrade sono inadeguate, se le grandi infrastrutture ferroviarie sono carenti, ogni scambio, non solo materiale, diventa più difficile se non impossibile. Gli spazi di libertà effettiva si riducono. L'economia regredisce verso forme di autoconsumo, cresce il peso della rendita e dell'inefficienza che falcidia i salari e comprime i diritti di cittadinanza. La disponibilità di infrastrutture, in un mondo che cambia ai ritmi di cui abbiamo parlato, è il primo requisito per non essere tagliati fuori dalle correnti del progresso e della nuova civiltà.
La realizzazione del Ponte sullo Stretto ed il potenziamento delle autostrade, a partire dalla Reggio Calabria – Salerno, rappresentano, pertanto, il primo capitolo del nostro impegno. E quando parliamo di impegno non lo riteniamo circoscritto alla sola sfera politica. E' necessario un movimento di popolo che sappia far comprendere anche ai nostri avversari, che quelle proposte stanno avversando, quanto sia importante rompere l'accerchiamento che deriva dai ritardi e dalle inadempienze nella loro realizzazione. Non possiamo essere da meno rispetto alla stessa burocrazia europea che queste opere sollecita per completare quei grandi corridoi che vogliono dare all'intero Continente le interconnessioni indispensabili. Sono i presupposti materiali su cui costruire una nuova identità. E caratterizzare una presenza europea in grado di competere e collaborare, alla pari, con le altre grandi democrazie occidentali. Gli Stati Uniti, innanzitutto.
Ma questo non basta. Queste grandi infrastrutture devono essere completate da un reticolo di interventi, capaci di unificare tutto il territorio calabrese. A partire da ferrovie in grado di garantire, a basso costo d'esercizio, la movimentazione di massa: sia che si tratti di merci che di persone. Gioia Tauro è già divenuto il terminale, l'hub, del nuovo commercio Nord – Sud. Per quella che fu una geniale intuizione imprenditoriale che riuscì a riconvertire l'errore del V centro siderurgico in una brillante realtà passano oggi le merci provenienti dalle grandi fabbriche dei nuovi paesi industrializzati. Occorre sfruttare, fino in fondo, queste potenzialità, cosa che il Governo Prodi non ha fatto. E far divenire la Calabria una delle basi logistiche del nuovo commercio internazionale. E' un'occasione straordinaria. Nel ‘400 la Repubblica Senerissima – la Venezia dei Dogi – fu la più grande potenza dell'Occidente. Aveva il monopolio degli scambi. Poi la scoperta delle Americhe cambiò le direttrici dello sviluppo. Oggi il pendolo sembra tornare al punto di partenza, riaprendo le antiche "vie della seta" per la Cina. Per le quali, tuttavia, non passano solo spezie e prodotti esotici; ma beni industriali da convogliare verso il resto dell'Europa. La Calabria può divenire il cuore di questo processo. L'importante è credere nel progetto e lottare affinché esso si realizzi.
Non vogliamo delegare ad altri questo compito. Spetta soprattutto a noi realizzarlo. Ma per ottenere un risultato abbiamo bisogno di una sorta di federalismo intelligente. Nella storia nazionale, la Calabria ed il Sud hanno avuto un ruolo determinate. Hanno offerto braccia per l'industria, uomini per le guerre, figli per popolare lontani continenti. La storia della Calabria e del Sud è la storia dell'Italia. Anche altre regioni vi hanno contribuito. Ma mentre il Nord est, anch'essa terra di emigrazione, è oggi ricompensato dei sacrifici sopportati, il nostro popolo vanta ancora dei crediti, che nessuno ha pagato. Non chiediamo un rimborso. Vogliamo, invece, una politica economica diversa. Che tenga conto delle diverse specificità e, proprio per questo, risulti più efficiente ed efficace.
La medicina ci insegna che non esiste una cura universale. Ogni caso va trattato a sé. Esiste una medicina per il mal di gola ed una per le patologie cardiovascolari. Non si può prescrive a tutti una semplice aspirina. Non esiste e non può esistere un'unica politica economica, capace di contemperare esigenze diverse: quelle per un Nord ormai congestionato, che attira risorse che creano ulteriori affollamenti ed una per il Sud, segnato dall'eccesso di disoccupazione, specie giovanile e femminile, e dal basso impiego dei fattori produttivi. Quindi due diverse politiche, in grado di tener conto della frattura storica che divide le due parti del Paese. Ma per far questo occorre tener presente i vincoli di carattere comunitario. Ogni differenziazione delle politiche territoriali alimenta il sospetto ch'essa nasconda aiuti di Stato, se a gestire quelle diverse politiche è un unico soggetto amministrativo. Il federalismo può rappresentare il grimaldello che dischiude la porta della razionalità, contro la cecità burocratica.
Ancora una volta, l'esempio da seguire è quello della Germania. L'autonomia dei länder ha consentito politiche industriali, fiscali ed incentivi differenziati. In grado di intercettare i fenomeni di specializzazione produttiva, senza disperdere risorse nelle astratte geometrie stataliste. Ed i risultati si vedono. Dobbiamo seguire quella strada. La pressione fiscale deve essere ridotta in modo permanente e strutturale. Non basta più la sola legislazione di vantaggio: per definizione temporanea e limitata nel tempo. Gli interventi richiesti per condurre a termine il progetto di riconversione produttiva, basato sui nuovi assi che caratterizzano i nuovi rapporti tra il Nord ed il Sud del mondo, richiedono un orizzonte temporale più ampio. E' quindi giusto che la politica fiscale sia decentrata verso il basso e si avvalga di tutti gli strumenti necessari per dare coerenza al progetto industriale che è ad essa sotteso. Solo così avremo politiche economiche coerenti, come mostra il caso dell'Irlanda, in grado di attirare capitali italiani ed esteri e mettere in modo quel processo autonomo di sviluppo che è condizione indispensabile per un progetto di emancipazione complessiva.
Questo è il fine ultimo cui tendere. Non siamo per uno sviluppo economico – obiettivo comunque tutt'altro che disprezzabile – fine a se stesso. Siamo convinti che questo sia lo strumento effettivo – forse l'unico – per combattere realmente la criminalità organizzata. A partire dalla ‘ndrangheta. Non siamo solo di fronte ad un fenomeno criminale. La sua base di massa si nutre di ribellismo, contro i torti subiti a causa della disattenzione dello Stato centrale, e della mancanza di alternative. Se si deve scegliere tra il vivere da malavitosi o il morire d'inedia, alla fine, prevale l'istinto naturale della sopravvivenza. Questa spirale perversa può essere interrotta. Nel Sud del mondo, l'ONU interviene cercando di incentivare le produzioni alternative alla raccolta del papavero: madre di ogni possibile droga. I successi finora conseguiti, anche a causa dell'intrecciarsi del fenomeno con le recrudescenze del terrorismo, sono stati limitati. Ma il metodo è quello giusto. Richiede soltanto obiettivi più realistici e l'impiego di risorse adeguate. Oggi, grazie alla grande liquidità del mercato internazionale, almeno per la Calabria esistono entrambe le condizioni. Si tratta solo di mettere in campo progetti adeguati, approfittando dei cambiamenti intervenuti nella realtà internazionale, che possono essere intercettati.
E' l'impegno progettuale la risorsa principale di cui disporre. Abbiamo bisogno di una banca – la Banca del Sud – capace di legarsi alle sorti del territorio. In grado di stimolare la creatività degli imprenditori meridionali. Di offrire loro assistenza, convogliando verso queste terre capitali in cerca di impiego. La contropartita che vogliamo offrire è l'impegno ad un rendiconto rigoroso di come quelle risorse – sia pubbliche che private – saranno impiegate. Accompagnate da uno sforzo collettivo. Alla nostra gente non chiediamo sacrifici. Chiediamo invece di investire sul proprio futuro e su quello dei propri figli. E di essere conseguenti con questa scelta, anche se questo dovesse comportare, nell'immediato, un impegno maggiore. Innanzitutto nei posti di lavoro. Serietà, rispetto delle nuove leggi rivolte ad accelerare il ritmo di crescita, impegno e non solo diritti. Sobrietà e disponibilità a farsi carico dei destini della propria terra. Non chiediamo ad altri di fare la nostra parte, ma a noi stessi di fare di più nell'interesse dell'Italia. E' gia scritto nella nostra Costituzione, dove si parla di "diritti inviolabili" e di "doveri inderogabili". E' la parte spesso dimenticata del nostro DNA. Ma nella gente del Sud, che non ha scordato il contributo reso all'unità del Paese, quel monito è come un torrente carsico. Affonda nella terra, ma all'improvviso riemerge: portando la vita.
tratto da http://www.pri.it/28%20Marzo%202008/...maCalabria.htm




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